Migranti, meticciato culturale e cittadinanza
Ho la netta sensazione (non esattamente una certezza), maturata bazzicando nei
social, che ciò che innanzitutto distingue l’elettore di centro destra rispetto
a quello di centro sinistra, a dispetto delle tante cose che i due schieramenti
hanno in comune, sia la questione dell’immigrazione, magari insieme a quella
della sicurezza e dell’ordine pubblico, della quale non ci occuperemo in questa
sede e che comunque al problema dei migranti è per molti versi legata, almeno
secondo alcuni pareri.
Si tratta di una problematica che è parte dell’immaginario collettivo che i due
schieramenti alimentano con le loro posizioni. Da una parte sta la destra che
non fa che sollevare in continuazione lo spauracchio della islamizzazione e
della sostituzione etnica, che incomberebbero sul nostro paese e sull’intera
civiltà occidentale. Dall’altra parte sta la sinistra che sostiene, spesso in
modo fin troppo generico, la necessità dell’accoglienza, dell’incontro e
dell’integrazione.
Ciò che mi pare particolarmente interessante è che i due schieramenti, al di là
delle professioni di fede, siano caratterizzati riguardo all’argomento in
questione da una totale impotenza e insignificanza politica. La destra si
sbraccia e alza la voce, ma da quando è al potere non ha concluso assolutamente
nulla. I flussi migratori sono in costante aumento e i respingimenti si sono
mostrati un totale fallimento.
Cosa ancor più sorprendente è che l’attuale governo, malgrado i continui
proclami in difesa della famiglia, non abbia fatto nulla contro quella sorta di
“morte demografica” che colpisce il nostro paese. Un fenomeno che anche io
ritengo molto grave (ma per altre ragioni di ordine etico, legate al valore
della vita e a quello della sua salvaguardia e riproduzione), e che comunque, a
prescindere da qualunque altro discorso, non può che favorire sul lungo periodo
i flussi migratori, a meno di non volere immaginare la desertificazione del
nostro paese.
La sinistra istituzionale invece quando è stata al potere non ha preso alcun
provvedimento che potesse favorire l’accoglienza e soprattutto l’integrazione,
come se questi valori fossero una sorta di bandiere da sventolare in nome del
politicamente corretto, senza bisogno di creare le condizioni concrete perché
questo incontro tra diversità si possa rendere materialmente possibile. In
pratica un modo di ignorare, o di fingere di ignorare, che la paura del diverso
è un dato, prima che politico e particolare, antropologico e universale, e che
ancor più diventa grave quando “l’altro” assume le sembianze del migrante che
viene da lontano per trovare posto in quella che consideri casa tua.
In altri luoghi mi sono occupato di questo incontro-scontro tra mondi e culture
diverse che non può semplicemente trovare fine nel rispetto e nell’accettazione
reciproca, che sono certamente questioni essenziali, ma che devono in ultimo
risolversi in un reciproco “imbastardimento”. Un dare ed un avere in cui si deve
operare perché sia il meglio di ogni cultura a rendersi patrimonio comune. Un
processo lungo, difficile e non scontato che possiamo definire come “meticciato
culturale”.
Sulla base di queste premesse vorrei soffermarmi, anche sorvolando in questa
sede su altre questioni, sulla problematica che riguarda i tempi e i modi della
concessione della cittadinanza al migrante con permesso di soggiorno. Su questo
tema formulerò alcune ipotesi che consegno alla discussione, senza pretese di
verità.
Non credo che la concessione della cittadinanza sia una questione che possa
risolversi stabilendo come condizione, in tutti i casi e in modo meccanico, un
determinato tempo di permanenza nel nostro paese, che attualmente è fissato
nella generalità dei casi in dieci anni. Credo che questa logica possa valere
come eccezione da applicare solo alle situazioni più difficili, riguardanti per
esempio i soggetti più anziani.
Per tutti gli altri penso che i due criteri da accertare per la concessione
della cittadinanza, a prescindere da quanto tempo vivano in Italia, siano la
conoscenza della lingua, senza la quale non credo si possa dire di appartenere
ad una comunità (cosa comunque già oggi prevista), e la conoscenza delle leggi
fondamentali e dei valori che regolano (almeno ipoteticamente e idealmente) la
convivenza civile nel nostro paese e che in pratica sono incarnati nelle norme
della Costituzione repubblicana.
Tutto ciò significa che lo Stato, anche col supporto fondamentale delle
associazioni di volontariato, dovrebbe farsi carico di un vero e proprio
programma di insegnamento e di inserimento sociale da concludere eventualmente
anche con qualche tipo di verifica. Si tenga conto per altro che attualmente,
all’atto della concessione della cittadinanza, è previsto da parte del
beneficiario l’obbligo di giurare di rispettare le nostre leggi e in special
modo le norme costituzionali. Ma come si può ben capire si tratta di una
procedura puramente formale senza alcun valore reale.
A questa ipotesi va poi aggiunto lo jus soli per i nati nel nostro paese, che
tuttavia andrebbe definitivamente confermato con la conclusione della scuola
primaria. Scuola primaria che sarebbe anche il criterio per concedere la
cittadinanza ai bambini non nati in Italia (jus scholae).
Capisco che una possibile obiezione potrebbe essere quella di sottolineare come
la nostra Carta fondamentale non venga studiata nelle nostre scuole, e come essa
non sia di fatto conosciuta dalla maggioranza dei nostri concittadini. A questo
stato delle cose si potrebbe però ovviare proprio introducendo lo studio
progressivo della Costituzione in ogni ordine e grado di scuola, anche in
sostituzione, laddove esiste, della generica (e io credo spesso inutile)
educazione civica. Sarebbe certamente un modo per fare un favore a tutti noi,
non solo “nuovi”, ma anche “vecchi italiani”.
Antonio Minaldi