Decreto sicurezza quater: lo Stato penale nell’epoca della guerra e della crisi sociale
L’approvazione del cosiddetto “decreto sicurezza quater” da parte del governo
guidato da Giorgia Meloni non è un fatto isolato, né una risposta contingente a
problemi di ordine pubblico. È l’ultimo passaggio di un percorso già avviato da
tempo, fatto di provvedimenti che, uno dopo l’altro, stanno cambiando in
profondità il rapporto tra Stato e cittadini.
Non siamo di fronte a una svolta improvvisa, ma a una linea precisa che avanza
progressivamente.
Quel “quater” dice esattamente questo: siamo davanti a una costruzione che
procede per accumulo. Decreto dopo decreto, si consolida un modello in cui
arretra il sociale e avanza il penale, in cui i diritti vengono compressi e il
conflitto trattato come un problema di ordine pubblico.
Tutto questo si inserisce dentro una crisi più generale, quella del modello
sociale degli ultimi decenni. Un modello che ha prodotto precarietà,
disuguaglianze, impoverimento e smantellamento del welfare e che oggi, di fronte
alle proprie contraddizioni, non viene rimesso in discussione, ma difeso con
strumenti sempre più autoritari.
Il decreto sicurezza quater si colloca esattamente qui: rafforza dispositivi già
esistenti, ne introduce altri, spinge ancora più avanti l’idea che i problemi
sociali si affrontino con la repressione.
Non si interviene sulle cause dell’insicurezza – salari bassi, lavoro precario,
crisi abitativa – ma sugli effetti. Il disagio diventa devianza, la devianza
diventa reato. Il conflitto non si governa, ma si anticipa e si reprime.
È una logica pervasiva che si sta facendo sistema e non è separata da ciò che
accade fuori dai confini nazionali. Siamo dentro una fase in cui la guerra torna
a essere un elemento strutturale, le spese militari aumentano e si parla
apertamente di economia di guerra. Le risorse si spostano e lo fanno a scapito
di sanità, scuola, diritti sociali.
In un contesto così, il controllo sociale diventa centrale. Non è un caso che,
in tutta Europa, avanzino governi e movimenti autoritari, che costruiscono
consenso sulla paura e sulla ricerca di nemici non solo esterni, ma anche
interni. Anche in Italia vediamo questo meccanismo all’opera: migranti, poveri,
chi protesta diventano bersagli facili, utili a nascondere le responsabilità di
fondo.
Il decreto sicurezza quater è parte di questo pericoloso disegno. Eppure, mentre
in Parlamento andava avanti la maratona oratoria, conclusa con la conversione in
legge del suddetto decreto – fuori si muoveva qualcosa.
Ieri, a Piazza Capranica, a pochi passi dalla Camera dei deputati, tanti
semplici cittadini si sono ritrovati su iniziativa della rete No Kings per
contestare il suddetto decreto. Quella piazza, chiusa dentro una zona rossa,
isolata e separata, dice molto del clima che si sta costruendo: il dissenso
tenuto a distanza, reso invisibile, contenuto. Eppure da lì è arrivato un
segnale.
Con il buio, dopo una trattativa con le forze dell’ordine, è partita una
fiaccolata verso Piazza Montecitorio. Un passaggio semplice, senza scontri, ma
tutt’altro che banale: portare la propria voce sotto il Parlamento mentre dentro
si approvava un decreto che quella voce prova a limitarla.
Successivamente, dentro l’Aula, durante la votazione finale, dai banchi
dell’opposizione si è levato il canto di Bella Ciao. Non una scena simbolica
qualunque, ma il segno che anche dentro le istituzioni si avverte il peso di ciò
che sta accadendo.
Perché il punto è proprio questo: la maggioranza politica in Parlamento non
corrisponde a quella nel Paese reale perché è il prodotto di una legge
elettorale che ha distorto la rappresentanza, trasformando una minoranza
politica in una maggioranza parlamentare.
Per fortuna fuori da quelle aule il quadro è diverso. Lo si è visto anche con il
recente referendum: esiste una parte larga del Paese che continua a riconoscersi
nei principi della Costituzione italiana. Una maggioranza che unisce lavoro,
diritti, uguaglianza, rifiuto della guerra.
Il problema è che questa maggioranza oggi non è organizzata e allora il punto
diventa proprio questo. L’indignazione, da sola, non basta. Non è mai bastata.
Va trasformata in qualcosa di più: organizzazione, mobilitazione, radicamento.
Bisogna mettere in relazione le lotte, farle parlare tra loro, costruire
connessioni tra chi oggi vive sulla propria pelle la precarietà, i tagli al
welfare, la repressione.
La storia di questo Paese lo dimostra ampiamente: quando i diritti arretrano, è
solo la partecipazione collettiva che può invertire la rotta. Bisogna ripartire
da qui. Costruire un fronte ampio, sociale e politico, capace di difendere le
libertà e i diritti che la Costituzione sancisce.
Perché la vera sicurezza non nasce dalla paura, ma dalla giustizia sociale. E
senza quella, anche la democrazia – pezzo dopo pezzo – rischia di svuotarsi.
Giovanni Barbera