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Un’arma non è un regalo
DAL REVOLVER DONATO DAL PRESIDENTE TURCO RECEP TAYYIP ERDOĞAN AI LEADER DELLA NATO NASCE LA LETTERA APERTA DEL CARDINALE DOMENICO BATTAGLIA, UN INVITO AI “POTENTI DELLA TERRA” A RIFLETTERE SUL SIGNIFICATO DELLE ARMI, DEI SIMBOLI E DELLA PACE. La diplomazia parla anche attraverso i doni. Al termine dei grandi vertici internazionali è consuetudine che il Paese ospitante consegni ai capi di Stato e di governo un oggetto simbolico, scelto per rappresentare la propria identità culturale e lasciare il ricordo dell’incontro. È una tradizione consolidata che, attraverso opere d’arte, manufatti, libri e altri oggetti rappresentativi, racconta la storia e la cultura di una nazione. Al termine del vertice NATO svoltosi ad Ankara il 7 e l’8 luglio, quella consuetudine ha assunto però un significato diverso. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha consegnato ai leader dell’Alleanza Atlantica un revolver personalizzato con il nome del destinatario. Il gesto ha suscitato un dibattito che è andato ben oltre il protocollo diplomatico. Un dono istituzionale non è soltanto un ricordo dell’incontro: è un simbolo. E i simboli raccontano il modo in cui un Paese sceglie di presentarsi al mondo. Da questo episodio prende origine la lunga lettera che il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo metropolita di Napoli, ha rivolto ai “potenti della terra”. Più che commentare un fatto di cronaca, l’arcivescovo invita a riflettere sul significato che alcuni gesti assumono quando vengono compiuti da chi esercita responsabilità di governo. L’apertura della lettera colpisce per la sua forza evocativa. Il male, osserva Battaglia, non sempre si manifesta con la violenza più evidente. Talvolta si presenta in forme rassicuranti, si veste di eleganza e rischia di essere accolto senza che ci si interroghi davvero sul messaggio che porta con sé. Da qui si sviluppa il cuore della sua riflessione. Il problema non è soltanto il dono di un’arma, ma il rischio di trasformare la morte in una forma di cortesia, facendo di uno strumento costruito per togliere la vita un oggetto di rappresentanza tra i governanti. Per Battaglia, i simboli contribuiscono a educare lo sguardo di una società. Definiscono ciò che viene percepito come normale, autorevole, perfino degno di essere celebrato. Per questo denuncia il rischio di aver “addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare”: una frase che riassume l’intero significato della sua lettera. Uno dei passaggi più intensi riguarda il nome inciso sulla pistola. Accanto a quello del leader che riceve il dono, l’arcivescovo invita a immaginarne un altro, invisibile: il nome della persona contro cui quell’arma potrebbe essere puntata. È un’immagine che sposta immediatamente l’attenzione dall’oggetto alle conseguenze della guerra, ricordando che dietro ogni arma ci sono sempre vite umane, famiglie e destini. La riflessione si apre poi alla prospettiva evangelica. Battaglia richiama il gesto di Cristo durante l’Ultima Cena: invece di consegnare un’arma ai discepoli, si cinge un asciugatoio e lava loro i piedi. Da una parte il potere che si afferma attraverso la forza, dall’altra quello che sceglie il servizio. Due modi profondamente diversi di intendere l’autorità. Nella parte conclusiva della lettera, il cardinale rivolge un appello ai responsabili delle nazioni. Li invita a rifiutare l’idea che un’arma possa diventare un omaggio tra popoli e propone un gesto semplice quanto eloquente: lasciare una sedia vuota al prossimo vertice internazionale. Non una sedia riservata a un presidente o a un generale, ma all’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle guerre. A chi non partecipa ai negoziati, non compare nelle fotografie ufficiali e non firma trattati, ma resta sotto le macerie quando la diplomazia fallisce. La lettera di Battaglia nasce da un episodio preciso, ma supera i confini della cronaca. Invita a interrogarsi sul linguaggio con cui il potere sceglie di rappresentarsi e sul valore dei simboli che accompagnano le relazioni internazionali. Perché un dono diplomatico non è mai soltanto un oggetto. È anche un messaggio. È questa la domanda che il revolver di Ankara consegna al dibattito pubblico: quale idea di sicurezza e quale idea di pace vengono trasmesse quando un’arma diventa il simbolo di un incontro tra nazioni? Per il cardinale, la risposta passa attraverso un cambiamento di sguardo. La pace non è una debolezza né un segno di ingenuità, ma una responsabilità che interpella chiunque eserciti il potere e chiunque sia chiamato a costruire relazioni tra i popoli. Lucia Montanaro
July 11, 2026
Pressenza
Le donne sostengono l’altra metà del cielo. A Napoli una riflessione su diritti, giustizia e nonviolenza
L’INCONTRO PROMOSSO DALL’INNER WHEEL CLUB NAPOLI LUISA BRUNI CON LA MAGISTRATA GEMMA TUCCILLO HA RIPERCORSO IL CAMMINO DELLE DONNE NELLA SOCIETÀ ITALIANA, AFFRONTANDO TEMI COME PARITÀ, VIOLENZA DI GENERE, GIUSTIZIA RIPARATIVA E DIRITTI. Una sala gremita, molte donne di generazioni diverse e una riflessione che attraversa quasi un secolo di storia italiana. È questo il clima che ha accompagnato l’incontro “Forza non violenza – Le donne sostengono l’altra metà del cielo”, promosso dall’Inner Wheel Club Napoli Luisa Bruni e ospitato nella Sala Conferenze dell’ACEN. L’iniziativa, ispirata a un celebre proverbio cinese, ha avuto come protagonista la dottoressa Gemma Tuccillo, magistrato di Cassazione e figura di primo piano della giustizia italiana, da sempre impegnata sui temi della tutela dei minori, dei diritti e della protezione delle persone più fragili. Ad aprire l’incontro è stata la presidente del Club, Gabriella Manieri Giglio. L’Inner Wheel è una delle più grandi organizzazioni femminili di servizio al mondo e opera attraverso progetti sociali, culturali e umanitari. Il Club Napoli Luisa Bruni affianca da decenni all’attività culturale un costante impegno rivolto ai bambini, ai giovani e alle realtà socialmente più fragili della città. Nel corso degli anni ha promosso attività di doposcuola, corsi di ricamo e legatoria, incontri nelle scuole dedicati all’educazione al rispetto e alla prevenzione della violenza, visite guidate, iniziative culturali e spettacoli finalizzati anche alla raccolta di fondi per persone in difficoltà. Un impegno ampio, che unisce educazione, cultura, solidarietà e attenzione alla crescita civile del territorio. La conferenza si è trasformata ben presto in un racconto che ha intrecciato esperienza professionale, memoria personale e riflessione civile. Nel corso dell’incontro, Tuccillo ha richiamato più volte il legame tra mente e cuore, professionalità e umanità: una sintesi che, fin da ragazza, ha orientato il suo modo di intendere la professione. Non soltanto applicazione della legge, ma attenzione alle persone, alle loro storie e alle conseguenze umane che ogni vicenda giudiziaria porta con sé. Con il tono diretto e spesso ironico che la contraddistingue, la magistrata ha ripercorso i propri inizi come magistrato di sorveglianza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in un periodo in cui la presenza femminile nella magistratura era ancora una novità. Le donne, infatti, poterono accedere alla carriera magistratuale soltanto nel 1963, dopo una lunga battaglia per il riconoscimento della piena parità professionale. Tra gli episodi ricordati durante la serata, uno ha suscitato particolare interesse nel pubblico: durante una protesta dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, affrontata con intelligenza e ironia, una battuta riuscì a sciogliere una situazione di forte tensione, dimostrando come autorevolezza e capacità di dialogo possano talvolta ottenere risultati più efficaci della contrapposizione. Partendo dalla propria esperienza, la magistrata ha allargato lo sguardo al percorso compiuto dalle donne nella società italiana. Dal diritto di voto conquistato nel 1945 alla partecipazione femminile all’Assemblea Costituente, fino all’ingresso nelle professioni che per lungo tempo erano rimaste esclusivamente maschili. Nel corso dell’intervento sono state ricordate figure come Teresa Mattei e le tante donne che contribuirono alla costruzione della Repubblica, così come le conquiste più recenti nel mondo dello sport, dal riconoscimento del calcio femminile professionistico alla crescente visibilità delle atlete italiane nelle competizioni internazionali. Il titolo dell’incontro è stato anche lo spunto per una riflessione sul rapporto tra uomini e donne. Tuccillo ha sottolineato come il progresso non passi attraverso una contrapposizione tra i sessi, ma attraverso il riconoscimento reciproco e la valorizzazione delle differenze. Nel corso dell’incontro si è parlato anche delle cosiddette “quote rosa”. La magistrata ha invitato a non fermarsi alle definizioni, osservando come il vero obiettivo non sia il nome attribuito a questi strumenti ma i risultati che essi consentono di raggiungere. Non importa che siano rosa, gialle o di qualsiasi altro colore: ciò che conta è favorire una partecipazione più equilibrata e superare ostacoli che per troppo tempo hanno limitato l’accesso delle donne ad alcuni ambiti della vita pubblica e professionale. Tra gli esempi citati, la crescente presenza femminile in settori tradizionalmente maschili e le misure introdotte per garantire una maggiore rappresentanza delle donne anche nelle competizioni sportive internazionali. Ampio spazio è stato dedicato anche a temi particolarmente attuali: la violenza di genere, il femminicidio e il Codice Rosso, con un richiamo alla necessità di intervenire tempestivamente nei casi di rischio e di favorire l’emersione delle situazioni di pericolo prima che sia troppo tardi. Particolarmente significativi sono stati i riferimenti al sostegno garantito ai familiari delle vittime di mafia e camorra e ai figli delle donne uccise per femminicidio, che non vengono lasciati soli ma accompagnati attraverso specifici percorsi di tutela e assistenza. Nel corso della serata è stata ricordata anche l’esperienza di Giannino Durante, padre di Annalisa Durante, la giovane vittima innocente della camorra. Attraverso incontri nelle carceri e attività di testimonianza, il dolore personale è stato trasformato in un’occasione di dialogo e riflessione, dando vita anche a significativi scambi epistolari con detenuti di diversi istituti penitenziari. Tra gli argomenti affrontati anche la giustizia riparativa, intesa come percorso capace di mettere al centro non soltanto la sanzione, ma anche il riconoscimento del danno subito dalle vittime e la responsabilizzazione di chi lo ha provocato. Non è mancato un accenno ai percorsi di transizione di genere, descritti come momenti particolarmente delicati nella vita delle persone che li affrontano. La riflessione si è concentrata sulla necessità di guardare a queste situazioni con rispetto, attenzione e senso di responsabilità, individuando soluzioni capaci di tutelare la dignità e i diritti delle persone coinvolte. Più che una conferenza, quella promossa dall’Inner Wheel Club Napoli Luisa Bruni è stata una conversazione aperta sulla società italiana e sui cambiamenti che l’hanno attraversata negli ultimi decenni. Un’occasione per ricordare le conquiste raggiunte, ma anche per riflettere sulle sfide ancora aperte, dalla violenza di genere alla tutela delle persone più fragili, passando per il riconoscimento dei diritti e della dignità di ciascuno. Tra ricordi personali, esperienza professionale e riflessioni sul presente, Gemma Tuccillo ha lasciato al pubblico un messaggio semplice ma profondo: il diritto, da solo, non basta. Per costruire una società più giusta servono competenza e responsabilità, ma anche ascolto, rispetto e umanità. In altre parole, quelle stesse qualità che lei stessa ha indicato come guida del proprio percorso: mente e cuore. Lucia Montanaro
June 3, 2026
Pressenza
OBEY a Napoli: arte, pace e diritti umani alle Gallerie d’Italia
Dal 6 maggio al 6 settembre 2026 la mostra curata da Giuseppe Pizzuto racconta il linguaggio visivo di Shepard Fairey tra pace, giustizia sociale, propaganda e spazio pubblico. La pace, i diritti umani, la giustizia sociale, il rifiuto delle discriminazioni e il ruolo delle comunità attraversano da anni il lavoro artistico di Shepard Fairey, una delle figure più riconoscibili della street art contemporanea internazionale. Sono questi i temi che ritornano con forza in OBEY: Power to the peaceful, la mostra curata da Giuseppe Pizzuto e ospitata alle Gallerie d’Italia – Napoli dal 6 maggio al 6 settembre 2026. Il percorso espositivo non si presenta soltanto come una raccolta di opere, ma come un attraversamento visivo del nostro presente. Guerre, disuguaglianze, propaganda, conflitti sociali e ricerca di nuove forme di convivenza emergono attraverso immagini potenti, immediate, pensate per arrivare direttamente allo spettatore. Tutto questo prende forma in un’esplosione di colori accesi, geometrie nette, simboli riconoscibili e figure monumentali. Le opere di OBEY sono fruibili, dirette, quasi magnetiche. Catturano lo sguardo con la forza della cultura pop e della grafica urbana, ma dietro quella bellezza apparentemente immediata custodiscono messaggi profondi, civili e universali. È proprio questo uno degli aspetti più forti della mostra: la capacità di trasformare temi complessi come pace, diritti umani, giustizia sociale, propaganda, discriminazione e responsabilità collettiva in immagini di grande pregio comunicativo. Immagini che arrivano subito, quasi fisicamente, e solo dopo chiedono allo spettatore di fermarsi, osservare meglio e interrogarsi. Le opere di OBEY utilizzano gli stessi codici della propaganda, con figure iconiche, slogan, colori netti e costruzioni grafiche potenti, per ribaltarne però il significato dall’interno. Non chiedono obbedienza, ma attenzione. Non impongono risposte, ma aprono domande. Il percorso espositivo si articola nei nuclei tematici People Power, Propaganda, Guerra e Pace e Giustizia Sociale, raccogliendo oltre 130 opere tra lavori storici, rarità d’archivio e opere inedite. Alcuni lavori sembrano condensare perfettamente il senso dell’intera mostra: “Make Art Not War”, “Uplift Justice” e “Chaos Rise Above” raccontano la pace non come concetto astratto, ma come scelta concreta, partecipazione e responsabilità condivisa. In queste immagini il colore non addolcisce il messaggio, lo amplifica. È una bellezza che scuote, un’armonia attraversata da inquietudine e memoria. Rosso, nero, oro, simboli floreali, volti femminili, richiami spirituali e politici convivono creando una tensione continua tra estetica e contenuto. Tra le opere più emblematiche emerge anche “Third Eye Open Peace”, dove il simbolo della pace compare all’interno dello sguardo stesso dell’immagine, quasi a suggerire una diversa forma di consapevolezza. Lo stesso messaggio esce poi dalle sale del museo e raggiunge la città attraverso il grande murale realizzato da Shepard Fairey a Ponticelli, già raccontato da Pressenza nell’articolo: Napoli, a Ponticelli il murale “Third Eye Open Peace” di Shepard Fairey: arte pubblica per la pace Con “Third Eye Open Peace”, il linguaggio di OBEY attraversa anche la periferia urbana, trasformando un muro in uno spazio pubblico di dialogo e riflessione. È qui che la street art ritrova forse la sua natura più autentica: interrompere il flusso distratto della città e restituire alle immagini una funzione collettiva, accessibile a tutti. Il rapporto tra Shepard Fairey e Napoli appare particolarmente naturale. L’artista ha descritto la città come un intreccio continuo di vecchio e nuovo, bellezza e disordine, energia popolare, architetture monumentali e segni del tempo. Una città visivamente viva, stratificata, imperfetta e proprio per questo profondamente vicina al suo immaginario artistico. Anche la scelta di intervenire a Ponticelli non appare casuale. L’arte pubblica può contribuire a generare attenzione, orgoglio e partecipazione all’interno dei quartieri, senza ridurre la rigenerazione urbana a semplice operazione estetica. In questo caso il murale non cancella l’identità del luogo, ma prova a dialogare con essa, portando nel quotidiano un messaggio di pace, responsabilità e consapevolezza. Nato dalla cultura skate e dalla grafica underground degli anni Novanta, Shepard Fairey ha costruito nel tempo un linguaggio visivo riconoscibile in tutto il mondo. Il suo nome è legato anche all’iconica immagine “HOPE”, realizzata per la campagna presidenziale di Barack Obama, diventata una delle immagini simbolo della cultura contemporanea. Ma il lavoro di OBEY va oltre la celebrità di una singola icona. La sua ricerca continua a muoversi tra arte pubblica, critica sociale e riflessione politica, utilizzando le immagini come strumenti capaci di generare partecipazione, consapevolezza e memoria collettiva. “OBEY: Power to the peaceful” non è soltanto una mostra da visitare, ma un’esperienza da attraversare lentamente, lasciandosi colpire dalla forza visiva delle opere e dalle domande che esse riescono ancora a porre. L’invito è rivolto ai cittadini napoletani, ai visitatori e ai tanti turisti che attraverseranno Napoli nei prossimi mesi: entrare nelle sale delle Gallerie d’Italia significa concedersi uno spazio di osservazione e riflessione attraverso un linguaggio immediato, potente e profondamente contemporaneo. A Shepard Fairey, e a tutti gli artisti che continuano a mettere il proprio linguaggio al servizio della pace, della giustizia sociale e della dignità umana, va riconosciuto il valore di non smettere di credere nel potere comunicativo dell’arte. Perché forse il compito più importante dell’arte contemporanea è proprio questo: impedirci di diventare indifferenti. Album fotografico a cura di Lucia Montanaro, realizzato durante la visita alla mostra “OBEY: Power to the peaceful” alle Gallerie d’Italia di Napoli. Lucia Montanaro
May 6, 2026
Pressenza
Josi Della Ragione: perché la spiaggia di Bacoli non può essere un privilegio per pochi
 Dall’esperienza di Free Bacoli alla battaglia sui lidi militari di Miseno, il sindaco racconta la sua idea di legalità, beni comuni e diritto al mare. Chi è davvero Josi Gerardo Della Ragione? A Bacoli lo conoscono tutti. Ma fuori dai Campi Flegrei non tutti sanno davvero da dove comincia la sua storia pubblica. Prima di essere il sindaco che oggi guida una delle battaglie più discusse del territorio, Josi Gerardo Della Ragione viene da un percorso di attivismo civico nato nel 2008 con Free Bacoli: liberare Bacoli dall’apatia e dalla rassegnazione. Da lì prende forma una linea precisa, tradotta negli anni in un’idea riconoscibile di impegno pubblico: legalità, beni comuni, trasparenza, tutela dell’ambiente e valorizzazione culturale del territorio. Una visione che a Bacoli tiene insieme mare, paesaggio, archeologia, memoria e diritto dei cittadini a vivere pienamente i luoghi della propria comunità. Dentro questo percorso si inserisce oggi anche la battaglia sui lidi militari di Miseno. In un tratto di costa tra i più simbolici e frequentati dell’area flegrea, il Comune contesta da tempo il fatto che una porzione enorme di arenile resti sottratta alla cittadinanza, tra stabilimenti militari, basi logistiche e concessioni che, secondo l’amministrazione, non corrispondono più alla realtà effettiva dell’uso di quegli spazi. A rendere ancora più forte lo scontro è stato, in questi giorni, il cartello comparso sulla spiaggia di Miseno con la scritta “Divieto di accesso” e il riferimento alla “sorveglianza armata”. Un’immagine che ha colpito profondamente l’opinione pubblica e che, più di ogni altra cosa, ha reso visibile la frattura tra due idee opposte di mare: da una parte uno spazio pubblico, aperto e condiviso; dall’altra un’area percepita come sottratta alla collettività. Per capire meglio il senso di questa battaglia, abbiamo rivolto a Josi Gerardo Della Ragione alcune domande semplici ma precise, cercando di far emergere non solo la polemica del momento, ma anche la visione di città che si muove dietro questa vicenda. Josi Della Ragione risponde Quando hai capito che legalità, beni comuni e trasparenza sarebbero diventati il centro del tuo impegno per Bacoli? Nasce tutto dal mio impegno di attivista, che parte nel 2008. Ho iniziato a fare attivismo sul territorio con le associazioni e, in particolar modo, abbiamo fondato un’associazione che si chiama Free Bacoli, cioè liberare Bacoli dall’apatia e dalla rassegnazione. Indubbiamente le matrici che hanno mosso il mio impegno sono la legalità e i beni comuni, la trasparenza, ma anche e soprattutto la tutela dell’ambiente e la valorizzazione culturale del nostro territorio. Sono le leve che permettono a questa città di potersi affrancare, di poter essere protagonista, non solo per Bacoli ma per l’intero tessuto campano e meridionale, e di caratterizzarsi attraverso la valorizzazione delle risorse paesaggistiche, naturalistiche e archeologiche, dentro un percorso di legalità che non dia adito a dubbi, cioè stare dalla parte della giustizia sociale e del rispetto delle regole. Se devo immaginare un momento in cui inizia tutto questo, sicuramente è il 2008, quando abbiamo fondato l’associazione. Ma in realtà l’impegno civico c’era già anche prima, quando ho avuto il piacere e l’onore di svolgere il ruolo di rappresentante degli studenti al liceo di Bacoli. Quindi già da giovane c’era questo approccio risolutivo e di impegno civico verso le questioni. Bacoli custodisce anche un patrimonio archeologico sommerso straordinario, dai mosaici ai resti dell’antica Baia. Quanto conta, nella tua idea di città, la valorizzazione di questo patrimonio? Bacoli è per eccellenza una città ad altissima densità archeologica. In un territorio di appena 13 chilometri quadrati, oltre ai due laghi, custodisce siti monumentali di epoche diverse, da quella greca a quella romana, fino a quella aragonese e borbonica, dalla Casina Vanvitelliana alla Piscina Mirabilis. Abbiamo il Museo archeologico dei Campi Flegrei, tra i più importanti del Sud Italia dopo quello di Napoli. Per questo il nostro patrimonio archeologico e culturale è fondamentale, sia per la promozione della città sia per generare occupazione e lavoro. Noi lavoriamo costantemente perché i siti siano sempre più aperti, collegati tra loro e realmente visitabili, così da permettere alle persone di conoscerli e, nello stesso tempo, di creare sviluppo. Il patrimonio di Bacoli, però, non è solo archeologico: è anche naturalistico. Penso ai laghi, alla costa, ai percorsi ambientali. Per noi l’ambiente va tutelato non solo perché è giusto farlo, ma anche perché rappresenta un unicum e perché attraverso la sua valorizzazione si può costruire uno sviluppo sostenibile. Sui lidi militari, qual è il punto essenziale della contestazione del Comune, su quali atti si fonda e che cosa non coincide, secondo voi, tra ciò che risulta nelle concessioni e ciò che accade concretamente su quel tratto di spiaggia? In realtà la questione è duplice. La prima è un’istanza che portiamo avanti da anni: la rivendicazione affinché la comunità possa riavere spazi che le sono stati negati. Parliamo non di un solo lido militare, ma di cinque lidi militari, uno dietro l’altro, tutti concentrati a Miseno, a cui si aggiungono altre basi strategiche presenti nella stessa zona. Complessivamente parliamo di almeno 100.000 metri quadrati tra lidi e basi logistiche che occupano il lungomare di Miseno, cioè più dell’80% della superficie di un’area di grandissimo valore storico, paesaggistico e sociale, un luogo straordinariamente bello che potrebbe essere anche un motore turistico e che invece viene frenato da questa presenza così massiccia dei militari. Questa è una riflessione generale che portiamo avanti da anni. Io ho iniziato a rivendicare queste istanze da giovane attivista, con il megafono, gli striscioni e facendo le manifestazioni in città, e continuo oggi da sindaco nelle sedi istituzionali. Ma se sarà necessario torneremo anche in strada, insieme ai cittadini, per rivendicare questi diritti. Sul piano burocratico, poi, ci sono delle gravi incongruenze. Innanzitutto si fa riferimento a dispositivi degli anni ’90 che, secondo noi, sono superati dalle norme successive, perché oggi la competenza sulle aree demaniali viene gestita direttamente dai Comuni e non più dallo Stato. Ma anche quei dispositivi degli anni ’90 prevedevano che queste aree fossero gestite per finalità istituzionali militari, che siano esercitazioni, la difesa della nazione, così come si evince anche da quei cartelli. Ma tutto questo stride con la realtà. Oggi i lidi militari sono diventati veri e propri stabilimenti balneari, dove si fa business, economia, dove ci sono privati che li gestiscono. C’è un’attività che nulla ha a che fare con la difesa della nazione, a meno che non si immagini che la nazione si difenda con l’asciugamano, le ciabatte, i secchielli. Tutto questo si pone in contraddizione con le motivazioni che all’epoca spinsero a individuare quegli spazi per attività militari. A ciò si aggiunge un altro elemento importante: quelle aree non sono state mai, e dico mai, consegnate dal Demanio e dalla Capitaneria di porto alle strutture militari. C’è quindi una difformità amministrativa di grande rilevanza, che pone ulteriormente nell’amministrazione comunale l’attenzione affinché, nel rispetto delle regole, si possano bilanciare gli interessi militari creando un unico stabilimento, un unico lido interforze, che tenga dentro tutti, e il resto della spiaggia sia restituito alla comunità. Perché non è accettabile creare aree di privilegio in cui i dipendenti delle strutture militari abbiano il privilegio di andare in spiaggia e abbiano quindi più diritti dei parenti del salumiere, del parente dell’operaio, del parente del disoccupato. Questo è assolutamente inaccettabile. Oggi, concretamente, che cosa chiede il Comune su quel tratto di arenile? Noi chiediamo che l’intera area venga liberata. Però siamo anche pronti a un punto d’incontro: che vi sia una struttura interforze, un unico lido che possa tenere insieme tutti, mentre il resto della spiaggia venga restituito alla comunità. Tra l’altro, anche gli stessi volumi utilizzati dai militari sono in uno stato di decadenza totale e potrebbero anch’essi diventare luoghi in cui creare economia e offrire servizi ai bagnanti delle spiagge libere. Ma, più di ogni altra cosa, noi vogliamo la spiaggia libera, perché Bacoli, il lungomare di Miseno e di Miliscola, non sono un lungomare qualsiasi: sono il lungomare della provincia di Napoli, la spiaggia di Napoli. Qui vengono centinaia di migliaia di persone ogni estate. Nei fine settimana estivi e durante tutta la stagione, la città è stracolma di bagnanti, mentre le spiagge libere sono sempre di meno, anche perché abbiamo questi ostacoli enormi. Da parte nostra lo Stato è assolutamente rispettato, anche le forze dell’ordine hanno il nostro massimo rispetto, ma questo non può conciliarsi con il fatto che, dall’altro lato, lo Stato non garantisca i diritti dei cittadini. Il cartello comparso a Miseno, con quel linguaggio e quell’immagine, che cosa rappresenta secondo te in questa vicenda? Rappresenta un atto di prepotenza da parte di chi ritiene di avere diritti maggiori rispetto alla comunità. Questo è. L’amministrazione locale pone una questione di rispetto della comunità, dei diritti al mare, dei diritti alla spiaggia. Tra l’altro siamo in un tempo in cui finalmente si attua la direttiva Bolkestein e quindi le concessioni demaniali non saranno più intese come proprietà privata e lo Stato deve dare l’esempio. Non è pensabile che continui questa modalità, questo approccio, tra l’altro da strutture militari che in alcuni casi a Bacoli non pagano neanche i tributi locali. C’è una forza armata che da sola deve al Comune oltre 120.000 euro di Tari, loro e i loro gestori. Questo è l’esempio emblematico della mancata anche attenzione rispetto al territorio. Quel cartello, gravemente offensivo, mortifica una comunità che sta puntando sempre di più su una città green, una città sostenibile, una città aperta. Per un bambino passeggiare in battigia e trovarsi davanti quel cartello, in un tempo così complesso e in un mondo purtroppo pieno di guerre, è qualcosa di inaccettabile. In questi anni ti è mai capitato di provare paura, anche sul piano personale? Sì, ho avuto paura e mi capita ancora adesso di averne. Ma chi ha l’onore di svolgere ruoli istituzionali deve avere il coraggio di andare oltre. Fare il sindaco è una missione. Fra tutte le battaglie che hai condotto, qual è quella che senti più rappresentativa della Bacoli che volevi costruire? L’intervento più distintivo è stato sicuramente la valorizzazione di Villa Ferretti, un bene confiscato alla camorra. Si tratta di una villa marittima settecentesca realizzata su una villa marittima romana, inserita in un’area che prima era vissuta come un parcheggio abusivo e una spiaggia abbandonata. Oggi quel bene confiscato ai clan è diventato un parco pubblico all’aperto, vissuto gratuitamente ogni giorno dai cittadini. C’è un teatro all’aperto da 3.000 posti, un percorso archeologico, il primo parco archeologico comunale all’interno di un bene confiscato alla camorra, con ville marittime del II secolo d.C., cioè la parte emersa del Parco archeologico sommerso di Baia. C’è inoltre la prima sede universitaria dei Campi Flegrei: la Federico II tiene lezioni all’interno della struttura e la gestisce insieme alla Scuola Superiore Meridionale, mentre vi hanno sede anche gli uffici della Soprintendenza per l’archeologia subacquea. In più, la spiaggia è vissuta liberamente. Per me questo è il segno più forte di ciò che volevamo costruire: un bene confiscato ai clan che diventa davvero un simbolo di riscatto sociale, restituito alla comunità. È l’esempio di come il degrado possa essere recuperato attraverso l’azione del Comune, in sinergia con le altre istituzioni, e attraverso il ripristino della legalità in un luogo che prima era nelle mani della criminalità organizzata. Ringraziamo Josi Gerardo Della Ragione per la disponibilità e per il tempo dedicato a questa intervista, condividendo il valore civile delle iniziative che porta avanti in difesa dei beni comuni, della legalità e del diritto al mare per tutti. La casina Vanvitelliana Villa Ferretti Il mosaico sommerso dell’antica Baia La spiaggia di Bacoli tra mare e orizzonte flegreo Barca e riflessi al lago Fusaro Lucia Montanaro
April 24, 2026
Pressenza