Luigi Nacci / Il libro del figlio
«Come si fa? Ho chiesto a mamma al pranzo del loro ultimo anniversario. A fare
cosa? A essere come voi. Come siamo? Una cosa sola. Sacrificio». Si scrive per
dimenticare, per elaborare, si scrive per ricordare, affinché ogni cosa del
nostro essere non sia del tutto perduta. Il tempo dei semplici del triestino
Luigi Nacci, secondo romanzo dell’autore, è questo, una costellazione di
momenti, una preziosa corolla di ricordi, un “libro del figlio” che celebra con
passione e tenerezza la vita dei genitori e il suo rapporto con essi. Nacci è un
viandante, un cercatore di tutte quelle semplicità che si annidano nella
moltitudine di attimi che formano un’esistenza, delle semplicità di valore e
sostanza che impreziosiscono, donano spessore e profondità a un modo di vivere
pressoché dimenticato.
In questo romanzo un figlio racconta i suoi genitori con gli occhi
dell’infanzia, dell’adolescenza e del suo essere adulto; narra la stima,
l’affetto, la tenerezza, i sacrifici, le premure, le gioie e i dolori, con
sincerità e con costante e mai immutata ammirazione.«Lei è così, sboccia
clamorosa come una peonia selvatica e sbocciando saluta tutto e tutti». La made
e il padre, per lui nel romanzo mamma e papà, sono sempre una cosa sola, due
esistenze che da sempre si completano. Il ruolo della famiglia è centrale, la
strada, la risposta al grande viaggio che è la vita, ma la famiglia cresce,
invecchia, il figlio vede il lento e ineluttabile declino fisico, la paura della
perdita e l’incognita del futuro diventano paura strisciante, presenza
fastidiosa che si insinua nel legame, che si riflette negli oggetti della casa,
negli odori, in ogni attimo della quotidianità. Il figlio, mamma e papà, una
quarta persona da ricordare e celebrare, tutti i parenti di Trieste, quelli di
“giù”, quelli sparsi nel mondo, sono i protagonisti di questo libro dei ricordi,
ma vi è un altro personaggio, quello che più spaventa, quello che per la maggior
parte delle persone è anche solo difficile nominare: la morte.
La morte è un personaggio che diventa “vivo”, è ovunque, un orizzonte sempre
presente, visibile, tangibile, con connotazioni reali, talvolta positive, perché
la morte è come la vita, fa parte della nostra esistenza e i vivi si relazionano
con i propri morti. In questo romanzo la morte è rispettata, celebrata e attesa.
Nacci ambienta il suo romanzo a Trieste, dandole un ruolo duale, adottando
scenografie poco conosciute e poco narrate. Il mosaico architettonico composto
dalle linee pulite dei palazzi asburgici, da quelle eleganti in stile liberty,
da quelle rigide a austere del razionalismo e del moderno brutalismo, viene
abbandonato; la Trieste di Nacci è verde come le selve che custodiscono le
osmize, blu come il mare nel porto, grigia come i palazzoni della periferia
abitata da ogni tipo di etnia, dai triestini ma anche dagli italiani immigrati
dal sud. «Si vede anche un pezzo di mare, con le banchine in cui attraccano le
petroliere. Non ha niente a che fare con il mare di piazza Unità, è un mare
operaio il nostro, di amianto e catrame».
Il romanzo, scritto con una prosa apparentemente semplice, come a riflettere il
senso e la vita dei suoi personaggi, nasconde una chiave intima e poetica, frasi
brevi, precise, incisive che donano al testo profondità e musicalità. I capitoli
brevi formano un album dei ricordi, sono polaroid di fotografie nitide in cui il
lettore, con un gesto semplice e lento come quello dello sfogliare, respira nel
suono del fruscio delle pagine la pura e dolce genuinità dei valori e degli
affetti che non devono essere dimenticati.
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