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CPR, la cura sotto accusa
L’inchiesta che ha coinvolto oltre venti medici impegnati nei CPR ha riportato al centro del dibattito il ruolo della medicina nei luoghi della detenzione amministrativa. Come abbiamo raccontato, al centro della vicenda non c’è soltanto la contestazione di presunti reati, ma una questione più profonda: quale autonomia può avere la pratica medica quando la certificazione sanitaria diventa un passaggio necessario per rendere possibile il trattenimento? Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA CPR COME “MALATTIA SOCIALE”, L’ATTACCO AI MEDICI E ALLA CURA L’indagine-teorema di Ravenna sposta l'attenzione dal sistema della detenzione amministrativa a chi il sistema lo contesta Redazione 18 Settembre 2026 La campagna promossa dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (S.I.M.M.) ha sollevato da tempo una questione altrettanto centrale: se la detenzione amministrativa e i CPR sono luoghi che producono sofferenza e hanno effetti sulla salute, che cosa significa dichiarare una persona «idonea» alla permanenza al loro interno? È da qui che parte la conversazione tra l’avvocato Arturo Raffaele Covella e il dottor Nicola Cocco, tra i promotori della campagna della SIMM sulle certificazioni di idoneità. Dalla campagna all’inchiesta sui medici, il nodo è uno: «Non si può chiedere alla medicina di diventare un bollino per una procedura di polizia». Una riflessione sulla patogenicità della detenzione amministrativa, sull’autonomia della professione medica e sul significato della cura dentro i CPR. E proprio alla fine della conversazione, Nicola Cocco ha voluto aggiungere una cosa: un ringraziamento per le mobilitazioni e per la rete di solidarietà che si è attivata attorno ai medici coinvolti nell’inchiesta. Un messaggio che accompagna questa intervista (disponibile anche video) e che restituisce anche il senso collettivo di una mobilitazione che, in queste giorni, ha attraversato associazioni, professionisti, realtà sociali e singole persone. Radio Melting Pot Intervista al Dott. Nicola Cocco Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:30:27 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:30:27 | Registrato il 21 Settembre 2026 PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Buonasera, siamo con il dottor Nicola Cocco, che ringrazio perchè ha accettato questo invito. Non ci accingiamo a fare un’intervista ma una chiacchierata tra due amici e tra due persone che conoscono le vicende dei CPR, i problemi dei CPR e quindi masticano un po’ la materia. Innanzitutto, Nicola, ti volevo chiedere, anche alla luce di tutto quello che è successo: come stai? Nicola Cocco: Sì, ti ringrazio. Allora, io sto bene anche se questa situazione è di una pressione veramente significativa, sia per il significato stesso della denuncia, perché, insomma, l’associazione a delinquere è un reato grave, sia per una ragione di carattere culturale, della percezione, proprio da parte mia. Perché io sono come te, insomma, siamo cresciuti negli anni ’90: per noi l’associazione a delinquere era la criminalità organizzata. Beh, adesso trovarsi accusato di questa cosa chiaramente fa soffrire. Soprattutto mi fa spaventare per ciò che questo significa nell’atmosfera culturale e politica del nostro Paese. Però sto bene, come puoi vedere: non sono dimagrito, non sono sciupato. E la mia preoccupazione ovviamente è legata alla mia situazione familiare, che ovviamente viene toccata da un’indagine di questo impatto. Come ho detto dall’inizio, io non ho nulla da nascondere, così come nulla da nascondere ha la nostra campagna, e andremo avanti a fare quello che stavamo facendo. PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Mi fa piacere vedere che, insomma, anche l’ironia è rimasta intatta. Senti, noi ci siamo visti di persona il 18 agosto, quando abbiamo partecipato a un convegno organizzato dalla diocesi a Melfi sui CPR. In quell’occasione abbiamo avuto modo di scambiare due battute proprio sulle indagini che erano in corso a Ravenna.Ti saresti aspettato che da lì a poco sarebbe successo tutto questo trambusto e di trovarti in questa situazione? Nicola Cocco: Allora, io mi aspettavo la perquisizione. Questa me l’aspettavo già da febbraio. L’avevo detto anche pubblicamente, l’avevo detto in televisione. Lo mettevo in conto proprio perché sapevo che uno degli aspetti cardine di quell’indagine è proprio la campagna che noi abbiamo fatto partire. Non mi aspettavo l’accusa di associazione a delinquere, questo non me l’aspettavo. E non me l’aspettavo in questi tempi, nel senso che io, prima dell’estate, mi sono detto: “Vabbè, può essere che non vengano più a fare questa perquisizione“, perché ormai i materiali sono talmente diffusi, talmente, diciamo, condivisi, che hanno quello di cui avevano bisogno. Considera che la stragrande maggioranza delle cose erano già pubbliche. Quindi, figurati, non mi aspettavo questa cosa. A proposito dell’incontro di Melfi, vorrei ricollegare a quell’incontro e a quella chiacchierata che avevamo fatto, vorrei evidenziare come è paradossale che ciò che porta al grande bailamme mediatico è la questione della criminalizzazione dei medici. Noi eravamo lì a parlare in un incontro che era già organizzato, ma ricordiamoci che pochi giorni prima era morta una persona nel CPR di Palazzo San Gervasio. Arturo Raffaele Covella: Certo. Nicola Cocco: E noi ci eravamo incontrati proprio per parlare di come è possibile, ad esempio, che in quello specifico CPR ci sia una mortalità da CPR così alta e di quali sono le caratteristiche che portano a questo problema. Quindi, vedi come tutto si ricollega: il faro mediatico è sulla criminalizzazione dei medici, adesso hanno anche un capo dell’associazione a delinquere, quindi figurati. Però intanto le persone, anche quest’estate, sono morte. E questo, secondo me, è molto grave. Arturo Raffaele Covella: Allora, stavamo parlando appunto di quell’incontro del 18 agosto e tu, insomma, hai fatto riferimento alla campagna, la famosa campagna che la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni porta avanti ormai da diversi anni, perché non è una cosa di queste settimane o di questi anni. Nicola Cocco: Da due anni. Arturo Raffaele Covella: Possiamo cercare di inquadrare meglio questa campagna e di spiegare meglio ai non addetti ai lavori in che cosa consiste? Nicola Cocco: Sì. Per capire questa campagna bisogna partire dal concetto della patogenicità della detenzione amministrativa e dei CPR. In questi anni si sono raccolte a livello internazionale numerose evidenze scientifiche, cioè articoli scientifici che sono stati fatti in diversi paesi a livello globale, oltre che europei, che sottolineano che la detenzione amministrativa in generale, quindi la privazione della libertà non in ambito penitenziario per aver commesso un reato, ma nelle procedure di rimpatrio forzato, di espulsione, di deportazione – ecco, per chiarire – questo tipo di privazione della libertà è patogeno. Nello specifico, in Italia, i luoghi dove tale privazione della libertà viene messa in atto, che sono i centri di permanenza per il rimpatrio, i CPR, hanno delle caratteristiche di patogenicità ulteriormente aggravate dal degrado, dalla violenza e da tutta una serie di elementi che sono emersi, per esempio, grazie a dei report che sono stati scritti sia dal Garante Nazionale, dall’ufficio di Mauro Palma, sia dei report indipendenti del TAI, della CILD, di parlamentari e quant’altro. Avendo quindi l’evidenza della patogenicità del CPR, si pone un problema quando si tratta di definire idonea, dal punto di vista sanitario, una persona da mandare nel CPR. Questo nello specifico perché la direttiva del Ministero dell’Interno del 19 maggio 1922, la direttiva Lamorgese 1, che tra l’altro non è una legge, è una direttiva – e questo penso che abbia anche un peso in tutto ciò di cui stiamo parlando – dice chiaramente che le persone, per poter essere condotte nel CPR, devono essere valutate da un medico del sistema sanitario nazionale per escludere tutto un ventaglio di problematiche sanitarie, che vanno dalle malattie infettive alle malattie cronico-degenerative, alle patologie psichiatriche, addirittura alle vulnerabilità sociali, che presuppongono un approccio in ambito sanitario. Si dice, olistico: dovresti avere la possibilità di fare una valutazione a 360 gradi della persona. Questo nella realtà non succede praticamente mai, non succedeva e non succede praticamente mai, eppure il 99% di queste valutazioni di idoneità, erano positive e continuano ad essere positive, anche se adesso sembra che di non idonei chissà quanti ne sono. Cioè, il 99% delle richieste di idoneità si traduce in un’idoneità, un po’ come nel discorso della convalida da parte dei giudici di pace. Dall’altra, questa idoneità è data escludendo molto spesso solo le problematiche infettive e contagiose, quindi senza applicare quell’approccio olistico richiesto. Rispetto a questa situazione, alcuni medici hanno cominciato a fare emergere un dilemma etico e deontologico e a porsi alcune domande.  Uno: il tipo di visita che mi viene richiesta è una visita reale che garantisce la tutela e la salute delle persone, anche di quelle che hanno vulnerabilità? Due: se il CPR è un luogo patogeno, e ce ne sono le evidenze, io come faccio a dichiarare idonea una persona, fosse anche sana, a un luogo patogeno? Da questo dilemma, insomma, da questo nodo etico, anche politico ovviamente, è nata questa campagna, che era rivolta sia ai medici certificatori, ma anche a studenti di medicina, agli infermieri, ai professionisti non sanitari, dove noi portavamo le evidenze della patogenicità ai vari livelli: ai livelli di pubblicazioni scientifiche, pubblicazioni di letteratura grigia, quindi le reportistiche, e poi quello di cui non ne frega niente a nessuno, ma che per quanto mi riguarda è l’aspetto più pregnante: le testimonianze dirette che noi riceviamo ogni giorno o che abbiamo incontrato all’interno del CPR. Però questo discorso della testimonianza è stato del tutto cancellato nel nostro panorama. Cioè, vale di più – lo dico sempre – sul Corriere della Sera che la testimonianza di uno che è stato nel CPR. Questa sarebbe una ulteriore riflessione da fare. E in più con la campagna sono state avanzate anche delle criticità deontologiche, etiche, legali, che avevamo approfondito con bioeticisti, con una professoressa di filosofia del diritto, e che avevamo condensato in una famosa bozza che viene oggi spesso tacciata di essere un prestampato per fare le certificazioni false. Si trattava, in realtà, di una sorta di esempio, di un facsimile, in cui raccoglievamo – ovviamente uno doveva scrivere le problematiche di salute – e in fondo abbiamo raccolto gli articoli del codice deontologico che, dal nostro punto di vista, sono critici per il CPR, in particolare per la valutazione di idoneità, la legge sul consenso informato, perché ricordiamo che nessuna persona migrante firma un consenso informato per questo tipo di valutazione, e poi altre considerazioni: l’assenza della mediazione culturale, il fatto che non sappiamo come vengano utilizzati i dati sanitari che vengono raccolti. Ecco, questo è il cuore della campagna: quindi la condivisione delle evidenze della patogenicità, le criticità dell’idoneità e poi, chiaramente, delle considerazioni di tipo politico, che è quello che io sto dicendo anche apertamente. Nel senso, io non andavo dai medici a dire “dovete dare l’idoneità“, però sicuramente mi sarà capitato di dire: “Guarda, per me, considerate come quelli sono dei posti, quello è un dispositivo patogeno; per me nessuno può essere considerato idoneo a stare in quel luogo, perché non è idoneo il dispositivo“. È un reato dire queste cose? A me risulta difficile, o meglio, a me spaventa che ci troviamo in una situazione in cui questo può essere tacciato come un reato. Ovviamente poi, se vuoi, approfondiamo qual è il reato che viene contestato, il falso ideologico, però sui giornali oggi viene criminalizzata questa posizione. Non solo sui giornali viene criminalizzata questa posizione. PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Io sinceramente preferisco evitare gli aspetti relativi all’indagine, per approfondire più questo aspetto dell’idoneità, non idoneità, che credo sia il grosso discrimine, che è anche più difficile per l’opinione pubblica riuscire ad intendere. Adesso, proprio in base a quello che tu mi dici, io mi trovo sotto gli occhi una certificazione di idoneità,ed anche le certificazioni di idoneità che vengono fatte sono prestampate, appunto, e mi trovo un prestampato compilato, dove c’è il nome e il cognome del dottore, la dottoressa che l’ha rilasciato, il nome e il cognome con tutti i dati, diciamo, dello straniero che è stato sottoposto a visita. E qui sostanzialmente c’è una crocetta su una frase già scritta, nella quale c’è scritto: “non presenta evidenza di patologie che rendono incompatibile l’ingresso e la permanenza in comunità ristretta“, data, luogo e firma con il timbro del medico. Appunto, in base a quello che ci dicevamo prima, questo certificato di idoneità è regolare? Nicola Cocco: Mi verrebbe da dire che quello è un falso, nel senso che quello è più che un certificato, è un nulla osta, se ci pensi. Quello è un nulla osta della pubblica sicurezza che chiede al medico di escludere che la persona possa avere una problematica specifica pericolosa in quel momento. Ecco, per dire, in realtà la valutazione di idoneità, così come è sancita dalla direttiva Lamorgese, ma poi come dovrebbe essere dal punto di vista deontologico, dovrebbe essere, in primo luogo, non fatta con un prestampato, dovrebbe indagare tutte le dimensioni di salute previste dall’articolo 3 della direttiva Lamorgese 2, quanto meno, dovrebbe possibilmente essere fatta con la presenza di un mediatore culturale, dovrebbe avere il consenso della persona scritto, perché ricordiamoci che questi possono rifiutare di farsi fare la valutazione. E quello che aggiungiamo noi con la campagna, e questo è un di più, chiaramente, però che interroga la coscienza del medico che deve agire in scienza e coscienza, è considerare la patogenicità del CPR. Quello invece, come puoi vedere, è appiattito sul fatto di semplicemente mettere una firma per poter procedere burocraticamente al trattenimento ed eventualmente all’espulsione della persona migrante. PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Sì, aggiungo, a tutto quello che già hai detto, che poi questa documentazione confluisce nel fascicolo che deve essere valutato del giudice in sede di convalida, e mi chiedo il giudice che cosa può valutare alla luce di questo tipo di prestampato? Nicola Cocco: Considera che all’inizio della campagna, in molti dei fascicoli che noi trovavamo nei CPR quando facevamo gli accessi, quindi sto parlando del 2022, soprattutto durante il 2022, in molti non c’era la valutazione di idoneità. Quindi figurati come era sottovalutato questo aspetto della tutela della salute. Cioè, al centro di questo procedimento non c’è mai stata la tutela della salute, ma la necessità, dal punto di vista del governo, di portare le persone nei CPR. Non si può chiedere ai medici di assolvere passivamente a questo tipo di procedura burocratica, perché dal punto di vista deontologico significherebbe svilire la professione e non curare. Cioè, quel tipo di valutazione di idoneità che hai letto tu non si configura in un procedimento, in un processo di cura. Non porta, per esempio, a fare emergere delle problematiche di presa in carico. Serve semplicemente a dare un bollino per una procedura di polizia. Arturo Raffaele Covella: Sì, a proposito del bollino delle procedure, del fatto che poi sostanzialmente tutto si risolve in un meccanismo perverso che si basa sui numeri. Perché noi sappiamo benissimo che l’esigenza delle questure è quella di produrre dei numeri, perché poi, a fine anno, i numeri che le questure producono finiscono nei report del ministero. PH: MP (Presidio a Bari, 21 settembre 2026) Quindi bisogna dimostrare che i CPR funzionano, che le espulsioni funzionano, che le politiche securitarie funzionano. Però, insomma, un grosso dibattito riguarda il fatto che i certificati di non-idoneità rilasciati, in base a quello schema che voi avete predisposto, o comunque non rilasciati da una serie di medici che sono stati posti sotto la lente di ingrandimento, sarebbero dei falsi. E io mi chiedo: ma invece i certificati di idoneità che sono stati rilasciati e che poi sono stati smentiti da altri medici o dai giudici, con una successiva dichiarazione di inidoneità, sono da considerare falsi o semplicemente ci troviamo davanti a valutazioni mediche di tipo differente? Nicola Cocco: No, ci troviamo a valutazioni giuridiche e propagandistiche di tipo differente, perché sono due pesi e due misure. È ovvio che le valutazioni di idoneità di persone che dopo pochi giorni o dopo un paio di settimane presentano problemi di salute, si tagliano, fanno tentativi di suicidio, si suicidano, muoiono. Ricordiamoci che per alcune delle persone di cui abbiamo discusso tante volte hanno perso la vita e avevano dei certificati di idoneità. Ousmane Sylla aveva un certificato di idoneità per cui era considerato idoneo. Ousmane Sylla è un caso molto importante da questo punto di vista perché aveva un primo certificato di idoneità, poi aveva una relazione della stessa psicologa del CPR siciliano in cui si trovava, non mi ricordo qual era, se era Caltanissetta, che diceva che questo ha problemi di salute mentale, sta crollando sostanzialmente, e quando è andato nel CPR di Roma è stato semplicemente ribadito il certificato di idoneità. Non è stata presa in carico quella segnalazione e Ousmane Syllasi è suicidato poche settimane dopo. Però nessuno è andato a fare delle indagini su quei certificati di idoneità che si configurano come – io non dico che sono dei falsi – si configurano come dei certificati dal punto di vista clinico sbagliati, che non hanno saputo tutelare delle persone vulnerabili, vulnerabilizzati ulteriormente poi dal CPR. Una delle cose che sta emergendo e che, secondo me, può essere un po’ utile da evidenziare è che il concetto di falso stesso è fortemente inficiato dalla propaganda in questa storia.Perché una cosa è dire – poi su questo tu sei avvocato – una cosa è dire che, ad esempio, in un certificato, invece di parlare di Ahmed, parli Ismael e quindi per favorire Ismael rispetto ad Ahmed con una certificazione. Quello è evidentemente un falso ideologico. Ma se tu invece scrivi una patologia, poi magari c’è un errore di presa in carico di quella patologia. Tu scrivi scabbia, non dai poi il farmaco per la scabbia: questo è per fare un esempio dei certificati di Ravenna. Ma quello non è un falso, è un errore. È un errore medico, puoi far partire una denuncia per imperizia, per negligenza, per tutto quello che vuoi, ma non è un falso. E siccome tutta questa storia ruota intorno all’utilizzo strumentale del termine falso, falso ideologico, secondo me è importante sottolineare questo aspetto, perché in questo sì c’è un forte attacco all’autonomia medica. Perché allora, se io scrivo un certificato in qualsiasi ambito, nell’ambito assicurativo, nell’ambito della medicina penitenziaria, io scrivo un certificato e devo aver paura che ci sia una strumentalizzazione ideologica in base a quel referto che faccio, diventa molto pericolosa questa situazione che si viene a creare. PH: MP (Presidio a Bari, 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Io sono rimasto anche molto colpito dalle tempistiche, perché ragionando un po’ sulla situazione riflettevo su questo. Da un lato, la campagna che voi avete portato avanti, che ha fatto emergere tutte queste problematiche di tipo sanitario rispetto alle certificazioni di idoneità, unitamente poi a tutte le altre problematiche uscite fuori con i vari report del Garante nazionale, della Commissione contro la tortura, dei vari accessi che ci sono stati da parte di associazioni, quindi, diciamo, sulle condizioni reali dei singoli CPR. Dall’altro lato, le azioni portate avanti, ad esempio, da ASGI, dal punto di vista giudiziario, che hanno messo in discussione i capitolati di appalto proprio sull’aspetto sanitario, quindi la gestione proprio sanitaria costruita dal ministero rispetto ai singoli CPR. Quindi, diciamo, l’idea che mi sono fatto è che la “questione sanitaria” rappresenta un po’ il tallone d’Achille appunto di questo sistema della detenzione amministrativa e dei CPR, e quindi, questa indagine, mi viene da dire, può essere un po’ la reazione rispetto a questa forte azione di pressione su questo aspetto, considerando anche che, insomma, in questi mesi il ministero deve adeguare, deve fare un’analisi di tutti i CPR alla luce di quella che è la sentenza del Consiglio di Stato ultima e quindi, diciamo, deve mettere una pezza a quella che è la situazione, diciamo, proprio dal punto di vista sanitario. Si tratta di una mia interpretazione, diciamo, faziosa e malevola, oppure anche tu ci vedi un qualcosa del genere? Nicola Cocco: Ma allora, gli anelli deboli del sistema dei CPR sono il discorso della legittimità legale, non della legittimità, come dire, dell’esistenza dei CPR, perché quelle previste dalla legge, ma di come funziona la tutela legale all’interno del CPR e questo, lo sai meglio di me, ha delle forti carenze. E poi probabilmente l’anello più debole è legato al fatto che, trattandosi di un luogo che nasce, che è strutturato per far soffrire le persone, per dare anche un esempio propagandistico, visto che non funziona come strumento di rimpatrio – perché se funzionasse come strumento di rimpatrio le critiche potrebbero essere altre – ma il problema è che, dal momento che non c’è quell’efficienza di cui si parla tanto, diventano dei luoghi puramente detentivi e quindi anche con un aspetto di deterrenza nei confronti dell’immigrazione. E quello della salute è chiaramente un nodo, perché gestire i corpi è costoso, è dispendioso. Non per niente bisogna rispondere non solo alla nostra Costituzione, ma anche a carte internazionali, cose che sono state tutte completamente dimenticate. È bastato poi un’analisi del capitolato per far emergere delle grosse carenze. Quello che a me spaventa, tu lo sai, ho una posizione netta e radicale su questo, è che quelle carenze formalmente possono anche essere sistemate sostanzialmente con un investimento, con una diversa organizzazione, ma ciò non curerà i CPR. Anche se ci saranno i vari dispositivi per poter dire, appunto, il piano antisuicidario, la presenza di psichiatri o quant’altro, tu lo puoi anche imbellettare il CPR, ma non ne toglierai la patogenicità. Questo, ancora una volta lo ricavo dalla letteratura scientifica. Gli Immigration Detention Center di altri paesi, in particolare del Nord Europa, che hanno già quelle cose a posto, comunque producono sofferenza, producono autolesionismo, producono morte. Quindi sì, la tempistica la vedo anch’io, chiaramente, perché questi devono dare una risposta alla richiesta di ASGI per il capitolato, però questo mi porterebbe anche a dare per assodato che questa indagine lavora per il Ministero dell’Interno. Io ne sono convinto, però c’è anche il rispetto nei confronti della magistratura che porta a dire che si stanno muovendo indipendentemente. È chiaro che si tratta di un qualcosa che mira a intimidire i medici, perché non si potranno fare, almeno per ora spero, non si potranno portare avanti delle procedure burocratiche di polizia nei confronti delle persone migranti, inclusa l’applicazione del patto europeo. Non le puoi fare senza prendere in considerazione la salute, perché andresti a ledere in maniera talmente evidente la dignità delle persone che veramente ci ritroveremo ai tempi del nazismo. Però questo significa dare un potere decisionale a delle figure esterne al processo burocratico di polizia, che sono i medici. Delle due l’una: o quei medici devono essere parte del procedimento, e penso, ad esempio, al ruolo che si sta configurando per la Croce Rossa nelle procedure accelerate di frontiera, oppure, se si permettono di far emergere dei bug del sistema o di criticare il sistema stesso, vengono criminalizzati. È chiaro che è un orologio che funziona. Arturo Raffaele Covella: Un’ultimissima domanda. Penso che siamo stati chiari nel delineare un po’ la situazione, però un’ultima domanda te la voglio fare rispetto a una frase che tu hai detto nel corso di un’intervista, che ha suscitato un po’ di critiche. Nel rispondere ad una domanda, hai detto: “No, io non rilascerei mai un certificato di idoneità“. Io conosco il tuo pensiero, so che alla base di questa frase c’è un pensiero più articolato, ma vuoi provare a spiegare un attimo a chi ti ascolta il perché di questa affermazione? Nicola Cocco: Sì, perché è la diretta e coerente conseguenza dell’analisi fatta sulla patogenicità di questi dispositivi. La detenzione amministrativa è un dispositivo patogeno? Sì o no? Io ho gli elementi per dire di sì. Dall’altro lato, non vedo altri medici o altri esperti con la mole di ricerche che ho io che vengono e mi dicono: “No, guarda, ti stai sbagliando, sono dei luoghi che fanno bene alla salute“, per paradosso. Quindi, fatta questa considerazione e considerato che l’articolo 32 del codice deontologico dice che il medico deve proteggere le persone, in particolare se vulnerabili, da contesti che ne mettono a repentaglio la salute, la dignità e la vita, ecco, in coerenza con questi due aspetti io non considererei nessuno idoneo al CPR. Questo è il significato di quella frase ed è il significato profondo della riflessione della campagna. Questo non vuol dire che noi andiamo dai medici a dire: “Dovete fare così, dovete fare cos’altro, dovete usare il nostro modulo“. No, noi sollecitiamo questo tipo di riflessione. Personalmente, se mi capitasse – e non mi capita per il lavoro che faccio – giustificando con questi aspetti direi che nessuno è idoneo al CPR. Però, a quel punto, non penso che, anche nell’ottica di un governo fascistissimo che dice “No, questa posizione è inaccettabile, non mi fai fare certificazioni“, ma non che mi accusi o mi criminalizzi dicendo che stai facendo dei reati. A me sembra che sia molto chiara la motivazione. Arturo Raffaele Covella: No, no, certo, certo, è chiarissimo. Però, insomma, ci tenevo che fossi tu stesso a farla questa precisazione. Nicola Cocco: Hai fatto bene, anche perché su questa cosa si è scatenato, si sono scatenate proprio – secondo me questa è una di quelle cose che potrebbe portare uno pure a pigliarmi e a darmi un cartone per strada, per dire. Arturo Raffaele Covella: Senti Nicola, io ti ringrazio per la disponibilità. Sei  stato come sempre gentilissimo, anche perché immagino che il momento non è semplice, quindi trovare il tempo anche per spiegare le tue ragioni è per noi importantissimo. Grazie mille. Nicola Cocco: Grazie a te. 1. La direttiva del 19 maggio 2022 (nota come direttiva Lamorgese, dal nome dell’allora Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese) stabilisce i criteri per l’organizzazione, la gestione e il funzionamento dei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR) ↩︎ 2. L’articolo 3 della Direttiva Lamorgese (Direttiva del Ministro dell’Interno del 19 maggio 2022, recante i criteri per l’organizzazione e la gestione dei Centri di Permanenza per i Rimpatri – CPR) disciplina i requisiti sanitari e le procedure di screening medico per l’ingresso degli stranieri nelle strutture di trattenimento. ↩︎
September 22, 2026
Progetto Melting Pot Europa
«Non ci fate paura»: l’indagine sui medici è un attacco a chi difende i diritti nei CPR
Premetto che questo articolo lo scrivo spogliandomi della mia veste professionale per parlare da semplice cittadino. Non posso e non voglio assistere con indifferenza all’indegno attacco alla libertà e ai diritti che viene perpetrato in queste ore, in questi giorni, anzi, ormai da settimane e mesi, ai danni dei medici che non si sono allineati alle imposizioni della polizia e del ministero. Si tratta di un attacco preordinato e ben studiato (se non fosse così, le coincidenze sarebbero sorprendenti) che coinvolge politica, stampa e magistratura. Un’indagine spettacolare diretta a colpirei medici che non hanno rilasciato la certificazione medica per l’ingresso dei migranti nei CPR (certificato di idoneità), riscontrando situazioni di salute nei pazienti loro sottoposti incompatibili con la vita ristretta in un Centro di Permanenze per i Rimpatri. In effetti, per chi è abituato a considerare il migrante come un pacco postale da spedire in questo o in quel CPR, la cura e l’attenzione per la sua salute appare un orpello non necessario. Così, i medici indagati avrebbero compiuti il grave crimine di considerare i migranti condotti al loro cospetto come esseri umani, riservando loro cure e attenzione. Sarebbero stati troppo diligenti mettendo così in crisi la macchina amministrativa diabolica messa in piedi per produrre numeri da offrire al Ministero a fine anno da utilizzare in campagna elettorale. In questa indagine paradossale il criminale non è infatti il medico che impiega cinque minuti per rilasciare in certificato di idoneità. Il delinquente non è il medico che di fronte ad una condizione medica di fragilità si volta dall’altra parte. Il vero colpevole è chi ha fatto ricorso al proprio codice deontologico non cedendo alle pressioni indebite delle Questure e delle forze di polizia. Pressioni indebite sui medici (o direttamente sui direttori sanitari) per rimettere in riga le pecorelle smarrite. L’indagine della procura di Ravenna rappresenta un attacco diretto a chi ha messo in crisi il sistema della detenzione amministrativa e il sistema CPR nel pieno rispetto della legge, anzi, chiedendo che la legge venisse rispettata. Un attacco contro la libertà e l’indipendenza dei medici anche e soprattutto dalle ingerenze indebite di apparati dello Stato che vorrebbero instaurare uno “stato di polizia”. Il vero destinatario di questa indagine non è il singolo medico, a cui va tutta la solidarietà e la vicinanza, ma la campagna lanciata alcuni anni fa contro i CPR. Allora dobbiamo domandarci: chi sarà il prossimo? Quale categoria verrà colpita al prossimo giro di giostra? Saranno le associazioni o gli avvocati? Dobbiamo farci queste domande perché in questo sistema siamo tutti coinvolti in qualche modo. Spesso si è parlato di emergenza democratica nel nostro Paese. Forse abbiamo anche abusato di queste parole. Ma, in questo preciso momento, è innegabile che l’aria che tira è molto brutta. Quando si piegano gli strumenti giuridici per raggiungere scopi politici, quando si tritano le vite delle persone per dimostrare chi comanda, quando lo Stato che dovrebbe servire e tutelare i cittadini diviene uno strumento di repressione, non ci sono troppe parole da utilizzare, ma il pericolo che si corre è chiaro. Allora, tutti dobbiamo sentirci chiamati in causa e tutti dobbiamo impegnarci per demolire questo tentativo di demonizzare chi ha compiuto il proprio lavoro in scienza e coscienza e nel rispetto delle regole deontologiche. Impegnarsi per restituire dignità a chi è colpevole di aver volturo “curare” e non scacciare. Medici che hanno rispettato la loro missione nel senso più profondo perché non possiamo dimenticare che “curare” vuol dire avere una preoccupazione profonda, una attenzione, quindi, anche dedicarsi all’altro. Se il messaggio lanciato dall’indagine di Ravenna è molto chiaro: “State lontani dai CPR. Fate attenzione e non metteteci i bastoni tra le ruote. Se lo fate, vi schiacciamo”. La risposta deve essere altrettanto chiara: non ci fate paura. Come testimone diretto di quello che accade nei CPR, delle distorsioni del sistema amministrativo, giuridico e sanitario determinate dalla detenzione amministrativa, tutto quello che sta accadendo è inaccettabile e provo un profondo senso di disgusto. Ma questo disgusto, questa profonda amarezza si sconfigge soltanto impegnandosi con ancora più decisione e forza contro questo sistema e contro ogni forma di sfruttamento, di violenza, di sopraffazione, di ingiustizia.
September 17, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Un’estate rovente al CPR di Palazzo San Gervasio
Nei giorni scorsi i sindacati di polizia COISP, SAP, SIAP, FSP e UIL hanno lamentato le gravissime criticità connesse alla gestione del CPR di Palazzo San Gervasio. Nel comunicato, apparso su alcune testate giornalistiche locali, si fa espresso riferimento a problemi organizzativi e gestionali dovuti all’azzeramento delle aggregazioni da parte del ministero di ispettori e funzionari. Azzeramento che ha determinato l’aumento del carico di lavoro sul personale in servizio alla Questura di Potenza. I sindacati, nella loro segnalazione, parlano espressamente di turni massacranti, revoca delle ferie e carichi di lavoro non più tollerabili con ripercussioni anche sul lavoro ordinario svolto dalla Questura essendo la maggior parte del personale in servizio assorbita da quello che, in termini numerici, è il più grande CPR d’Italia. In ordine temporale, il comunicato dei sindacati di polizia rappresenta l’ultimo atto di un’estate tormentava vissuta dal CPR di Palazzo San Gervasio. Una struttura che, ancora una volta, è finita nell’occhio del ciclone per diverse questioni che attengono alla gestione e al trattamento cui sono sottoposte le persone trattenute. La tragica morte del giovane Lassoued Dhoui il 10 agosto ha rappresentato il punto più drammatico di questa estate, ma non si è trattato di un evento isolato e casuale. Come già evidenziato in altri articoli, quanto accaduto non è ascrivibile a un semplice incidente di percorso in quanto rappresenta piuttosto un evento drammatico che si inserisce nella più complessa condizione di abbandono e di degrado che investe il CPR di Palazzo San Gervasio e di cui abbiamo parlato in diverse occasioni. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA PALAZZO SAN GERVASIO E IL CPR COME “MALATTIA SOCIALE” L'ennesima morte annunciata di un dispositivo necropolitico 19 Agosto 2026 Infatti, tanto per ritornare a quanto accaduto in questa calda estate, per mesi “le voci di dentro”, le voci dei trattenuti hanno lamentato le condizioni disumane in cui si sono trovati a vivere: condizioni igienico-sanitarie inaccettabili, carenze nell’assistenza sanitaria, erogazione di servizi scadenti e molto di più. Perché l’estate calda del CPR di Palazzo San Gervasio non è stata caratterizzata soltanto dai tragici fatti del 10 agosto, con le proteste messe in atto dai trattenuti per la morte di un compagno, con la rabbia per quello che è accaduto. Nonostante i tentativi di minimizzare quanto accaduto, gli eventi del 10 agosto hanno riportato alla luce una situazione di alta tensione già presenti nella struttura lucana. Tra gennaio 2026 e luglio 2026 nel CPR di Palazzo San Gervasio sono stati registrati 67 eventi critici (ovvero atti di autolesionismo e tentativi di suicidio). Più di 20 tra maggio e luglio. Sempre nello stesso periodo 46 sono stati gli “atti vandalici” (ovvero atti di protesta) annotati nel registro degli eventi critici. Numeri che danno il senso di una situazione allarmante che è stata ignorata e che purtroppo è culminata nei tragici eventi del 10 agosto che hanno visto la morte di Lassoued Dhoui in circostanza ancora tutte da chiarire. Ma se i numeri appaiono asettici e non in grado di dare un quadro preciso di quanto si va dicendo, allora proviamo invece a parlare delle segnalazioni raccolte. Persone con “fragilità” accertate parcheggiate nel campo di calcio, all’aperto, 24 ore su 24, quindi anche di notte. Ambulanze a cui è stato negato l’ingresso nella struttura per assistere e curare trattenuti che ne avevano necessità. Trattenuti costretti a ricorrere a gesti estremi per elemosinare ascolto e richiamare l’attenzione su un disagio crescente puntualmente inascoltato. Notizie che hanno varcato le mura del CPR con grande difficoltà e che sicuramente sono soltanto la punta dell’iceberg di una situazione ben più complessa e drammatica. Informazioni che filtrano nonostante la mancanza di trasparenza e il tentativo delle autorità di “sigillare” il CPR. Un’opacità istituzionale registrata anche il giorno della morte di Dhoui, proprio come in tutte le occasioni in cui sono stati chiesti chiarimenti in merito a segnalazioni ricevute. La stessa opacità registrata quando è uscita la notizia della presenza di casi di scabbia nel Centro di Palazzo San Gervasio. Dopo oltre 10 giorni dalla prima segnalazione non ci sono ancora dati certi sui casi accertati, sulle persone tenute in isolamento, sui protocolli utilizzati. Ma soprattutto, non si è ancora saputo perché quanto accadeva nel Centro è stato tenuto nascosto anche a chi, per ragioni lavorative, entrava ed entra in quella struttura. Un’opacità che diviene silenzio e assenza di trasparenza ma che non si addice alle istituzioni pubbliche che hanno il dovere di rispondere del loro operato ai cittadini. Mancanza di trasparenza che emerge in maniera forte anche dalle motivazioni con le quali la Prefettura di Potenza rigetta le richieste di accesso agli atti o non autorizza l’ingresso in struttura di soggetti terzi, richiamando ragioni che attengono alla esposizione mediatica dei CPR e alla incolumità dei soggetti che dovrebbero fare l’accesso, o “interessi pubblici superiori, quali la sicurezza e l’ordine pubblico all’interno del centro”. Tutto questo è insopportabile perché contrasta con la vocazione principale delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni democratiche. La trasparenza, la possibilità per i cittadini di esercitare un potere di controllo sul loro operato. Con la consapevolezza di chi conosce come vanno le cose da queste parti, è facile immaginare che la voce dei poliziotti che si lamentano per i loro turni di lavoro sarà ascoltata dalle istituzioni. Siamo sicuri che dirigenti e funzionari avranno risposta e rassicurazioni, magari direttamente dal ministero. Chi ascolterà invece la voce di chi ha denunciato i casi di scabbia di questi giorni, colposamente o dolosamente occultati dalle istituzioni? Chi ascolterà le voci di chi ha raccontato di trattenuti affetti da malattie mentali costretti a dormire su un materasso all’aperto? Chi ascolterà le voci di chi descrive le condizioni di vita nel CPR di Palazzo San Gervasio, tra cibo scadente, bagni sporchi e fatiscenti, servizi inesistenti, richieste di aiuto inascoltate e soffocate dall’indifferenza? Nessuno, perché a nessuno interessa dare risposte a chi non viene riconosciuta neppure la dignità di essere umano. Ma, in alcuni casi non sono importanti neppure le risposte, soprattutto quando queste sono formali ed evasive, mentre resta di vitale importanza non perdere mai la forza e il coraggio di porre domande.
September 11, 2026
Progetto Melting Pot Europa
La morte di L.D. non è un “evento critico”. È una morte di CPR
Nel linguaggio burocratico dei CPR, quanto accaduto ieri pomeriggio a Palazzo San Gervasio viene definito un “evento critico”. Nella realtà, è morto un ragazzo di trent’anni, nato in Tunisia nel 1996, probabilmente entrato nel Centro della provincia di Potenza nonostante una storia di fragilità alle spalle. La sua morte, nel gergo del CPR, rischia così di diventare soltanto un altro “evento critico”. Ma il passato e il presente del CPR di Palazzo San Gervasio sono pieni di eventi critici che sembrano essere ormai una costante drammatica di questa struttura. Solamente tra gennaio 2026 e luglio 2026 i c.d. eventi critici registrati dall’ente gestore della struttura sono stati 67 (atti di autolesionismo, tentativi di suicidio, ecc). Numeri impressionanti che danno il senso della drammaticità della condizione del CPR di Palazzo San Gervasio e che rappresentano una condizione di criticità cronica nella gestione del Centro da parte di tutti i soggetti coinvolti (pubblici e privati). Purtroppo, nonostante le numerose segnalazioni, le denunce, i procedimenti in corso, i pronunciamenti del Consiglio di Stato e della Corte costituzionale, il sistema CPR in Basilicata continua a funzionare così. Certificazioni di idoneità superficiali e rilasciate sotto pressioni delle Questure di turno. Verifiche in sede di udienza di convalida sulla documentazione medica inesistenti. Screening sanitari nelle strutture del tutto assenti e perdurante stato di abbandono di soggetti fragili all’interno di una struttura che non è in grado di assicurare i minimi standard di assistenza sanitaria richiesti dalla legge. D’altra parte è la stessa Prefettura di Potenza a confermare che “… ad oggi non sono stati sottoscritti protocolli di prevenzione del rischio suicidario e autolesionismo, né convenzioni con il Ser.D territorialmente competente, e non risultano intervenute modifiche al contratto di gestione del CPR in essere per adeguamenti a sentenze della giustizia amministrativa o in attuazione della Circolare del Ministero dell’Interno n. 14100/166” (riscontro del 29.07.2026). In questo quadro si inserisce quanto accaduto ieri pomeriggio nel CPR di Palazzo San Gervasio. PH: Assemblea lucana NO CPR Non un semplice evento critico ma il decesso di un trentenne per cause che sono tutte da accertare. Sbrigativamente si è parlato di incidente e di suicidio ma il quadro che emerge dalle testimonianze raccolte dalla viva voce di chi era presente al momento dei fatti è più complesso e merita i dovuti approfondimenti. Le indagini dovranno fare il loro corso e siamo sicuri che verranno eseguite a 360 gradi per verificare tutto quanto accaduto prima, durante e dopo il tragico evento. Il quadro generale rappresentato dai numeri sopra citati e dalle mancanze gestionali e organizzative del CPR di Palazzo San Gervasio non può portare a rubricare quanto accaduto come un semplice incidente e speriamo che la Procura della Repubblica tenga in debita considerazione tutti questi dati, tutti questi elementi e anche molti altri. Infatti, la morte del giovane L.D. non è un accadimento isolato ma si inserisce in un clima di forte tensione presente da settimane e nel contesto più generale di un sistema di detenzione amministrativa che determina solamente sofferenza e morte. Tensioni e sofferenze che sono sfociate, dopo la morte di L.D., in una comprensibile protesta da parte degli altri trattenuti. Proteste che sono durante per diverse ore e che sono state vissute in diretta da chi fuori dal cancello del CPR portava solidarietà ai trattenuti. Proteste che hanno portato all’arresto di diversi ragazzi, le vittime che diventano i colpevoli. Nel ricordare quanto accaduto ieri non possiamo non evidenziare un dato importante. L.D. è morto il 10 agosto del 2026, esattamente due anni fa, nella stessa struttura moriva Oussama Darkaoui. Non sono soltanto coincidenze, non si tratta di tragiche fatalità. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA PER NON DIMENTICARE OUSSAMA DARKAOUI, MORTO DI CPR Quanto accaduto al giovane svela tutta l’ipocrisia del mondo occidentale Avv. Arturo Raffaele Covella 5 Agosto 2026 Purtroppo il sistema CPR è questo e produce questo. Non si può continuare a far finta di niente, a guardare dall’altra parte. Il Cpr di Palazzo San Gervasio va immediatamente chiuso. Che cosa deve accadere ancora prima che le istituzioni di questo Paese prendano coraggio e dimostrino di avere un volto umano? Cosa deve accadere ancora prima che si arrivi a rispettare la legge da parte di chi pretende dagli altri il rispetto delle leggi? Quanti ragazzi ancora devono morire prima che la politica locale assuma la responsabilità di chiedere a gran voce la chiusura del CPR di Palazzo San Gervasio e lo faccia con atti ufficiali? In attesa di risposte che non arriveranno, continuiamo questa drammatica conta.
Per non dimenticare Oussama Darkaoui, morto di CPR
Il 5 agosto di due anni fa, nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio, moriva Oussama Darkaoui. Non si è trattato di una tragica fatalità, non può essere considerato neppure un fatto isolato ed eccezionale, quanto piuttosto un dramma maturato in un contesto di enorme sofferenza, abbandono e degrado. A due anni di distanza ricordiamo Oussama, un ragazzo di appena 22 anni con tanti sogni da realizzare e una intera vita da vivere. Ricordiamo la sua morte per rammentare a tutti quanto sia ingiusto e disumano il sistema della detenzione amministrativa e quanta sofferenza venga riservata a migliaia di stranieri nel nostro Paese. Oussama è il simbolo di una lotta che non deve arrestarsi, una lotta di civiltà e per la nostra civiltà. Perché, a differenza di quanto si vada affermando da alcune parti, la nostra civiltà non è quella dei respingimenti, della chiusura (mentale, prima ancora che fisica), della paura, della violenza e dell’odio. Così, quanto accaduto al giovane Oussama ci interroga su quanto sta accadendo in questi anni in Italia, in Europa e nel Mondo. Viviamo un tempo caratterizzato da paura e violenza. Paura di tutto ciò che è altro da noi, violenza (non solo fisica) contro la diversità. Tutto ciò si traduce sul piano politico in una legislatura difensiva e di chiusura. Si adottano così sempre nuovi provvedimenti emergenziali e urgenti, sempre più restrittivi, sempre più figli dell’allarmismo sociale creato ad arte. Tutto questo genera una cecità morale dei governanti e dei governati che si scrollano di dosso ogni responsabilità rispetto ai fenomeni sociali, da un lato, e agli accadimenti nazionali ed internazionali, come se tutto fosse normale e naturale. Abbiamo intrapreso così, passo dopo passo, un cammino pericoloso, in direzione della demonizzazione dello straniero e della chiusura totale a tutto ciò che è “altro” da noi. Questa strada, rappresenta il percorso più semplice e sicuro per una politica superficiale e irresponsabile, ma, lungi dal risolvere i problemi sociali che pur esistono, rappresenta uno strumento per colpire soltanto i soggetti più fragili e meno tutelati. Lo straniero è diventato così la causa di tutti i mali italiani e il solo nemico da combattere per vivere meglio. Così, quanto accaduto ad Oussama svela tutta l’ipocrisia del mondo occidentale. L’ipocrisia di chi dichiara di essere il difensore di tradizioni, di principi, di una cultura “superiore”, ma dimentica la vera essenza di quella cultura. Dal famoso motto della Rivoluzione francese “Liberté, Égalité, Fraternité”, trasfuso nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, passando per le Costituzioni dei moderni Stati europei, per la Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo, la cultura occidentale è stata protesa alla difesa della sacralità dell’uomo, di tutti gli uomini. Il maggiore insegnamento della nostra cultura sta proprio nell’umanesimo, inteso non come un convenzionale periodo storico da studiare a scuola, ma come cultura della vita e della difesa dell’uomo e dei suoi diritti. Una tradizione che abbiamo rinnegato anche da ultimo con l’approvazione a livello europeo con le nuove normative in materia di migrazione. Come Europa e come Italia dovremmo allora ricordare la nostra storia, la nostra cultura, le nostre tradizioni. L’Italia nasce per sublimare le tante culture che caratterizzavano quella terra a forma di stivale. Una terra che è stata per lunghissimo tempo punto di incontro e di fusione di diverse culture. Dai tempi delle colonie della Magna Grecia, l’Italia è stata terra di approdo, di incontro, di fusione di culture, lingue, tradizioni. La terra delle tante realtà comunali, delle province, dei dialetti e anche dei tanti culti religiosi, dei tanti santi venerati, delle tante storie. Non vi è Paese più ricco di diversità del nostro. Da Nord a Sud e da Sud a Nord, l’Italia è una terra di mille differenze, quelle differenze che la rendono unica e meravigliosa. Questa terra che ha accolto per secoli uomini e donne provenienti da ogni angolo del mondo, oggi, non è più in grado di essere accogliente. > Spaventati da chi parla di una invasione in corso rischiamo di perdere il > senso della realtà. Così ci aggrappiamo ad una pseudo cultura che dovremmo difendere ma in cui non crediamo. Le nostre tradizioni distrutte da tempo dal consumismo e dal capitalismo, sono da tempo radici secche. Rimaniamo così ancorati ad una cultura che non esiste più, se non nella versione riveduta e corretta dall’imperialismo americano. Ecco allora che chi parla di attacco alla nostra cultura, sta difendendo un simulacro, un cadavere in putrefazione. Mentre la vera cultura è viva e dinamica nel momento in cui è in divenire e in relazione con il diverso da sé. La storia dei popoli è storia di contaminazione e non di chiusura. È storia di incontro e non di solitudine. I popoli che si sono aperti al mare, che hanno favorito i contatti economici e culturali, sono i popoli che hanno favorito la loro ricchezza e la loro crescita. I popoli che si sono chiusi, ritirandosi in sé stessi, hanno sancito la loro fine. Ricordare Oussama Darkaoui nel giorno dell’anniversario della sua morte significa ricordare tutto questo e molto di più. Ricordare oggi Oussama vuol dire anche pensare ai tanti stranieri che continuano ad essere rinchiusi nei CPR italiani in condizioni di degrado, di abbandono e di sofferenza estrema. Oussama ci ricorda che i CPR continuano la loro drammatica funzione e, soprattutto, dispensano ancora oggi gratuita sofferenza. Le immagini che vengono quotidianamente diffuse dall’interno di queste strutture, mostrano tutta la drammaticità della situazione che si vive all’interno dei CPR. Strutture collocate in zone diverse d’Italia sono accomunate da degrado e abbandono. Sono accomunate dall’essere luoghi di estremo disagio e di sofferenza. Commemorare Oussama Darkaoui significa oggi ricordare che vi sono luoghi infernali che devono essere cancellati per restituire dignità e onore alla cultura occidentale e al nostro Paese. -------------------------------------------------------------------------------- Oggi, 5 agosto, alle ore 17 si terrà un presidio promosso dall’Assemblea Lucana No CPR davanti al CPR di Palazzo San Gervasio (PZ). > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da NO CPR Assemblea Lucana (@assemblealucananocpr)
Il tempo sospeso dei CPR
Mentre il governo spinge per la realizzazione di nuovi CPR, cresce il bisogno di un piano di azione per superare il sistema della detenzione amministrativa. Da settimane si discute della possibilità che vengano realizzati nuovi Centri di Permanenza per i Rimpatri. È di fine aprile la notizia dell’appalto da 41,2 milioni per la realizzazione di un nuovo Cpr a Castel Volturno 1. Ma si parla con insistenza anche di un nuovo Cpr a Trento, a Bologna e a Pallerone, frazione del comune di Aulla in provincia di Massa-Carrara. Notizie/CPR, Hotspot, CPA “NO CPR, NÉ QUI NÉ ALTROVE”: IL 16 MAGGIO A TRENTO SI TORNA IN PIAZZA «La vera sicurezza nasce dalla cura, non dalle galere etniche» Redazione 30 Aprile 2026 Quell’idea di realizzare un Cpr in ogni regione, già dichiarata dal ministro Piantedosi da tempo, con l’approvazione dell’ultimo pacchetto sicurezza sta avendo un’accelerata. Di fronte a questa “nuova ondata di sadismo contro i migranti”, riprendendo l’espressione utilizzata dal Centro Studi e Ricerche IDOS nel comunicato del 29 gennaio 2026 sulle ‘politiche italiane improntate al sadismo verso i migranti’, si sono sollevate diverse voci contrarie, le più variegate, presidenti di regione, sindaci, vescovi, associazioni, movimenti. Insomma, non solo gli attivisti storici della galassia No Cpr hanno alzato la voce contro questi progetti, ma una pletora di soggetti istituzionali e no, molto più variegata ha inteso far sentire la propria contrarietà. L’ampliamento del fronte del NO alla costruzione di nuovi Centri di Permanenza per i Rimpatri, è una notizia positiva che però deve innescare una riflessione. A ben vedere, infatti, le posizioni espresse non sembrano tutte andare verso la stessa direzione e, come si dice dalle mie parti, “il diavolo sta nei dettagli”. In questo senso divengono emblematiche le parole pronunciate dal presidente della Regione Toscana – Giani – che fonda la sua opposizione alla realizzazione del Cpr di Pallerone su ragioni di sviluppo economico e turistico del territorio che sarebbero mortificate dalla realizzazione di un Cpr perché, dice il presidente, assieme “ai cittadini stranieri non comunitari, irregolari o destinatari di un provvedimento di espulsione (…) arrivano poi amici, parenti, congiunti: un flusso di persone incontrollato che, come accade in ogni struttura di questo genere, richiama spesso persone che hanno commesso reati, soggetti borderline, e quindi degrado”. Sorvolando sul numero esagerato di luoghi comuni e false informazioni contenute nella dichiarazione del presidente della Regione Toscana, non si può però sorvolare su una questione che fa da sfondo a queste dichiarazioni e che merita di emergere. Mi riferisco al tema tutto politico del futuro del sistema della detenzione amministrativa e dei Cpr. Un dibattito che mentre a destra è definitivamente risolto, nel senso che nessuno si sogna di mettere in discussione il sistema attuale di detenzione amministrativa, se non per auspicarne un potenziamento, per richiederne maggiore durezza e risolutezza. A sinistra, ad essere intellettualmente onesti, il dibattito appare ancora non risolto. Così, al di là delle encomiabili posizioni personali di questo o quel parlamentare, di questo o quel esponente politico, manca ancora una chiara dichiarazione di intenti e un piano d’azione per arrivare, in caso di vittoria elettorale, alla chiusura dei Centri di Permanenza per i Rimpatri. La chiusura dei Cpr non è questione semplice e immediata anche perché l’Europa purtroppo non ci sta aiutando, piuttosto il contrario. Ma proprio perché il tema è dannatamente complesso, non è intellettualmente corretto evitare la discussione, rimandarla, nascondersi dietro uno slogan. Non basta dire “chiudiamo i Cpr”, perché occorre poi anche essere in grado di immaginare e realizzare un sistema di gestione dei flussi migratori e, più in generale, un sistema di accoglienza che non sia fondato su hotspot e CPR. Notizie/CPR, Hotspot, CPA CPR, UNA SETTIMANA ORDINARIA DI ORRORE: SCIOPERI DELLA FAME, MINORENNI DETENUTI E GESTI DISPERATI Dalle immagini da Macomer ai minori illegalmente rinchiusi a Milano: cronaca della “normalità” Redazione 28 Aprile 2026 Chi vuole provare ad immaginare un futuro senza Cpr ha il dovere di far partire una riflessione seria sul percorso da seguire per arrivare al risultato sperato. Ed ecco che le strade iniziano a biforcarsi, perché, mentre per alcuni non si può prescindere da una posizione netta e intransigente che si fonda sulla immediata chiusura di luoghi che, in quanto intrinsecamente patogeni (come ripete spesso il dott. Nicola Cocco), sono incompatibili con i principi delle nostre società, per altri, il risultato della chiusura dei Cpr può essere immaginato come punto di arrivo di un processo, le cui tappe però non sono definite. Per correttezza nei confronti di chi legge, dichiaro immediatamente di appartenere alla prima categoria. Faccio questa precisazione con la consapevolezza che la posizione più intransigente porta con sé non pochi problemi da affrontare e da risolvere. Faccio questa precisazione perché credo che le due posizioni debbano confrontarsi e ragionare insieme per individuare la migliore strategia, soprattutto se il fine rimane comune, ma anche consapevole che il rischio che stiamo correndo è quello di una normalizzazione della detenzione amministrativa e del sistema Cpr. L’adesione a una posizione maggiormente intransigente è frutto dell’esperienza maturata in questi anni e a una serie di riflessioni che non vogliono rappresentare un dogma ma, piuttosto, innescare un dibattito. Un dibattito che può partire dal domandarsi se realmente vi possano essere interventi migliorativi del sistema Cpr, se sia accettabile un sistema di privazione della libertà personale in assenza di un reato, se il trattenimento non determini un peggioramento delle condizioni di vita degli stranieri sia dal punto di vista psico-fisico, sia dal punto di vista della possibilità di integrazione. Ed è proprio rispondendo a queste domande che la posizione più intransigente diviene quasi naturale. Ma non solo. Il dibattito sulla detenzione amministrativa va arricchito di altre riflessioni altrettanto importanti, a cui non sempre viene dato il corretto spazio e la giusta attenzione, ovvero la reificazione dello straniero. Approfondimenti/Il progetto/CPR, Hotspot, CPA CONTROFUOCO. PER UNA CRITICA ALL’ORDINE DELLE COSE (N° 2, GIUGNO 2025) «Alle frontiere della detenzione. Genealogie, politiche, lotte»: il nuovo numero della rivista di Melting Pot 22 Luglio 2025 Lo straniero sottoposto al trattenimento in un Centro di Permanenza perde la sua umanità, viene trasformato da persona a cosa. Un segno chiaro di questa trasformazione è la riduzione della persona a un numero identificativo, la perdita di identità che passa dal possesso di un nome e di un cognome, la riduzione a un fascicolo (fascicolo processuale, fascicolo sanitario, fascicolo degli eventi critici). L’utilizzo di un codice per identificare lo straniero trattenuto è non solo spersonalizzante ma anche umiliante. Il numero toglie la individualità della persona, cancella la storia, elimina il suo essere persona unica, portatrice di una storia, di un passato, di un insieme di relazioni e, anche di cadute, di errori, di fallimenti. Come scritto dal dott. Mauro Palma (già Garante Nazionale) “nei luoghi di privazione della libertà, qualunque siano la loro specificità e le motivazioni per cui le persone sono in essi ristrette, l’anonimia è quasi una costante” 2 L’anonimia di cui parla il dottor Palma, non è frutto solamente di disattenzione e superficialità, non è soltanto frutto del desiderio di sminuire e umiliare lo straniero, è anche il prodotto di processi culturali o, meglio, di mancanza di strumenti culturali per comprendere la gravità di tali processi di de-umanizzazione. Ma l’anonimia non è solo la privazione del nome. Vi è uno stretto collegamento tra lo status detentivo e l’utilizzo del tempo come strumento repressivo ed oppressivo. All’interno del Cpr il tempo viene in rilievo sotto due profili differenti. Il tempo viene in rilievo per la sua perdita di significato e viene in rilievo come strumento di oppressione. Il tempo dentro il Cpr viene svuotato di significato, non ha uno scopo, trascorre lentamente tra apatia e frustrazione. È un tempo che cannibalizza le speranze del trattenuto, che annichilisce, che fiacca lo spirito. Non è un caso che all’interno di queste strutture l’utilizzo di psicofarmaci siano una costante drammatica. Non è un caso che i trattenuti soffrano di problemi di insonnia e di irrequietezza. Non sono casuali le rivolte, gli atti di autolesionismo e i tentativi di suicidio. Il tempo privato di una prospettiva diviene un nemico subdolo che piega la mente dei trattenuti. Le giornate trascorrono nella speranza di una notizia positiva ma in assenza di qualsiasi distrazione capace di alleviare le sofferenze della vita ristretta, dell’essere chiuso in gabbia, dell’essere privato di rapporti sociali. In un contesto così opprimente la semplice telefonata o il colloquio con il legale diviene motivo di svago, di distrazione, di sollievo. Pensare che il colloquio con un difensore sia auspicato come momento di frattura nel tempo piatto del Cpr, rappresenta la drammaticità della condizione vissuta. Ma il ruolo cardine del tempo come strumento di repressione è ancora più evidente se si analizzano le vicende processuali che si accompagnano alla detenzione amministrativa. In questo caso il tempo diviene strumento non solo di oppressione ma anche di diseguaglianza. Il tempo processuale è diversamente coniugato nella realtà a seconda dei soggetti che agiscono. Ad esempio, i tempi degli avvocati sono perentori, rigidamente compressi, mentre i tempi dei giudici sono discrezionali e dilatati. Analizzando le dinamiche della detenzione amministrativa occorre domandarsi se il sistema processuale sia al servizio della giustizia o al servizio della politica e, nel caso specifico, della pubblica amministrazione. È singolare, ma, purtroppo, comunemente assunto, che nei procedimenti di convalida e proroga del trattenimento sia consentito alle Questure di avere sempre un giudice pronto a fissare un’udienza e a celebrare la stessa in 48 ore. Mentre, quando a richiedere l’udienza sia il difensore, anche con provvedimenti di urgenza corroborati da solidi presupposti giuridici e fattuali, non si riesce mai a trovare un giudice pronto ad una celebrazione celere del procedimento. I ricorsi d’urgenza, le istanze di riesame, la fissazione delle udienze dei ricorsi riguardanti le richieste di protezione internazionale di stranieri ristretti nei Cpr hanno tempi di attesa assurdamente dilatati. Eppure le esigenze di urgenza ci sono, eppure le persone per cui vengono presentati questi ricorsi sono ristretti, privati della libertà, gettati in strutture dove la violazione dei più elementari diritti è all’ordine del giorno. Eppure i giudici sono gli stessi, gli uffici che devono elaborare le richieste della Questura e quelle degli avvocati sono identici. Ecco allora che anche dal punto di vista processuale il tempo assume il suo peso e diviene uno straordinario strumento di oppressione a danno degli stranieri privati della libertà e ristretti nei Cpr. Lungi dall’essere una dimensione neutrale, naturale, uguale per tutti, il tempo diviene strumento atto a creare diseguaglianza. Il tempo è allora un dispositivo politico e uno strumento di esercizio del potere che piega la giustizia a scopi politici. Pratiche amministrative lente, procedimenti giurisdizionali in attesa di una fissazione di udienza o con udienze fissate a distanza di settimane o mesi, consentono a chi ha il potere di esercitare un controllo discrezionale sulla libertà degli stranieri ristretti nei Cpr. Eppure, nel sistema giudiziario il tempo dovrebbe rappresentare una garanzia di equilibrio e di parità. Invece, nella pratica, il tempo processuale può trasformarsi in uno strumento di oppressione. La durata dei procedimenti, le attese, i rinvii e l’incertezza prolungata incidono profondamente sulla vita delle persone coinvolte, spesso indipendentemente dall’esito finale del giudizio. La lentezza processuale, riservata soltanto ad alcune tipologie di procedimenti, assume così una funzione punitiva anticipata, ma rappresenta anche una precisa scelta del giudice. Una scelta punitiva per il trattenuto. Tutto questo non può essere normalizzato e non può neppure essere combattuto dall’interno. Abbattere un sistema così radicalmente iniquo e oppressivo richiederebbe una serie di riforme drastiche del sistema giuridico e non solo. Ecco perché si rende necessaria un’azione politica mirata e precisa che abbia come unico fine la chiusura di una stagione iniziata nel biennio 97/98 e durata fin troppo. Una stagione fallimentare che deve concludersi con la chiusura dei Cpr e che non può avere altra alternativa. 1. Il nuovo Cpr di Castel Volturno “inaugura” il Panopticon per la detenzione dei migranti, Luca Rondi – Altreconomia (29 aprile 2026) ↩︎ 2. Da Giustizia e Pene, La privazione della liberà: il proprio nome, il proprio tempo”, di Mauro Palma, 2 luglio 2024 ↩︎
Avvocati e rimpatri: un incentivo contro diritti e deontologia
«Molte professioni possono farsi con il cervello e non con il cuore; ma l’avvocato no! L’avvocato non può essere un puro logico né un ironico scettico, l’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli altri uomini e farli vivere in sé; assumere su di sé i loro dolori e sentire come sue le loro ambascie». (Piero Calamandrei) Oggi più che mai è necessario ricordare queste parole, scritte da una delle figure più influenti del Novecento nello studio e nella pratica del diritto, di fronte a progetti ispirati dall’idea che l’avvocato sia invece un “soldato di ventura” pronto a vendersi al miglior offerente. La norma introdotta con un emendamento nell’ultimo decreto sicurezza che prevede un incentivo agli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari è infatti una offesa all’intera categoria, è una offesa ad una professione nobile, è una offesa alla dignità di chi ancora crede nella giustizia. Infatti, con un emendamento proposto dalla maggioranza di governo in sede di approvazione al Senato del DDL n. 1818 1, è stato modificato l’art. 14-ter d.lgs. 286/98 prevedendo sia la collaborazione del Consiglio Nazionale Forense (organismo nazionale di rappresentanza dell’avvocatura) nel procedimento di rimpatrio assistito della persona straniera, sia l’attribuzione di un compenso di € 615,00 all’avvocato che contribuisca effettivamente al rimpatrio della persona straniera. Insomma, si è introdotta una previsione che consente agli avvocati di ricevere dallo Stato un contributo di 615,00 euro qualora favoriscano con la loro intermediazione il rimpatrio dei cittadini stranieri assistiti. L’emendamento in questione rientra in un quadro normativo più generale di riforme che l’attuale maggioranza sta attuando allo scopo di smantellare un sistema di garanzie previste per rendere effettivo il diritto di difesa di tutti, ricchi o poveri, italiani o stranieri. Così, dopo aver smantellato il sistema del patrocinio per i meno abbienti rendendo la difesa non più appannaggio di tutti e non più un diritto inviolabile per tutti, ora l’attenzione è diretta a scardinare il principio costituzionalmente garantito della inviolabilità della difesa. Il contributo di 650,00 euro in favore degli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari, rappresenta così un grave attacco alla funzione stessa svolta dal difensore nel nostro ordinamento giuridico. L’idea che un difensore di un migrante possa ricevere un compenso dallo Stato non per la difesa del migrante ma per perseguire uno scopo politico dello stesso Stato, crea infatti un gravissimo cortocircuito del sistema anche con pesanti ricadute di carattere etico e deontologico. L’avvocato, infatti, in base all’articolo 24 del codice deontologico «nell’esercizio dell’attività professionale deve conservare la propria indipendenza e difendere la propria libertà da pressioni o condizionamenti di ogni genere, anche correlati a interessi riguardanti la propria sfera personale». È evidente che la previsione di un compenso come quello promesso dallo Stato, mina l’indipendenza e la libertà del difensore, costituendo il contributo previsto una indebita pressione e un illecito condizionamento da parte dello Stato. La previsione contenuta nell’emendamento al DDL 1818 ha suscitato immediate reazioni 2. Guida legislativa DL “SICUREZZA”, AVVOCATI E MAGISTRATI CONTRO GLI INCENTIVI SUI RIMPATRI E L’ABROGAZIONE DEL GRATUITO PATROCINIO Il difensore sarebbe trasformato in uno strumento delle politiche di remigrazione Redazione 20 Aprile 2026 Tra queste, proprio l’Organismo Congressuale Forense, chiamato direttamente in causa dal testo normativo, ha evidenziato che «il testo licenziato, nella logica che lo ispira e nelle conseguenze che ne derivano, non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e le funzioni dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro ordinamento. La persona, migrante o cittadino che sia, ha diritto a una difesa effettiva e a un difensore che sia ed appaia privo di interessi rispetto alle scelte da adottare nella difesa dell’assistito». Parole chiare che riportano l’attenzione sul ruolo dell’avvocato e sulla sua importanza rispetto al funzionamento delle istituzioni democratiche, ma anche sul problema della effettività del diritto di difesa accordato alle persone migranti in posizione di irregolarità. Le ragioni politiche dei singoli governi non posso giustificare riforme che minano il nostro ordinamento andando a colpire principi fondamentali posti a tutela dei soggetti più deboli. Quei soggetti che con più difficoltà riescono ad ottenere giustizia e che con più fatica riescono a far sentire la loro voce. Il diritto ad una difesa effettiva e completa diventa sempre di più un’utopia a causa di questi interventi legislativi che dimostrano quanto sia facile cancellare i diritti e indebolire le garanzie. Oggi delle persone migranti e domani di chi altro ancora? 1. Atto Senato n. 1818 ↩︎ 2. Inaccettabile proposta del Governo che mina l’indipendenza dell’avvocatura e lede il diritto di difesa delle persone straniere, Asgi (20 aprile 2026) ↩︎