Negin Bank, attivista iraniana in esilio: “Il nostro destino politico appartiene solo a noi”
Negin Bank è un’attivista iraniana del collettivo “Donna Vita Libertà” di Roma.
È da anni in Italia e si definisce militante femminista dell’opposizione laica e
di sinistra in esilio.
La intervisto al termine di un’iniziativa intitolata “Diritto alla Resistenza,
Lotte e resistenze dei popoli”, organizzata dalle studentesse e dagli studenti
dell’Università La Sapienza, a cui hanno partecipato anche la partigiana Luciana
Romoli delle Brigate Garibaldi, Maryam Fathi, militante curda
dell’Organizzazione delle donne libere del Rojhelat e Sharif Hamat, militante
palestinese di Gaza.
Cosa ti hanno raccontato i tuoi familiari e amici sui tempi della monarchia e
poi della rivoluzione del 1979? Che idea ti sei fatta della successiva sconfitta
delle forze laiche, democratiche, socialiste e comuniste, che avevano
partecipato alla rivoluzione e che pure avevano un decennale radicamento nella
società iraniana? Come hanno fatto le forze religiose più reazionarie a imporre
il loro potere?
Avevo solo nove anni durante la rivoluzione del 1979, ma ricordo nitidamente
l’epoca dello Shah. In Iran le libertà politiche non esistevano: si poteva
vivere “liberamente” solo a patto di non protestare. La SAVAK (la polizia
segreta) controllava ogni aspetto della vita sociale; la censura colpiva
duramente libri e film e il divario tra ricchi e poveri era abissale.
Verso la fine degli anni Settanta, la corruzione governativa, la crisi economica
e il degrado sociale — con una preoccupante diffusione della droga tra i giovani
— esasperarono gli animi. Lo Shah era percepito come un semplice “servo” degli
americani. Ricordo che nessuno, intorno a me, osava parlare di politica. Tutti
questi fattori alimentarono un dissenso trasversale in ogni classe sociale.
Paradossalmente, fu proprio la modernizzazione a creare una nuova consapevolezza
che rese la realtà del regime ormai insostenibile.
La rivoluzione del ’79 è stata di fatto dirottata dalla controrivoluzione
islamica. Tra tutte le forze d’opposizione, i media e le istituzioni occidentali
scelsero di dare risonanza quasi esclusiva alla fazione islamista, negando
visibilità alle correnti marxiste e socialiste. All’improvviso, Khomeini fu
imposto come una figura centrale.
Oggi la storia sembra ripetersi. Le istituzioni e i media mainstream stanno
“fabbricando” un’opposizione su misura per gli iraniani, offrendo una
piattaforma politica ed europea a Reza Pahlavi, il figlio dello Shah. Stanno
decidendo a tavolino il futuro politico dell’Iran, un’ingerenza che molti di noi
contestano con forza.
Troviamo disgustoso vedere parlamentari e senatori italiani accogliere Reza
Pahlavi, leader di una corrente neofascista della diaspora. Mi riferisco a
figure come Maurizio Gasparri, Riccardo Molinari, Erik Pretto, Simonetta Matone,
Eugenio Zoffili, Stefano Candiani e Alessia Ambrosi, che lo hanno recentemente
incontrato a Montecitorio.
Come possono permettersi di legittimare una figura non eletta, sponsorizzata da
Israele, mentre il popolo in Iran è soffocato dal blackout digitale e non può
esprimersi?
Questa è una pratica coloniale che calpesta il nostro diritto
all’autodeterminazione. Chiediamo aiuto alla società civile italiana: fermate i
vostri rappresentanti! Non permettete che al popolo iraniano venga imposto un
leader dall’alto. Il nostro destino politico appartiene solo a noi.
Come descriveresti e racconteresti questi 47 anni di Repubblica Islamica,
soprattutto dal punto di vista delle donne?
Tralasciando i nostalgici della monarchia, l’opposizione al regime è stata
almeno in passato divisa: alcuni hanno scelto la lotta armata, unendosi alle
forze irakene durante la guerra con l’Iraq, altri hanno tentato di operare nel
Paese in clandestinità, spesso subendo una crudele e spietata repressione, altri
hanno continuato la lotta dall’esilio e altri ancora hanno utilizzato le
elezioni appoggiando i candidati meno reazionari. Infine talvolta l’opposizione
è riuscita a scendere in piazza con manifestazioni di massa.
Questi quarantasette anni sono stati per il popolo iraniano un tempo di
resistenza e maturazione costante. Con ogni ondata di rivolta, la società ha
acquisito una consapevolezza sempre più profonda: per noi, la resistenza
quotidiana è diventata la vita stessa. Comprendiamo bene, dunque, il grido delle
nostre sorelle combattenti curde: “La resistenza è vita”.
In quasi mezzo secolo, la lotta è stata condotta in forme diverse da ogni
settore della società, ma la resistenza delle donne è stata senza dubbio la più
numerosa, costante e incisiva. A questa si affianca la battaglia dei prigionieri
politici, che portano avanti la protesta dalle celle attraverso lettere e
scioperi della fame, insieme a quella di lavoratori, insegnanti e pensionati,
che manifestano contro privatizzazioni e una corruzione sistemica che li ha
ormai emarginati.
Un ruolo cruciale è svolto dalle campagne contro la pena di morte e dagli spazi
di resistenza organizzati dalle madri in lutto — madri di manifestanti uccisi o
fatti sparire dal regime. I loro non sono solo spazi di solidarietà e
guarigione, ma veri atti politici che rivendicano giustizia al grido di: “Non
perdoniamo e non dimentichiamo”.
La resistenza contro il velo obbligatorio è un atto di disobbedienza civile
quotidiano. Donne che rifiutano i codici imposti sui loro corpi, sfidando
arresti violenti e multe ogni volta che escono di casa, sono arrivate a
togliersi il velo del tutto, seguendo l’esempio delle “Ragazze di via della
Rivoluzione”.
Ricordiamo Vida Movahed, che nel bel mezzo delle rivolte radicali del 2017 e
2019 contro il carovita e la discriminazione etnica (che colpisce duramente
Kurdistan, Khuzestan, Lorestan e Baluchistan), salì su una cabina elettrica
sventolando il suo velo bianco. Con quel gesto, Vida ha trasformato la lotta in
un movimento intersezionale, unendo le rivendicazioni di genere, classe ed
etnia. Queste donne sono riuscite a riconquistare la parola “Rivoluzione”, per
lungo tempo monopolizzata dalla controrivoluzione islamica del ’79. La
rivoluzione oggi è nostra: è la rivoluzione delle donne. È Jin, Jiyan, Azadî.
La nostra lotta va ben oltre la falsa scelta tra Repubblica Islamica e
monarchia; da qui nasce il movimento “Donna, Vita, Libertà”.
Il sacrificio di Vida Movahed ha gettato le basi per la rivoluzione scoppiata
dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini. In quel momento, l’intero popolo oppresso
si è immedesimato in Jina: donne discriminate, giovani disoccupati e minoranze
represse sono scesi in piazza uniti sotto lo stesso slogan.
Questa è la vera lotta di liberazione del popolo iraniano, che Israele, gli
Stati Uniti e il regime di Teheran — in una sorta di complicità implicita —
stanno cercando di reprimere. Vogliono costringerci a una falsa scelta tra il
“Re” (Pahlavi) e il “Mullah”, tra i nostri attuali assassini e potenze straniere
che rappresentano in ogni caso il patriarcato.
La sfida che noi donne iraniane abbiamo di fronte è riprendere la nostra lotta,
interrotta dalla guerra e dalle interferenze e riportarla sui binari di Jin,
Jiyan, Azadî per un’emancipazione reale e definitiva.
In alcune manifestazioni oltre alle bandiere cubane, palestinesi, venezuelane e
libanesi, c’è chi porta la bandiera della Repubblica Islamica, per non parlare
di chi l’8 marzo pretendeva di partecipare al corteo con la bandiera della
monarchia.
Per me l’unica bandiera al momento è quella di Jin Jiyan Azadi. Sarebbe
sufficiente uno striscione di JJA alle manifestazioni e cartelloni e slogan per
indicare l’Iran e la geografia di riferimento quando protestiamo per l’Iran. La
lotta comunque è internazionalista e di classe.
Mauro Carlo Zanella