I porti italiani sempre più esposti a criminalità e corruzione. I dati del Terzo Rapporto di Libera
Nel corso del 2025 sono stati registrati 131 casi di criminalità nei porti
italiani, con un incremento del 14% rispetto al 2024. I porti coinvolti sono
stati 38 contro i 30 del 2024 con un incremento del 27%. Sono alcuni dei dato
del Terzo Rapporto “Diario di bordo 2026” di Libera dedicato ai porti italiani e
internazionali.
Il numero più alto di casi criminali si registra nel porto di Civitavecchia, con
14 episodi criminali rispetto ai 4 registrati nel 2024. Seguono i porti di
Ancona e Gioia Tauro con 13 casi e Genova con 12 casi, in calo rispetto al primo
posto del 2023 (13 casi). Incrementi significativi si registrano anche a Trieste
(da 7 a 9 casi), Olbia (da 4 a 7) e Brindisi (da 5 a 6).
Al contrario, alcuni porti che nel 2024 figuravano tra quelli maggiormente
colpiti mostrano, nel 2025, un netto ridimensionamento. Livorno passa da 16 a 5
casi (−68,8%), Bari da 10 a 6 (−40%), Napoli da 7 a 2 (−71,4%), mentre Venezia
registra il calo più marcato, da 7 a 1 caso (−85,7%). Nel 2025, inoltre,
emergono per la prima volta episodi criminali in alcuni porti: Acciaroli,
Acitrezza, Agropoli, Cervia, Fiumicino, Francavilla al mare, Manfredonia,
Ragusa, Siracusa, Taureana di Palmi.
A livello regionale, le Marche registrano il numero più alto di casi di
criminalità nei porti, con 16 episodi. Seguono Calabria, Lazio, Sardegna e
Liguria con 15 casi ciascuna, mentre Puglia e Sicilia si attestano a 14. Dei 131
casi di criminalità registrati, il 56% (73 casi) riguarda attività illegali
legate all’importazione di merci o prodotti, in calo rispetto al 77,9% del 2024,
il 10% (13 casi) è relativo a esportazioni illegali, un dato in lieve aumento
rispetto al 2023 (9,5%) e l’11% (15 casi) riguarda sequestri di merce in
transito.
Dal Rapporto emerge come ben il 65,5% dei principali scali commerciali italiani
sia stato esposto a interessi criminali organizzati. Tra questi figurano porti
leader nel traffico merci, tra cui: Ancona, Augusta, Brindisi, Cagliari, Genova,
Gioia Tauro, La Spezia, Napoli, Ravenna, Salerno, Savona, Vado Ligure, Taranto,
Trieste e Venezia. Dall’analisi delle relazioni istituzionali emerge che 26
gruppi criminali sono stati coinvolti in affari legati ai porti. Si tratta sia
di mafie storicamente radicate, sia di gruppi meno noti alle cronache.
I dati confermano come i porti rappresentino per i gruppi territoriali
un’occasione per entrare in contatto con diverse compagini criminali a livello
internazionale. Tra di essi, spiccano le mafie tradizionali italiane:
‘ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra, ma anche altre organizzazioni criminali,
come la Banda della Magliana, Sacra Corona Unita, Stidda e gruppi criminali
baresi. Insomma, il sistema portuale diventa sempre più un settore appetibile
per le consorterie criminali che grazie agli ingenti capitali a disposizione,
vedono nei porti un’area di possibili e silenti infiltrazioni dell’economia
legale. Un’infiltrazione soprattutto di carattere finanziario, che mette in
pericolo l’economia sana del territorio.
Nel quadriennio 2022-2025 sono 496 gli eventi criminali nei porti italiani, uno
ogni 3 giorni. In questa fotografia spicca l’anno 2022 con 140 eventi criminali,
seguito dal 2025, con 130. In totale sono 53 i porti italiani in cui sono emersi
eventi di illegalità nell’ultimo quadriennio, di cui 34 di rilevanza nazionale,
con un andamento annuale in crescita per il numero dei porti coinvolti: 29 nel
2022, 28 nel 2023, 30 nel 2024, 38 nel 2025. Tra il 1994 e il 2024, invece, gli
interessi della criminalità organizzata hanno riguardato circa un porto italiano
su cinque.
L’analisi delle relazioni della Direzione Nazionale Antimafia e della Direzione
Investigativa Antimafia pubblicate nell’arco temporale considerato consente di
censire 113 clan coinvolti in attività di business illegali e legali (+4
rispetto all’ultima rilevazione), con 71 porti italiani (+2 rispetto alla
rilevazione precedente) interessati da proiezioni criminali. Si tratta di un
quadro che restituisce la dimensione strutturale del fenomeno e la sua capacità
di radicarsi in modo esteso nei nodi portuali del Paese. La mappatura mostra
infatti una diffusione capillare degli interessi criminali sull’intero
territorio nazionale, coinvolgendo regioni del Sud e del Nord e scali affacciati
sia sul versante orientale sia su quello occidentale della penisola. Da tempo,
la DNA e la DIA segnalano la presenza, nei porti italiani e in quelli europei,
di gruppi criminali attivi tanto nell’economia legale quanto nei mercati
illeciti, con una particolare centralità del traffico di stupefacenti
“È necessario, si legge nel Rapporto di Libera, curato da Marco Antonelli,
Francesca Rispoli e Peppe Ruggiero, alzare l’asticella della vigilanza:
rafforzare i presidi di legalità, ridurre la vulnerabilità del sistema e
rafforzare i controlli doganali. Serve un maggior utilizzo di intelligence
portuale, con tecnologie di scansione X e data analytics; aumento della
formazione e rotazione del personale per ridurre i rischi di corruzione.
Così come serve un’azione di sensibilizzazione e responsabilizzazione degli
operatori economici e il coinvolgimento positivo dei lavoratori portuali, che
rappresentano un elemento fondamentale dell’ecosistema portuale. E anche una
maggiore implementazione dei sistemi di tracciamento elettronico dei container e
una cooperazione internazionale tra autorità portuali e forze dell’ordine. In
continuità, servono misure preventive come la trasparenza sui processi
decisionali che riguardano le scelte relative ai porti, una cura maggiore delle
misure di prevenzione della corruzione e programmi avanzati di protezione per i
whistleblower, che possono contribuire ad arginare le infiltrazioni criminali”.
Qui per approfondire e scaricare il Rapporto di Libera “Diario di bordo 2026”:
https://www.libera.it/it-schede-2822-diario_di_bordo_storie_dati_e_meccanismi_delle_proiezioni_criminali_nei_porti_italiani.
Giovanni Caprio