Giorgio Manganelli / Libri fatali
Amabilmente contrario a quanto Giorgio Manganelli scrive nel risvolto alla prima
edizione di questo volume – che non vi sia nulla di più futile della recensione
– non si può certo dire che le fatuità consegnate alla pagina
dall’autodenigratorio scrittore apparso spettacolarmente sulle tavole sconnesse
del nostro teatro letterario, non diano spazio allo spettacolo. Ma le sue
libertà le ha sempre raccolte, fuori e dentro le metafore, fra serissimi
sberleffi e operistici saggi nell’ambito della retorica – tutta roba mirabolante
e in qualche modo sfacciata nonostante la ben nota arte dello stare in disparte
del nostro, in convegni e pranzi e cene più o meno amichevoli. “Amabilmente
contrario” per evidenti ragioni di buona educazione, dunque, tanto per non
ritrovarsi nei tranelli architettati in antri vertiginosi e parodistici in grado
di far smottare chiunque fra critici e lettori.
Manganelli fa slalom fra dicerie e sapienze centenarie, accarezza l’ipocondria
per poi schiaffeggiarla con lirismi consumati in un attimo e celebrazioni che
non ammettono repliche: come nel caso delle Operette morali di Giacomo Leopardi
qui trattate come oggetto “inconsumabile” perché edito – nell’occasione da lui
descritta – con cura “delicata e umile”, ben sapendo che l’eternità può
permettersi, in questo caso, atti ben sobri. Manganelli non ha dubbi:
l’apologeta delle tenebre di Recanati proprio in quest’opera non fa che renderci
dono di inesauribile luce. Quale miracolo è questo? L’egoismo del Manga lo porta
a sentire irrilevante la disperazione di Leopardi di fronte all’insondabile
gioia della sua prosa. Detta in corsivo appare tutta la luciferina idea del
tenutario delle recensioni (tutto fuorché futili) raccolte in Laboriose inezie:
nel deserto, le parole risplendono di più. E non si sa se l’apparato ironico
messo su da Manganelli sia un tantino gelido definendo “maestri di ironia”
Leopardi nonché Pascal concettualmente affine.
Si sa che, amando le oscurità esistenziali e letterarie (non sempre in
quest’ordine), Manganelli non si è mai fatto mancare passioni d’inveterato
bibliomane, dai brulichii del fantastico petulante e interessante ai tali e
quali travestitismi di Giovanni Pascoli velati dalla sorella. Come sempre
Manganelli ama e trova, nell’opera di certi autori e poeti, quel che la
dissimulazione e i tranelli rendono accettabile lo stare in vita.
Letterariamente s’intende, in quanto “vivere” per lui era ben altra cosa.
Classici, o meno, nell’universo di questo libro si celebra qualcosa di talmente
decoroso da rasentare la vertigine, poiché l’Odissea e Pinocchio ubbidiscono
alla stessa mente che numera le opere secondo l’ultima azione possibile che le è
concessa: libri presenti nello spaziotempo manganelliano sfidante viaggi e
bagagli. La biblioteca ideale è colpevole perché tende all’omniscienza, e
diventa cosa strana perché i libri sono “cosa strana e inquietante”, sempre
acquattati in un dedalo. Per lui i libri che non danno disagio possono anche
considerarsi deceduti. Non si possono amministrare, e dunque Manganelli che fa?
Ne elenca, e ne sopporta la presenza, una quantità senza pensare di fare un
favore al lettore. La conseguenza è che i destini di ogni libro recensito si
frantumano in un labirinto. Lo spettacolo è garantito, le “laboriose inezie”
propendono verso un pubblico pronto a partecipare al mito, in esse la biografia
di ogni singolo libro denota un’esistenza verso cui si è sguinzagliata la meglio
curiosità – da imitare o copiare senza remore. Lodevole, interessante,
“concupiscente”.
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