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Misurare la povertà educativa. I risultati del lavoro della Commissione scientifica ISTAT
Il 16 e il 17 aprile scorsi, presso la Sala Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli, si è svolto per iniziativa dell’ISTAT il Convegno “Misurare la Povertà Educativa: Risultati e prospettive del lavoro della Commissione Scientifica Interistituzionale”. La Commissione scientifica interistituzionale sulla povertà educativa è stata istituita nel 2023 dall’Istat con il coinvolgimento della comunità scientifica, della società civile, di esponenti di governo e delle istituzioni. Il Convegno, che ha riunito esperti, rappresentanti delle Istituzioni e del mondo educativo, è stato il momento finale di un percorso di studio e approfondimento su dimensioni e determinanti della povertà educativa nel nostro Paese. Nel corso della prima giornata, i lavori si sono concentrati sulla presentazione dei risultati della Commissione, analizzando le diverse dimensioni della povertà educativa. La seconda giornata ha invece esplorato le nuove prospettive della ricerca sul campo e il ruolo della cultura statistica nelle scuole. Nelle diverse sessioni tematiche sono stati approfonditi casi di studio, con un momento speciale dedicato all’esperienza laboratoriale degli studenti. Si sono inoltre svolte due tavole rotonde per creare sinergie tra ricerca, interventi e politiche territoriali. “Il nostro Paese sta facendo progressi importanti nel settore dell’istruzione che si riscontrano nell’andamento di diversi indicatori – ha sottolineato Francesco Maria Chelli, Presidente dell’Istat – Ad esempio, nel 2025, il fenomeno dell’abbandono scolastico precoce si è attestato all’8,2%, registrando un risultato migliore rispetto all’obiettivo fissato dall’Agenda 2030 dell’Unione Europea (9%). Tuttavia, non possiamo ignorare le disuguaglianze che ancora persistono e che la statistica ufficiale ha il compito di illuminare. In questo senso, il lavoro svolto dalla Commissione costituisce un fondamentale benchmark di riferimento. L’aggiornamento periodico di questo sistema di indicatori contribuirà a misurare i progressi, monitorare i cambiamenti nel tempo e valutare l’impatto delle politiche attuate sul territorio.” La povertà educativa è un fenomeno multidimensionale frutto del contesto familiare, economico e sociale in cui i bambini e i ragazzi vivono. La povertà di risorse è una condizione che deriva da una carenza di risorse educative e culturali della comunità di riferimento (famiglia, scuola, luoghi di apprendimento e aggregazione) o da una limitazione nelle opportunità di fare esperienze utili alla crescita personale. La povertà di esiti significa, infine, non avere acquisito competenze personali, sociali e cognitive necessarie per crescere e sviluppare relazioni con gli altri; coltivare talenti e aspirazioni; sentirsi parte di una comunità, a livello collettivo, ed esercitare con consapevolezza il diritto di cittadinanza attiva. Vediamo alcuni dati relativi alla povertà educativa emersi durante il Convegno: il 20,7% di ragazzi in povertà educativa ha genitori con basso titolo di studio; il 37% vivono in abitazioni senza libri o con al massimo 25 libri; il 27,1 % sono figli di genitori che non hanno visto spettacoli fuori casa nell’ultimo anno; il 42,7% sono studenti non iscritti al tempo pieno; il 13,3% sono bambini e ragazzi che dichiarano di vivere in una zona senza spazi verdi, parchi e giardini; il 35,6% sono i bambini che non praticano sport; il 13% sono i bambini e ragazzi che invece si dichiarano poco o per niente soddisfatti della vita; il 9,5% si dichiarano poco o per niente soddisfatti delle relazioni amicali; il 14,1% dichiara che la scarsa fiducia in se stesso non gli ha permesso di superare momenti difficili; il 9,8% è uscito precocemente dal sistema di istruzione e formazione (dispersione esplicita). “Misurare la povertà educativa è fondamentale per definire politiche di contrasto e ridurre le disuguaglianze che colpiscono bambini, bambine e adolescenti – ha ribadito Save the Children, al convegno ISTAT a Napoli – In Italia il 13,8% dei minori vive in povertà assoluta e il 6,5% delle famiglie con almeno un minore si trova in grave deprivazione materiale e sociale. Dati che rendono urgente rafforzare le politiche educative nei territori più fragili. Misurare la povertà educativa è fondamentale per definire politiche di contrasto e ridurre le disuguaglianze che continuano a penalizzare l’orizzonte di migliaia di bambine, bambini e adolescenti nel nostro Paese”. Save the Children che dieci anni fa introdusse in Italia il concetto di “Povertà Educativa – definendola come “la privazione da parte dei bambini e degli adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni” – e promosse il primo Indice di Povertà Educativa (IPE), per misurare le disuguaglianze educative a livello regionale:  https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/la-lampada-di-aladino.pdf. Ed è significativo che la nuova misurazione elaborata dall’ISTAT abbia adottato proprio un approccio multidimensionale, che non si limita al successo scolastico ma comprende tutte le dimensioni educative della crescita, dallo sport alle opportunità culturali. Importante anche il passaggio dalla dimensione nazionale e regionale alla mappatura dei territori, utile per individuare con maggiore precisione dove concentrare gli investimenti. Il tema degli spazi della crescita sarà centrale nella edizione 2026 di IMPOSSIBILE, la biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza promossa da Save the Children, che si terrà a Roma il 21 maggio e che quest’anno sarà dedicata al tema “Investire nelle periferie, investire nell’infanzia”: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/impossibile-2026. Giovanni Caprio
April 21, 2026
Pressenza
L’ Istat pubblica dati incompleti sulla violenza di genere. Emerge il verminaio sulle esternalizzazioni
Una grossa rogna è esplosa sulle rilevazioni statistiche dell’ISTAT e su come vengono rilevate le risposte sulle quali si fanno poi le elaborazioni. L’indagine sulla violenza di genere in Italia prodotta da ISTAT a novembre 2025 è stata pubblicata in maniera parziale escludendo i dati sulle donne migranti. Stando a quanto dichiara, […] L'articolo L’ Istat pubblica dati incompleti sulla violenza di genere. Emerge il verminaio sulle esternalizzazioni su Contropiano.
April 21, 2026
Contropiano
Il mondo che Meloni inventò
di Mario Sommella (*).   La fabbrica della realtà: istruzioni per abitare il Paese più bello del mondo (quello immaginario)   Cari concittadini, una buona notizia: viviamo nel migliore dei Paesi possibili. Lo sappiamo per certo perché ce l’ha appena comunicato la premier dal banco del governo, con la compostezza di chi legge un bollettino meteorologico nel quale c’è sempre il
La sedentarietà si riduce, ma riguarda ancora 3 persone su 10
Nel confronto europeo (Ue27), l’Italia presenta tassi molto bassi di obesità e una quota inferiore di fumatori abituali, ma si distingue purtroppo per la scarsa diffusione dell’attività fisica tra gli adulti, che spesso non raggiunge i livelli raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per il mantenimento di un buon stato salute. E’ quanto certifica l’ISTAT con il focus “FATTORI DI RISCHIO PER LA SALUTE: PESO, SEDENTARIETÀ, FUMO E ALCOL | ANNO 2025”. Nel 2025 il 46,4% di persone di 18 anni e più risulta in eccesso di peso, tra queste il 34,8% è in sovrappeso e l’11,6% in condizione di obesità (5 milioni 750mila persone). Il dato è stabile rispetto a quanto registrato nell’ultimo triennio (era pari al 46,3% nel 2023). Tuttavia, l’analisi degli ultimi 10 anni mette in evidenza un incremento di 1,3 punti percentuali, determinato dalla componente dell’indicatore relativa all’obesità, passata dal 9,8% all’11,6%. È diminuita leggermente, invece, la quota relativa al sovrappeso, passata dal 35,5% nel 2015 al 34,8% nel 2025. L’incremento dell’obesità nel tempo ha riguardato in egual misura uomini e donne, interessando soprattutto la popolazione di 18-54 anni (+2,4 punti percentuali), mentre nelle altre classi di età il fenomeno si è mantenuto complessivamente stabile. Tra gli adulti l’eccesso di peso colpisce soprattutto gli uomini: nel 2025, infatti, il 55,1% degli uomini risulta in eccesso ponderale contro il 38,2% delle donne. Il divario è particolarmente evidente tra i 35 e i 59 anni, dove gli uomini superano le donne di oltre 20 punti percentuali. Tale differenza si riduce a circa 7 punti percentuali tra i 18 e i 34 anni e a circa 10 dai 75 anni in su. Anche nel caso specifico dell’obesità, le prevalenze sono più alte tra gli uomini, ma con differenze per età meno marcate, pari al massimo a quattro punti nell’età centrali. Il picco di prevalenza dell’obesità, sia per gli uomini sia per le donne, è a 65-74 anni: pari al 16,4% tra i primi e al 14,1% per le seconde. Dopo i 74 anni l’obesità si riduce (12,0% e 13,7%, rispettivamente). La geografia dell’eccesso di peso mette in evidenza un forte gradiente territoriale Nord-Mezzogiorno. Nel 2025 la quota di persone adulte in eccesso di peso raggiunge il 49,3% nel Mezzogiorno (di cui il 37,0% in sovrappeso e il 12,3% con obesità), mentre nel Nord si registrano prevalenze più basse (32,1% e 10,6%, rispettivamente). Si osservano valori particolarmente elevati in Campania (51,5%), Puglia (50,8%), Sicilia (50%) e Molise (48,5%). E per l’eccesso di peso si osservano anche marcate differenze rispetto al titolo di studio: tra le persone laureate la prevalenza di eccesso di peso è pari al 35,9% (28,9% in sovrappeso e 7,0% obese), sale al 47,1% tra i diplomati (35,7% in sovrappeso e 11,4% obese) e raggiunge il 56,4% (15,5% e 40,9%) tra quanti hanno al massimo la licenza media. La prerogativa in base alla quale le persone con titolo di studio più elevato risultano meno esposte ai fattori di rischio dovuti all’eccesso di peso corporeo si riscontra in tutte le fasce di età, sia per gli uomini sia per le donne. E’ pari al 18,6%, invece, la quota di fumatori tra la popolazione di 11 anni e più (pari a circa 10 milioni di persone), valore che risulta in diminuzione rispetto a quanto registrato nel 2024 (19,2%). Il 15,1% della popolazione di 11 anni e più (pari a 8 milioni e 79mila persone) ha, infine, almeno un comportamento a rischio di consumo di bevande alcoliche (consumo abituale eccedentario o ubriacature, il cosiddetto binge drinking). Per quanto riguarda le persone di 3 anni e più che risultano sedentarie, che dichiarano cioè di non svolgere né sport né attività fisica nel tempo libero, la quota è di 30,8% (circa 17 milioni 670mila persone). L’indicatore di sedentarietà mostra un significativo miglioramento rispetto al 2024 (quando aveva raggiunto il 33,1%), a conferma del trend di diminuzione registrato negli ultimi anni. In particolare, la riduzione risulta particolarmente elevata se confrontata con quanto osservato già tre anni prima (-6,4 punti percentuali rispetto al 2022) e ancora di più nel confronto a 10 anni (nel 2015 la sedentarietà riguardava il 39,9% della popolazione). Rispetto al 2024, la riduzione della sedentarietà ha riguardato uomini e donne (-2,6 punti percentuali gli uni e -2,3 le altre). Inoltre, la sedentarietà è diminuita in quasi ogni fascia di età, con punte di riduzione maggiore tra i 20 e i 54 anni (-3,4 punti percentuali) e tra la popolazione anziana di 75 anni e più (-3,6 punti). Fanno eccezione le bambine di 3-5 anni per le quali, viceversa, si osserva un aumento di inattività fisico-sportiva (dal 39,4% del 2024 al 46,6% del 2025). Le donne presentano livelli di sedentarietà più elevati rispetto agli uomini (34,2% contro 27,2%), anche se nel tempo il divario di genere è andato riducendosi (pari a 9,2 punti percentuali nel 2015, scende a 7 punti percentuali nel 2025). Le donne risultano più sedentarie degli uomini a quasi ogni età e, in particolare, tra le persone di 75 anni e più dove si dichiara sedentario il 47,2% degli uomini e il 65,9% delle donne. La quota di sedentari è invece pari al 15,5% tra i bambini di 6-10 anni e si mantiene bassa tra i minori, mentre a partire dai 35-44 anni riguarda già più di un adulto su quattro. Tra le persone di 65 anni, invece, più di una persona su tre si dichiara sedentaria, con particolare impatto tra gli ultra-settantaquattrenni, fra i quali quasi sei su 10 dichiarano di non praticare sport né attività fisica nel tempo libero.  “Eccesso di peso, sedentarietà, abitudine al fumo e uso non moderato di alcol, sottolinea l’ISTAT, costituiscono stili di vita che aumentano il rischio di sviluppare patologie croniche. Poiché si tratta per lo più di comportamenti modificabili, il loro monitoraggio, la diagnosi precoce e le azioni di contrasto rappresentano interventi essenziali di prevenzione. Secondo il Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025, i principali fattori di rischio, insieme alle condizioni ambientali e al contesto sociale, economico e culturale, sono responsabili di circa il 60% delle malattie croniche non trasmissibili, ossia di quelle cause più frequentemente responsabili della mortalità in Italia e nel mondo. Il Piano adotta una visione integrata della salute fondata sull’equilibrio tra benessere umano, ecosistemi e ambiente, sottolineando l’importanza di interventi di prevenzione primaria fin dalle prime fasi della vita, affinché producano benefici duraturi per l’individuo, la comunità e le generazioni future. Rilevante, in questo quadro, anche la recente approvazione della Legge n. 149/2025, che riconosce l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante. La norma prevede l’inclusione delle prestazioni per la sua cura nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e istituisce un programma nazionale dedicato alla prevenzione e al trattamento”. Qui il focus dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/Report_Fattori-di-rischio-per-la-salute-peso-sedentarieta-fumo-e-alcol_Anno-2025.pdf.  Giovanni Caprio
April 8, 2026
Pressenza
VENERDÌ 3 APRILE: ANALISI CRITICA DEI FATTI ECONOMICI DELLA SETTIMANA CON ANDREA FUMAGALLI
Nell’appuntamento di venerdì 27 marzo 2026 con la rubrica di Analisi critica dei fatti economici della settimana con l’economista e nostro collaboratore Andrea Fumagalli, iniziamo commentando i dati Istat che riguardano il mercato del lavoro italiano. Scendono infatti di 29mila infatti gli occupati sul mese di febbraio. La fotografia dell’ente statisticosi riferisce al report intitolato “Occupati e disoccupati”. Con i nuovi dati, il tasso di disoccupazione sale a febbraio al 6,2%. Abbiamo poi affrontato la proposta di legge patrimoniale portata avanti da varie organizzazioni tra le quali la CGIL e Rifondazione Comunista. La proposta prevede un contributo di solidarietà sui grandi patrimoni e si pone l’obiettivo di redistribuire la ricchezza, ridurre le disuguaglianze, poi finanziare sanità e scuola. Infine la difficile situazione dell’economia globale in seguito all’aggressione israelo-statunitense all’Iran. Mercati finanziari altalenanti nelle ultime settimane, ieri però calo delle borse in seguito alle dichiarazioni di Trump sull’Iran, che non fanno intravedere la fine del conflitto scatenato da Israele e Stati Uniti. In questo quadro il Consiglio dei ministri ha prorogato il taglio delle accise su benzina e diesel fino al prossimo 1° maggio. La puntata di venerdì 3 aprile 2026 della rubrica settimanale di Analisi critica di fatti economici della settimana con il nostro collaboratore Andrea  Fumagalli, docente di Economia politica all’Università di Pavia. Ascolta o scarica
April 3, 2026
Radio Onda d`Urto
Torino, oltre mille senza dimora in una notte: quasi uno su tre dorme in strada
Una notte di gennaio, temperature basse e città quasi vuota. Sotto i portici e nei pressi delle stazioni, qualcuno si prepara a dormire. Nelle stesse ore, volontari e operatori coinvolti nel progetto Istat percorrono la città per contarli, uno a uno. Il conteggio realizzato nell’ambito della campagna Istat «Tutti Contano» restituisce una fotografia aggiornata del fenomeno delle persone senza dimora. A Torino sono 1.036. Di queste, 664 sono ospitate nelle strutture di accoglienza, mentre 372 — circa il 36% — trascorrono la notte in strada o in sistemazioni di fortuna. Il sistema cittadino dispone di 770 posti letto, un numero inferiore rispetto al fabbisogno complessivo. Il rapporto tra capienza e persone senza dimora si attesta al 74,3%, segnalando una disponibilità limitata rispetto alla domanda. Il fenomeno si conferma prevalentemente maschile. Le donne ospitate nelle strutture sono 117, pari al 17,6% del totale. Elevata anche la presenza di cittadini stranieri, che rappresentano il 77,7% degli ospiti, una quota tra le più alte nel confronto con le altre grandi città. Dal punto di vista anagrafico, la maggioranza si colloca nella fascia tra i 31 e i 60 anni (67,3%), mentre i giovani tra i 18 e i 30 anni sono il 17,5%. Tra le persone rilevate in strada, Torino presenta una distribuzione equilibrata tra chi dorme all’aperto e chi trova riparo in spazi urbani coperti. I portici e i sottopassi rappresentano una delle principali soluzioni di fortuna, accanto a strade e aree pubbliche prive di riparo. La presenza di persone senza dimora si concentra soprattutto nelle aree centrali e più frequentate della città. Una collocazione che rende il fenomeno visibile, ma non necessariamente riconosciuto. Durante il conteggio, nella maggior parte dei casi le persone erano già addormentate o non in grado di interagire, segno della difficoltà di intercettarne pienamente le condizioni. Il dato torinese si inserisce in un quadro nazionale che conta oltre 10mila persone senza dimora nelle principali aree metropolitane. A Torino emerge una realtà strutturata ma sotto pressione: un sistema di accoglienza diffuso, ma non sufficiente a coprire l’intero fabbisogno né a intercettare pienamente le esigenze delle persone senza dimora. Una quota significativa continua a vivere in strada. Il dato restituisce una fotografia chiara. Ora la questione si sposta sul piano delle politiche e della capacità di trasformare i dati in interventi efficaci.   Fabrizio Floris
March 29, 2026
Pressenza
I dati della Rilevazione Istat – Fio. PSD sulle persone senza dimora
Il numero delle persone senza dimora, di almeno 18 anni di età, rilevate il 26 gennaio 2026 nei 14 Comuni Centro di Area Metropolitana (CCAM), ovvero Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Messina, Catania e Cagliari, è pari a 10.037 individui. Tra questi, 5.563 persone (55,4%) erano ospitate nelle strutture di accoglienza notturna. Le ulteriori 4.474 persone (44,6 %) sono state conteggiate in strada, in spazi pubblici o in sistemazioni di fortuna (da ora in avanti semplicemente in strada). La rilevazione sulle persone senza dimora nei 14 CCAM è stata promossa e coordinata dall’Istat in collaborazione con la fio. PSD (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora), che si è occupata del reclutamento e dell’organizzazione della rete dei rilevatori, con il supporto di enti locali, università, terzo settore, attraverso la campagna “TuttiContano”. Roma presenta il valore assoluto più elevato (2.621 persone, di cui 1.299 in strada), seguita da Milano (1.641, di cui 601 in strada), Torino (1.036, di cui 372 in strada) e Napoli (1.029, di cui 566 in strada). Reggio Calabria registra, invece, la minore presenza di persone senza dimora (31 persone, 14 in strada); seguono Messina (129 persone, 25 in strada) e Catania (218 persone, 78 in strada). Le donne rappresentano una minoranza: in struttura risultano essere 1.189, rappresentando il 21,4 %; in strada è stato possibile distinguere il sesso per circa il 75 % dei casi conteggiati e tra questi circa il 12 % è rappresentato da donne. Nelle strutture di accoglienza notturna le persone di nazionalità straniera sono oltre i due terzi del totale (3.838 contro 1.725 di nazionalità italiana) e, anche tra chi è stato rilevato in strada, rappresentano il 70,5 % dei casi con nazionalità individuata. I giovani (tra i 18 e i 30 anni) rappresentano il 15,3 % (851 persone) degli ospiti delle strutture, le persone tra i 31 ai 60 anni il 61,3 % (3.413), mentre gli ultrasessantenni il 23,4 % (1.299). Tra i conteggiati in strada, la quota di chi ha oltre 60 anni è significativamente più bassa, pari al 10,6 % dei casi con età rilevata, a vantaggio di una maggiore concentrazione nella fascia d’età compresa tra i 31 e i 60 anni (73,2% ). Per quanto attiene alla disponibilità di posti letto nelle strutture di accoglienza notturna considerate (pari a 6.678 posti letto), essa risulta inferiore al numero complessivo delle persone senza dimora conteggiate nelle strutture e in strada (10.037 persone), seppur con differenze rilevanti tra i Comuni. Roma accoglie oltre un quarto del totale delle persone senza dimora conteggiate (26,1%); seguono Milano (16,4%), Torino (10,3%) e Napoli (10,3%). Se complessivamente le persone senza dimora conteggiate in strada rappresentano il 44,6 % del totale, nelle quattro città delle Isole la quota risulta inferiore, raggiungendo il valore minimo a Messina (19,4%); le quote più elevate si osservano invece a Genova (65,9 %), a Firenze  (59,0 %) e a Napoli (55,0 %). Le persone senza dimora conteggiate corrispondono a circa lo 0,11 %  della popolazione residente dei Comuni considerati. Va tuttavia precisato che il collettivo dei senza dimora include anche individui non iscritti in anagrafe o residenti in Comuni diversi da quelli dove si trovano a gravitare. Le persone di nazionalità italiana presenti nelle strutture sono 1.725 (31,0 %), mentre quelle di nazionalità straniera sono 3.838 (69,0 %). La quota di persone di nazionalità straniera supera i tre quarti a Torino, Milano, Firenze e Bari, quattro Comuni che, insieme, ospitano circa l’80  % delle persone senza dimora di nazionalità non italiana presenti nelle strutture. La quota scende a meno della metà a Genova, Napoli e Cagliari, dove le persone senza dimora di nazionalità italiana risultano essere la maggioranza degli ospiti delle strutture; in particolare, a Cagliari otto ospiti su 10 (79,5 %) sono di nazionalità italiana. Per il 59,7 % degli ospiti delle strutture è stato possibile ottenere informazioni sul Paese di origine, la cui distribuzione ricalca, generalmente, quella che caratterizza i permessi di soggiorno o i registri di iscrizione anagrafica dei cittadini stranieri: ad esempio, Marocco, Romania ed Egitto sono più diffusi a Milano, Romania e Polonia a Roma, Somalia e Nigeria soprattutto nelle città del Nord. Alcune eccezioni rilevanti riguardano la Cina, il Bangladesh, lo Sri Lanka e le Filippine: nonostante in alcuni Comuni la presenza di persone provenienti da questi Paesi sia rilevante, tra i senza dimora risulta praticamente assente; anche per i peruviani la presenza tra i senza dimora è decisamente più bassa di quella riscontrata nella popolazione. Oltre il 60 % delle persone presenti in struttura ha tra i 31 e i 60 anni (3.413 persone, 61,3 %); quelle più giovani, tra i 18 e i 30 anni, rappresentano il 15,3 % (851 persone), mentre meno di un quarto supera i 60 anni di età (1.299 persone, ovvero il 23,4 %). Anche rispetto all’età la distribuzione nei 14 CCAM è diversificata: i giovani sono più presenti in alcune città del Sud e delle Isole (Bari 31,2 %, Catania 39,3  %e Messina 25,0 %), ma anche a Milano e Torino la loro presenza è relativamente elevata (20,5  % e 17,5 % rispettivamente). Al contrario, gli over 60 sono circa un terzo a Roma (33,1 %), Napoli (29,8 % ) e Genova (29,6 %) e scendono a circa uno su 10 a Bari (le quote di Reggio Calabria sono influenzate dalla ridotta numerosità). Qui il Report dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/03/Report_Il-conteggio-delle-PSD-14-CCAM.pdf. Qui il Report sulla Campagna “Tutti Contano” per la rilevazione delle Persone senza dimora di ISTAT e fio.PSD: https://www.fiopsd.org/wp-content/uploads/2026/03/TuttiContano-Report-2026-ITA.pdf. Giovanni Caprio
March 26, 2026
Pressenza
L’Italia accumula ricchezza, ma l’ascensore sociale è fuori servizio
La ricchezza in Italia è tanta, ma è una ricchezza che ha smesso di circolare da tempo, si concentra, e non viene redistribuita: diventa il tesoretto di una ristretta élite. A settembre 2025, il patrimonio netto degli italiani ha raggiunto l’astronomica cifra di 11 mila miliardi di euro. Secondo la […] L'articolo L’Italia accumula ricchezza, ma l’ascensore sociale è fuori servizio su Contropiano.
March 20, 2026
Contropiano
Istat: dal conflitto in Iran si preannuncia il ribasso dell’economia globale
La nota sull’andamento dell’economia italiana, appena pubblicata dall’Istat, non può fare a meno di ragionare sul futuro dell’economia globale, in virtù degli effetti dell’aggressione statunitense e israeliana all’Iran. Mentre il PIL italiano, nell’ultimo trimestre del 2025, segna aumenti irrisori (lo 0,3%), l’impennata dei prezzi del petrolio e la frenata della […] L'articolo Istat: dal conflitto in Iran si preannuncia il ribasso dell’economia globale su Contropiano.
March 14, 2026
Contropiano
PUBBLICATE CON DUE ANNI DI RITARDO LE RILEVAZIONI NAZIONALI SUI CENTRI ANTIVIOLENZA, 61MILA DONNE HANNO CHIESTO AIUTO
È un quadro stabile ma disarmante quello che emerge dai dati pubblicati oggi dall’Istat nel rapporto intitolato “I Centri Anti Violenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza”. Il documento fa riferimento all’anno 2024, “durante il quale poco più di 36.400 donne hanno affrontato il percorso di uscita dalla violenza grazie all’aiuto dei 409 centri anti violenza (Cav) presenti sul territorio italiano. Si sono rivolte ai Cav “61.370 donne, in media 169 donne per Cav, con valori più alti nel Nord-ovest (241) e nel Nord-est (238) e più bassi nel Sud (72)”. Secondo l’analisi dei dati di Viviana Cassini, presidente del Cav – Casa delle donne di Brescia, il ritardo della pubblicazione dei dati a livello nazionale, potrebbe rallentare la conoscenza e quindi le strategie da mettere in campo da parte delle istituzioni nazionali, in primis, il governo. Tuttavia, nei casi analoghi a quello del Cav da lei presieduto, i dati a disposizione sono decisamente più recenti (2025) e questo permette loro di essere più tempestive nell’adottare azioni adeguate. Tra i principali risultati evidenziati dalla pubblicazione Istat, le violenze di carattere economico – subite dal 39,7% delle donne che si sono rivolte ad un Cav – ma anche “l’elevatissimo il numero di figli che assistono alla violenza subita dalla propria madre” e l’aumento di donne con disabilità che si sono rivolte ai Cav. Si conferma inoltre come la stragrande maggioranza delle violenze avvengano all’interno della coppia e come trovare una sistemazione lontana dal contesto nel quale si è verificata la violenza sia una delle difficoltà principali delle sopravvissute alla violenza. Alla luce dei dati Istat, abbiamo chiesto a Viviana Cassini quali dovrebbero essere le azioni da intraprendere urgentemente da associazioni e istituzioni: “la prevenzione” è in cima alla lista delle priorità, poi la necessità di offrire alle vittime di violenza la possibilità concreta di “rientrare nel circuito sociale e lavorativo”; terza cosa “costruire percorsi nuovi e diversi” in modo che la donna possa “affrontare gente nuova, posti nuovi rispetto invece alla famiglia d’origine”. Infine è necessario insistere sul “cambiamento culturale” e spingere per una “legislazione più puntuale”, al contrario da quella promossa dal DDL Buongiorno che “mette di nuovo al centro dell’accusa la donna che deve giustificarsi se ha messo in atto tutta una serie di atti che facilitavano la possibilità di far capire all’altro che lei non ci stava, nel caso della violenza sessuale”. L’intervista con Viviana Cassini, presidente del CAV – Casa delle donne di Brescia. Ascolta o scarica
March 10, 2026
Radio Onda d`Urto