Francisco Umbral / I convalescenti della sconfitta
In La sera che arrivai al Café Gijón, Francisco Umbral sfugge le atmosfere
polverose del memoriale per consegnarci un libro vibrante, edificato di fronte
ai nostri occhi grazie a uno stile denso e fantasioso, in grado di eludere la
caducità del tempo. Figure che possono apparire estranee a chi non sia uno
studioso della letteratura iberica prendono vita in schizzi tratteggiati con
vivezza e arguzia inesauribili. C’è chi dorme con la testa sotto le lenzuola,
per sfuggire alla paura, chi conserva sul viso “una specie di lotta barocca di
energia e tristezza”, e chi ancora ha il mare che gli attraversa gli occhi,
pronto a dileguarsi al primo battito di ciglia. Personaggi dall’esistenza
concreta, ma dalla “consistenza sfocata e transeunte”.
Con pochi tocchi, Umbral rievoca un mondo. Tutto è degno della sua attenzione.
In questa maniera nomi celebri vengono accostati ad altri poco conosciuti, in un
affresco di grondante umanità. E poi c’è il linguaggio, plasmato con
immaginifica genialità. Si pensi alla descrizione del caotico mondo lirico di
Diego Jesús Jiménez, “rinfrescato da un vento di vimini appartenuti alla madre e
oscurato da una penombra acre di cattedrale barbara e romanica”. La narrativa di
Umbral è, in primo luogo, intrisa di poesia. Per questo ogni frase, ogni minima
variazione umorale o visiva merita attenzione. Lo scrittore percorre le strade
di una Madrid che non è solo un luogo fisico, ma è piuttosto uno spazio mentale.
Il Caffè è il suo ambiente d’elezione, lo scrigno dei suoi desideri e delle più
sfacciate ambizioni letterarie, simboleggiate dal simulacro della macchina da
scrivere. Poco importa che i suoi scritti incontrino continui rifiuti; verrà un
tempo in cui pubblicare un nuovo libro gli verrà a noia. Gli basta l’atmosfera
del Caffè, le sue dinamiche confuse e apparentate al sogno. I camerieri
riscuotono i conti, mentre nell’affievolirsi delle lampadine si cela l’eclissi
del diciannovesimo secolo.
Umbral evoca la Spagna franchista, e quella che muove i primi passi verso la
democrazia. Un terreno incerto, pericoloso. La tertulia è teatro, conversazione
inscenata da gruppi di poeti fantasmatici, che richiamano quelli altrettanto
misteriosi di Bolaño. Li accomuna la padronanza di una prosa che è apparentata
alla poesia, animata da una sensibilità estrema per le scelte visuali e
lessicali. C’è chi inventa la tertulia con sé stesso, perché gli altri sono
morti, oppure sono svaniti nel nulla. Alla fine, si resta sempre soli. Accanto
al Café Gijon aleggia una costellazione di taverne frequentate da “gente senza
tempo”, consumata dal tempo. Luoghi che offrono frugali pasti alle gole avide
dei letterati. Atmosfere ombrose infrante dall’irruzione sensuale dell’elemento
femminile. Vediamo Sandra, emersa da storie confuse e incerte, con i capelli che
portano “ingarbugliata tutta la luce di Madrid”, e ci sono le modelle dai corpi
lirici, irraggiungibili per chi ha scelto il mondo della letteratura, e ancora
le attrici, protagoniste di un ambiente che incuriosisce lo scrittore, ma non lo
seduce. E poi c’è Nazareth, fragile e malvagia, dal volto lirico e misterioso,
fasciata in abiti cangianti e notturni che, non so per quale strana ragione, mi
fanno pensare all’estetica oscura di Nico.
Fra le donne interessanti annovera Ángeles, moglie del romanziere Miguel
Delibes, dotata di uno spiccato senso dell’umorismo, qualità rara nel sesso
femminino a detta di Umbral. Questi, fra l’altro, confessa di preferire le
arguzie brevi al prolisso raccontare. La sua vocazione è tutta qui, nel gusto
linguistico e nell’imprevedibilità dello stile. Un umorismo del tutto
particolare arricchisce la sua prosa, debitrice per sua stessa ammissione da
Miguel Mihura, maestro dell’assurdo. Refrattario ai classici, lo scrittore cerca
nella letteratura “le piccole verità personali di uomini concreti e tutt’altro
che sciocchi”. La sua predilezione è per i martiri della scrittura, per i
barocchi, i maledetti, i surrealisti e gli esteti. Per cogliere la verità
mutevole delle cose occorre un pensiero ironico e contorto, lontano da qualsiasi
rigidità razionale, intriso di lirismo.
La narrativa di Umbral rielabora i lutti di un’intera comunità, parla di
politica con leggerezza, si muove sul limitare della frattura che ha lacerato la
Spagna cercando di tradurre l’indicibile in una forma eminentemente poetica. La
guerra, anche quando è finita, se ne sta ancora lì, mentre nel Café Gijón,
albergo dei diseredati e degli umiliati, “i convalescenti della sconfitta” si
rimettono in sesto. Parla molto Umbral, anche di pittura, della sua predilezione
per l’astrattismo, liberazione da qualsiasi limitazione argomentativa. Fra i
pittori si trova a proprio agio, forse più che fra i letterati, in una sfera
accogliente colma di realtà. Si respira un’aria da Montmartre al Gijón, dove un
artista dagli eccessi mistici come Manuel Viola porta a passeggio “la fiaccola
bianca della sua chioma per la notte di Madrid”. Umbral si ritrae mentre cerca
un soggetto per il suo primo libro, che vuole sia pieno di tempra e di sorpresa.
Nell’atto dello scrivere trova la propria ragione di esistere. Avere un libro in
cantiere gli dona un senso di sicurezza, di continuità, “altrimenti sembra che
la vita si sfilacci”.
Lo scrittore non conosce il motivo che lo spinge nella sua attività ma,
nonostante questo, scrive. Inventando il linguaggio Umbral plasma sé stesso.
Scrittori come Baroja e Azorín lo annoiano sommamente. Nella ricchezza
linguistica, nelle sue innumerevoli sfumature risiede la sua grandezza. La sera
che arrivai al Café Gijón è un libro dalla forma del tutto peculiare che sfugge
qualsiasi classificazione, un oceano multiforme in continuo movimento
all’interno del quale ognuno potrà percepire quel fremito vibrante, quello
spazio di libertà che deve essere la letteratura. La vita roteante e
confusionaria del Caffè anima le sue pagine, gravide di conversazioni e pregne
di volti riflessi in specchi opachi, ricoperti dalla patina del tempo, eppure
ancora frementi di fronte ai nostri occhi in un’estrema, toccante,
fantasmagoria.
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