Salvare i Pini, proteggere la Città: quando la tecnologia sposa il verde urbano
I Pini del Giardino Serpico II Municipio oggetto dell’intervento
Commentiamo un’iniziativa dell’Assessora Alfonsi che abbiamo scoperto un po’
tardivamente, ma ci fa piacere valorizzarla e dare merito all’Amministrazione
quando si impegna nell’applicare – seppure in via sperimentale – buone pratiche,
per la tutela del nostro patrimonio arboreo e anche per rispondere alle
frequenti proteste sollevate da associazioni e cittadini. (AMBM)
di Paola Loche
Mentre la prassi della rimozione cautelativa continua a dominare la gestione del
verde romano, sacrificando alberi storici e importanti paesaggisticamente, per
eliminare ogni potenziale pericolo, l’intervento annunciato dall’Assessora
Alfonsi su cinque pini di Corso Trieste, nel II Municipio, introduce uno
spiraglio per un diverso approccio sperimentale.
In questo caso specifico, il Dipartimento Tutela Ambientale, invece di
arrendersi alla scorciatoia del taglio, investe in una soluzione lungimirante e
positiva. L’uso dell’ancoraggio radicale rappresenta una valida alternativa
scientifica che permette di mettere in sicurezza il territorio senza mutilare il
paesaggio, segnando un’evoluzione necessaria nella cura della città.
Il perno tecnico di questo intervento è l’Air-Spade, una tecnologia di scavo
pneumatico che sfrutta un potente getto d’aria ad alta velocità. Questo sistema
permette di separare il terreno dalle radici senza danneggiarne la corteccia o
le fibre sensibili, un’operazione essenziale per esporre con precisione
l’apparato radicale portante.
Una volta messa a nudo la struttura, viene installato un ancoraggio ipogeo: si
tratta di un sistema di tiranti ad alta resistenza collegati ad ancore
meccaniche infisse negli strati più profondi e stabili del suolo. In questo
modo, le sollecitazioni del vento vengono scaricate direttamente nel terreno,
compensando le carenze statiche della pianta. Il risultato è un consolidamento
strutturale invisibile esternamente, ma tecnicamente efficace per garantire la
sicurezza pubblica e permettere la conservazione dell’albero.
Tale scelta sposta l’asse gestionale da una funzione puramente amministrativa a
una patrimoniale, basata sulla conservazione del valore esistente. Gli esemplari
maturi garantiscono infatti prestazioni ecosistemiche, dalla termoregolazione al
sequestro di CO2, nettamente superiori rispetto ai nuovi impianti, che
impiegherebbero decenni per raggiungere la medesima efficacia ambientale. Sotto
il profilo finanziario, la convenienza risiede nel trattare il pino storico come
un’unità ecosistemica funzionale: un bene che genera annualmente benefici
(ombra, filtraggio inquinanti, estetica) stimabili in migliaia di euro.
Sostituire una pianta strutturalmente recuperabile con un giovane albero non è
solo una perdita biologica, ma un’operazione economica inefficiente: si
distrugge un capitale naturale maturo per avviare un nuovo ciclo di investimenti
e cure che diventerà pienamente produttivo solo nel lunghissimo periodo.
Inoltre, il tema della biodiversità riveste un ruolo cruciale, per quanto spesso
trascurato nella gestione urbana. Un pino maturo non è un semplice elemento
vegetale, ma un complesso micro-habitat stratificato: un vero polo biologico
dove avifauna, piccoli mammiferi ed entomofauna trovano rifugio e nutrimento.
Questa rete di organismi alimenta la connettività ecologica necessaria per
mantenere l’ambiente cittadino vitale e resiliente. L’abbattimento di un intero
filare non comporta solo la rimozione di alberi, ma determina una frammentazione
dell’habitat, interrompendo quei corridoi biologici che contrastano la
semplificazione ecosistemica delle aree urbanizzate.
Optare per la stabilizzazione ipogea, anziché per la rimozione significa,
dunque, preservare l’integrità dell’ecosistema supportato dalla pianta,
garantendo la continuità della memoria biologica del territorio.
Tuttavia, considerare questa tecnica una soluzione infallibile sarebbe un errore
di superficialità. Ogni innovazione porta con sé sfide e criticità che vanno
gestite con rigore scientifico. L’ancoraggio non è un intervento “installa e
dimentica”: richiede un monitoraggio costante negli anni. Le radici continuano a
crescere e i tiranti devono essere controllati periodicamente per evitare che
diventino una morsa dannosa per i tessuti vivi della pianta. Bisogna però tenere
presente che questa tecnica non può salvare tutto: ci saranno sempre casi in cui
la salute dell’albero è troppo compromessa da funghi o carie interne, dove la
sicurezza dovrà inevitabilmente prevalere sulla conservazione.
In definitiva, il cambio di rotta del Dipartimento segna il tentativo di un
passaggio a una gestione del verde finalmente più matura e consapevole. Sebbene
l’intervento riguardi solo cinque pini, la scelta del Dipartimento è finalmente
condivisibile: mettere in sicurezza il territorio senza mutilare il paesaggio,
segnando un’evoluzione necessaria nella gestione della città.
L’obiettivo, ora, è far sì che questa eccezione diventi la regola: una politica
estesa su tutto il territorio capitolino che scelga la conservazione scientifica
come alternativa prioritaria all’abbattimento selettivo.
Paola Loche
Vai al video sulla pagina FB di Alfonsi con l’illustrazione dell’Assessora e dei
tecnici del procedimento di ancoraggio
Per osservazioni e precisazioni scrivere a : laboratoriocarteinregola@gmail.com
18 aprile 2026