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L’industria della narrazione e le persone invisibili: perché il mondo vede l’Iran, ma non gli iraniani – 2
La prima parte dell’articolo è disponibile qui >>> ATTIVISMO, CAMPISMO E IRAN Gli attivisti politici perseguono un obiettivo diverso. Non cercano semplicemente di spiegare o narrare il mondo; cercano di cambiarlo. Questa differenza fa sì che l’attivismo rimanga in costante tensione con la complessità. Per mobilitare le persone e attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, i messaggi devono essere chiari, diretti e facilmente comprensibili. Nessun movimento sociale può comunicare ogni complessità di un problema. Di conseguenza, deve enfatizzare determinati aspetti della realtà mettendone da parte altri. Nel caso dell’Iran, molti attivisti pacifisti e antimperialisti si concentrano principalmente sui pericoli dell’intervento straniero e delle sanzioni. Questa preoccupazione è sia legittima sia difendibile. Tuttavia, la conseguenza è spesso che la repressione interna, i prigionieri politici e le aspirazioni democratiche del popolo iraniano vengono spinti in secondo piano. Al contrario, parti del movimento per i diritti umani si muovono talvolta verso l’estremo opposto. Un focus esclusivo sulle violazioni dei diritti umani rischia di trascurare il più ampio contesto sociale, materiale ed economico, producendo un’immagine unidimensionale dell’Iran che riduce la società a una terra abitata solo da vittime passive e carnefici spietati. Forse la situazione più complessa si osserva all’interno della diaspora iraniana. Negli ultimi anni, l’opposizione di estrema destra e i gruppi monarchici hanno ottenuto una visibilità mediatica sproporzionata. Per molti osservatori esterni, l’opposizione alla Repubblica Islamica è gradualmente diventata sinonimo di sostegno a queste correnti impopolari ed estremiste. Di conseguenza, molti studiosi, giornalisti e attivisti politici si sono accostati alle narrazioni contrarie alla Repubblica Islamica con crescente cautela, scetticismo e riserva. La situazione diventa ancora più complicata con l’emergere dell’“attivismo basato su progetti” (project-based activism). Questa forma di attivismo, a causa della sua dipendenza dai finanziamenti dei governi occidentali o dall’attività di lobbying all’interno dei centri di potere stranieri, si trova spesso obbligata ad allineare le proprie prospettive con gli interessi delle istituzioni finanziatrici, producendo narrazioni sterilizzate e accettabili per tali istituzioni. Questo meccanismo ha creato una falsa polarizzazione all’interno della diaspora iraniana: da un lato vi sono i lobbisti pacifisti accusati di ripulire l’immagine del regime (whitewashing); dall’altro i sostenitori di sanzioni paralizzanti e dell’intervento militare. Questa polarizzazione mette a tacere le voci di insegnanti, lavoratori, pensionati e forze indipendenti di sinistra all’interno dell’Iran, che costituiscono i motori principali della resistenza. Gran parte del dibattito sull’Iran negli ultimi anni è ruotato anche attorno al “campismo”. Il campismo può essere inteso come una visione politica del mondo che divide il pianeta in campi geopolitici contrapposti e valuta i governi principalmente in base alla loro posizione all’interno dell’ordine globale. In un simile approccio, i paesi in conflitto con gli Stati Uniti o con le potenze occidentali vengono giudicati secondo standard diversi. Ciò diventa particolarmente significativo nel caso della Repubblica Islamica. In gran parte dello spazio antimperialista globale, la preoccupazione principale si concentra sui pericoli della guerra, delle sanzioni e dell’intervento straniero. Tali preoccupazioni sono non solo legittime, ma necessarie. Le esperienze di Iraq, Afghanistan e Libia hanno dimostrato che gli interventi militari possono produrre catastrofi umanitarie disastrose. Il problema sorge, tuttavia, quando questa preoccupazione diventa l’unico criterio di giudizio. In tali condizioni, alla repressione interna, ai prigionieri politici, alle esecuzioni e alla discriminazione strutturale viene attribuita un’importanza secondaria. Di conseguenza, la sofferenza del popolo iraniano diventa una questione subordinata all’interno di rivalità geopolitiche più ampie, mentre gli esseri umani stessi sono ridotti a pedine su una scacchiera geopolitica. Al tempo stesso, criticare questo approccio non deve significare ignorare i pericoli della guerra o delle sanzioni. Uno dei problemi centrali nei dibattiti sull’Iran è il presupposto diffuso che si debba scegliere tra due posizioni mutuamente esclusive: o opporsi all’imperialismo e parlare dei pericoli della guerra, oppure difendere le libertà interne e le aspirazioni democratiche del popolo iraniano. In realtà, queste posizioni non sono intrinsecamente contraddittorie. Si può contemporaneamente opporsi alla guerra, opporsi a sanzioni che danneggiano la gente comune, opporsi alla Repubblica Islamica e difendere la libertà politica. CIÒ CHE TUTTE E TRE LE NARRAZIONI NASCONDONO * Gli accademici hanno bisogno della teoria per spiegare il mondo. * I giornalisti hanno bisogno di storie per narrare il mondo. * Gli attivisti politici hanno bisogno della mobilitazione per cambiare il mondo. Eppure, teoria, storie e mobilitazione si basano tutte sulla selezione. Ogni selezione illumina una parte della realtà nascondendone un’altra. Se riassumiamo questo processo selettivo come una matrice di daltonismo sistematico, il quadro appare come segue: * L’accademia perde di vista la società all’interno di grandi teorie geopolitiche e di un orientalismo al contrario. * I media riducono le persone a immagini simboliche di crisi, a violenza spettacolare e alla logica dell’industria della narrazione istantanea. * L’attivismo riduce le persone a progetti politici o alle false polarizzazioni della diaspora iraniana. Nel caso dell’Iran, il risultato è straordinariamente simile. Lo Stato, la crisi, l’ideologia e la geopolitica diventano più visibili delle persone stesse. La società iraniana viene ripetutamente spinta ai margini, anche quando, apparentemente, tutti ne parlano. Il problema centrale non è necessariamente che gli accademici, i giornalisti o gli attivisti politici siano disonesti o in malafede. Piuttosto, sono i meccanismi stessi attraverso cui vengono prodotte le narrazioni a tendere a rendere lo Stato, le crisi e le rivalità politiche molto più visibili della vita quotidiana delle persone comuni. CONCLUSIONE: RITORNO ALLE VOCI DEGLI IRANIANI Ridurre una società viva, dinamica e plurale a rigidi schemi geopolitici o all’immaginario istantaneo della crisi è più di un errore analitico; è una forma di cancellazione strutturale. L’Iran non è un paese che è stato ignorato. Al contrario, pochi paesi sono stati oggetto di una copertura mediatica, di un’analisi accademica e di un attivismo politico così costanti. Eppure, questa straordinaria visibilità è arrivata al costo di rendere i veri proprietari di quel paese sempre più invisibili. Nessun progetto antimperialista, nessuna analisi strategica, nessuna narrazione mediatica e nessun sforzo di lobbying politico dovrebbe spingere ai margini la sofferenza e l’azione (agency) delle persone stesse che costituiscono il soggetto centrale di tutti questi dibattiti. Il primo passo verso una reale comprensione dell’Iran non si trova né nei corridoi dei parlamenti occidentali né nelle stanze chiuse dei think tank. Comincia dall’ascolto delle voci che emergono dalla povertà, dalle lotte sindacali, dalle campagne civili per la giustizia e dalla vita quotidiana delle persone entro i confini dell’Iran. È giunto il tempo di distinguere tra l’“industria delle narrazioni sull’Iran” e le “voci autentiche degli iraniani”. Perché il più grande paradosso nella rappresentazione dell’Iran è questo: un paese di cui si parla costantemente non è ancora stato sufficientemente ascoltato attraverso le voci del suo stesso popolo. Redazione Torino
July 22, 2026
Pressenza
25 aprile a Milano, emerge il ruolo di gruppi organizzati della estrema destra iraniana
Durante la manifestazione del 25 aprile a Milano, che ha visto la partecipazione di oltre centomila persone, diversi episodi di tensione hanno attirato l’attenzione dei media. In molte ricostruzioni giornalistiche, questi gruppi sono stati identificati principalmente come appartenenti alla cosiddetta “Brigata Ebraica”, ma questa narrazione è incompleta. Una parte rilevante dei gruppi organizzati presenti non era composta esclusivamente da sostenitori di Israele, bensì anche da un nucleo di iraniani di orientamento monarchico, legati alla figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah. Si tratta di ambienti della diaspora iraniana di destra, che negli ultimi anni hanno assunto posizioni apertamente favorevoli a un intervento militare contro l’Iran e vicine a settori politici internazionali interventisti. A Milano questo gruppo si muove anche attraverso realtà come l’“Associazione Italia-Iran”. In alcuni post sui social, successivamente rimossi, la vice presidente invitava esplicitamente gli aderenti a coordinarsi e a non esporre bandiere (israeliane, statunitensi e monarchiche) prima di raggiungere un punto preciso del corteo, in prossimità della Brigata Ebraica. Indicazioni che suggeriscono un’azione organizzata e consapevole del potenziale provocatorio della propria presenza. Va inoltre sottolineato che questi gruppi non hanno storicamente partecipato alle celebrazioni del 25 aprile, né ne condividono i valori fondanti. La loro presenza appare quindi come un intervento mirato, inserito in un contesto già sensibile, con il rischio di alimentare tensioni e polarizzazioni. Come collettivo di iraniani residenti in Italia che si oppongono alla guerra, al fascismo e al regime della Repubblica Islamica, esprimiamo una ferma condanna di queste azioni. Ribadiamo inoltre che la comunità iraniana in Italia è plurale e composta da posizioni diverse. Molti iraniani, in particolare quelli legati al movimento “Donna, Vita, Libertà”, partecipano attivamente a iniziative contro la guerra, contro il fascismo e a sostegno dei diritti umani, inclusa la solidarietà con il popolo palestinese. Collettivo Together for Iran Collettivo Rivoluzionario di Jina Redazione Milano
April 28, 2026
Pressenza
Negin Bank, attivista iraniana in esilio: “Il nostro destino politico appartiene solo a noi”
Negin Bank è un’attivista iraniana del collettivo “Donna Vita Libertà” di Roma. È da anni in Italia e si definisce militante femminista dell’opposizione laica e di sinistra in esilio. La intervisto al termine di un’iniziativa intitolata “Diritto alla Resistenza, Lotte e resistenze dei popoli”, organizzata dalle studentesse e dagli studenti dell’Università La Sapienza, a cui hanno partecipato anche la partigiana Luciana Romoli delle Brigate Garibaldi, Maryam Fathi, militante curda dell’Organizzazione delle donne libere del Rojhelat e Sharif Hamat, militante palestinese di Gaza. Cosa ti hanno raccontato i tuoi familiari e amici sui tempi della monarchia e poi della rivoluzione del 1979? Che idea ti sei fatta della successiva sconfitta delle forze laiche, democratiche, socialiste e comuniste, che  avevano partecipato alla rivoluzione e che pure avevano un decennale radicamento nella società iraniana? Come hanno fatto le forze religiose più reazionarie a imporre il loro potere? Avevo solo nove anni durante la rivoluzione del 1979, ma ricordo nitidamente l’epoca dello Shah. In Iran le libertà politiche non esistevano: si poteva vivere “liberamente” solo a patto di non protestare. La SAVAK (la polizia segreta) controllava ogni aspetto della vita sociale; la censura colpiva duramente libri e film e il divario tra ricchi e poveri era abissale. Verso la fine degli anni Settanta, la corruzione governativa, la crisi economica e il degrado sociale — con una preoccupante diffusione della droga tra i giovani — esasperarono gli animi. Lo Shah era percepito come un semplice “servo” degli americani. Ricordo che nessuno, intorno a me, osava parlare di politica. Tutti questi fattori alimentarono un dissenso trasversale in ogni classe sociale. Paradossalmente, fu proprio la modernizzazione a creare una nuova consapevolezza che rese la realtà del regime ormai insostenibile. La rivoluzione del ’79 è stata di fatto dirottata dalla controrivoluzione islamica. Tra tutte le forze d’opposizione, i media e le istituzioni occidentali scelsero di dare risonanza quasi esclusiva alla fazione islamista, negando visibilità alle correnti marxiste e socialiste. All’improvviso, Khomeini fu imposto come una figura centrale. Oggi la storia sembra ripetersi. Le istituzioni e i media mainstream stanno “fabbricando” un’opposizione su misura per gli iraniani, offrendo una piattaforma politica ed europea a Reza Pahlavi, il figlio dello Shah. Stanno decidendo a tavolino il futuro politico dell’Iran, un’ingerenza che molti di noi contestano con forza. Troviamo disgustoso vedere parlamentari e senatori italiani accogliere Reza Pahlavi, leader di una corrente neofascista della diaspora. Mi riferisco a figure come Maurizio Gasparri, Riccardo Molinari, Erik Pretto, Simonetta Matone, Eugenio Zoffili, Stefano Candiani e Alessia Ambrosi, che lo hanno recentemente incontrato a Montecitorio. Come possono permettersi di legittimare una figura non eletta, sponsorizzata da Israele, mentre il popolo in Iran è soffocato dal blackout digitale e non può esprimersi? Questa è una pratica coloniale che calpesta il nostro diritto all’autodeterminazione. Chiediamo aiuto alla società civile italiana: fermate i vostri rappresentanti! Non permettete che al popolo iraniano venga imposto un leader dall’alto. Il nostro destino politico appartiene solo a noi. Come descriveresti e racconteresti questi 47 anni di Repubblica Islamica, soprattutto dal punto di vista delle donne? Tralasciando i nostalgici della monarchia, l’opposizione al regime è stata almeno in passato divisa: alcuni hanno scelto la lotta armata, unendosi alle forze irakene durante la guerra con l’Iraq, altri hanno tentato di operare nel Paese in clandestinità, spesso subendo una crudele e spietata repressione, altri hanno continuato la lotta dall’esilio e altri ancora hanno utilizzato le elezioni appoggiando i candidati meno reazionari. Infine talvolta l’opposizione è riuscita a scendere in piazza con manifestazioni di massa. Questi quarantasette anni sono stati per il popolo iraniano un tempo di resistenza e maturazione costante. Con ogni ondata di rivolta, la società ha acquisito una consapevolezza sempre più profonda: per noi, la resistenza quotidiana è diventata la vita stessa. Comprendiamo bene, dunque, il grido delle nostre sorelle combattenti curde: “La resistenza è vita”. In quasi mezzo secolo, la lotta è stata condotta in forme diverse da ogni settore della società, ma la resistenza delle donne è stata senza dubbio la più numerosa, costante e incisiva. A questa si affianca la battaglia dei prigionieri politici, che portano avanti la protesta dalle celle attraverso lettere e scioperi della fame, insieme a quella di lavoratori, insegnanti e pensionati, che manifestano contro privatizzazioni e una corruzione sistemica che li ha ormai emarginati. Un ruolo cruciale è svolto dalle campagne contro la pena di morte e dagli spazi di resistenza organizzati dalle madri in lutto — madri di manifestanti uccisi o fatti sparire dal regime. I loro non sono solo spazi di solidarietà e guarigione, ma veri atti politici che rivendicano giustizia al grido di: “Non perdoniamo e non dimentichiamo”. La resistenza contro il velo obbligatorio è un atto di disobbedienza civile quotidiano. Donne che rifiutano i codici imposti sui loro corpi, sfidando arresti violenti e multe ogni volta che escono di casa, sono arrivate a togliersi il velo del tutto, seguendo l’esempio delle “Ragazze di via della Rivoluzione”. Ricordiamo Vida Movahed, che nel bel mezzo delle rivolte radicali del 2017 e 2019 contro il carovita e la discriminazione etnica (che colpisce duramente Kurdistan, Khuzestan, Lorestan e Baluchistan), salì su una cabina elettrica sventolando il suo velo bianco. Con quel gesto, Vida ha trasformato la lotta in un movimento intersezionale, unendo le rivendicazioni di genere, classe ed etnia. Queste donne sono riuscite a riconquistare la parola “Rivoluzione”, per lungo tempo monopolizzata dalla controrivoluzione islamica del ’79. La rivoluzione oggi è nostra: è la rivoluzione delle donne. È Jin, Jiyan, Azadî. La nostra lotta va ben oltre la falsa scelta tra Repubblica Islamica e monarchia; da qui nasce il movimento “Donna, Vita, Libertà”. Il sacrificio di Vida Movahed ha gettato le basi per la rivoluzione scoppiata dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini. In quel momento, l’intero popolo oppresso si è immedesimato in Jina: donne discriminate, giovani disoccupati e minoranze represse sono scesi in piazza uniti sotto lo stesso slogan. Questa è la vera lotta di liberazione del popolo iraniano, che Israele, gli Stati Uniti e il regime di Teheran — in una sorta di complicità implicita — stanno cercando di reprimere. Vogliono costringerci a una falsa scelta tra il “Re” (Pahlavi) e il “Mullah”, tra i nostri attuali assassini e potenze straniere che rappresentano in ogni caso il patriarcato. La sfida che noi donne iraniane abbiamo di fronte è riprendere la nostra lotta, interrotta dalla guerra e dalle interferenze e riportarla sui binari di Jin, Jiyan, Azadî per un’emancipazione reale e definitiva. In alcune manifestazioni oltre alle bandiere cubane, palestinesi, venezuelane e libanesi, c’è chi porta la bandiera della Repubblica Islamica, per non parlare di chi l’8  marzo pretendeva di partecipare al corteo con la bandiera della monarchia. Per me l’unica bandiera al momento è quella di Jin Jiyan Azadi. Sarebbe sufficiente uno striscione di JJA alle manifestazioni e cartelloni e slogan per indicare l’Iran e la geografia di riferimento quando protestiamo per l’Iran. La lotta comunque è internazionalista e di classe.   Mauro Carlo Zanella
April 23, 2026
Pressenza