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UDI: “scongiurare l’esecuzione di Najmeh Amini”
Rivolgendosi al Governo italiano e alle competenti autorità europee e internazionali affinché intervengano con urgenza per salvare la giovane iraniana condannata a morte per blasfemia in relazione a presunti contenuti ‘blasfemi’ pubblicati sui social media, l’Unione Donne in Italia dichiara: > Il rapporto Human Rights in Iran – Review of 2025/26, pubblicato da Amnesty > International il 21 aprile 2026 – documenta un quadro gravissimo: in Iran è > stato registrato il più alto numero di esecuzioni dal 1989, mentre la pena di > morte continua a essere utilizzata come strumento di repressione politica e > colpisce in modo sproporzionato le minoranze. I processi sono sistematicamente > iniqui, con frequente negazione dell’accesso agli avvocati e confessioni > ottenute sotto tortura. > Il rapporto denuncia, inoltre, la discriminazione sistemica contro donne e > ragazze, l’imposizione del velo obbligatorio e la persecuzione di chi rifiuta > di sottostare a queste imposizioni. Nonostante la resistenza diffusa delle > donne, le autorità continuano a ricorrere a sorveglianza, intimidazioni, > arresti arbitrari e sanzioni per controllarne i corpi e le scelte. > È contro questo sistema di oppressione che si è levato il movimento Donna, > Vita, Libertà, nato dopo la morte di Mahsa Jina Amini durante la detenzione da > parte della polizia morale nel 2022. Come ricorda Amnesty International, la > repressione di quel movimento è proseguita anche attraverso esecuzioni > arbitrarie e processi gravemente iniqui. Le donne iraniane continuano a > lottare per la libertà, l’uguaglianza e l’autodeterminazione, pagando un > prezzo altissimo. > > L’UDI, coerentemente con la propria storia e il proprio impegno per la libertà > delle donne, chiede pertanto alle istituzioni italiane ed europee: > > * di intervenire diplomaticamente per impedire l’esecuzione di Najmeh Amini e > garantire la sua incolumità e il rispetto dei suoi diritti; > * di intensificare l’azione contro la pena di morte in Iran, chiedendo una > moratoria immediata delle > esecuzioni; > * di promuovere la liberazione delle persone detenute arbitrariamente per le > proprie opinioni e per > aver esercitato pacificamente la libertà di espressione; > * di sostenere concretamente le donne iraniane che continuano a lottare > contro la discriminazione e > per i propri diritti fondamentali. > > Chiediamo alle istituzioni di agire con tempestività: salvare una vita e > contrastare la repressione significa > difendere l’universalità dei diritti umani. > > In attesa di un riscontro sulle iniziative che vorrete assumere, porgiamo > distinti saluti. > > UDI – Unione Donne in Italia APS e 46 UDI territoriali Aderiscono: AGESCI Ferrara / AIUTO DONNA – Uscire dalla violenza odv / AVS – Alleanza Verdi e Sinistra Ferrara ANPI Ferrara / ANPI – Coordinamento donne / ARCHIVIA, archivi, biblioteche, centri di documentazione / ARCI Bologna / Associazione Culturale e Musicale Sette Note Romane Aps / Associazione culturale Leggere Donna / Associazione culturale Youkali APS Bologna / Associazione di solidarietà con Cuba La Villetta Ferrara / Associazione Mondo Donna Bologna / Associazione ORLANDO / Associazione PERIOD Think Tank / Associazione SOS Donna Bologna / Associazione Trame di Terra / AUSER Brindisi / Biblioteca Navarria-Crifò Catania / Casa delle Donne di Milano / Casa delle donne di Modena / Casa delle donne di Treviglio / Casa Donne di Bologna / CDQ Monteverde Quattroventi / CDQ Stazione Aurelia / CDS Cultura OdV / Centro Documentazione Donna di Ferrara / Centro Donna Giustizia Ferrara / Centro Galatea Catania / CGIL Bologna con Camera Confederale del Lavoro / CIES – Centro Informazione Ed Educazione Allo Sviluppo – Ferrara / CNDI – Consiglio Nazionale Donne Italiane / Comitato Alba Nuova ODV / Comitato CreAzione / Coop Sociale Lai-momo / Coop.Sociale ABANTU / Coordinamento Donne CGIL Catania / Coordinamento donne CGIL SPI COL Roma e Lazio / CORO SCATENATO HELIN BÖLEK Catania / Democratiche di Bologna / D.I.Re – Donne in Rete contro la violenza / Donna e Diritti Aps / Donna e politiche familiari Aps / Donne Democratiche Ferrara / DonneperBergamo / DWF / EDT – Equipaggio Di Terra di Mediterranea Saving Humans – Ferrara / Fare Diritti Ferrara / Fare Stormo – Il Cerchio delle Donne Misterbianco / FNISM Catania / Gruppo Marja Gimbutas / Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli ISREC BG / La Biblioteca Popolare Giardino – odv / La Dea Lattea Aps / La Sinistra per Ferrara / LOCAL MARCH FOR GAZA / Memoria e Futuro Catania / MoVI Lazio / Movimento Nonviolento di Ferrara / Muovi le Idee associazione culturale / NUDM Brindisi / ORM-NE Coro delle mondine di Porporana / Pax Christi Ferrara / Possibile Ferrara / Rete per la Parità APS / Rete Restiamoumani Incontriamoci Catania / Rete Roma 12 in movimento / SPI CGIL Brindisi / TELEFONO ROSA / Tutori nel tempo di Ferrara / Tuttexuna Aps / WikiDonne APS   Redazione Italia
October 23, 2026
Pressenza
Nel 4° anniversario della rivolta ‘Donna Vita Libertà’, presentata l’inchiesta “Architettura delle atrocità”
Amnesty International oggi ha pubblicato il rapporto in cui riferisce che durante la sanguinosa repressione delle proteste le autorità iraniane hanno commesso crimini contro l’umanità e un documento che descrive le uccisioni di 377 manifestanti e passanti, di cui 56 minorenni. L’approfondita indagine ha ricostruito la catena di comando responsabile dell’attuazione della politica statale di ricorso alla forza letale per stroncare le proteste e ha individuato 87 funzionari che dovrebbero essere indagati per crimini contro l’umanità. Il rapporto documenta che le autorità iraniane hanno colpito in modo sproporzionato i curdi e i beluci, con una repressione letale che va considerata crimine contro l’umanità di persecuzione. Intitolato Architettura delle atrocità: l’apparato statale che ha orchestrato i crimini contro l’umanità durante la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022 in Iran, il nuovo rapporto di oltre 1000 pagine descrive nel dettaglio come le autorità iraniane abbiano commesso i crimini contro l’umanità di omicidio, tortura, sparizione forzata, detenzione, stupro nonché quello di persecuzione per motivi politici, di genere, etnici e religiosi allo scopo di reprimere la rivolta. Documenta inoltre le operazioni letali di repressione delle proteste e le relative strutture di comando, individuando 87 funzionari che dovrebbero essere sottoposti a indagini per crimini contro l’umanità. Amnesty International ha chiesto che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituisca con urgenza un meccanismo internazionale di giustizia penale, per garantire che le autorità iraniane responsabili di crimini contro l’umanità siano chiamate a risponderne e per impedire il ripetersi di atrocità come i massacri su vasta scala delle persone manifestanti compiuti l’8 e il 9 gennaio 2026. Alla luce delle ostilità in corso dopo gli attacchi illegali condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a ulteriore conferma della necessità di un cessate il fuoco duraturo e dell’accertamento delle responsabilità, compresi eventuali crimini di guerra, Amnesty International ha ribadito la richiesta di indagini indipendenti sugli attacchi compiuti durante il conflitto e sollecitato le Nazioni Unite a intervenire per garantire l’accertamento delle responsabilità per le violazioni della propria Carta e del diritto internazionale umanitario. Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha dichiarato: > Le numerose prove raccolte e analizzate nel nostro rapporto non lasciano alcun > dubbio: le autorità iraniane hanno commesso crimini contro l’umanità per > reprimere la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022. Hanno condotto un attacco > esteso e sistematico contro una popolazione civile che chiedeva dignità, > diritti umani e un cambiamento politico fondamentale, in attuazione di una > politica statale basata sull’uso della forza letale per annientare il > dissenso. > Il nostro rapporto mostra inoltre come i crimini contro l’umanità in Iran > siano alimentati da un sistema di impunità incorporato negli assetti > costituzionali, legislativi, politici e giudiziari del paese. > Il terribile risultato è stato un susseguirsi sempre più grave di uccisioni di > massa di manifestanti, culminato nel massacro di migliaia di persone nell’arco > di appena 48 ore, l’8 e il 9 gennaio 2026. L’Assemblea generale delle Nazioni > Unite deve porre fine all’inaccettabile normalizzazione delle uccisioni di > massa di manifestanti in Iran e istituire un meccanismo internazionale di > giustizia penale finalizzato a perseguire le persone maggiormente coinvolte > nei crimini contro l’umanità. > Questo rapporto viene pubblicato mentre la popolazione iraniana subisce anche > le devastanti conseguenze degli attacchi illegali di Stati Uniti e Israele. > Amnesty International si oppone fermamente alle violazioni del diritto > internazionale commesse da tutte le parti e respinge qualsiasi tentativo di > strumentalizzare le sofferenze di chi ha subito violazioni dei diritti umani > in Iran per giustificare attacchi illegali che causano ulteriori danni alla > popolazione civile. > Da anni, le persone in Iran vanno incontro a repressione brutale e > persecuzione per mano delle medesime autorità. Oggi parte della popolazione > sta pagando anche il costo umano delle azioni militari illegali condotte da > Stati Uniti e Israele. Una risposta fondata sui principi richiede di > respingere sia l’impunità per i crimini contro l’umanità sia l’uso illegale > della forza. > La comunità internazionale deve perseguire strategie diplomatiche incentrate > sulle persone, che pongano al centro la protezione della popolazione civile, > la prevenzione delle atrocità, la giustizia e l’accertamento delle > responsabilità. Dopo oltre sei mesi di attacchi aerei che hanno ucciso e > ferito persone civili, danneggiato l’ambiente e provocato ingenti distruzioni > delle infrastrutture civili, è urgentemente necessario un cessate il fuoco > duraturo, accompagnato da indagini indipendenti e da un intervento > dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite volto ad accertare le > responsabilità per le violazioni della Carta delle Nazioni Unite e del diritto > internazionale umanitario e per eventuali crimini di guerra commessi da tutte > le parti del conflitto”. Il rapporto di Amnesty International, pubblicato quattro anni dopo che la morte in custodia di Zhina Mahsa Amini per mano della cosiddetta polizia “morale” innescò proteste in tutto l’Iran, documenta come le autorità iraniane abbiano mobilitato forze di sicurezza munite di armi da fuoco di tipo militare e fucili caricati con pallini metallici, impartendo ordini che hanno agevolato l’uccisione illegale di centinaia di manifestanti e passanti, tra cui decine di minorenni. Tra i crimini contro l’umanità figurano anche l’arresto arbitrario, la sparizione forzata, i maltrattamenti e le torture ai danni di migliaia di uomini, donne e minorenni, nonché la persecuzione dei familiari delle persone uccise. Insieme al rapporto, Amnesty International ha pubblicato anche un documento, intitolato Vite spezzate brutalmente: persone uccise nei crimini contro l’umanità durante la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022 in Iran, che ricostruisce la morte di 377 persone, di cui 56 minorenni. Elaborato raccogliendo informazioni e prove nell’ambito dell’indagine dell’organizzazione sui modelli ricorrenti di uccisioni compiute dalle forze di sicurezza in tutto il paese, contiene anche i ritratti delle persone uccise e, ove disponibili, le fotografie dei luoghi della loro sepoltura. Oltre a chiedere all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di istituire un meccanismo internazionale di giustizia, alla luce dello stallo politico al Consiglio di sicurezza, della gravità e dell’entità dei crimini commessi e dell’elevato rischio che possano ripetersi, Amnesty International ha esortato gli stati a chiedere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di deferire la situazione in Iran all’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale. L’organizzazione ha sollecitato inoltre le autorità giudiziarie di tutto il mondo ad avviare indagini, sulla base del principio della giurisdizione universale o di altre forme di giurisdizione extraterritoriale, nei confronti dei funzionari iraniani sospettati di essere responsabili di crimini contro l’umanità compresi quelli descritti nel rapporto, e, laddove vi siano prove sufficienti, a emettere mandati d’arresto. La ricerca condotta da Amnesty International nell’arco di diversi anni per la realizzazione del rapporto ha incluso interviste a 270 persone, tra cui manifestanti, ex detenuti, familiari di persone uccise o detenute, testimoni oculari, avvocati, difensori dei diritti umani, giornalisti e personale sanitario. L’organizzazione ha inoltre analizzato oltre 2000 video e un’ampia documentazione, tra cui dichiarazioni ufficiali, documenti ufficiali trapelati, provvedimenti delle procure, decisioni giudiziarie e documentazione forense. Amnesty International ha scritto alla Guida suprema dell’Iran e ad alti funzionari delle forze di sicurezza per condividere i risultati dell’indagine e informare gli 87 funzionari individuati nel rapporto. Al momento della pubblicazione non ha ricevuto alcuna risposta. Un attacco su scala nazionale attuato sulla base di una politica statale Le indagini di Amnesty International sui crimini contro l’umanità commessi per reprimere la rivolta “Donna Vita Libertà” del 2022 hanno rivelato che due delle principali forze di polizia, il Corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica (Cgri) e il Comando di polizia della Repubblica islamica dell’Iran, noto con l’acronimo persiano Faraja, hanno guidato la soppressione violenta e letale delle proteste, attuando una politica statale elaborata attraverso il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il Consiglio per la sicurezza dello stato e i consigli di sicurezza provinciali e locali. Agenti del Faraja e del Cgri hanno ripetutamente sparato contro la folla utilizzando fucili d’assalto di tipo militare, pistole e fucili caricati con pallini metallici. Oltre a ciò, hanno inseguito manifestanti e passanti in fuga, raggiungendo persone disarmate che non costituivano alcuna minaccia per le forze di sicurezza o per altre persone e uccidendole con colpi d’arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata. Tra le unità del Faraja coinvolte figuravano la Polizia di prevenzione, comprese le sue Unità di assistenza, e le Unità speciali. Tra le unità del Cgri coinvolte figuravano le divisioni operative, le Unità provinciali di sicurezza e diversi battaglioni basij, tra cui i Battaglioni Imam Ali e i Battaglioni Beit Al-Moghaddas. Queste unità del Cgri operavano sotto il comando dei rispettivi corpi provinciali, a loro volta sottoposti alla supervisione di sedi regionali. Le dichiarazioni ufficiali e i documenti trapelati analizzati nel rapporto mostrano come la politica statale abbia trovato attuazione attraverso riunioni strategiche, ordini vincolanti, piani di dispiegamento, stanziamenti di fondi e armi e istruzioni affinché la risposta fosse “ferma e severa”. In un ordine trapelato è stata impartita l’istruzione di “rispondere senza pietà, fino a provocare la morte”. Numerosi testimoni hanno descritto strade simili a campi di battaglia a causa degli incessanti colpi d’arma da fuoco esplosi dalle forze di sicurezza. Mahshid, che aveva partecipato alle proteste a Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale, ha raccontato ad Amnesty International: “Non avevo mai visto scene del genere… La situazione era terrificante, sembrava una zona di guerra. Le forze di sicurezza continuavano semplicemente a sparare”. La maggior parte delle 377 persone manifestanti e passanti la cui morte è stata documentata da Amnesty International è stata uccisa dalle forze di sicurezza durante la dispersione delle proteste tra settembre e dicembre 2022. Altre persone sono morte mentre si trovavano in custodia, dopo la scarcerazione o in circostanze sospette che fanno ritenere possibile una responsabilità dello stato. In linea con una prassi consolidata di negazione e insabbiamento dei fatti, le autorità hanno riconosciuto soltanto 202 morti e hanno falsamente attribuito la maggior parte di esse ad attori non statali, “rivoltosi” o “terroristi armati”, nonostante le schiaccianti prove del contrario. Anziché intervenire per fermare i crimini man mano che le prove si accumulavano, alti funzionari hanno ripetutamente elogiato le forze di sicurezza e ordinato la prosecuzione delle operazioni. Individuati 87 funzionari nei cui confronti dovrebbero essere avviate indagini penali Sulla base di una dettagliata documentazione relativa alle forze di sicurezza coinvolte e di un’analisi approfondita delle loro strutture di comando, Amnesty International ha individuato 87 funzionari iraniani nei cui confronti dovrebbero essere avviate indagini penali per crimini contro l’umanità. L’elenco, che non è esaustivo, comprende persone ai più alti livelli dell’apparato di sicurezza iraniano fino a funzionari operanti a livello provinciale e locale. Le 87 persone individuate comprendono 62 comandanti delle forze di sicurezza – tra cui 33 comandanti del Cgri e 27 del Faraja – e 25 funzionari del ministero dell’Interno, tra cui governatori provinciali e locali. Tra loro figurano dieci funzionari di livello nazionale e 77 funzionari di livello regionale, provinciale e locale, con responsabilità relative alle 17 municipalità delle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale sulle quali Amnesty International ha condotto indagini approfondite. Tra le persone individuate figurano il defunto Ali Khamenei, Guida suprema e comandante in capo di tutte le forze armate, e il defunto Mohammad Bagheri, capo di stato maggiore delle Forze armate, entrambi uccisi nel febbraio 2026 in attacchi aerei condotti durante l’offensiva militare statunitense-israeliana contro la Repubblica islamica dell’Iran. Amnesty International indica inoltre Ahmad Vahidi, all’epoca ministro dell’Interno e successivamente divenuto comandante generale del Cgri, e Majid Mir Ahmadi, all’epoca viceministro dell’Interno per la polizia e la sicurezza. “Questa indagine mette in luce i diversi livelli di comando e coordinamento alla base della repressione letale delle proteste da parte delle autorità iraniane. Gli agenti presenti nelle strade operavano all’interno di una catena di comando gerarchica e coordinata che li collegava ai funzionari che hanno diretto, reso possibili, agevolato e sostenuto crimini commessi su vasta scala”, ha dichiarato Agnès Callamard. “I funzionari indicati nel rapporto continuano a sottrarsi alla giustizia in Iran. La maggior parte ricopre tuttora incarichi dai quali può scatenare nuove repressioni letali, mentre alcuni, dopo i crimini contro l’umanità del 2022, hanno persino ottenuto promozioni all’interno della catena di comando. Le conseguenze del perdurare dell’impunità sono state devastanti. È più che mai necessario istituire un meccanismo internazionale di giustizia penale per l’Iran prima che si verifichi un altro massacro di manifestanti”, ha aggiunto Callamard. Le devastanti conseguenze per i curdi e i beluci Le persone appartenenti alle perseguitate comunità beluci e curde dell’Iran che hanno partecipato alle proteste hanno subito in misura devastante la repressione letale: rappresentano il 62 per cento del totale delle persone la cui morte è stata documentata, pur costituendo rispettivamente il cinque per cento e tra il dieci e il 15 per cento della popolazione del paese. Amnesty International ha documentato l’uccisione illegale da parte delle forze di sicurezza di 106 persone manifestanti e passanti beluci, tra cui 20 minorenni, nella provincia del Sistan e Belucistan, pari al 33 per cento delle persone uccise documentate. Soltanto il 30 settembre 2022, 87 persone sono state uccise illegalmente quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco dopo la preghiera del venerdì a Zahedan, in quello che da allora è chiamato il “Venerdì di sangue”. L’organizzazione ha inoltre documentato le circostanze dell’uccisione illegale di 95 persone manifestanti e passanti curde, tra cui 13 minorenni, durante la dispersione delle proteste o in aree militarizzate in prossimità di proteste ancora in corso o concluse da poco, in 17 municipalità delle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale, pari al 29 per cento delle persone uccise documentate. La maggior parte è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco; altre persone sono morte dopo essere state picchiate, colpite da candelotti lacrimogeni o deliberatamente investite da veicoli delle forze di sicurezza. Iman, testimone oculare a Sanandaj, nella provincia del Kurdistan, ha dichiarato: “Gli agenti sparavano a chiunque capitasse nel loro campo visivo, senza preoccuparsi che si trattasse di donne, minori, passanti o manifestanti”. Amnesty International ha accertato che nelle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale le forze di sicurezza hanno utilizzato sistematicamente fucili da tiratore scelto, fucili d’assalto, mitra e mitragliatrici pesanti montate su pick-up. Amnesty International ha concluso che gli atti di omicidio e tortura ai danni di manifestanti curdi e beluci sono stati commessi con intento discriminatorio per motivi politici ed etnici e che, per questi gruppi specificamente presi di mira, ricorrono gli elementi costitutivi del crimine contro l’umanità di persecuzione. Un sistema disegnato sull’impunità In Iran, l’impunità per i crimini di diritto internazionale e per altre gravi violazioni dei diritti umani è sistemica e intenzionale. La costituzione iraniana pone il sistema giudiziario sotto il controllo diretto della Guida suprema, che, oltre a essere comandante in capo delle forze di sicurezza, nomina il capo del potere giudiziario, il quale a sua volta nomina giudici di alto grado e procuratori. I casi riguardanti gravi violazioni dei diritti umani commesse da membri delle forze di sicurezza sono trattati dalle procure e dai tribunali militari, nei quali giudici e procuratori possono provenire essi stessi dalle forze di sicurezza e fanno abitualmente affidamento sulle ricostruzioni fornite dagli stessi organismi di sicurezza implicati nei crimini. La Legge iraniana sull’uso delle armi da fuoco da parte delle forze armate in situazioni di necessità consente di utilizzare armi da fuoco per disperdere le proteste, in palese violazione del diritto internazionale, che ne permette l’uso soltanto come ultima possibilità di fronte a una minaccia imminente di morte o di lesioni gravi. La legge esenta inoltre, in linea generale, gli agenti statali dalla responsabilità civile e penale. “Le persone sopravvissute e le famiglie delle persone uccise in Iran sono intrappolate in un sistema nel quale le stesse istituzioni che dovrebbero garantire giustizia sono controllate da autorità che hanno le mani sporche di sangue. Le famiglie che chiedono verità e giustizia vengono perseguitate – ha dichiarato Agnès Callamard – Rivolgere richieste di accertamento delle responsabilità alle autorità giudiziarie iraniane complici di crimini contro l’umanità significa ignorare la realtà. La comunità internazionale deve promuovere subito percorsi internazionali di giustizia. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite deve occuparsi di questa crisi dell’impunità, che espone le persone in Iran a uccisioni di massa di manifestanti sempre più frequenti e gravi”. Amnesty International ha pubblicato questo rapporto in un momento in cui le persone in Iran sono a rischio di subire crimini di diritto internazionale su due fronti. Da un lato, sono esposte a violazioni del diritto internazionale umanitario da quando, il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno attaccato illegalmente l’Iran in violazione della Carta delle Nazioni Unite. Dall’altro, rischiano di essere vittime di ulteriori crimini contro l’umanità nel contesto della repressione delle proteste. Le autorità iraniane hanno sfruttato la copertura offerta dalle “condizioni di guerra” per intensificare la repressione interna, militarizzare ulteriormente gli spazi pubblici, minacciare apertamente di compiere uccisioni di massa di manifestanti e dissidenti e aumentare il ricorso a esecuzioni arbitrarie motivate politicamente. Dal dicembre 2017 l’Iran è attraversato da successive ondate di proteste contro il sistema politico, durante le quali le persone sono scese ripetutamente in strada per chiedere diritti umani, dignità, libertà, la fine del sistema della Repubblica islamica e la transizione verso un nuovo sistema di governo rispettoso dei diritti umani. Le approfondite ricerche condotte da Amnesty International sulla risposta delle autorità alle successive ondate di protesta del dicembre 2017-gennaio 2018, novembre 2019, settembre-dicembre 2022 e gennaio 2026 mostrano un modello ricorrente di uccisioni illegali di massa, tortura, sparizioni forzate e altri crimini di diritto internazionale.   Amnesty International
September 16, 2026
Pressenza
L’industria della narrazione e le persone invisibili: perché il mondo vede l’Iran, ma non gli iraniani – 2
La prima parte dell’articolo è disponibile qui >>> ATTIVISMO, CAMPISMO E IRAN Gli attivisti politici perseguono un obiettivo diverso. Non cercano semplicemente di spiegare o narrare il mondo; cercano di cambiarlo. Questa differenza fa sì che l’attivismo rimanga in costante tensione con la complessità. Per mobilitare le persone e attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, i messaggi devono essere chiari, diretti e facilmente comprensibili. Nessun movimento sociale può comunicare ogni complessità di un problema. Di conseguenza, deve enfatizzare determinati aspetti della realtà mettendone da parte altri. Nel caso dell’Iran, molti attivisti pacifisti e antimperialisti si concentrano principalmente sui pericoli dell’intervento straniero e delle sanzioni. Questa preoccupazione è sia legittima sia difendibile. Tuttavia, la conseguenza è spesso che la repressione interna, i prigionieri politici e le aspirazioni democratiche del popolo iraniano vengono spinti in secondo piano. Al contrario, parti del movimento per i diritti umani si muovono talvolta verso l’estremo opposto. Un focus esclusivo sulle violazioni dei diritti umani rischia di trascurare il più ampio contesto sociale, materiale ed economico, producendo un’immagine unidimensionale dell’Iran che riduce la società a una terra abitata solo da vittime passive e carnefici spietati. Forse la situazione più complessa si osserva all’interno della diaspora iraniana. Negli ultimi anni, l’opposizione di estrema destra e i gruppi monarchici hanno ottenuto una visibilità mediatica sproporzionata. Per molti osservatori esterni, l’opposizione alla Repubblica Islamica è gradualmente diventata sinonimo di sostegno a queste correnti impopolari ed estremiste. Di conseguenza, molti studiosi, giornalisti e attivisti politici si sono accostati alle narrazioni contrarie alla Repubblica Islamica con crescente cautela, scetticismo e riserva. La situazione diventa ancora più complicata con l’emergere dell’“attivismo basato su progetti” (project-based activism). Questa forma di attivismo, a causa della sua dipendenza dai finanziamenti dei governi occidentali o dall’attività di lobbying all’interno dei centri di potere stranieri, si trova spesso obbligata ad allineare le proprie prospettive con gli interessi delle istituzioni finanziatrici, producendo narrazioni sterilizzate e accettabili per tali istituzioni. Questo meccanismo ha creato una falsa polarizzazione all’interno della diaspora iraniana: da un lato vi sono i lobbisti pacifisti accusati di ripulire l’immagine del regime (whitewashing); dall’altro i sostenitori di sanzioni paralizzanti e dell’intervento militare. Questa polarizzazione mette a tacere le voci di insegnanti, lavoratori, pensionati e forze indipendenti di sinistra all’interno dell’Iran, che costituiscono i motori principali della resistenza. Gran parte del dibattito sull’Iran negli ultimi anni è ruotato anche attorno al “campismo”. Il campismo può essere inteso come una visione politica del mondo che divide il pianeta in campi geopolitici contrapposti e valuta i governi principalmente in base alla loro posizione all’interno dell’ordine globale. In un simile approccio, i paesi in conflitto con gli Stati Uniti o con le potenze occidentali vengono giudicati secondo standard diversi. Ciò diventa particolarmente significativo nel caso della Repubblica Islamica. In gran parte dello spazio antimperialista globale, la preoccupazione principale si concentra sui pericoli della guerra, delle sanzioni e dell’intervento straniero. Tali preoccupazioni sono non solo legittime, ma necessarie. Le esperienze di Iraq, Afghanistan e Libia hanno dimostrato che gli interventi militari possono produrre catastrofi umanitarie disastrose. Il problema sorge, tuttavia, quando questa preoccupazione diventa l’unico criterio di giudizio. In tali condizioni, alla repressione interna, ai prigionieri politici, alle esecuzioni e alla discriminazione strutturale viene attribuita un’importanza secondaria. Di conseguenza, la sofferenza del popolo iraniano diventa una questione subordinata all’interno di rivalità geopolitiche più ampie, mentre gli esseri umani stessi sono ridotti a pedine su una scacchiera geopolitica. Al tempo stesso, criticare questo approccio non deve significare ignorare i pericoli della guerra o delle sanzioni. Uno dei problemi centrali nei dibattiti sull’Iran è il presupposto diffuso che si debba scegliere tra due posizioni mutuamente esclusive: o opporsi all’imperialismo e parlare dei pericoli della guerra, oppure difendere le libertà interne e le aspirazioni democratiche del popolo iraniano. In realtà, queste posizioni non sono intrinsecamente contraddittorie. Si può contemporaneamente opporsi alla guerra, opporsi a sanzioni che danneggiano la gente comune, opporsi alla Repubblica Islamica e difendere la libertà politica. CIÒ CHE TUTTE E TRE LE NARRAZIONI NASCONDONO * Gli accademici hanno bisogno della teoria per spiegare il mondo. * I giornalisti hanno bisogno di storie per narrare il mondo. * Gli attivisti politici hanno bisogno della mobilitazione per cambiare il mondo. Eppure, teoria, storie e mobilitazione si basano tutte sulla selezione. Ogni selezione illumina una parte della realtà nascondendone un’altra. Se riassumiamo questo processo selettivo come una matrice di daltonismo sistematico, il quadro appare come segue: * L’accademia perde di vista la società all’interno di grandi teorie geopolitiche e di un orientalismo al contrario. * I media riducono le persone a immagini simboliche di crisi, a violenza spettacolare e alla logica dell’industria della narrazione istantanea. * L’attivismo riduce le persone a progetti politici o alle false polarizzazioni della diaspora iraniana. Nel caso dell’Iran, il risultato è straordinariamente simile. Lo Stato, la crisi, l’ideologia e la geopolitica diventano più visibili delle persone stesse. La società iraniana viene ripetutamente spinta ai margini, anche quando, apparentemente, tutti ne parlano. Il problema centrale non è necessariamente che gli accademici, i giornalisti o gli attivisti politici siano disonesti o in malafede. Piuttosto, sono i meccanismi stessi attraverso cui vengono prodotte le narrazioni a tendere a rendere lo Stato, le crisi e le rivalità politiche molto più visibili della vita quotidiana delle persone comuni. CONCLUSIONE: RITORNO ALLE VOCI DEGLI IRANIANI Ridurre una società viva, dinamica e plurale a rigidi schemi geopolitici o all’immaginario istantaneo della crisi è più di un errore analitico; è una forma di cancellazione strutturale. L’Iran non è un paese che è stato ignorato. Al contrario, pochi paesi sono stati oggetto di una copertura mediatica, di un’analisi accademica e di un attivismo politico così costanti. Eppure, questa straordinaria visibilità è arrivata al costo di rendere i veri proprietari di quel paese sempre più invisibili. Nessun progetto antimperialista, nessuna analisi strategica, nessuna narrazione mediatica e nessun sforzo di lobbying politico dovrebbe spingere ai margini la sofferenza e l’azione (agency) delle persone stesse che costituiscono il soggetto centrale di tutti questi dibattiti. Il primo passo verso una reale comprensione dell’Iran non si trova né nei corridoi dei parlamenti occidentali né nelle stanze chiuse dei think tank. Comincia dall’ascolto delle voci che emergono dalla povertà, dalle lotte sindacali, dalle campagne civili per la giustizia e dalla vita quotidiana delle persone entro i confini dell’Iran. È giunto il tempo di distinguere tra l’“industria delle narrazioni sull’Iran” e le “voci autentiche degli iraniani”. Perché il più grande paradosso nella rappresentazione dell’Iran è questo: un paese di cui si parla costantemente non è ancora stato sufficientemente ascoltato attraverso le voci del suo stesso popolo. Redazione Torino
July 22, 2026
Pressenza
25 aprile a Milano, emerge il ruolo di gruppi organizzati della estrema destra iraniana
Durante la manifestazione del 25 aprile a Milano, che ha visto la partecipazione di oltre centomila persone, diversi episodi di tensione hanno attirato l’attenzione dei media. In molte ricostruzioni giornalistiche, questi gruppi sono stati identificati principalmente come appartenenti alla cosiddetta “Brigata Ebraica”, ma questa narrazione è incompleta. Una parte rilevante dei gruppi organizzati presenti non era composta esclusivamente da sostenitori di Israele, bensì anche da un nucleo di iraniani di orientamento monarchico, legati alla figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah. Si tratta di ambienti della diaspora iraniana di destra, che negli ultimi anni hanno assunto posizioni apertamente favorevoli a un intervento militare contro l’Iran e vicine a settori politici internazionali interventisti. A Milano questo gruppo si muove anche attraverso realtà come l’“Associazione Italia-Iran”. In alcuni post sui social, successivamente rimossi, la vice presidente invitava esplicitamente gli aderenti a coordinarsi e a non esporre bandiere (israeliane, statunitensi e monarchiche) prima di raggiungere un punto preciso del corteo, in prossimità della Brigata Ebraica. Indicazioni che suggeriscono un’azione organizzata e consapevole del potenziale provocatorio della propria presenza. Va inoltre sottolineato che questi gruppi non hanno storicamente partecipato alle celebrazioni del 25 aprile, né ne condividono i valori fondanti. La loro presenza appare quindi come un intervento mirato, inserito in un contesto già sensibile, con il rischio di alimentare tensioni e polarizzazioni. Come collettivo di iraniani residenti in Italia che si oppongono alla guerra, al fascismo e al regime della Repubblica Islamica, esprimiamo una ferma condanna di queste azioni. Ribadiamo inoltre che la comunità iraniana in Italia è plurale e composta da posizioni diverse. Molti iraniani, in particolare quelli legati al movimento “Donna, Vita, Libertà”, partecipano attivamente a iniziative contro la guerra, contro il fascismo e a sostegno dei diritti umani, inclusa la solidarietà con il popolo palestinese. Collettivo Together for Iran Collettivo Rivoluzionario di Jina Redazione Milano
April 28, 2026
Pressenza
Negin Bank, attivista iraniana in esilio: “Il nostro destino politico appartiene solo a noi”
Negin Bank è un’attivista iraniana del collettivo “Donna Vita Libertà” di Roma. È da anni in Italia e si definisce militante femminista dell’opposizione laica e di sinistra in esilio. La intervisto al termine di un’iniziativa intitolata “Diritto alla Resistenza, Lotte e resistenze dei popoli”, organizzata dalle studentesse e dagli studenti dell’Università La Sapienza, a cui hanno partecipato anche la partigiana Luciana Romoli delle Brigate Garibaldi, Maryam Fathi, militante curda dell’Organizzazione delle donne libere del Rojhelat e Sharif Hamat, militante palestinese di Gaza. Cosa ti hanno raccontato i tuoi familiari e amici sui tempi della monarchia e poi della rivoluzione del 1979? Che idea ti sei fatta della successiva sconfitta delle forze laiche, democratiche, socialiste e comuniste, che  avevano partecipato alla rivoluzione e che pure avevano un decennale radicamento nella società iraniana? Come hanno fatto le forze religiose più reazionarie a imporre il loro potere? Avevo solo nove anni durante la rivoluzione del 1979, ma ricordo nitidamente l’epoca dello Shah. In Iran le libertà politiche non esistevano: si poteva vivere “liberamente” solo a patto di non protestare. La SAVAK (la polizia segreta) controllava ogni aspetto della vita sociale; la censura colpiva duramente libri e film e il divario tra ricchi e poveri era abissale. Verso la fine degli anni Settanta, la corruzione governativa, la crisi economica e il degrado sociale — con una preoccupante diffusione della droga tra i giovani — esasperarono gli animi. Lo Shah era percepito come un semplice “servo” degli americani. Ricordo che nessuno, intorno a me, osava parlare di politica. Tutti questi fattori alimentarono un dissenso trasversale in ogni classe sociale. Paradossalmente, fu proprio la modernizzazione a creare una nuova consapevolezza che rese la realtà del regime ormai insostenibile. La rivoluzione del ’79 è stata di fatto dirottata dalla controrivoluzione islamica. Tra tutte le forze d’opposizione, i media e le istituzioni occidentali scelsero di dare risonanza quasi esclusiva alla fazione islamista, negando visibilità alle correnti marxiste e socialiste. All’improvviso, Khomeini fu imposto come una figura centrale. Oggi la storia sembra ripetersi. Le istituzioni e i media mainstream stanno “fabbricando” un’opposizione su misura per gli iraniani, offrendo una piattaforma politica ed europea a Reza Pahlavi, il figlio dello Shah. Stanno decidendo a tavolino il futuro politico dell’Iran, un’ingerenza che molti di noi contestano con forza. Troviamo disgustoso vedere parlamentari e senatori italiani accogliere Reza Pahlavi, leader di una corrente neofascista della diaspora. Mi riferisco a figure come Maurizio Gasparri, Riccardo Molinari, Erik Pretto, Simonetta Matone, Eugenio Zoffili, Stefano Candiani e Alessia Ambrosi, che lo hanno recentemente incontrato a Montecitorio. Come possono permettersi di legittimare una figura non eletta, sponsorizzata da Israele, mentre il popolo in Iran è soffocato dal blackout digitale e non può esprimersi? Questa è una pratica coloniale che calpesta il nostro diritto all’autodeterminazione. Chiediamo aiuto alla società civile italiana: fermate i vostri rappresentanti! Non permettete che al popolo iraniano venga imposto un leader dall’alto. Il nostro destino politico appartiene solo a noi. Come descriveresti e racconteresti questi 47 anni di Repubblica Islamica, soprattutto dal punto di vista delle donne? Tralasciando i nostalgici della monarchia, l’opposizione al regime è stata almeno in passato divisa: alcuni hanno scelto la lotta armata, unendosi alle forze irakene durante la guerra con l’Iraq, altri hanno tentato di operare nel Paese in clandestinità, spesso subendo una crudele e spietata repressione, altri hanno continuato la lotta dall’esilio e altri ancora hanno utilizzato le elezioni appoggiando i candidati meno reazionari. Infine talvolta l’opposizione è riuscita a scendere in piazza con manifestazioni di massa. Questi quarantasette anni sono stati per il popolo iraniano un tempo di resistenza e maturazione costante. Con ogni ondata di rivolta, la società ha acquisito una consapevolezza sempre più profonda: per noi, la resistenza quotidiana è diventata la vita stessa. Comprendiamo bene, dunque, il grido delle nostre sorelle combattenti curde: “La resistenza è vita”. In quasi mezzo secolo, la lotta è stata condotta in forme diverse da ogni settore della società, ma la resistenza delle donne è stata senza dubbio la più numerosa, costante e incisiva. A questa si affianca la battaglia dei prigionieri politici, che portano avanti la protesta dalle celle attraverso lettere e scioperi della fame, insieme a quella di lavoratori, insegnanti e pensionati, che manifestano contro privatizzazioni e una corruzione sistemica che li ha ormai emarginati. Un ruolo cruciale è svolto dalle campagne contro la pena di morte e dagli spazi di resistenza organizzati dalle madri in lutto — madri di manifestanti uccisi o fatti sparire dal regime. I loro non sono solo spazi di solidarietà e guarigione, ma veri atti politici che rivendicano giustizia al grido di: “Non perdoniamo e non dimentichiamo”. La resistenza contro il velo obbligatorio è un atto di disobbedienza civile quotidiano. Donne che rifiutano i codici imposti sui loro corpi, sfidando arresti violenti e multe ogni volta che escono di casa, sono arrivate a togliersi il velo del tutto, seguendo l’esempio delle “Ragazze di via della Rivoluzione”. Ricordiamo Vida Movahed, che nel bel mezzo delle rivolte radicali del 2017 e 2019 contro il carovita e la discriminazione etnica (che colpisce duramente Kurdistan, Khuzestan, Lorestan e Baluchistan), salì su una cabina elettrica sventolando il suo velo bianco. Con quel gesto, Vida ha trasformato la lotta in un movimento intersezionale, unendo le rivendicazioni di genere, classe ed etnia. Queste donne sono riuscite a riconquistare la parola “Rivoluzione”, per lungo tempo monopolizzata dalla controrivoluzione islamica del ’79. La rivoluzione oggi è nostra: è la rivoluzione delle donne. È Jin, Jiyan, Azadî. La nostra lotta va ben oltre la falsa scelta tra Repubblica Islamica e monarchia; da qui nasce il movimento “Donna, Vita, Libertà”. Il sacrificio di Vida Movahed ha gettato le basi per la rivoluzione scoppiata dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini. In quel momento, l’intero popolo oppresso si è immedesimato in Jina: donne discriminate, giovani disoccupati e minoranze represse sono scesi in piazza uniti sotto lo stesso slogan. Questa è la vera lotta di liberazione del popolo iraniano, che Israele, gli Stati Uniti e il regime di Teheran — in una sorta di complicità implicita — stanno cercando di reprimere. Vogliono costringerci a una falsa scelta tra il “Re” (Pahlavi) e il “Mullah”, tra i nostri attuali assassini e potenze straniere che rappresentano in ogni caso il patriarcato. La sfida che noi donne iraniane abbiamo di fronte è riprendere la nostra lotta, interrotta dalla guerra e dalle interferenze e riportarla sui binari di Jin, Jiyan, Azadî per un’emancipazione reale e definitiva. In alcune manifestazioni oltre alle bandiere cubane, palestinesi, venezuelane e libanesi, c’è chi porta la bandiera della Repubblica Islamica, per non parlare di chi l’8  marzo pretendeva di partecipare al corteo con la bandiera della monarchia. Per me l’unica bandiera al momento è quella di Jin Jiyan Azadi. Sarebbe sufficiente uno striscione di JJA alle manifestazioni e cartelloni e slogan per indicare l’Iran e la geografia di riferimento quando protestiamo per l’Iran. La lotta comunque è internazionalista e di classe.   Mauro Carlo Zanella
April 23, 2026
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