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Un otto marzo per ricordare il cammino verso i diritti
Alla vigilia dell’otto marzo Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia, ha diffuso la seguente dichiarazione “Quella che nel 1977 le Nazioni Unite hanno istituito come Giornata internazionale delle donne non è una ‘festa’, come spesso viene proposta in termini commerciali, ma un’occasione per ricordare quanto ancora resta da fare per garantire i diritti delle donne. Tre milioni di pagine di documenti pubblicati sul caso Epstein mostrano come sessismo, patriarcato e suprematismo si intreccino e si saldino come strumenti di potere all’interno di una rete mondiale sostenuta da violenze, abusi e torture sui corpi di donne, soprattutto minorenni. La consapevolezza che questa rete abbia funzionato per decenni ci costringe a guardare all’8 marzo 2026 in modo più che mai lontano da ogni ritualità. Le donne non godono ancora di pari diritti in molti ambiti: consenso, educazione sessuo-affettiva, salute sessuale e riproduttiva sono campi in cui i diritti delle donne non sono ancora sufficientemente tutelati. Amnesty International Italia continua a chiedere una modifica del codice penale che introduca una definizione di stupro basata sull’assenza di consenso liberamente prestato, informato e revocabile, in linea con gli standard internazionali: solo un approccio basato sul consenso può garantire un accesso effettivo alla giustizia. I dati dimostrano che questo approccio migliora i tassi di denuncia, di condanna e di recupero. È inoltre necessario introdurre linee guida in materia di prevenzione, protezione e sostegno alle sopravvissute. Sappiamo che la violenza non nasce all’improvviso né dal nulla: è il risultato di pregiudizi che trovano espressione nel linguaggio, nelle battute e nei modi di dire. L’investimento sull’educazione e sulla formazione è fondamentale per contrastare gli stereotipi di genere e le diverse forme di violenza, per combattere i miti sullo stupro e la propaganda misogina online, inclusi i contenuti anti-gender e la propaganda incel che normalizzano la violenza contro le donne. Chiediamo anche una formazione specifica per agenti di polizia, giudici, pubblici ministeri, operatori sanitari e servizi in prima linea, al fine di prevenire la vittimizzazione secondaria ed eliminare gli stereotipi di genere dannosi. L’attuazione di un’educazione sessuale completa, sebbene riconosciuta dall’Unione europea come essenziale, continua a incontrare una crescente resistenza. Si tratta di un’opposizione strutturata, finanziata e transnazionale che influenza con successo il dibattito pubblico e le decisioni politiche. Questa opposizione fa parte di un più ampio movimento ‘anti-gender’ che mette in discussione i diritti a livello europeo, minando i principi di uguaglianza di genere, non discriminazione e promozione della salute e dei diritti umani, in particolare quelli delle ragazze, delle donne e delle persone Lgbtqia+. In Italia non esiste una legge nazionale che renda obbligatoria l’educazione sessuale. Le iniziative in materia restano quindi a discrezione delle scuole ed è richiesto il consenso dei genitori per la partecipazione dei figli e delle figlie a tali attività. Per quanto riguarda l’interruzione volontaria di gravidanza, in Italia il ministero della Salute è in grave ritardo nella diffusione dei dati: gli ultimi pubblicati sono relativi al 2022, sebbene il ministero sia tenuto per legge a fornirli attraverso una relazione annuale sull’attuazione della Legge 194. La mancanza di dati aggiornati non consente un’analisi completa del fenomeno, ad esempio su chi ricorre all’aborto, dove, con quale metodo e con quali difficoltà. Alcune difficoltà sono tuttavia note. Una delle principali è l’elevato numero di personale sanitario obiettore di coscienza (in media il 60 per cento, con punte dell’80 per cento in alcune regioni), che rende di fatto impossibile o molto difficile accedere all’interruzione volontaria di gravidanza per molte donne. Oltre a non intervenire su questo problema, individuando modalità per conciliare la libertà di coscienza del personale sanitario con l’accesso a un diritto sancito dalla legge per le donne, il governo italiano giustifica le limitazioni al diritto all’aborto nell’ambito della retorica sulla ‘protezione dei valori legati alla famiglia’, oppure con argomentazioni legate alla natalità. Sono state inoltre adottate iniziative legislative che consentono a gruppi antiabortisti e a ‘sostenitori della maternità’ di accedere ai consultori frequentati da persone incinte in cerca di un aborto legale. Grazie alla pressione della campagna europea My Voice, My Choice, alla quale anche Amnesty International ha collaborato, la Commissione europea ha espresso parere positivo sulla proposta di utilizzare fondi europei per sostenere il diritto all’aborto. Non sono state stanziate nuove risorse, ma la Commissione sosterrà attivamente gli stati membri nell’utilizzo dei fondi dell’Unione europea per questa importante questione di salute sessuale e riproduttiva. Se qualche risultato arriva, tuttavia, la strada è ancora lunga”. Amnesty International
March 7, 2026
Pressenza
Ungheria, appello per lasciar sfilare il Budapest Pride
Per 30 anni, il Budapest Pride è stato un momento di visibilità, solidarietà e libertà in uno stato, l’Ungheria, dove le persone Lgbtqia+ venivano progressivamente emarginate. Da quando Victor Orbán è salito al potere, la prima volta a cavallo dei due secoli per poi rimanerci stabilmente dal 2010, gli spazi di libertà sono stati via via erosi e il Budapest Pride è diventato un luogo condiviso di resistenza all’autoritarismo. Non è un caso, dunque, che il 18 marzo – 24 ore dopo la sua presentazione – il Parlamento ungherese abbia approvato un emendamento costituzionale che colpisce ulteriormente la libertà di espressione. Con un linguaggio generico che ricorda le disposizioni della legge sulla “propaganda gay” adottata dalla Russia nel 2023, il testo vieta ogni raduno ritenuto “contrario allo sviluppo morale dei minorenni”. La legge, adottata con 136 voti a favore, consente l’uso della tecnologia per il riconoscimento facciale per identificare le persone che prendono parte a iniziative ora vietate, nonché una multa di 500 euro (il salario minimo in Ungheria è di poco superiore ai 700 euro e l’inflazione è una delle più alte in Europa) per chi vi partecipa. Chi organizza eventi vietati rischia fino a un anno di carcere. Infine, la legge amplia il numero dei casi in cui le forze di polizia possono disperdere manifestazioni di cui era stata data notifica. È dal 2020 che il governo ungherese si accanisce contro i diritti delle persone Lgbtqia+: ha vietato il riconoscimento legale delle persone trans, ha cancellato da gran parte della dimensione pubblica compresa le scuole e la programmazione televisiva diurna  le minoranze sessuali e di genere, ha impedito le adozioni alle coppie omosessuali e ha emendato la Costituzione in modo tale da definire la famiglia “unione di un uomo e di una donna”. Quello di Orbán è un misto di ideologia e cinico calcolo politico: additando come capri espiatori le persone Lgbtqia+, il governo devia l’attenzione dalla crisi economica e riduce il dissenso al silenzio. I mezzi d’informazione pro-Orbán, praticamente quasi tutti, definiscono il Pride “una provocazione illegale” che ha l’obiettivo di “corrompere i giovani”. Ma il 28 giugno le persone Lgbtqia+, i movimenti per i diritti umani e quella parte della società civile non ancora “orbanizzata”, intendono scendere in piazza. Nel rispetto delle attuali disposizioni, un mese prima, il 28 maggio, l’organizzazione del Budapest Pride chiederà l’autorizzazione e la polizia avrà 48 ore di tempo per rispondere. Qui l’appello di Amnesty International a sostegno della richiesta: https://www.amnesty.it/…/ungheria-lasciar-sfilare-il…/ L’Unione Europea intenderà sostenere questa elementare rivendicazione dei diritti alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica?   Riccardo Noury
May 22, 2025
Pressenza