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L’inverno demografico della scuola
Quasi due milioni di studenti in meno nel 2040 rispetto a oggi. Che, a regole invariate, potrebbero volere dire circa 95.000 classi e 166.000 docenti in meno. Sono, in massima sintesi, i dati drammatici dell’effetto del declino della popolazione italiana sul sistema d’istruzione nazionale, così come emergono da un nuovo esercizio previsivo della Fondazione Agnelli a partire dai dati Istat per il 2025. L’impatto del declino della popolazione sul sistema d’istruzione italiano è un fenomeno che da tempo preoccupa ed è oggetto di studio, sebbene fatichi a diventare un tema importante del dibattito pubblico e per il momento non trovi risposte da parte della politica. Già nel 2018 la Fondazione Agnelli aveva lanciato un primo allarme (https://www.fondazioneagnelli.it/2018/04/12/scuola-orizzonte-2028/), ma in questi anni le tendenze demografiche che allora potevano essere definite “preoccupanti” sono andate aggravandosi, diventando drammatiche in sé e per le conseguenze che potranno avere sugli equilibri e sulla sostenibilità dell’intero sistema d’istruzione nazionale. > “Il confronto con la previsione costruita anni fa dalla Fondazione Agnelli, si > legge nel dossier, sulla base 2018 mostra che i cambiamenti non sono uniformi. > Sul totale 3-18 la nuova stima per il 2030 è più bassa di circa il 4%. La > correzione è molto più forte per i 3-5 anni, dove la nuova previsione è > inferiore di circa il 18%, e più contenuta per la primaria, intorno al 7%. Per > medie e superiori, invece, la nuova previsione è leggermente più alta, > rispettivamente di circa il 3% e l’1%. Non soltanto lo scenario è diventato > più negativo, ma è cambiata la distribuzione del calo tra le coorti”. > > Il nuovo esercizio previsivo della Fondazione Agnelli fino al 2040 mostra che > il divario territoriale cresce con l’orizzonte di previsione. Sul totale 0-18, > al 2030 le differenze tra aree sono ancora relativamente contenute: Nord Ovest > e Nord-Est si collocano intorno all’8% di riduzione, mentre Centro e > Mezzogiorno sono intorno al 10-11%. Al 2035 il distacco aumenta: il Nord è > intorno al 13-14%, il Centro al 19% e il Mezzogiorno al 20%. Nel 2040 il > quadro si polarizza ulteriormente, con una riduzione di circa il 15% nel > Nord-Ovest, il 16% nel Nord-Est, il 23% nel Centro e il 27% nel Mezzogiorno. > > “Al 2040, si legge nel dossier, la Liguria, che da tempo è la regione più > vecchia e dove quindi il declino è iniziato prima, è quella con la riduzione > più contenuta del totale 0-18, intorno al 10%. Trentino-Alto Adige, Piemonte, > Lombardia, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna si collocano in una fascia > di riduzione compresa grosso modo tra il 15% e il 16%. All’estremo opposto, > Sardegna e Basilicata superano il 30% di calo; Puglia e Molise sono poco sotto > questa soglia”. Una parte importante delle differenze territoriali è collegata alle migrazioni. Tra il 2025 e il 2039 il NordOvest cumula un saldo migratorio con l’estero positivo pari a circa l’8% della popolazione iniziale e un saldo interno positivo di circa l’1%. Nel Nord-Est il saldo con l’estero è intorno al 6% e quello interno al 2%. Al Centro il contributo dall’estero resta elevato, circa il 7%, mentre quello interno è solo leggermente positivo. Nel Mezzogiorno il saldo con l’estero è comunque positivo, intorno al 5%, ma viene in parte compensato da un saldo interno negativo vicino al 3%. La Lombardia è un buon esempio di questo meccanismo: il saldo internazionale cumulato è vicino all’8% della popolazione 2025 e quello interno è positivo, anche se inferiore all’1%. Questa capacità attrattiva contribuisce alla migliore tenuta complessiva della Regione e si accompagna a un profilo più favorevole delle fasce giovani. Non è però un’eccezione assoluta: Liguria, Piemonte ed Emilia-Romagna mostrano anch’esse saldi migratori complessivi molto positivi. Le stime della Fondazione Agnelli sollecitano una discussione, indicando il margine che il calo demografico potrebbe aprire per opzioni di politiche dell’istruzione diverse, ma che non necessariamente si escludono a vicenda. Fra queste, il rafforzamento del tempo scuola e la scuola del pomeriggio (soprattutto alle medie), il rafforzamento del sostegno, una maggiore stabilità degli organici, classi meno numerose e interventi mirati nelle aree a più forte rischio di povertà educativa. E, più in generale, potrebbe anche suggerire una riallocazione delle risorse che lo stesso declino potrà fare risparmiare fra i vari gradi dell’istruzione: ad esempio, per l’università, dove sono necessari più laureati; ma anche per gli asilo nido, che in Italia vedono una partecipazione dei bimbi più piccoli (0-2) ancora modeste. Sono le scelte che la politica sarà chiamata a fare a breve, alla luce del drammatico calo. “ > È importante evitare una lettura univoca del declino demografico, si legge nel > commento finale del rapporto. Il fenomeno combina tre dimensioni: il > progressivo passaggio del calo tra i cicli scolastici, una divergenza > territoriale crescente – già evidente nei totali di macroarea – e il ruolo > delle migrazioni nel modificare le traiettorie regionali. Per la scuola > significa conseguenze diverse per tempi e intensità: alcuni territori dovranno > affrontare un forte ridimensionamento della rete e degli organici potenziali; > altri, soprattutto nel Centro-Nord, avranno margini più contenuti e in alcune > fasce giovani potranno vedere una stabilizzazione. Anche in termini di > politiche, dunque, ha senso ragionare per ciclo e territorio, non solo in > ottica nazionale”. Qui “L’inverno demografico della scuola” della Fondazione Agnelli: https://www.fondazioneagnelli.it/wp-content/uploads/2026/10/FONDAZIONE-AGNELLI-INVERNO-DEMOGRAFICO-SCUOLA_FINALE.pdf. Giovanni Caprio
October 24, 2026
Pressenza
Il PIL mondiale cresce del 3%. Avvisate i poveri!
di Gianluca Cicinelli (*)   (immagine creata da ChatGpt) È sera. Una famiglia italiana è seduta a tavola. Padre, madre e due figli. La cena è quasi finita. La televisione è accesa, come ogni sera, sul telegiornale. Il padre ha un lavoro precario. Quando lavora tutto il mese riesce a portare a casa mille euro. Ma non lavora tutti i
October 19, 2026
La Bottega del Barbieri
L’inflazione vola al 4,2%, il carovita accende il malessere sociale
A settembre l’inflazione in Italia torna ad accelerare con decisione, portandosi al +4,2% su base tendenziale rispetto al +3,3% registrato ad agosto. Lo certificano i dati definitivi per lo scorso mese appena diffusi dall’Istat, che confermano la stima preliminare e registrano una variazione congiunturale dell’indice nazionale dei prezzi al consumo […] L'articolo L’inflazione vola al 4,2%, il carovita accende il malessere sociale su Contropiano.
October 19, 2026
Contropiano
In povertà assoluta in Italia ancora 5,4 milioni di persone
Per l’ISTAT oltre 2,1 milioni di famiglie in Italia sono in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui (dati al 2025). In termini percentuali, l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie è pari all’8,0%, ma mentre per le famiglie composte solamente da italiani è pari al 5,9%, sale al 26,7% tra quelle con almeno uno straniero e raggiunge il 29,4% tra le famiglie composte esclusivamente da stranieri. La povertà continua a “mordere” maggiormente al Sud: nel Mezzogiorno coinvolge 813mila famiglie, il 9,6% delle residenti nella ripartizione, seguito dal Nord-Ovest con 568mila famiglie, 7,7% e dal Nord-Est  con 386mila famiglie, 7,4%. il Centro mostra, anche nel 2025, i valori più bassi (338mila famiglie, 6,3%). Tra le famiglie assolutamente povere, il 38,6% risiede nel Mezzogiorno (39,8% nel 2024), il 45,3% al Nord (44,5% nel 2024) e il restante 16,1% al Centro (15,7% nel 2024). Anche tra gli individui i valori più elevati dell’incidenza di povertà assoluta (oltre l’11%) si osservano nel Sud e nelle Isole; seguono il Nord-Ovest (8,8%) e il Centro (7,4%). L’incidenza di povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età, passando dal 12,5% fra i minori (per un totale di 1 milione 136mila), al 12,1% fra i giovani di 18-34 anni (quasi 1 milione 198mila), all’8,9% per i 35-64enni e al 6,1% fra gli over 65 (oltre 891mila). Segnali di miglioramento rispetto al 2024, a livello nazionale, si osservano nei Comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (diversi dai Comuni periferia area metropolitana), dove l’incidenza di povertà assoluta scende al 7,4% dall’8,9%. La povertà assoluta è invece stabile nei Comuni sopra i 50mila abitanti, nei Comuni periferici delle aree metropolitane, dove l’incidenza è pari all’8,9%, e nei Comuni centro di area metropolitana, dove si attesta all’8,1%. L’incidenza di povertà assoluta si conferma più alta tra le famiglie con un elevato numero di componenti: raggiunge il 19,2% tra quelle che ne hanno cinque o più e il 10,5% tra quelle con quattro, mentre scende all’8,4%, un valore comunque superiore alla media, tra le famiglie di tre componenti. Tra le coppie con tre o più figli, quasi una su sei è in povertà assoluta (16,9%); anche per le famiglie di “altra tipologia”, dove spesso coabitano più nuclei familiari e/o sono presenti membri aggregati, l’incidenza è elevata (16,4%). Superiori alla media i valori dell’incidenza per le famiglie monogenitore, tra le quali più di una su 10 (11,5%) è in povertà assoluta. L’ISTAT ancora una volta sottolinea come l’incidenza di povertà assoluta diminuisca al crescere del titolo di studio della persona di riferimento: se quest’ultima ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore, l’incidenza è pari al 4,4%; è oltre due volte più elevata (11,9%) se la persona di riferimento (p.r.) ha al massimo la licenza di scuola media e aumenta ulteriormente, salendo al 12,3%, per le famiglie in cui la persona di riferimento ha conseguito al massimo la licenza di scuola elementare. Per queste ultime, concentrate tra le famiglie di anziani, si registra un miglioramento dei valori dell’incidenza rispetto al 2024 (quando era pari al 14,4%). Tra le famiglie con persona di riferimento occupata, l’incidenza di povertà è pari all’8,5% nel caso la p.r. sia lavoratore dipendente, arrivando al 14,3% se la persona di riferimento è inquadrata come operaio e assimilato. Fra le famiglie con persona di riferimento lavoratore indipendente, i valori più elevati dell’incidenza (6,6%) si registrano per le famiglie inquadrate come “altro indipendente” (indipendenti che non sono imprenditori né liberi professionisti). Infine, l’incidenza rimane su valori più elevati per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (20,7%), mentre tra le famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro risulta contenuta e pari al 5,2%. Qualche segnale di miglioramento si avverte tra i minori: nel 2025, la povertà assoluta coinvolge oltre 1 milione 136mila minori (il 12,5% dei minori residenti), variando dal 10,7%, per il Centro al 15,2% del Mezzogiorno, ma rispetto al 2024, si osserva una sostanziale stabilità dell’incidenza della povertà assoluta, con segnali di miglioramento per la classe di età 7-13 anni (12,1%, dal 14,9% del 2024). Tra le famiglie in povertà assoluta in cui sono presenti minori, oltre 656mila (11,2%), l’incidenza più elevata, pari al 19,4%, si osserva per quelle di “altra tipologia” (dove convivono più nuclei familiari e/o sono presenti membri aggregati); tra le coppie, la diffusione del fenomeno aumenta al crescere del numero di figli minori (7,8% per le coppie con un figlio minore, 10,0% per quelle con due figli minori e 17,7% se i figli minori sono almeno tre), attestandosi su valori elevati anche tra le famiglie monogenitore (11,6%). L’intensità della povertà per le famiglie con minori, pari al 21,6%, è più elevata di quella calcolata sul totale delle famiglie (18,5%), evidenziando la diffusa condizione di disagio economico. Anche per le famiglie con minori si conferma l’associazione tra diffusione della povertà assoluta e condizione lavorativa/posizione nella professione della persona di riferimento (p.r.): tra le famiglie di occupati, l’incidenza più elevata si rileva se il p.r. è operaio e assimilato (15,5%), seguite da quelle con p.r. inquadrato come “altro indipendente” (10,5%). Arriva al 21,1% per le famiglie con minori in cui la p.r. non è occupata e per quelle in cui la p.r. è in cerca di occupazione. Il legame tra cittadinanza e condizione socio-economica si evidenzia anche tra le famiglie con minori: tra quelle composte solamente da italiani l’incidenza si attesta al 7,8% e diventa quattro volte più elevata (31,4%) se composte unicamente da stranieri (si ferma al 27,8% nel caso della famiglia con minori in cui sia presente almeno un componente straniero). Nei giorni scorsi il primo “Forum sulla Povertà e l’insicurezza alimentare” organizzato da Fondazione Banco Alimentare, che ha cercato di fare il punto sulle politiche di contrasto alla povertà alimentare, anche per proporre un cambio di passo nella filiera della solidarietà, ha evidenziato come oltre il 50% delle persone che necessitano di sostegno alimentare non viene ancora raggiunto dagli interventi esistenti.  Dalla ricerca promossa da Fondazione Banco Alimentare ETS e svolta dal Food Sustainability Lab della POLIMI School of Management del Politecnico di Milano è emerso che il sistema degli aiuti alimentari contribuisce in maniera significativa al bisogno, potendo assicurare un pasto al giorno al 44% alle persone indigenti. Resta tuttavia un importante Gap da colmare, stimato nel 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta (https://www.bancoalimentare.it/press-area/poverta-alimentare-il-56-degli-indigenti-non-raggiunto-dagli-aiuti). Qui il Report dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/10/La-poverta-in-Italia-2025.pdf. Giovanni Caprio
October 16, 2026
Pressenza
In Italia il diritto all’assistenza continua a dipendere dal luogo in cui si vive
La spesa dei Comuni per i servizi sociali e socio-educativi nel 2023 è stata di 9,4 miliardi di euro a cui si aggiungono 1,3 miliardi di euro del Servizio Sanitario Nazionale e 862 milioni dalla compartecipazione degli utenti per un totale di 11,6 miliardi di euro. Un volume di risorse, che conferma l’importanza degli enti locali nel difficile ruolo di provare a garantire protezione sociale a milioni di persone, ma l’impegno risulta spesso del tutto inadeguato rispetto ai bisogni crescenti della popolazione. Inoltre, dietro alla spesa complessiva si nasconde un Paese profondamente diseguale, dove il diritto all’assistenza continua a dipendere dal luogo in cui si vive. E’ quanto dimostra l’analisi elaborata dall’Area Stato Sociale e Diritti della CGIL sui dati ISTAT, dal titolo: “La spesa dei comuni per i servizi sociali”, che aggiorna al 2023 i dati già pubblicati con il Report dello scorso luglio (https://www.pressenza.com/it/2026/08/le-macroscopiche-disparita-territoriali-nella-spesa-dei-comuni-per-i-servizi-sociali/). Il rapporto mostra come la spesa sociale comunale media sia pari a 160 euro per abitante, ma varia dai 215 euro delle regioni del Nord-Est ai soli 89 euro del Mezzogiorno. Le differenze diventano ancora più evidenti guardando ai singoli territori: si passa dai 639 euro pro capite della Provincia autonoma di Bolzano ai 56 euro della Calabria, con ampie distanze anche tra province e tra comuni di diversa dimensione demografica. La quota più consistente delle risorse è destinata a famiglie e minori, con 3,5 miliardi di euro, seguiti da 2,7 miliardi per le persone con disabilità e 1,4 miliardi per gli anziani. Complessivamente i servizi e gli interventi sociali dei Comuni hanno raggiunto oltre 9,3 milioni di utenti. Negli ultimi dieci anni sono cresciuti in particolare gli interventi rivolti alla disabilità e al contrasto della povertà, mentre diminuisce l’utenza dei servizi per anziani, segnale di un welfare che fatica a rispondere adeguatamente all’invecchiamento della popolazione e alla crescente domanda di assistenza per la non autosufficienza. > “Divari rilevanti, si sottolinea nel Rapporto, si registrano anche tra i > singoli comuni che aumentano in relazione anche alla dimensione demografica > con una spesa media che da 196 euro nei comuni con oltre 50 mila abitanti, > scende fino a 116 euro nei comuni con meno di 2 mila abitanti. Divari si > registrano anche tra i comuni delle aree centrali e quelli delle aree interne. > L’intervento di regioni e province autonome determina una spesa aggiuntiva > media di 4 euro per abitante”. Il rapporto evidenzia inoltre come oltre la metà della spesa sociale sia sostenuta attraverso risorse proprie dei Comuni. Un modello che, in assenza di un adeguato riequilibrio nazionale, tende a rafforzare le disuguaglianze territoriali: i territori con maggiori disponibilità finanziarie riescono a garantire più servizi, mentre quelli con minori capacità fiscali restano indietro. Come già evidenziato nel report di luglio, per la CGIL la risposta passa dal pieno finanziamento dei Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali (LEPS), indispensabili per rendere effettivi e uniformi i diritti sociali su tutto il territorio nazionale. La definizione dei livelli essenziali, sottolinea il sindacato, non può rimanere un mero esercizio normativo: servono risorse strutturali, il rafforzamento dei fondi nazionali per il sociale, la programmazione dei servizi e una forte azione di contrattazione territoriale per garantire a tutte le persone, indipendentemente dal luogo di residenza, un accesso equo ai servizi di welfare. Il report restituisce così la fotografia di un sistema che, pur registrando una crescita degli investimenti, continua a essere segnato da profonde disparità. Una sfida che riguarda non solo la qualità dei servizi sociali, ma la concreta attuazione del principio costituzionale di uguaglianza e l’esigibilità dei diritti fondamentali delle persone. > “Se l’articolo 3 della Costituzione, si legge nelle conclusioni del Rapporto, > assicura il principio di uguaglianza sostanziale, i bilanci dei comuni > italiani raccontano un’altra storia. I dati sulla spesa sociale dimostrano che > il sistema attuale, eccessivamente basato sulle risorse proprie degli enti > locali, sta allargando la forbice delle diseguaglianze nel Paese, lasciando > indietro chi ha più bisogno di protezione: non solo persone povere, > marginalizzate, disabili, anziane, non autosufficienti, migranti, minori e > famiglie fragili ma sempre più spesso anche chi ha bisogno di lavorare per > vivere e un lavoro lo ha. I livelli essenziali delle prestazioni sociali > rappresentano l’unico argine a questa deriva delle disuguaglianze, > specialmente di fronte alle incognite del regionalismo differenziato. > Tuttavia, determinare nominalmente i LEPS senza stanziare risorse adeguate è > un esercizio di ipocrisia istituzionale che questo sindacato respinge al > mittente”. Intanto, la cosiddetta Autonomia differenziata va avanti: in piena estate sono state approvate dal Senato e dalla Camera gli schemi di intese preliminari con le regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto che riguardano “forme e condizioni particolari di autonomia” per le materie: “Protezione civile”, “Professioni”, “Previdenza complementare e integrativa”, “Tutela della salute” relativamente a Coordinamento della finanza pubblica”. Alla conclusione dell’iter avviato potranno diventare materie di esclusiva potestà legislativa regionale delle 4 regioni del Nord. Si tratta di preintese che non rispettano la sentenza della Corte Costituzionale del 12 novembre 2024 e che fanno un altro pericoloso passo in avanti verso lo “Spacca Italia”. Anna Maria Bianchi su https://www.carteinregola.it/ fa il punto della situazione e propone un efficace videoclip: https://www.youtube.com/watch?v=hAdqaFsPbk4&t=26s. Qui il report dall’Area Stato Sociale e Diritti della CGIL: “La spesa dei comuni per i servizi sociali”: https://files.cgil.it/version/c:MDAzMWY4ZTktNzdhZS00:N2I5NjkyOGMtMDY1NC00/Report%20Spesa%20sociale%20Comuni%20-%202023.pdf, Giovanni Caprio
October 12, 2026
Pressenza
Istat: lo scontrino sale ma il carrello della spesa diventa più leggero di quasi il 9%
In Italia si spende nominalmente di più rispetto agli anni passati, ma quel che si riesce a comprare è molto meno. È questo che emerge da uno studio dell’Istat sulle spese per i consumi delle famiglie nel 2025, integrato dall’analisi del Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc). In […] L'articolo Istat: lo scontrino sale ma il carrello della spesa diventa più leggero di quasi il 9% su Contropiano.
October 12, 2026
Contropiano
Giornata dei Senzatetto: il Governo taglia 307 milioni su 450
della redazione di «Diogene» Foto Downtowngal Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license   Sabato 10 ottobre si celebra la Giornata mondiale dei senzatetto. In Italia la ricorrenza cade mentre il principale intervento del PNRR dedicato alle persone senza dimora è passato dai 450 milioni di euro inizialmente programmati a 143 milioni dopo la revisione del Piano. Anche l’obiettivo è
VENERDÌ 2 OTTOBRE: ANALISI CRITICA DEI FATTI ECONOMICI DELLA SETTIMANA CON ANDREA FUMAGALLI
L’economista e nostro collaboratore, Andrea Fumagalli, torna venerdì 2 ottobre 2026 su Radio Onda d’Urto con la rubrica di analisi critica dei fatti economici della settimana. 4 i temi: il price cap deciso a ottobre da diverse compagnie di distribuzione (Eni, Ip, Q8 e Tamoil) di benzina e gasolio; la richiesta di maggiore flessibilità di bilancio del Governo italiano all’Ue in vista della prossima manovra economica; la crisi globale sui titoli di stato e infine i dati Istat sull’occupazione. PRICE CAP – 4 compagnie di distribuzione di benzina e gasolio hanno adottato dal 1 ottobre un tetto sui prezzi in Italia. Il price cap nazionale è 1,99 euro al litro per la benzina, 2,19 euro al litro per il diesel e dovrebbe durare per il solo mese di ottobre. L’intervento rivendicato dalla Meloni, al pari di quelli sulle accise, interviene però unicamente sull’aspetto fiscale-finanziario,  senza minimamente intaccare sia gli extraprofitti miliardari delle compagnie sia, soprattutto, il modo in cui si forma il prezzo lungo tutta la filiera energetica. MANOVRA – Si torna poi a parlare di flessibilità di bilancio nel dibattito politico, in vista della prossima manovra economica, l’ultima del Governo Meloni prima del voto 2027. Dopo la richiesta avanzata ieri, la presidente del Consiglio  è tornata oggi sull’argomento, chiedendo di “valutare l’impatto dell’inflazione”, arrivata a settembre al 4,2% in Italia, contro il 3,8% dell’Eurozona. In una lettera alla Commissione Ue scrive: “Nel caso italiano, l’ammontare della spesa direttamente interessata da un’inflazione significativamente superiore alle previsioni alla base del piano di bilancio è equivalente al 20,4% del Pil”. Bruxelles però, al momento, risponde picche: “Abbiamo già dato flessibilità agli Stati membri”, dice la Commissione Ue. TITOLI DI STATO – A rendere ancora più corta la coperta della manovra 2027 c’è anche la crisi globale che investe i titoli di Stato. Il rendimento del Btp italiano decennale è balzato fino al 4,80%. Lo spread è tornato a salire attorno ai 120 punti base, il livello più alto degli ultimi 3anni. Non è comunque una solo crisi italiana, quella dei titoli di Stato, alimentata dal ritorno dell’inflazione, dall’enorme quantità di debito pubblico in particolare Usa e dal timore generalizzato che le banche centrali tengono i tassi alti a lungo. LAVORO – Da ultimo, l’occupazione. Ad agosto in Italia resta sì ai massimi (24 milioni e 352mila occupati), ma su luglio perde 5mila posti, quarto mese consecutivo di calo, dice l’Istat. Allo stesso tempo ci sono più disoccupati (+48mila unità, al 6,2%) e meno inattivi (-21mila); segno, cioè, che il carovita spinge più persone a cercare un qualche lavoro per vivere. Sono soprattutto over50 e persone in teoria già in età di pensione quelle che cercano e spesso trovano una qualche occupazione, segnata invece in calo tra i 25 e i 49 anni. Andrea Fumagalli, economista, docente di economia politica all’Università di Pavia e storico collaboratore di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica
October 2, 2026
Radio Onda d`Urto
Fiammata inflazionistica. Le guerre occidentali fanno esplodere i prezzi energetici
L’inflazione torna a correre a passo spedito. Secondo le stime preliminari diffuse dall’Istat, a settembre 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) registra un incremento dello 0,7% su base mensile e schizza al +4,2% su base annua, compiendo un netto balzo in avanti rispetto al +3,3% […] L'articolo Fiammata inflazionistica. Le guerre occidentali fanno esplodere i prezzi energetici su Contropiano.
October 1, 2026
Contropiano
Giorgia Meloni, lo spread e il deficit
Quando a metà maggio 2025 lo spread tra titoli di stato italiani e tedeschi era sceso sotto 100 punti base (cioè una differenza di interessi dell’1%), la presidente del consiglio dei ministri Giorgia Meloni era intervenuta alla Camera rimarcando l’evento con una storica dichiarazione: “Significa che i titoli di stato italiani vengono considerati più sicuri dei titoli di stato tedeschi”. Un’affermazione totalmente scorretta, a tal punto che persino il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, che le sedeva di fianco, ha scosso visibilmente la testa. Così tutti hanno capito che Giorgia Meloni ignora che cosa sia lo spread, il che è grave per chi presiede il governo del Paese che ha il debito pubblico più alto in Europa. In questi giorni ci potremmo legittimamente aspettare che – per correttezza e par condicio d’informazione – la presidente del consiglio dei ministri prendesse nuovamente la parola per segnalare che lo spread purtroppo è risalito sopra la soglia di 100 punti base, con tutte le conseguenze del caso. Ma è facile scommettere che ciò non avverrà. L’ISTAT ha recentemente confermato che nel 2025 il deficit della pubblica amministrazione italiana è stato del 3,1% e di conseguenza anche nel 2026 l’Italia resterà all’interno della procedura di infrazione per non aver rispettato il parametro europeo, che prevede deficit inferiori al 3%. Gli esponenti della maggioranza di governo hanno fatto a gara tra chi se l’è presa con l’Europa, che impone questi “paletti” che danneggiano l’Italia, e chi ha puntato il dito contro l’ISTAT, che ha fornito una percentuale discutibile e comunque avrebbe potuto certificarne un’altra, magari per dare una mano al governo e al Paese. Pare che nessuno si sia chiesto per quale ragione lo spread sia tornato sopra i 100 punti e nemmeno le conseguenze di un deficit al 3,1%. La realtà è che l’aumento dello spread è collegato all’aumento degli interessi sui titoli di stato italiani e che di conseguenza un deficit elevato implica maggiori interessi sul debito pubblico. L’ISTAT ha anche certificato che nel 2025 la pressione fiscale ha raggiunto il 42,9%, con un aumento dello 0,7% rispetto al 2024. Gli esponenti del governo e della coalizione di maggioranza spesso parlano di tasse che calano, ma i numeri della realtà li smentiscono in modo evidente. A tal proposito è il caso di segnalare anche l’annunciata sospensione per il 2027 della tassa per il bollo auto/moto e la reiterata ipotesi di ridurre l’aliquota IRPEF per lo scaglione di redditi tra 50mila e 60mila euro. Quest’ultima proposta viene motivata come sostegno al ceto medio, ma ne usufruirebbero pienamente i contribuenti più ricchi, quelli con redditi superiori a 60mila euro, che sono il 5% di chi presenta una dichiarazione dei redditi. Sicuramente ci sarà il plauso dei contribuenti favoriti da questi tagli di tasse, ma ovviamente bisognerebbe chiedersi come verranno trovati i soldi di questi mancati gettiti: riduzione di alcune spese, aumento di altre imposte o nuovo debito? Al momento non è dato sapere. Il governo racconta soltanto ciò che potrebbe piacere agli elettori. Preferisce tacere sui dispiaceri. Purtroppo ha ragione Stephen Colbert, uno sceneggiatore statunitense: “I fatti non contano, solo le percezioni sono importanti, è un dato di fatto”. Rocco Artifoni
September 30, 2026
Pressenza