Corteo a Milano il 25 Aprile: un’insopportabile pentola a pressione
Si sapeva che in piazza ci sarebbe stata una marea umana e così è stato. Un 25
aprile di sole, dopo il referendum, dopo che la lega era stata in piazza Duomo.
Arrivo alle 14.20, a piedi, dal centro, vado quindi verso la testa del corteo
già partito da Porta Venezia. Risalgo, ma dopo diverse decine di gonfaloni ecco
subito lo schiaffo in faccia: un cordone di City Angels e polizia a difendere
un’accozzaglia (perdonatemi il termine) di uomini e donne: ognuno di loro con un
cartello o una bandiera. Dietro lo striscione della solita brigata ebraica in
cerca di protagonismo, una serie di bandiere: israeliane, statunitensi, ucraine,
iraniane (quelle dello Scià), forza Italia, cartelli con volti di Trump,
Netanyahu, Reza Palhavi e altri impresentabili.
Come quando immergi per sbaglio la mano nell’acqua, è bollente e la tiri fuori
di scatto: la reazione di TUTTI e TUTTE è altrettanto istintiva. Non si
commenta, non si parla, non si ragiona. Ripeto, alcune reazioni sono istintive,
umane: le immagini ci scorrono velocissime, negli occhi, nel cuore. Dopo quasi
tre anni ad assistere al genocidio dei Palestinesi, dopo le violenze, le
aggressioni scatenate da due eserciti armati fino ai denti, dopo le infinite
manifestazioni per cercare di fermare governi criminali, ma soprattutto di
piegare la complicità del nostro e dell’Europa. Un pianeta in fiamme,
un’emergenza ambientale che è sparita, la natura che si ribella, il baratro che
ci aspetta, investimenti miliardari in armi, un’economia mondiale piegata mentre
la finanza specula, un continente, la possente e meravigliosa Africa, devastato
da guerre interne telecomandate da governi di bianchi, interessati a depredare
le materie prime. Morti su morti in mare, centri di detenzione che diventano la
norma e non indignano più, immigrati pagati un euro e cinquanta all’ora nella
ricca Lombardia. Le condizioni di vita di miliardi di persone che peggiorano,
perché pochi possano arricchirsi sempre più e andare sulla luna.
Questo è esploso nella mente e nel cuore di chi si è ritrovato davanti quella
scena. Urla, su urla, spontanee, da subito e proseguite per oltre due ore
intorno a questo manipolo di provocatori, sprezzanti, arroganti, solo perché
protetti da uomini pagati. Si è formata una naturale calca, per nulla
organizzata, formata da centinaia e centinaia di donne e uomini, indignata,
furente.
Ma ciò che è stato veramente grave è che tutto ciò ha fatto sì che le 100 o
meglio 200mila persone che stavano dietro, siano rimaste bloccate, stipate,
sotto il sole, senza sapere il perché. Moltissimi hanno cominciato a svicolare
lungo vie laterali; la marea umana si è trasformata, in quanto liquido, in mille
rivoli che sono avanzati verso il centro. Molti si sono ritrovati laddove c’era
il tappo. La rabbia è cresciuta ancora di più nel vedere e capire perché un
corteo enorme fosse stato bloccato. 200 persone che ne fermavano 200mila.
Pazzesco. Eppure, c’era un elicottero che volava sopra la testa di tutti,
avranno pur visto benissimo la situazione grave e anche pericolosa che si stava
verificando. Nulla.
Le grida non hanno mai smesso, a quel punto chiedevano a gran voce in mille
modi, dai più sarcastici ai più arrabbiati, che uscissero dal corteo per poter
lasciare scorrere la massa umana che in maniera compostissima aspettava dietro.
Più di una volta sembrava che stessero per essere accompagnati in una via
laterale, gli stessi manifestanti si sgolavano per aprire un varco, riuscendoci,
per farli passare. La digos è stata più volte vicina a farli uscire, ma nulla
accadeva. Il gruppo di provocatori si rifiutava di uscire, volendo portare
all’esasperazione. Il muro umano si riformava e il tormentone ricominciava. Un
delirio.
Poliziotti esausti sotto i caschi, sudati e tesi. Sarebbe bastato pochissimo, un
guastatore, o un provocatore ad hoc, per far scattare delle cariche
pericolosissime. Nessuno dei manifestanti ha lanciato nulla, solo parole, grida.
Dopo oltre due ore a fare da tappo, i provocatori sono stati finalmente
accompagnati fuori. Sono usciti con sorrisi sprezzanti, dita medie alzate,
mentre tutti intorno si tirava un sospiro di sollievo, già sapendo che questi
personaggi gongolavano, fieri di diventare ancora una volta le vittime, mentre
avevano invece frantumato un corteo festoso che per molti si è trasformato in un
incubo al quale sottrarsi in cerca di ombra e acqua.
Il resto quasi non conta e questo è tristissimo.
Alle 19 la coda del corteo arrivava in piazza Duomo. I camion dei centri sociali
entravano quando i comizi erano finiti da oltre un’ora. La piazza non è mai
stata piena, ma il corteo era stato troppo sfilacciato. Le numerosissime
famiglie coi bambini, come i primi che erano arrivati, erano andate a casa.
Dalle 18 alle 19 i soliti attivisti ed attiviste che si dispongono da oltre 10
mesi nelle loro file silenziose, come sempre, lo hanno fatto. Esausti, per
un’altra ora in piedi, fermi, sotto il sole, componendo alla fine la scritta che
ricorda al sindaco Sala che qualche passo in avanti, anche localmente, si può e
si deve fare: STOP AL GEMELLAGGIO MILANO TEL AVIV.
Una cosa è certa: le migliaia di persone presenti hanno capito, direttamente o
indirettamente, cosa è successo ieri in piazza a Milano, vivranno quindi ancor
più come inguardabili, irricevibili, i notiziari dei nostri principali mass
media. Arrivano intanto, il giorno dopo, le notizie da Dongo: presenti una
cinquantina di fascisti, braccio alzato, protetti da camionette della polizia,
mentre 300 manifestanti contestano questa vergogna, questo affronto alla nostra
storia.
Andiamo avanti, coscienti della gravità della situazione.
Chiudo riferendo il comunicato emesso da diversi gruppi di ebrei, che hanno
sfilato senza alcun problema arrivando in piazza Duomo con i loro striscioni.
“Oggi come ogni anno un nostro spezzone ebraico ha partecipato al corteo
nazionale del 25 aprile a Milano. Lo abbiamo percorso con due striscioni, “ebree
ed ebrei contro il fascismo in ogni tempo e in ogni luogo #nopuliziaetnica”, e
“cessate il fuoco, voci ebraiche per la pace”. Non abbiamo avuto bisogno di
alcuna protezione. Non abbiamo ricevuto una parola fuori posto, ma anzi
moltissimi applausi e saluti affettuosi dai presenti. La manifestazione per la
Liberazione è stata anche stavolta un nostro spazio, sicuro, probabilmente
perché le sensibilità e gli ideali che ci muovono – a prescindere dalla nostra
identità, che sia religiosa, culturale o familiare – sono perfettamente
compatibili con il senso di ciò che è stata la Resistenza: una lotta per la
pace, per i diritti di tutte e tutti, per l’uguaglianza, contro ogni forma di
razzismo e suprematismo. Qui e altrove. Diciamo no ad ogni forma di
antisemitismo, quello becero e quello inconsapevole, ma diciamo no anche ad ogni
provocazione che mini una giornata di festa all’insegna di valori condivisi.”
LƏA – Laboratorio Ebraico Antirazzista e Mai Indifferenti – Voci Ebraiche per
la pace
Andrea De Lotto