Fuffa di maggioQuando la destra mette le mani sul Primo Maggio non ne esce mai nulla di buono.
Negli anni delle Repubblica di Weimar, la polizia socialdemocratica impedì e
represse nel sangue le manifestazioni del Primo Maggio – nel Blutmai berlinese
del 1929 ci furono oltre 30 lavoratori assassinati – e solo Hitler nel 1933 lo
proclamò giorno di festa, anzi sinistramente “Festa del lavoro tedesco”. Caduta
la sera, quando gli operai perplessi ma felici tornarono a casa , la Gestapo
arrestò e sbatté nei campi di concentramento i sindacalisti ancora liberi,
sciolse i sindacati e li incorporò nel Fronte tedesco del lavoro, simile alle
corporazioni fasciste.
Con il decreto Primo Maggio ci è andata meglio, limitandosi il Governo a
ostentare il suo zelo che non si ferma neppure per le feste e fa piovere bonus,
proroghe e variazioni di accise di anno in anno – e in questo meno, perché i
soldi sono finiti, non siamo usciti dall’amministrazione controllata Ue e
l’Europa ha detto no ai nostri proclami di abbandono unilaterale del patto di
stabilità.
> Non che Meloni abbia rinunciato a un gesto ideologico, ma è poca roba. Ha
> continuato a dire no al salario minimo (che pure nella situazione presente di
> stagflazione è davvero una soglia minima minima), ma lo sostituisce con il
> “giusto salario”, che è poi la “giusta mercede” della proposta cattolica
> ottocentesca della Rerum Novarum, volta a esorcizzare la lotta di classe
> l’altroieri, oggi a soffocare ogni più modesta conflittualità sindacale.
E ha enfatizzato il tutto concedendo una conferenza stampa a sorpresa sul tema –
non senza approfittarne per tacitare il ben più spinoso affare Minetti
scaricandolo sugli invisi giudici e, sotto sotto, sul Presidente della
Repubblica.
Il salario “giusto” (a parte le sue valenze teoriche reazionarie) si basa sui
contratti stipulati dai sindacati più rappresentativi, settore per settore. Il
che vuol dire rassegnarsi per le categorie strutturalmente decisive (per esempio
metalmeccanici o chimici o trasporti) a quanto conseguito da Cgil, Cisl e Uil,
ma autorizzare nei settori meno strategici ma con più addetti, più precari e
con livelli retributivi bassissimi (turismo, ristorazione, commercio e servizi)
la fissazione della caritatevole mercede alla Cisal e all’Ugl, portabandiera dei
contratti pirati. Inoltre, e più in generale, tutta la materia della
rappresentatività dei sindacati resta in carica a una futura legislazione e alle
classificazioni amministrative del Cnel, dove Brunetta prepara un ricco
assortimento di polpette avvelenate a danno delle confederazioni nazionali.
Secondo una logica neo-liberale di mercato, le imprese che non ottemperano ai
criteri del “giusto” salario sono escluse dai benefici concessi da una congerie
di incentivi, bonus, proroghe ecc. per complessivi 934 milioni che, comunque,
sono tutti destinati alle imprese e non vanno in tasca ai quattro milioni di
lavoratrici e lavoratori che ne sarebbero i naturali destinatari.
> Qualche briciola arriva magari dalla fissazione di un termine di 12 mesi per
> le vacanze contrattuali, seppure con abbondanti tagli rispetto alla prima
> stesura del decreto. In quella, infatti, si prevedeva la retroattività (poi
> sparita) degli aumenti alla data di scadenza del contratto precedente (ciò che
> almeno avrebbe stimolato la Confindustria a rinnovi più rapidi), mentre oggi
> rimangono soltanto una definizione più corretta del contenuto economico di
> riferimento (non i minimi contrattuali ma il «trattamento economico
> complessivo», Tec, che comprende tutte le voci, dagli straordinari ai premi, e
> un’indennità sostitutiva pari al 30% (nella prima bozza era il 50%)
> dell’inflazione programmata (vale a dire una frazione di quella reale, che
> dopo Hormuz galoppa oltre il 4%).
Qualcosa, in teoria, viene concessa ai rider, anche se si tratta del
riconoscimento a posteriori, del loro carattere subordinato in presenza di un
algoritmo regolativo, cioè quanto già disposto per le maggiori organizzazioni
datoriali dai giudici di Milano, con l’inutile aggiunta di un’identificazione
mediante Spid.
Per il resto si tratta di proroghe, esoneri contributivi su Zes, donne e giovani
sotto i 35 anni, sempre nella forma paternalistica e caotica di bonus e sconti
fiscali. Un uso sfrenato della leva fiscale (detassazione frammentata) che
suggella il rapporto fra “salario giusto” e “lavoro povero”, senza toccare il
nodo degli investimenti e dello sviluppo.
Il tutto senza consultazione preventiva dei sindacati e spesso in aperta
opposizione alle loro proposte. Con il risultato di un caloroso consenso cislino
e di una forte protesta della Cgil (in prima persona d Landini), con la Uil che
si barcamena. Con il che vanno a farsi benedire le fantasie di Dario Di Vico
(molto peggiorato nel transito dal “Corriere” al “Foglio”) sul presunto
allineamento di Meloni all’asse Landini-Orsini in nome della pacificazione
sociale e dello scostamento di bilancio e quindi sulla frattura Meloni-Durigon –
fautore quest’ultimo di un mercato selvaggio, che fa perdere più voti fra i
subalterni di quanti ne fa guadagnare fra i padroncini.
Per la proroga del taglio (ridimensionato) delle accise in scadenza e il
fantomatico “Piano casa” (che si configura, per i regnicoli, come l’equivalente
del “Piano Mattei” per le colonie immaginarie), tutto è rinviato a quando sarà
definito il famoso “scostamento di bilancio”, che la Ue sembra ben lontana dal
concedere. Qui il, sottostante della fuffa è ancora più scarso.
La copertina è tratta da wikicommon
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