Piano nazionale di ripristino della natura: una sfida concreta che chiama in causa i territori
Il webinar del 17 aprile promosso dal Forum nazionale Salviamo il Paesaggio
Difendiamo i Territori ha avuto il merito di conferire al Piano nazionale di
ripristino della natura una dimensione concreta, sottraendolo dalla pura
astrazione normativa. Tempi, procedure, strumenti di partecipazione, ricadute
sui territori: il quadro emerso dagli interventi di Laura Facioni, per il
Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, e di Michele Munafò, per
ISPRA, è stato nettamente delineato: il Regolamento europeo è già operativo e le
sue scadenze sono vicinissime. Il ripristino della natura è quindi già
nell’agenda pubblica, il tema cruciale è in quale modo verrà costruito e quanto
spazio verrà dato ai territori.
qui le presentazioni dei relatori LAURA FACIONI – MICHELE MUNAFÒ
qui la registrazione integrale del webinar.
#RipristiniamolaNatura: portare il Regolamento nei luoghi reali
È precisamente da questa esigenza che è nata la campagna #RipristiniamolaNatura:
rendere il Regolamento europeo sul ripristino della natura qualcosa di concreto,
accessibile e partecipabile. Di fronte a una norma importante ma ancora poco
conosciuta fuori dagli ambienti tecnici e istituzionali, il Forum Salviamo il
Paesaggio ha scelto di promuovere una campagna civica per raccogliere
segnalazioni di aree ed ecosistemi da ripristinare, trasformando il tema del
ripristino in una pratica leggibile nei territori, un processo riconoscibile nei
luoghi reali, dove cittadini, associazioni e comitati possono contribuire a
individuare criticità, priorità e possibili interventi. Per questo è stata
predisposta una scheda di segnalazione strutturata, pensata per raccogliere in
modo omogeneo dati sul contesto territoriale, sugli ambiti del Regolamento
coinvolti, sulle criticità osservate, sulle motivazioni del ripristino e sulla
documentazione di supporto.
Non si tratta soltanto di raccogliere denunce. Si tratta di costruire un primo
patrimonio di conoscenza civica, utile a mostrare dove il bisogno di ripristino
sia già evidente: nei boschi degradati, nei corridoi fluviali frammentati, nelle
zone umide compromesse, nei contesti agricoli impoveriti, nei territori
sottoposti a pressioni estrattive o a processi di artificializzazione.
Il valore politico della conoscenza dal basso
Le segnalazioni ricevute hanno dimostrato che esiste una disponibilità diffusa a
partecipare, a segnalare, a documentare e a costruire conoscenza utile anche per
le istituzioni.
Il webinar ha confermato proprio questo: il lavoro civico – suggerito con
nettezza nell’articolate del Regolamento europeo – non è esterno o marginale
rispetto al processo di costruzione del Piano nazionale di ripristino. Può
invece diventare un contributo reale, a condizione che esistano strumenti capaci
di accoglierlo.
Il Piano nazionale entra nella fase operativa
Nel suo intervento, Laura Facioni ha ricostruito il quadro istituzionale e
temporale del percorso. Il Regolamento è entrato in vigore il 18 agosto 2024. Da
allora il lavoro si è concentrato sulla costruzione del Piano nazionale di
ripristino, che dovrà essere redatto secondo il format definito dalla
Commissione europea. Il cronoprogramma è già molto serrato: il 30 novembre
2025 ISPRA ha predisposto la bozza del rapporto preliminare nell’ambito della
VAS; il 30 marzo 2026 è stata redatta la prima bozza del Piano; il 22 aprile
2026, Giornata della Terra, si apre la consultazione pubblica sulla
piattaforma ParteciPA ; il caricamento sulla piattaforma europea è previsto per
il 31 luglio 2026; l’invio alla Commissione europea dovrà avvenire entro il 1°
settembre 2026; la versione finale del Piano dovrà essere definita entro il 31
agosto 2027.
Come funzionerà la consultazione su ParteciPA
Nel suo intervento Laura Facioni ha precisato che la consultazione pubblica
verrà realizzata sulla piattaforma ParteciPA, disponibile dal 22 aprile, aperta
a cittadini, associazioni e portatori di interesse e offrirà diversi livelli di
intervento.
Ci sarà un questionario generale, pensato anche per chi non abbia una conoscenza
specialistica della materia, con domande sui principali aspetti del Regolamento
e del Piano. Sarà possibile consultare direttamente la bozza del Piano e
intervenire sulle sue diverse sezioni. Per la parte A e la parte B saranno
disponibili spazi per inserire commenti e suggerimenti puntuali, sezione per
sezione. Per la parte C, dedicata alle misure, sarà invece possibile
formulare proposte e indicazioni aggiuntive, che saranno poi analizzate dal
Ministero, da ISPRA e dagli enti attuatori.
Facioni ha anche chiarito la struttura del Piano. La parte A contiene le
informazioni generali e trasversali, comprese quelle finanziarie; la parte
B contiene gli obiettivi, la quantificazione delle aree da ripristinare e le
mappe; la parte C riguarda invece le misure di ripristino da attuare. È un
aspetto importante, perché significa che la consultazione non sarà un
contenitore indistinto, ma un percorso in cui sarà possibile intervenire in modo
mirato sui diversi livelli di costruzione del Piano.
Ancora più rilevante è il fatto che, come emerso nel confronto finale, le
segnalazioni raccolte dalle associazioni possono essere tradotte nel linguaggio
e nel format della consultazione, così da entrare nel processo istruttorio del
Piano. Per il Forum Salviamo il Paesaggio, questo è un passaggio decisivo:
significa che il lavoro già avviato con #RipristiniamolaNatura può trovare una
sponda concreta dentro il percorso istituzionale.
La questione decisiva degli ecosistemi urbani
Se Facioni ha chiarito il quadro della governance e della consultazione, Michele
Munafò ha messo a fuoco uno dei nodi più innovativi e più impegnativi
dell’intero Regolamento: quello degli ecosistemi urbani. L’articolo 8 stabilisce
che, nei territori classificati come ecosistemi urbani, non si debba
registrare alcuna perdita netta di spazi verdi urbani e di copertura arborea tra
il 2024 e il 2030. Dopo il 2030, dovranno poi registrarsi tendenze in crescita.
Per l’Italia questa disciplina riguarda 2.761 comuni, cioè il 35% dei comuni
italiani, nei quali vive però l’82,2% della popolazione nazionale su circa
il 37,8% del territorio. È qui che si concentrano le pressioni trasformative più
forti, e proprio per questo il Regolamento individua questi territori come una
priorità strategica.
Il cronometro è già partito
Munafò ha chiarito con precisione anche la sequenza temporale di questo obbligo.
Il punto di partenza è l’entrata in vigore del Regolamento, il 18 agosto 2024.
Ma per gli spazi verdi urbani il dato di riferimento è quello di Copernicus/CLC
Plus Backbone 2023, mentre per la copertura della volta arborea il riferimento è
il Tree Cover Density 2024. In sostanza, il monitoraggio parte subito, e in
parte addirittura da una base precedente all’entrata in vigore del Regolamento
per quanto riguarda gli spazi verdi.
La scadenza del 2030 non è quindi un obiettivo remoto: è un vincolo che incide
già ora sulle trasformazioni territoriali, sui cantieri, sui piani attuativi e
sulle scelte urbanistiche che comportano perdita di vegetazione o nuova
artificializzazione del suolo. E dopo il 2030 non basterà fermare le perdite:
bisognerà dimostrare una crescita delle superfici verdi e della copertura
arborea.
Dal 2031 in avanti, inoltre, si dovrà lavorare anche a un sistema di
monitoraggio più raffinato, in grado di correggere alcune criticità degli
attuali dataset satellitari. Ma il punto politico è già oggi chiarissimo: il
cronometro è partito e non aspetta i tempi lenti dell’adeguamento formale degli
strumenti urbanistici.
Secondo le valutazioni del Forum nazionale, dalla data in cui il nostro Paese ha
siglato il Regolamento europeo (18 giugno 2024) decine e decine di nuove
autorizzazioni edilizie (Permessi di costruire), Varianti a PRGC/PGT e
addirittura bozze di revisione di Piani risultano privi di riferimento agli
elementi indicati dal Regolamento: la NRL, addirittura, non viene neppure
citata. Una condizione che induce a ritenere che tali atti possano configurarsi
in uno stato di “vizio di legittimità”, che dovrà essere certamente valutato con
attenzione dal Ministero.
Conta lo stato di fatto, non solo la carta urbanistica
Uno dei passaggi più importanti della relazione di Munafò riguarda il modo in
cui il Regolamento guarda al territorio. Ciò che conta è lo stato di fatto dei
luoghi, rilevato anche attraverso dati satellitari, e non soltanto la loro
destinazione urbanistica. Questo significa che anche un’area formalmente
classificata come parco o come verde urbano può subire una perdita effettiva di
vegetazione; e quella perdita rileva comunque ai fini del Regolamento.
È una chiave di lettura molto forte anche per molte vicende locali: aree verdi
compromesse da cantieri, suoli ancora permeabili trasformati, riduzione della
copertura arborea, interventi che erodono spazi naturali pur dentro contesti già
urbanizzati. Tutto questo non è più leggibile soltanto come una scelta locale di
pianificazione, ma come un tema che entra direttamente nel campo di applicazione
di un atto europeo vincolante.
Munafò ha richiamato anche un dato già preoccupante: un primo monitoraggio ha
stimato, negli ecosistemi urbani italiani, una perdita di circa 4.000 ettari di
spazi verdi e di quasi 600 ettari di copertura arborea. È il segno che il punto
di partenza non è neutro, ma già segnato da una regressione ecologica che rende
ancora più urgente l’attuazione del Regolamento.
Ma nel suo intervento Munafò ha inserito anche un altro punto molto forte, di
natura giuridica e politica: il ripristino della natura non discende soltanto
dal Regolamento europeo, ma si innesta direttamente anche nel dettato
costituzionale. Ha richiamato infatti la legge costituzionale 11 febbraio 2022
n. 1, che ha modificato l’articolo 9, inserendo tra i principi fondamentali la
tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse
delle future generazioni, e l’articolo 41, stabilendo che l’iniziativa economica
privata non possa arrecare danno alla salute e all’ambiente e debba quindi
essere indirizzata anche a fini ambientali. Nella sua lettura, il combinato
disposto tra Regolamento europeo e Costituzione impone un criterio di urgente e
rapida esecutività delle misure di ripristino.
Senza i territori il ripristino resterà incompleto
La campagna #RipristiniamolaNatura non è soltanto un’iniziativa di
sensibilizzazione. È anche un tentativo di costruire un ponte tra il quadro
normativo europeo e i territori reali, mettendo a disposizione delle istituzioni
un patrimonio di osservazioni, conoscenze e segnalazioni che non dovrebbe
restare ai margini.
Il punto, adesso, è fare in modo che questo patrimonio venga davvero trasmesso e
valorizzato nel confronto con MASE, ISPRA e Regioni, come contributo civico alla
costruzione del Piano nazionale di ripristino della natura. Perché una politica
di ripristino può essere solida solo se sa ascoltare i territori e riconoscere
il valore della conoscenza che da essi proviene.
Resta naturalmente aperta una questione più generale: la partecipazione non può
esaurirsi in una finestra temporanea di consultazione online (oltre tutto con
tempi estremamente ridotti). Se il ripristino della natura vuole essere davvero
all’altezza delle ambizioni del Regolamento europeo, deve diventare un processo
pubblico più stabile, continuo, capace di intrecciare conoscenze
tecnico-scientifiche, responsabilità istituzionali e sapere civico organizzato.
Dal ripristino come obbligo al ripristino come scelta pubblica
Il ripristino della natura non può restare soltanto una prescrizione normativa,
né una materia riservata agli addetti ai lavori. Deve diventare una pratica
pubblica, territoriale, condivisa. Una politica che riguarda i luoghi reali, le
trasformazioni reali, i conflitti reali.
Il Regolamento europeo ha già fissato una cornice forte e vincolante, tocca ora
alle istituzioni dimostrare di saper aprire davvero il percorso ai territori. E
tocca anche alla società civile far valere la propria capacità di osservare,
documentare, proporre.
Perché il ripristino della natura, oggi, non riguarda soltanto le istituzioni o
gli esperti. Riguarda tutti. E diventerà una politica efficace solo se saprà
riconoscere che nei territori esiste già una domanda concreta di cura, di
ricostruzione ecologica e di responsabilità condivisa.
Redazione Italia