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I precari delle università portoghesi
Il sistema di ricerca e istruzione superiore portoghese è fondato su un paradosso: nonostante produca scienza di qualità e formi migliaia di dottori di ricerca, oltre il 95% dei ricercatori lavora in condizioni di precarietà strutturale. Questo articolo ricostruisce la storia di come si è arrivati a questo punto, a partire dalle riforme degli anni ’80 e ’90 che, spinte dall’autonomia universitaria e dall’integrazione europea, hanno creato i presupposti per un sistema a due velocità. Da un lato un nucleo ristretto e inamovibile di professori ordinari con grande potere, dall’altro un esercito di “bolseiros” (assegnisti di ricerca) senza diritti, intrappolati in contratti a termine e bandi competitivi perpetui. Attraverso l’analisi di leggi chiave come l’EBIC e il RJIES, e del ruolo ambiguo di figure come Mariano Gago, si svela un meccanismo che usa la precarietà non come eccezione, ma come strumento di controllo e governo, trasformando di fatto le università in feudi autocratici finanziati con denaro pubblico. Il post è tradotto (da una macchina LLM) dall’originale pubblicato sul blog ForBetterScience curato da Leonid Schneider. L’autore/autrice del post è Orthopyxis integra che con questo pseudonimo segnala articoli controversi su PubPeer. In Portogallo, più del 95% di tutte le attività di ricerca sono svolte in condizioni di lavoro precario, da ricercatori laureandi e dottorandi impiegati con una varietà di contratti temporanei, spesso con benefits limitati o assenti, e senza accesso a una carriera. Vengono utilizzati diversi meccanismi per mantenere questa situazione, tra cui “bandi nazionali altamente competitivi” senza fine per posizioni di ricerca temporanee, la creazione di fondazioni pubbliche affiliate alle università ma gestite con diritto privato e centri di ricerca ombrello che assumono ricercatori ai margini del settore pubblico. Per quanto riguarda il personale docente nell’istruzione superiore, oltre il 40% dei professori ha contratti non permanenti. Coloro che hanno posizioni permanenti sono spesso bloccati al rango di professore assistente, con poche o nessuna prospettiva di promozione, mentre i professori ordinari, che rappresentano meno del 10% delle posizioni permanenti, detengono la maggior parte del potere istituzionale. A ciò si aggiunge il fatto che gli istituti di istruzione superiore sono cronicamente sottofinanziati e con carenza di personale, e ci si aspetta o si costringe i ricercatori a insegnare sotto la minaccia di risoluzione o mancato rinnovo del contratto. Questa è la storia di come ci siamo arrivati. LA CREAZIONE DEL SISTEMA L’inizio di questa storia può essere collocato tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Nel decennio precedente, il sistema pubblico di istruzione superiore portoghese aveva subito una massiccia espansione parallelamente alla democratizzazione del paese. Un sistema che era stato limitato alle università di Coimbra, Lisbona e Porto (da quattro a cinque nel tempo) si è rapidamente espanso a circa quaranta istituti pubblici di istruzione superiore (IES, Instituições de Ensino Superior), incluse università e politecnici, sparsi in tutto il paese. Questa espansione è stata accompagnata da una forte spinta a democratizzare il mondo accademico. Sotto la dittatura rovesciata, il governo esercitava uno stretto controllo sulle questioni pedagogiche e amministrative, inclusa la nomina e la destituzione dei rettori, e c’era un ampio consenso nel primo periodo democratico sul fatto che ciò dovesse cambiare. La Legge sull’Autonomia Universitaria del 1988 (Lei da Autonomia das Universidades, LAU) ha istituzionalizzato la governance partecipativa creando assemblee e senati e concedendo agli IES autonomia amministrativa, finanziaria, pedagogica e scientifica, stabilendo al contempo una responsabilità interna. Il rettore rimaneva la massima autorità, ma ora era eletto dall’Assemblea Universitaria, che includeva studenti e personale non docente, sebbene dominata dai professori, mentre il Senato Universitario manteneva poteri decisionali chiave. Il Portogallo è entrato a far parte della Comunità Economica Europea nel 1986, accelerando la sua integrazione nei quadri politici, economici ed educativi europei e rendendo l’allineamento con gli standard scientifici europei una priorità. All’epoca, la R&S era in gran parte confinata a una dozzina di Laboratori di Stato (Laboratórios do Estado, LEs), focalizzati sulla ricerca applicata per le esigenze nazionali, con investimenti limitati nella ricerca di base. Questo doveva cambiare. Anche le carriere accademiche necessitavano di ammodernamento. Il sistema seguiva un modello gerarchico di cattedra in cui gli accademici iniziavano tipicamente come Monitori (assistenti didattici), spesso ancora studenti, poi progredivano ad Assistenti dopo la laurea, quindi a Professore Assistente, Professore Associato e infine Professore Catedratico (Professore Ordinario), di solito all’interno della stessa istituzione. L’avanzamento dipendeva da esami pubblici formali (provas): attitudine all’insegnamento (PAP), dottorato e abilitazione (agregação). Poiché i posti vacanti erano strettamente controllati, la maggior parte degli accademici rimaneva nei ranghi inferiori per tutta la carriera, mentre i Catedratici esercitavano un potere sproporzionato. Le riforme proposte includevano l’abolizione delle fasi di Monitor e Assistente, la sostituzione del PAP con lauree magistrali, la ridefinizione del dottorato come una vera qualifica accademica e la richiesta del completamento del dottorato e dell’indipendenza di ricerca dimostrata per l’ingresso nella carriera accademica. Gli anni ’80 furono anche un periodo di crescente neoliberismo, e queste riforme si svilupparono proprio mentre lo Stato iniziava a ritirarsi dagli impegni a lungo termine per il finanziamento e la stabilità dell’occupazione nell’istruzione superiore. In questo contesto, la LAU del 1988, pur consolidando la democratizzazione e l’apertura, funzionò anche come una sorta di “dono avvelenato”. Alle università fu data l’autonomia finanziaria in un periodo di riduzione dei finanziamenti pubblici. I trasferimenti statali divennero presto insufficienti persino a coprire gli stipendi, costringendo le istituzioni a cavarsela da sole. I tentativi di trasferire i costi sugli studenti attraverso le tasse universitarie all’inizio degli anni ’90 non andarono bene, scatenando massicce proteste a livello nazionale. Di conseguenza, sebbene l’istruzione superiore pubblica in Portogallo non sia gratuita, le tasse universitarie rimangono ben lungi dall’essere sufficienti a coprire i costi reali dell’istruzione. Fu in questo contesto che nel 1989 venne approvato lo Statuto della Borsa di Ricerca Scientifica (Estatuto do Bolseiro de Investigação Científica, EBIC; Legge 40/89). L’EBIC formalizzò le borse di ricerca che esistevano da tempo come sussidi di mantenimento per studenti e laureati ma che mancavano di un quadro giuridico. Fu presentato come un modo per tutelare gli interessi dei borsisti, ma fin dall’inizio funzionò come un meccanismo per aggirare le leggi sul lavoro del paese. Con l’espansione della ricerca finanziata a livello nazionale ed europeo, i progetti richiedevano manodopera e lo status giuridico di “bolseiro” forniva lavoratori essenziali senza diritti lavorativi. Poiché le borse erano legalmente definite come “formazione scientifica” e non come lavoro, le istituzioni ospitanti non erano considerate datori di lavoro e non avevano nessuno degli obblighi del diritto del lavoro. I borsisti erano coperti solo da un regime di sicurezza sociale volontario e di basso livello, calcolato sul salario minimo, non ricevevano indennità di disoccupazione, ferie retribuite, tredicesima o quattordicesima, e avevano diritti di malattia e parentali molto limitati. Tuttavia, i contratti richiedevano l’esclusività, creando servi della gleba vincolati per il nascente sistema nazionale di R&S. Dall’inizio degli anni ’90 in poi, gli IES e persino i vecchi LEs furono sempre più popolati da “bolseiros” che lavoravano a progetti di ricerca con diversi tipi di borse. In questo periodo furono introdotti bandi annuali regolari per borse di master e dottorato. La paga non era male, abbastanza per coprire l’affitto, vivere ragionevolmente bene e spesso finanziare soggiorni di ricerca all’estero. La mobilità, principalmente in Europa, fu fortemente incoraggiata e molte borse sostennero pienamente il completamento di lauree post-laurea fuori dal Portogallo. Queste opportunità di internazionalizzazione e di partecipazione a reti di ricerca erano entusiasmanti per molti giovani che avevano la possibilità di portare avanti ricerche di cui erano appassionati, spesso in istituzioni leader all’estero. A vent’anni non ci si preoccupa molto della malattia o della pensione, e ai borsisti veniva fatto credere che se fossero stati abbastanza bravi, ne sarebbe seguita una carriera accademica. Bastone e carota: la borsa era il bastone, e la carota era la promessa di sicurezza futura e una carriera dignitosa. Durante gli anni ’90, la scienza acquisì tale importanza in Portogallo che le fu assegnato un ministero dedicato, con il Catedratico José Mariano Gago [si veda anche qui] come primo ministro, il genio del male considerato l’architetto del moderno sistema di R&S portoghese. Gago avrebbe poi servito un totale di 13 anni nel governo (1995–2002 e 2005–2011), più a lungo di qualsiasi altro ministro nel Portogallo democratico, passando direttamente dai vertici del mondo accademico al governo, e poi di nuovo al mondo accademico. Una nuova agenzia di finanziamento – la Fundação para a Ciência e a Tecnologia (FCT) – fu creata in linea con la politica di ricerca dell’UE, enfatizzando il finanziamento competitivo. Per accedere a questi fondi, agli IES fu richiesto di organizzare Unità di Ricerca (Unidades de I&D, UIDs), che sarebbero poi state sottoposte a valutazione e classificazione esterna. La FCT divenne anche l’unica gestrice dei bandi nazionali competitivi per borse di dottorato, che furono potenziati per aumentare il numero di dottori di ricerca nel paese, in linea con gli obiettivi dell’UE. Nel frattempo, molti dei primi “bolseiros” stavano finendo il dottorato e gli IES e i LEs non aprivano posizioni permanenti. Per mantenere la festa in corso, la soluzione della FCT fu quella di avviare un programma di borse post-dottorato – borse, non contratti. Dopotutto, se in altri paesi i ricercatori intraprendevano posizioni post-doc dopo il dottorato, si presumeva che il Portogallo dovesse replicare questo modello. E dopo aver finito un post-doc di tre anni? Un altro post-doc di tre anni, e poi un altro ancora… Verso la metà degli anni 2000, diverse ondate di dottori di ricerca si erano accumulate nel sistema come post-doc. Le borse non erano più attraenti come una volta. Le opportunità di soggiorni di ricerca all’estero stavano diventando più difficili e gli stipendi avevano perso gran parte del loro valore dopo anni senza aggiornamenti, inflazione e aggiustamenti economici successivi all’ingresso del Portogallo nella zona euro. Cominciarono a emergere proteste, insieme a una crescente consapevolezza pubblica della situazione precaria affrontata da questi ricercatori. Nel 2003, i “bolseiros” crearono persino una propria associazione – l’Associação dos Bolseiros de Investigação Científica (ABIC) – per far sentire la propria voce. La FCT rispose secondo il suo modus operandi: aprì un nuovo bando competitivo per posizioni di ricerca temporanee. Il programma Ciência 2007 offriva poco più di mille contratti a tempo determinato con pieni benefici lavorativi. Fu pubblicizzato come un’opportunità per i “migliori e più brillanti” di gestire progetti indipendenti in istituzioni portoghesi, con stipendi all’incirca a livello di professore assistente. Migliaia di post-doc fecero domanda, alcuni ottennero un contratto, la maggior parte no. Il programma attrasse anche dottori di ricerca portoghesi che vivevano all’estero e persino alcuni ricercatori stranieri. A questi assegnatari fu fatto credere che i contratti avrebbero aperto la porta a posizioni permanenti. E cosa successe quando i contratti finirono? Esatto! Non successe nulla. Tuttavia, l’iniziativa fu così efficace nel manipolare il precariato accademico che la FCT la istituzionalizzò, lanciando nel 2012 il programma Investigador FCT. Questi bandi offrivano 300-400 contratti a tempo determinato all’anno su tre livelli – Ausiliare, Principale e Coordinatore – in base all’esperienza del candidato. La FCT spinse anche per un quadro giuridico (Legge 28/2013), formalizzando una struttura di carriera nella ricerca precaria e basata sulla competizione. Ciò creò un rituale annuale in cui migliaia di post-doc gareggiavano per poche centinaia di contratti. La stragrande maggioranza rimaneva dipendente dalle borse, ma ora la colpa era loro per non essere “abbastanza bravi” da ottenere un contratto. La FCT era diventata di fatto un’agenzia interinale, collocando sia “bolseiros” che ricercatori a tempo determinato negli IES e nei LEs per coprire le lacune che le istituzioni non potevano colmare con assunzioni regolari. A questo punto è chiaro che due sistemi coesistevano da tempo all’interno degli IES e dei LEs portoghesi. Uno consisteva in un nucleo ristretto di personale permanente, che non aveva mai sperimentato l’insicurezza lavorativa. Tipicamente entravano come assistenti o ricercatori junior, completavano un dottorato e ottenevano una promozione automatica a professore assistente, ma un’ulteriore progressione di carriera era in gran parte bloccata a causa dei tagli di bilancio. L’altro sistema consisteva in un precariato in continua crescita, che sopravviveva con successivi borse, contratti temporanei e incarichi di insegnamento a breve termine, spesso intervallati da disoccupazione non protetta. Questo precariato conduceva non solo la ricerca, ma spesso anche lavoro informale di insegnamento e amministrativo, e le istituzioni non potevano funzionare senza di loro. Si sviluppò una relazione perversa tra i due gruppi. Il personale permanente faceva affidamento sul precariato per mantenere la produzione scientifica e migliorare i propri CV, temendo al contempo che i lavoratori temporanei altamente qualificati potessero eventualmente ottenere posizioni permanenti, minacciando le loro decrescenti prospettive di progressione di carriera. I ricercatori precari, a loro volta, dovevano rimanere in buoni rapporti con il personale permanente, perché non avevano realmente alcun potere o autonomia all’interno delle istituzioni, svolgendo lavoro informale nella speranza di entrare un giorno nei ranghi accademici ufficiali. In questa folle e disfunzionale organizzazione, un piccolo numero di Professori Associati, e specialmente Catedratici, accumulava molteplici posizioni dirigenziali di vertice e concentrava il proprio potere, richiedendo frequentemente crediti di paternità nelle pubblicazioni e affermando il dominio sulla produzione scientifica. Alcuni diventarono di fatto veri e propri despoti dei loro centri di ricerca e dipartimenti IES. Nel frattempo, Mariano Gago (sì, di nuovo lui), nella sua instancabile ricerca di un’autocrazia scientifica neoliberale, spinse silenziosamente per un quadro giuridico che pose fine a ciò che rimaneva della governance democratica negli IES. Con il RJIES (Regime Jurídico das Instituições de Ensino Superior – Quadro Giuridico per gli Istituti di Istruzione Superiore, approvato nel 2007), rettori e presidenti di facoltà non furono più eletti direttamente dalle assemblee scolastiche, ma scelti da Consigli Generali (Conselhos Gerais, CGs) di nuova creazione. Circa due terzi dei membri del CG sono rappresentanti eletti di professori, ricercatori, personale e studenti (in proporzioni diseguali); il restante terzo è costituito da “personalità esterne di riconosciuto merito”, qualunque cosa significhi. Questi illustri esterni sono selezionati dai membri eletti internamente, in processi a lungo criticati per la loro opacità e dipendenza da clientele personali e politiche. I CGs eleggono poi il rettore (o il presidente di facoltà), che nominerà il team esecutivo: pro-rettori, vice-presidenti e il consiglio di gestione. Successivamente, ai CGs rimangono ruoli di supervisione e consulenza, il che significa che l’unico controllo formale sul potere esecutivo è l’organo che lo ha eletto. Senati e assemblee furono declassati a ruoli consultivi, o completamente aboliti. Il governo portoghese continuò a invocare l'”autonomia” accademica per giustificare il non intervento, eliminando di fatto la regolamentazione democratica interna. Il RJIES spinse anche gli IES ad adottare piani strategici, indicatori di performance, obiettivi di efficienza e sistemi di valutazione manageriale. Permise agli IES di diventare fondazioni pubbliche con diritto privato (fundações públicas com direito privado), creare istituti privati o stabilire unità ibride semiprivate, mosse ampiamente viste come una privatizzazione strisciante dell’istruzione superiore. È un eufemismo dire che il RJIES è stato ampiamente odiato e contestato sin dalla sua approvazione. Tuttavia, tutti i tentativi di rivederlo o revocarlo finora non hanno avuto successo. Ciononostante, l’opera della vita di Mariano Gago fu considerata così straordinaria che dopo la sua morte nel 2015 il governo dichiarò il suo compleanno, il 16 maggio, Giornata Nazionale degli Scienziati. Non scherzo, l’uomo è ancora considerato quasi come un santo. **IL TRACOLLO E LA DISCESA NELLA FOLLIA** Poiché gli schemi concepiti per aggirare le leggi sul lavoro tendono sempre a essere abusati, gli IES e i LEs, perennemente a corto di personale e budget, iniziarono a usare l’EBIC per coprire posizioni non accademiche con “bolseiros”. Dato che l’EBIC copriva un’ampia varietà di tipi di borse, richiedendo diversi livelli di istruzione, dal diploma di scuola superiore alle lauree universitarie, il cielo era il limite. Se si poteva redigere un piano di ricerca, nominare un supervisore e allocare fondi in qualche “progetto di ricerca”, lavoratori amministrativi, tecnici e ogni tipo di personale di supporto, dai muratori ai giardinieri, potevano essere assunti come “bolseiros”. Presto, la pratica si espanse oltre il mondo accademico. Diversi dipartimenti governativi, sfruttando scappatoie simili, iniziarono anch’essi ad assumere “bolseiros” e, alla fine, persino aziende private si unirono. Il paese divenne così entusiasta della scienza che tutti potevano finire per essere ricercatori. Questo andò avanti per anni finché non causò uno scandalo a livello nazionale dopo che un’inchiesta dell’emittente pubblica RTP fu trasmessa nel 2016, costringendo il governo ad affrontare la questione. Il PREVPAP (“Programa de Regularização Extraordinária dos Vínculos Precários na Administração Pública” o “Programa Straordinario per la Regolarizzazione dell’Impiego Precario nella Pubblica Amministrazione”, Legge 112/2017) fu approvato per convertire l’impiego precario nel settore pubblico, inclusi i “bolseiros”, in contratti stabili in linea con le leggi nazionali sul lavoro. Nella maggior parte delle aree del settore pubblico, inclusi i LEs, dove il personale non veniva rinnovato da anni, l’iniziativa fu accolta favorevolmente perché questi lavoratori erano chiaramente necessari. Il programma alla fine regolarizzò più di 17.000 posizioni in diversi settori. Tuttavia, quando si trattò degli IES, la storia fu totalmente diversa. A quel punto, a dieci anni dall’entrata in vigore del RJIES, il consiglio dei rettori (CRUP), che si erano praticamente trasformati in signori totalitari dei loro feudi accademici, erano assolutamente indignati per l’imposizione del PREVPAP. Secondo queste creature intitolate, il PREVPAP non salvaguardava il “reclutamento basato sul merito”, che a loro dire era essenziale per le carriere accademiche e di ricerca. Continuavano a insistere sul fatto che i ricercatori e i professori precari non rientravano nella definizione di “bisogni permanenti dell’istituzione” richiesta per la regolarizzazione, perché nelle loro menti questi lavoratori dovevano comunque essere precari. Un alto turnover, sostenevano, è necessario per mantenere il sistema in funzione. Tutto ciò sarebbe ridicolo se non fosse così esasperante, considerando che la maggior parte di questi grandi successi era entrata nel mondo accademico con il vecchio sistema e non aveva mai avuto un solo giorno di insicurezza lavorativa in vita loro, mentre la maggior parte del precariato aveva passato decenni a saltare da un bando competitivo all’altro. Il governo assecondò questo circo, in gran parte grazie al loro ministro della scienza intrigante, il catedratico Manuel Heitor, sempre pronto a eseguire gli ordini dei suoi amici rettori. Di conseguenza, nel settore della scienza e dell’istruzione superiore, delle circa seimila domande PREVPAP presentate, solo circa il 22 percento fu approvato. Per il personale docente e i ricercatori, le cose andarono anche peggio, con solo circa il 13 percento che ottenne contratti stabili attraverso il programma. Queste esclusioni portarono a un’ondata di sfide legali, con molti candidati che intentarono cause legali denunciando violazioni del PREVPAP e delle leggi nazionali sul lavoro. Le cifre nazionali precise per queste azioni legali sono difficili da ottenere, ma i notiziari menzionano spesso dozzine o addirittura centinaia per istituzione. I tribunali si pronunciarono per lo più a favore dei lavoratori, costringendo le istituzioni a integrare molti candidati PREVPAP che avevano precedentemente rifiutato, inclusi ricercatori e professori, e in alcuni casi a ripristinare l’intero stipendio e i diritti di anzianità. Ciò probabilmente costò milioni agli IES e dimostrò che, sebbene i rettori potessero manovrare il governo, non potevano prevalere sui tribunali indipendenti della Repubblica Portoghese. La FCT reagì a questo pasticcio nel suo solito modo, mettendo immediamente in atto un quadro per mantenere agganciato il precariato. Spinse per l’approvazione della Legge 57/2016 (comunemente nota come DL57), che collocava tutti i post-doc attivi con più di tre anni di finanziamento FCT – la massa del precariato con dottorato in Portogallo – sotto contratti temporanei, invece di concedere loro posizioni permanenti nelle istituzioni, come aveva richiesto il PREVPAP. La maggior parte dei ricercatori che avevano precedentemente avuto contratti attraverso i programmi Ciência 2007 e Investigador FCT furono eventualmente integrati nelle loro istituzioni ospitanti, spesso dopo lunghe battaglie legali. Sulla carta, la DL57 affermava che questi nuovi contratti avrebbero dovuto convertirsi in posizioni permanenti dopo sei anni, dando speranza ai ricercatori e scoraggiando il contenzioso. In pratica, tuttavia, gli IES interpretarono la DL57 come meglio credettero, impiegando una serie di strategie per evitare di creare le posizioni permanenti richieste, incluse valutazioni delle performance dubbie programmate per terminare i contratti in anticipo e lo sfruttamento di scappatoie legislative. Con l’inizio della scadenza della prima ondata di contratti DL57, la pressione dei ricercatori e di diversi sindacati sul governo per far rispettare la legge aumentò. La nuova ministra della scienza succeduta a Manuel Heitor, Elvira Fortunato – un’altra catedratica e celebrità scientifica in Portogallo, apparentemente prerequisiti perfetti per un lavoro governativo – dichiarò notoriamente: “Se integriamo tutti nei ruoli permanenti, uccidiamo la scienza”. Questa osservazione oltraggiosa divenne presto un simbolo della lotta contro la precarietà scientifica e fu ripresa nelle proteste con lo slogan “è la precarietà che uccide la scienza”. Fortunato rispose alle pressioni – indovinate come – con un altro bando competitivo, FCT Tenure, che offriva 1.000 posizioni a più di 5.000 ricercatori in procinto di perdere il lavoro. Naturalmente, il bando non era specificamente per questi ricercatori prossimi alla disoccupazione che erano stati nel sistema per anni. Invece, fu aperto a livello internazionale per “assumere i migliori e i più brillanti”, con un modello di finanziamento volutamente complicato, lasciando poco chiaro a quale percorso di carriera corrispondano questi contratti o se siano posizioni veramente permanenti, o solo un’altra reincarnazione di precarietà prolungata. Questo dramma si sta svolgendo attualmente. Alcuni IES sembrano aver imparato la lezione dai precedenti contenziosi e scelgono di aprire posizioni permanenti per i ricercatori DL57. Molti altri, tuttavia, continuano a resistere, e una nuova ondata di cause legali è in corso in questo momento con il sostegno di diversi sindacati. Questa volta, le rivendicazioni vanno oltre le violazioni del diritto del lavoro: i ricercatori denunciano discriminazioni e violazioni dei loro diritti civili a causa della negazione dell’accesso all’impiego pubblico, un diritto esplicitamente protetto dalla Costituzione portoghese. Questi casi stanno ora procedendo nei tribunali di grado inferiore e cominciano a raggiungere la Corte Suprema. Con gli scandali che circondavano l’uso improprio dell’EBIC, la pressione aumentò per revocare questo terribile pezzo di legislazione. Anche questo, naturalmente, finora non ha avuto successo. Nel 2019, il musone e petulante Manuel Heitor sostenne in diverse occasioni che “i borsisti di ricerca non dovrebbero avere contratti di lavoro” e che le borse erano lo strumento migliore per garantire la “libertà intellettuale”, a differenza dei contratti di lavoro come quelli detenuti dai docenti. In risposta, l’ABIC realizzò un video divertente in cui chiedeva che Manuel Heitor fosse liberato dalla sua sicura e comoda cattedra e messo con una borsa, così anche lui avrebbe potuto sperimentare tali illuminate libertà. La FCT alla fine terminò il suo programma di borse post-dottorato, ma i dottorandi hanno continuato a essere finanziati con l’EBIC. I “bolseiros” esistono ancora, inclusi i borsisti post-dottorato, sebbene in numero minore e per lo più legati al finanziamento di progetti di ricerca. Nel frattempo, la FCT ha aumentato il numero di borse di dottorato, che ora superano le 7.000, con gli IES che spingono forte per aumentarle ulteriormente. È stato segnalato un numero crescente di casi in cui gli IES utilizzano questi dottorandi per coprire carenze didattiche. Per sostituire le sue ormai defunte borse post-dottorato, la FCT ha introdotto una nuova categoria di “Ricercatore Junior” con stipendio inferiore all’interno del suo bando per ricercatori, ora ribattezzato CEEC — Concurso Estímulo ao Emprego Científico, che può essere tradotto come “Concorso/Incentivo all’Impiego Scientifico Individuale”. Sì, non forniscono esattamente un impiego scientifico; lo “stimolano”. Il bando viene pubblicato annualmente come competizione internazionale, con i candidati che fanno domanda individualmente per contratti di sei anni, proprio come i vecchi schemi FCT. Assegna circa 300-400 contratti all’anno a circa 5.000 candidati, trasformandolo più in una lotteria che in un processo di assunzione selettivo. Poiché gli assegnatari potrebbero tecnicamente rivendicare diritti lavorativi dopo il contratto di sei anni, molti IES iniziarono a imporre limitazioni all’ospitalità dei candidati. In risposta, la FCT creò nuovi schemi in cui le istituzioni, non i singoli candidati, fanno domanda per quote di assunzione. Una volta assegnate le quote, le istituzioni aprono bandi internazionali, selezionano i candidati e gestiscono i contratti. Per impedire a questi assunti di rivendicare posizioni permanenti negli IES, questi contratti sono per lo più incanalati attraverso fondazioni “ombrello”, associazioni o istituti legalmente separati, che operano con regole di diritto privato, ai margini del settore pubblico. Questi enti più o meno privati sono stati una caratteristica dell’ecosistema IES per qualche tempo, ancor più da quando il RJIES è entrato in vigore, ma il loro numero è assolutamente esploso dal 2017, con l’entusiastica benedizione della FCT. Attualmente, oltre a 8 LEs e 40 IES, il sistema di R&S portoghese include 313 UIDs, e in un mix intricato di UIDs, ci sono 41 Laboratori Associati (LAs), 41 Laboratori Collaborativi (CoLabs), e 26 Centri di Interfaccia Tecnologica, e vari altri tipi di imprese pubblico-private e istituzioni private senza scopo di lucro, tutti presumibilmente partecipanti alla ricerca, allo sviluppo tecnologico o alla comunicazione scientifica. È un sistema così complesso e contorto che fa venire il mal di testa. Questi enti non corrispondono quasi mai a nuove infrastrutture fisiche; sono fondamentalmente fusioni amministrative di unità preesistenti. Ad esempio, i LAs di solito combinano 2, 3 o 4 UIDs, ospitate nei rispettivi vecchi dipartimenti universitari. Quando viene creato un LA, include automaticamente tutti i dottori di ricerca di quelle UIDs, con contratto permanente o meno, con consenso o meno, capitalizzando sui loro CV per la valutazione FCT. A questi membri viene quindi richiesto di aggiungere l’LA alla loro affiliazione e di riconoscerne il finanziamento, che spesso non li avvantaggia mai direttamente. Non viene creato nulla di nuovo; tutto viene semplicemente rinominato e riciclato. Perché? Per attingere ai finanziamenti FCT, aumentare i parametri per le domande di progetto e servire come progetti vanitosi per i docenti di alto rango, il tutto privando molti ricercatori e personale docente di una carriera. I ricercatori assunti in queste entità fantastiche con i finanziamenti FCT lavoreranno presso l’IES, svolgendo sia ricerca che insegnamento. A quale percorso di carriera corrispondano queste assunzioni è incerto, così come la loro stabilità a lungo termine. I bandi per le domande sono così oscuri e fuorvianti che alcuni ricercatori credono di essere stati assunti per posizioni permanenti presso l’IES, solo per scoprire, dopo la firma, che i loro contratti sono legati a un LA o CoLab, che a sua volta ha una data di scadenza dipendente dal rinnovo governativo/FCT. Quando questo intero castello di carte crollerà, e inevitabilmente accadrà, possiamo aspettarci una nuova era di caos e contenziosi nella scienza portoghese. **EPILOGO** Perché c’è un tale ossessione nel mantenere la maggior parte dei lavoratori scientifici e degli educatori nel sistema di R&S e istruzione superiore portoghese in una precarietà permanente? Perché così tante migliaia sono state spinte in un sistema spietato e di sfruttamento, condannate a una vita di precarietà, saltando da un bando competitivo all’altro, solo per essere trattate come usa e getta e sostituibili, senza considerazione per le loro competenze o per i milioni che il paese ha investito nella loro formazione? A mio parere (un’opinione condivisa da molti), tutto si riduce a potere e controllo: mantenere il potere nelle mani di chi già lo detiene. Il mondo accademico portoghese è radicato in una tradizione profondamente gerarchica in cui i catedratici storicamente detenevano un’autorità di livello quasi feudale. Nonostante gli sforzi di democratizzazione degli anni ’70 e ’80, questa struttura non è mai realmente cambiata. C’è anche una cultura profondamente radicata di deferenza verso i catedratici e una tradizione di lunga data di relazioni accoglienti tra mondo accademico e potere politico. L’ex dittatore del Portogallo, António Salazar, era un catedratico; il nostro attuale Presidente, Marcelo Rebelo de Sousa, è anch’egli un catedratico. Il paese ha una lunga storia di estrazione di politici e despoti dai ranghi superiori del mondo accademico. È comune che i migliori accademici entrino e escano dal governo, passando da ruoli ministeriali e tornando comodamente alle loro posizioni accademiche senior. Questa porta girevole è particolarmente visibile nei ministeri e nelle agenzie responsabili della politica per l’istruzione superiore e la scienza, i cui leader provengono quasi sempre direttamente dalle posizioni di vertice di università o politecnici. Ex rettori, presidi, presidenti di politecnico e direttori di unità di ricerca entrano regolarmente in posizioni in cui ci si aspetta che regolino le stesse istituzioni e colleghi con cui lavoravano la settimana prima. Nel frattempo, il governo democraticamente eletto del Portogallo ha un controllo diretto molto limitato sulla governance interna degli IES, che sono diventati piccoli feudi autocratici, il tutto costando miliardi di euro ai contribuenti ogni anno. E siamo chiari, nonostante tutti i discorsi sulla “governance privata” o sul “finanziamento competitivo”, l’istruzione superiore e la R&S portoghese crollerebbero senza un finanziamento pubblico sostenuto. La precarietà assicura che la maggior parte dei ricercatori e professori rimanga dipendente, sostituibile e politicamente debole, e questo, a sua volta, permette a un piccolo gruppo di accademici senior, che in pratica operano in una rete in stile mafioso, di mantenere il controllo sui finanziamenti, le carriere, la governance e l’intera direzione del sistema. E non pensiate che questo stia accadendo senza proteste. Il precariato inizialmente ha impiegato un po’ di tempo a mobilitarsi, convinto che lavorando di più avrebbe potuto eventualmente raggiungere una posizione permanente. Ma col tempo, si è organizzato e la lotta negli ultimi dieci anni è stata incessante. Ogni volta che c’è un evento pensato per mostrare le meraviglie della scienza portoghese, spesso con la presenza di ministri e altri funzionari governativi, gruppi di ricercatori e rappresentanti sindacali si riuniscono fuori per protestare contro le condizioni di lavoro precarie. Queste manifestazioni spesso attirano più attenzione mediatica delle presunte “meraviglie” della scienza celebrate all’interno. Ci sono state alcune proteste su larga scala che hanno coinvolto migliaia di ricercatori. I sindacati hanno dipartimenti dedicati e persino team di avvocati per sostenere i ricercatori precari attraverso molteplici ondate di contenziosi. Alcuni ricercatori precari sono persino diventati loro stessi leader sindacali. Ci sono state vittorie: alcuni ricercatori hanno ottenuto posizioni permanenti o almeno contratti più stabili. Tuttavia, l’essenza del sistema stesso rimane in gran parte non riformata. Ogni successo viene rapidamente compensato dal sistema che trova nuovi modi per mantenere lo status quo.
February 23, 2026
ROARS
Non tutti gli abilitati diventeranno ordinari e per i ricercatori PNRR basta il piano straordinario
Gli associati che hanno ottenuto l’abilitazione non potranno diventare tutti ordinari. Per i ricercatori RTDA PNRR c’è un piano di reclutamento straordinario che basta e avanza. A sostenerlo non è un ordinario qualsiasi, ma Stefano Paleari, nei fatti promosso a “portavoce” o addetto alla comunicazione della commissione Zauli-Mancini per la riforma dell’università. Secondo Paleari l’abilitazione scientifica nazionale ha permesso a tutti di conseguire l’abilitazione (“todos caballeros”) tanto che siamo al massimo storico del numero di ordinari e associati. Il piano straordinario di reclutamento di ricercatori “ottenuto dalla ministra Bernini in legge di Bilancio” è volto ad offrire continuità ai “neo-assunti durante il PNRR”, promuovendo i migliori e “disincentivando il reclutamento di bassa qualità”. ———————– Come avevamo scritto la settimana scorsa è in atto uno scontro tra le due commissioni nominate dalla ministra per la riforma a pezzi dell’università. La prima è quella coordinata da Ernesto Galli della Loggia, la seconda pare sia coordinata da Zauli e Marco Mancini. Niente di questo è ufficiale perché le commissioni lavorano nella più completa opacità. E come ai tempi dell’Unione Sovietica per capire che succede si deve leggere tra le righe di quanto i membri delle commissioni fanno filtrare o scrivono direttamente per i giornali. Da questo punto di vista Stefano Paleari, membro della commissione Zauli-Mancini, deve aver assunto il ruolo di portavoce ufficiale della commissione per la sua capacità di piazzare articoli sui “giornali che contano” in cui loda l’attivismo del governo e l’operato della ministra Bernini. È a lui che la commissione Zauli-Mancini ha affidato il compito di rispondere all’articolo di Galli della Loggia, che abbiamo decrittato la settimana scorsa. Lo ha fatto con una lettera al direttore del Corriere della sera cui ha controreplicato Galli della Loggia. Partiamo proprio da quest’ultimo. Come avevamo spiegato, Galli della Loggia ha scritto il suo articolo perché il lavoro della sua commissione è finito nel cestino della carta straccia del ministero. Adesso lo dice esplicitamente: > “Grazie alla cortesia del ministro Bernini ho presieduto un gruppo di lavoro > consultivo sulla riforma dell’Università. Ma è proprio constatando che fine > esso ha fatto, e proprio dopo aver potuto grazie a esso gettare un’occhiata > all’ambiente, che ho scritto quello che ho scritto.” Quindi la commissione della Loggia è morta e tutto quello che accadrà lo suggerirà la commissione Zauli-Mancini. Diventa così interessante tentare di capire che succede in quest’ultima. La lettera di Paleari al direttore del Corriere non è particolarmente utile perché si limita, in modo anche piuttosto imbarazzante, a cantare le lodi degli interventi del governo: > “Sarebbe lungo l’elenco dei cambiamenti introdotti in questa legislatura; > basti pensare al reclutamento (per renderlo più coerente con gli standard > internazionali), all’implementazione del Pnrr, agli ultimi interventi nella > Legge Finanziaria per quest’anno, come il Fondo per la Programmazione della > Ricerca, salutato anche dai più scettici come una svolta da anni attesa dai > ricercatori”. È invece più interessante un articolo che Paleari ha pubblicato insieme a Michele Meoli nelle pagine del Sole24ore lo scorso 29 dicembre. Vi si cantano anche lì le lodi degli interventi governativi con una retorica degna dei migliori cinegiornali Luce: > “La fine dell’anno è tempo di bilanci, e mai come ora l’attività del ministero > dell’Università è intensa”. Ma se si lascia da parte la retorica, l’articolo racconta definisce la rotta adottata dalla commissione Zauli-Mancini e verosimilmente dalla ministra. Il punto dell’articolo è la numerosità dell’organico delle università, che Paleari (e Meoli) quantificano massaggiando opportunamente i dati sugli organici disponibili sul sito del MUR. Secondo Paleari (e Meoli) il numero di professori ordinari e associati è ai massimi di sempre. Questo rappresenterebbe “la prova empirica” che “il meccanismo dell’abilitazione scientifica nazionale (ASN) ha spinto al “todos caballeros”. Gli abilitati faranno pressione sugli atenei per diventare ordinari “ma è difficile che essa possa avere successo”. La priorità per il sistema universitario non è promuovere gli abilitati, molti dei quali evidentemente immeritevoli. La priorità è “disincentivare il reclutamento di bassa qualità”, “promuovendo l’attrattività dei miglior” [sic!]. E secondo Paleari (e Meoli) va in questa direzione > “il risultato ottenuto dalla ministra Bernini in legge di Bilancio con > l’emendamento che, implementando un piano straordinario di reclutamento di > ricercatori, è volto a offrire continuità anche ai neo-assunti durante il > Pnrr”. Quindi, in modo più esplicito, l’orientamento espresso da Paleari può essere tradotto così: la ASN ha illuso troppi che si sono visti consegnare una medaglietta immeritata, alimentando “aspettative” che non potranno essere soddisfatte. Il Pnrr ha assunto personale a tempo determinato raschiando il fondo del barile. Ci sono già abbastanza professori. I pochi posti disponibili per gli avanzamenti di carriera serviranno a rimpiazzare chi va in pensione; e sono più che sufficienti. Così come è sufficiente il piano straordinario per i ricercatori Pnrr. La scarsa disponibilità di posti permetterà di mettere in atto filtri che selezionino in base alla “qualità”. Il disegno è chiaro ed esplicito. I dati su cui poggia sono invece traballanti, come anticipato. Quali sono questi dati? Li vedete nella illustrazione qua sotto. Il trucco adottato da Paleari (e Meoli) consiste nel sommare insieme i ricercatori a tempo indeterminato, che la legge Gelmini mise ad esaurimento, con i ricercatori a tempo determinato post-Gelmini. Questo crea l’illusione ottica che l’università italiana sia al suo picco di professori grazie anche all’azione del governo in carica. Marcello Chiodi e Antonio Irpino in un articolo successivo hanno svelato il trucco: “Senza soffermarsi sui grafici a corredo dell’articolo, abbiamo dubbi sulla univocità del criterio di aggregazione adottato”. Hanno così prodotto una figura non così efficace, ma che ha però il pregio di aggregare (quasi) correttamente le varie tipologie di contratto. In realtà se si introduce la distinzione tra personale a tempo indeterminato e personale a tempo determinato, il quadro dell’andamento del personale docente e ricercatore cambia radicalmente. Tanto più se vengono considerati come personale a tempo determinato le ricercatrici e i ricercatori titolari di assegno di ricerca. Due dati sono però sufficienti a capire come sono andate le cose. Nel 2008, l’anno di picco gli organici universitari vedevano un totale di 62.768 professori e ricercatori a tempo indeterminato, affiancati da 12.090 assegnisti. Nel 2024 professori e ricercatori a tempo indeterminato ammontano a 50.673, cioè oltre 12.000 in meno. Se a questi sommiamo RTT e RTDB arriviamo comunque a 58.194 unità di personale, circa 4,500 unità di personale in meno. Questi ‘fortunati’ sono affiancati adesso da un esercito di circa 31,000 unità di personale precario (23.958 assegnisti e 7.521 RTDA). Ci piace ricordare che nel 2013 il prof. Paleari, allora presidente della CRUI, indicava tra le “criticità ed emergenze” che investivano il sistema universitario proprio la “Riduzione degli organici”, in particolare la riduzione del personale accademico di ruolo.   Ma Paleari come calcolava il personale di ruolo a quel tempo? Aggregando correttamente ordinari, associati e ricercatori a tempo indeterminato. Secondo Paleari nel 2013, 52.458 unità di personale di ruolo costituivano un’emergenza. Adesso che il personale a tempo indeterminato (comprensivo di RTT e RTDB) è sceso, stando ai suoi dati, a 51.111 unità, l’emergenza del personale è superata. PAROLA D’ORDINE: PRECARIZZARE La figura sotto riporta la serie storica che mostra la vera storia dell’università italiana nel corso degli ultimi 15 anni, con la progressiva sostituzione di personale a tempo indeterminato con personale a tempo determinato. Il personale a tempo determinato, con varietà di contratti crescente, ha svolto   la funzione di carne da laboratorio e da pubblicazioni che, insieme al diffuso doping citazionale, ha generato il miracolo della ricerca italiana celebrato dall’ANVUR nei suoi rapporti. Adesso si scopre che non ci sono abbastanza posti per tutti, e d’altra parte non tutti si meritano un posto: l’università, dice Paleari, ha un problema di qualità. Saranno i più bravi a occupare i posti generosamente elargiti dall’attivismo della ministra che ha strappato al governo il piano straordinario. Gli immeritevoli usciranno meritatamente dal mondo della ricerca, lasciando il posto ad altro personale ricattabile e a basso costo destinato ad alimentare un nuovo ciclo di sfruttamento del lavoro precario di ricerca da parte dei boss dei laboratori e delle pubblicazioni. Esagerazioni? Dove si trova altro personale a basso costo? Provate a leggere cosa proponeva dalle pagine de Il Foglio l’inedito duo Paleari-Andrea Graziosi, entrambi membri della commissione Zauli-Mancini, un anno fa. A fronte della messe di dottori di ricerca sfornati (o in via di sfornamento) con i fondi Pnrr, occorre: > “prevedere da subito borse post doc per i migliori neodottori di ricerca che, > in linea con le migliori prassi internazionali, permettano ai soggetti > interessati di portare avanti un loro progetto personale (i nuovi contratti di > ricerca non lo fanno) in condizioni favorevoli sotto il profilo economico e > normativo, acquisendo altresì esperienza di insegnamento avanzato a livello > post-laurea (cosa che i contratti di ricerca vietano)”. L’inedito duo proponeva cioè di affossare, come è stato puntualmente fatto, la legge 79/2022 sul contratto di ricerca e creare un nuovo esercito di ricercatori di riserva per alimentare a basso costo laboratori e pubblicazioni dei principal investigators. D’altra parte, premetteva il duo, “la nostra opinione è che il confondere il tempo determinato con il precariato, il richiedere che ogni contratto a termine diventi per legge a tempo indeterminato non sia corretto e fruttuoso neanche socialmente, anche perché eliminerebbe la selezione indispensabile a mantenere la qualità dei nostri atenei, una selezione che nel caso degli alti studi è normale avvenga su un periodo più esteso di quello coperto dalla formazione dottorale”. E questa selezione deve > “premiare “i più dotati e i più devoti agli studi”. Si, scrivono proprio così: “i più devoti”, non ce lo siamo inventato.
February 4, 2026
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Addio all’ASN. Ecco il testo di riforma del reclutamento approvato dal Senato
Il Senato della Repubblica ha approvato ieri (9 dicembre 2025) il disegno di legge che riforma il reclutamento delle università, con l’addio alla Abilitazione Scientifica Nazionale. Il DDL di iniziativa governativa denominato “Revisione delle modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario”, approvato con 72 voti favorevoli e 48 contrari, passa ora all’esame della camera. Ecco il testo. 01485514   La documentazione completa è disponibile qui.
December 10, 2025
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La CRUI elegge un presidente filogovernativo (come sempre)
Laura Ramaciotti, rettrice dell’Università di Ferrara, è stata eletta presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. Ha vinto sconfiggendo la candidata Alessandra Petrucci, rettrice dell’Università di Firenze. Secondo la Repubblica ha vinto la  “candidata gradita al governo”. Come d’altra parte è sempre accaduto. Può essere utile ricordare al lettore che la candidata gradita al governo ha avuto per mentore il prof. Patrizio Bianchi, già rettore di Ferrara e indimenticabile ministro dell’istruzione del governo Draghi. Sopra potete vedere la foto in cui l’allieva incorona emerito il maestro. A congratularsi con la rettrice non è solo la deputata Schifone di Fratelli d’Italia dalle pagine de La voce del Patriota. Molte ore prima di lei si era congratulato su Facebook Stefano Bonaccini, parlamentare europeo e presidente del PD:   Questa nomina pare dunque l’ennesimo segnale della impressionante continuità con cui i governi di ogni colore (con la parentesi del governo giallo-verde) hanno gestito le politiche universitarie e dell’istruzione. Non pensiamo di fare perciò una previsione azzardata se diciamo che la nuova presidente CRUI lascerà in fondo all’ultimo cassetto i propositi che aveva condiviso con il suo dipartimento quando ne era direttrice. Nel 2019 il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara, da poco incoronato Dipartimento di eccellenza, votò un documento in cui metteva sotto accusa la valutazione ANVUR e proponeva il suo abbandono (lo pubblicammo qua). Quella presa di posizione, già dimenticata da Rettrice, sarà l’ultimo dei suoi pensieri da presidente CRUI. D’altra parte, la benedizione di Fratelli d’Italia suggerisce che i propositi di riforma della valutazione ANVUR, faranno la stessa fine dei propositi di abolizione dell’INVALSI. Promesse buone per la campagna elettorale che si infrangono quando si realizza che se si è al governo si può usare la valutazione per giustificare qualsiasi obiettivo si desideri perseguire. Chiudiamo con il commento di Tomaso Montanari, rettore della Università per stranieri di Siena: Ieri la Crui, la Conferenza dei rettori, ha eletto una nuova presidente. Niente di personale, ma non era la mia scelta. Un partito (il partito perno del governo, Fratelli d’Italia) ha pesantemente condizionato questa elezione, e infatti oggi saluta questa elezione con un entusiastico “a noi!”. Una presidenza “gradita al governo” è proprio l’ultima cosa che serviva all’università italiana, che dovrà combattere per la propria autonomia. Dalla commissione presieduta da Galli della Loggia stanno per uscire proposte di riforma che vedono il governo controllare direttamente i Cda degli atenei: un passo verso l’Ungheria. Uno scenario di fronte al quale la promessa di una proroga del mandato elettorale dei rettori attuali è un tristissimo piatto di lenticchie, privato e avvelenato. Nella sua prima intervista la presidente ha detto che non servono più fondi: un caro prezzo per il sistema universitario meno finanziato dell’Ocse. Siano avvisati i precari: chi guida il sistema universitario non vuole crescita. Ma è una antica tradizione italiana: votare per chi promette i favori del potere, non per chi potrebbe lottare per i diritti. Si aprono tempi duri, spero che la parte cosciente di sé dell’università italiana sappia reagire.
September 26, 2025
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Docenza e decency in un disegno di legge sui concorsi da professore universitario
L’ASN (Abilitazione Scientifica Nazionale), nata per rimediare ai guasti del reclutamento localistico, ha fallito ed è ora di abolirla. Questo è quanto sostiene la relazione di accompagnamento di un disegno di legge in discussione al Senato che innova radicalmente la disciplina del reclutamento dei professori universitari, riuscendo nell’impossibile missione di peggiorare ulteriormente la situazione attuale, in termini di localismo, nepotismo e malcostume concorsuale. Una riforma fatta nel nome di una (malintesa) nozione di autonomia universitaria. Abolita  l’ASN resterà solo da autocertificare il superamento di soglie numeriche di pubblicazioni, senza alcuna valutazione circa la qualità delle stesse. Si sceglie insomma di accontentarsi del profilo quantitativo, quello che ha mostrato maggiori effetti negativi, incoraggiando una produzione scientifica orientata unicamente ai numeri delle pubblicazioni, oltre che delle citazioni. In questo quadro, chi potrà offrire il “bollino” che attesta il possesso della quantità richiesta di scritti e citazioni? E chi potrà individuare gli indicatori e le soglie? Il Ministro? Oppure qualche organismo simil-tecnico da esso nominato? Originariamente pubblicato su www.lacostituzione.info ______________ 1. Mentre infuriano conflitti, guerre commerciali e incombono importanti riforme costituzionali, appare più che mai difficile che qualcuno possa interessarsi al futuro dell’Università in Italia. Ed è così che, nel disinteresse della politica e nel silenzio un po’ sospetto dell’accademia (salvo poche meritorie eccezioni), è in discussione al Senato un disegno di legge (AS 1518) che innova radicalmente la disciplina del reclutamento dei professori universitari, riuscendo nell’impossibile missione di peggiorare ulteriormente la situazione attuale, in termini di localismo, nepotismo e opacità suscettibili di prodursi nelle procedure concorsuali, già note alle cronache per frequenti episodi di malcostume. Oltre ai vizi e virtù dell’accademia, il tema rileva perché le modalità del reclutamento incidono profondamente sulla qualità dei reclutati, producendo così importanti effetti sulle libertà di ricerca e di insegnamento garantite dall’art. 33, comma 1, Cost., così come su ciò che l’art. 9 pretenderebbe, cioè che la Repubblica promuova cultura e ricerca scientifica e tecnica. Considerando la crucialità della ricerca e dell’istruzione, superiore e non, per il futuro di una nazione, occorre(rebbe) quindi riflettere bene se tale disegno di legge sia conforme a tali principi, oltre che all’interesse generale a mantenere un buon livello scientifico della docenza nel sistema universitario. 2. A seguito della riforma cosiddetta Gelmini del 2010, la legge prevede oggi un sistema mirante a creare una sorta di “patente” nazionale per accedere alla cattedra, l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), tramite cui si accede ai concorsi da professore ordinario e associato banditi dalle singole Università. Poiché le Università garantiscono l’accesso a titoli di studio con valore legale, nel rispetto della loro autonomia (normativa, organizzativa, gestionale, finanziaria), la legge dovrebbe assicurare che vi sia un livello di insegnamento il più possibile uniforme e condizioni trasparenti ed anch’esse uniformi di accesso alla docenza. Anche per questo motivo, oltre che per meglio garantire le fondamentali libertà di ricerca e di insegnamento già richiamate, lo stato giuridico della docenza universitaria è disciplinato tradizionalmente dalla legge, come quello di magistrati e corpo diplomatico, e sottratto al regime privatistico. L’esistenza di una procedura nazionale di abilitazione all’insegnamento universitario è intesa quindi a produrre un unico processo trasparente, sotto i riflettori della comunità scientifica, in modo da evitare quel malcostume che le procedure dei concorsi locali precedentemente vigenti avevano visto proliferare. La legge “Gelmini”, sebbene con molti difetti (tra cui quello di non ancorare in alcun modo il numero degli abilitati prodotto ogni triennio al reale fabbisogno di docenti del sistema universitario), aveva quindi prodotto almeno parzialmente un effetto positivo in termini di trasparenza e controllabilità del processo di reclutamento. Con essa si sono inoltre introdotti “indicatori” di produttività e di qualità della ricerca finalizzati a rendere controllabili – ed evitabili – le peggiori distorsioni e i peggiori abusi. Ciò ha prodotto alcuni rilevanti effetti secondari: intanto un importante contenzioso sulle procedure di abilitazione, facendo venire allo scoperto e ripianare (finalmente) molti casi altrimenti rimasti sconosciuti di abusi e di illegalità varie nei concorsi universitari. Tale sistema ha però anche un’altra faccia meno commendevole, poiché ha introdotto un effetto di appiattimento su criteri quantitativi nella produzione scientifica, poiché per ottenere l’ASN è necessario raggiungere le “mediane”, definite poi “valori soglia”, cioè superare soglie numeriche minime di articoli, libri etc., fissate rigidamente settore per settore. Il criterio quantitativo, che prescinde dalla qualità delle pubblicazioni, ha indotto così una sorta di inflazione nel mondo dell’editoria scientifica, che ha contribuito ad abbassare il livello complessivo della produzione scientifica di noi tutti. Le commissioni ASN, nominate per ogni settore disciplinare, innestano però oggi un giudizio fondato sulla loro specifica competenza disciplinare sul pre-requisito quantitativo, motivando (più o meno scrupolosamente) promozioni e bocciature, alla luce di un esame nel merito delle pubblicazioni allegate da ciascun candidato. Il sistema attuale prevede poi, a valle dell’ASN, le procedure concorsuali presso le università, per reclutare professori ordinari e associati. Descrivere tali procedure è complicato a causa delle troppe sottoprocedure che la legge prevede, e delle varianti che ogni regolamento di ateneo ha introdotto disciplinandole, giacché un errore della Gelmini fu quello di “delegificare” tali procedure – che sono “i veri concorsi” -, ove si opera la scelta su chi premiare tra gli abilitati ASN, cioè chi promuovere alla II fascia di associato o a quella di professore ordinario. Su tale insieme di fattori si è fondato sin qui l’imperfetto sistema che ora si vuole modificare. 3. Cosa ha quindi progettato il legislatore? Innanzitutto, dati i due step attuali nella selezione nazionale di accesso alla ASN e poi “alla cattedra” si elimina il primo. A livello nazionale resterà solo da autocertificare il superamento di soglie numeriche di pubblicazioni, senza alcuna valutazione circa la qualità delle stesse. Si sceglie insomma di accontentarsi del profilo quantitativo, quello che ha mostrato maggiori effetti negativi per quanto concerne il futuro dell’Università e della ricerca, incoraggiando un appiattimento complessivo della produzione scientifica orientato unicamente ai numeri delle pubblicazioni, oltre che delle citazioni (che attestano la capacità di inserirsi nel flusso che spesso privilegia la ricerca mainstream e meno innovativa e coraggiosa per quanto riguarda i settori bibliometrici). Il ricco contenzioso sorto sull’ASN, specchio di una cattiva scrittura delle norme della legge Gelmini oltre che dei vecchi vizi dell’accademia, viene addotto nella relazione di accompagnamento al ddl come prova del fallimento del sistema ASN, che per il Governo, autore del ddl, dimostrerebbe la necessità di abolirlo, anziché rappresentare la spia di un problema da affrontare. Si sceglie così paradossalmente di passare ad un sistema di concorsi puramente locali, preceduti da un sistema di autocertificazione del possesso di indicatori meramente quantitativi. L’apoteosi dell’irrazionalità di questa scelta del DDL è nel tentativo, operato nella relazione di accompagnamento, di giustificarla alla luce del principio costituzionale dell’autonomia universitaria posto dal comma 6 dell’art. 33 Cost., che sancisce invece il potere di darsi ordinamenti autonomi al fine di garantire libertà di ricerca ed insegnamento. E non invece di assoggettare lo stato giuridico della docenza ad un frammentata ed eterogenea serie di procedure disciplinate da regolamenti di ateneo, che nulla garantiscono in termini di pubblicità e trasparenza, se non per la presenza di commissioni composte da cinque professori ordinari. I quattro componenti esterni di tali commissioni saranno sorteggiati tra tutti coloro che a) rispettino i criteri quantitativi (ritorna il publish or perish a prescindere dalla qualità, che affliggerà così tutte le generazioni, e non solo i candidati, con conseguente abbattimento di foreste evitabile…), b) siano “disponibili”, c) non siano valutati negativamente dall’ateneo di appartenenza (art. 6, c. 7, legge Gelmini). Si immagina che saranno gli atenei, secondo i loro regolamenti, a svolgere i sorteggi (come?) e ad individuare i “disponibili” (come?), posto che non è detto che tutti coloro che sono in possesso dei criteri quantitativi lo saranno. 4. La malintesa nozione di autonomia universitaria che emerge dal ddl 1518 come potestà degli atenei di “regolarsi da sé” circa le procedure di reclutamento cozza ovviamente non tanto con la lettura dell’art. 97, comma 3, Cost., che impone il principio del concorso pubblico, derogabile solo nei casi stabiliti dalla legge, ma soprattutto con la libertà di ricerca e insegnamento, assistita dalla garanzia dello stato giuridico uniforme, che è attualmente ancora la scelta di fondo del legislatore per quanto riguarda la docenza universitaria. L’autonomia universitaria insomma è funzionale alla libertà di ricerca e di insegnamento, e tale rapporto non può quindi essere invertito, sulla scorta di una malintesa nozione di autonomia, lasciando all’arbitrio delle singole università la disciplina dei concorsi. Se la frammentazione dello stato giuridico pubblicistico, che già attualmente è stato minato dalla legge Gelmini, rimettendone settori importanti alla disciplina dei regolamenti di ateneo (procedimenti disciplinari, scatti stipendiali, concorsi Rtd, procedure di chiamata), venisse estesa anche a tutto ciò che riguarda il reclutamento, eliminando anche il gradino di scrematura iniziale rappresentato dall’ASN, si finirebbe col far venir meno anche quell’ultimo argine al localismo e alla perdita di unitarietà del sistema universitario. Per non parlare del rischio che i tanto vituperati atenei telematici possano disciplinare (è questo il timore delle associazioni scientifiche riunite nella CASAG) “chissà come” le procedure concorsuali al loro interno. Sia permesso segnalare che i casi che hanno dato luogo negli ultimi anni al contenzioso sul reclutamento e ad alcuni scandali e procedimenti penali, sono partiti da grandi ed anche blasonati atenei statali. 5. Ma vi è di più, perché lo spirito del tempo aleggia nelle aule parlamentari e sembra imporsi pressoché in qualsiasi testo all’esame delle Camere. Chi potrà offrire un “bollino” per accedere alle procedure concorsuali presso gli Atenei, attestando il possesso della quantità richiesta di scritti? E chi potrà individuare gli indicatori che nella produzione scientifica di candidati e commissari dovranno essere rispettati? La risposta a queste e altre domande che si pongono i costituzionalisti più che mai in questa legislatura, ma anche precedentemente, è sempre la stessa: basta guardare in alto, seguendo le dinamiche di verticalizzazione della forma di governo che portano sempre in su, verso il Governo e, nel caso dell’Università, ci riconducono sempre alla figura del Ministro, o nella migliore delle ipotesi a qualche organismo simil-tecnico da esso nominato. Quanto tutto ciò si presti alla garanzia delle libertà di ricerca e di insegnamento, come volevano i costituenti, che addirittura assimilarono in termini di inamovibilità i professori universitari ai magistrati, è dubbio. A ciò si aggiungono alcuni difetti di scrittura del testo all’esame che mettono in discussione in primis la stessa applicabilità e ragionevolezza di un reclutamento come quello previsto dal ddl 1518, che dovrebbe rispondere poi anche ai canoni dell’art. 97 Cost., garantendo legalità, buon andamento ed imparzialità delle procedure concorsuali negli atenei. Più in generale si può dire che il ddl mostri quanto il Governo tenga al futuro dell’Università, come a quello di tanti giovani studiosi. Occorrerebbe invece una riflessione su ciò che è diventata l’università-azienda a valle di quindici anni di applicazione della riforma, e sul suo impatto sulla libertà accademica. Si dovrebbe poi ragionare sul rapporto dell’Università con le tecnologie nella ricerca e nella didattica, a fronte di una montante banalizzazione del problema nel dibattito sulle telematiche. Come sarebbe urgente interrogarsi su cosa offra il sistema universitario per garantire il diritto allo studio di un numero in progressivo aumento di studenti lavoratori, che incontrano crescenti difficoltà a spostarsi sul territorio nazionale. C’è ancora qualcuno a cui possa interessare tutto ciò oggi?
August 4, 2025
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Precariato: ecco la cassettina degli attrezzi by Occhiuto-Cattaneo-Galliani
Alla telenovela della riforma del preruolo si aggiunge un nuovo episodio. Se la cassetta degli attrezzi (il controverso DDL Valorizzazione e promozione della ricerca), con cacciaviti di ogni tipo e misura, non ha funzionato, perché non provare con una mini-cassettina, giusto una coppia di cacciaviti, uno a stella e l’altro a taglio? L’emendamento Occhiuto, Cattaneo, Galliani, Bucalo, Paganella, Fallucchi, approvato il 20 maggio dal Senato, è un copia-incolla parziale del DDL, di cui ripropone due profili precari e poco garantiti: i “contratti post-doc” ribattezzati “incarichi post-doc” e le “borse di assistente alla ricerca junior” ribattezzate “incarichi di ricerca”.  Gli incarichi post-doc, finanziati con fondi interni o da soggetti terzi, durano da uno a tre anni. Gli incarichi di ricerca sono ancora più discrezionali, in virtù del possibile conferimento diretto su indicazione del responsabile scientifico del progetto di ricerca. Sull’operazione incombe il possibile cartellino rosso europeo. In relazione alle riforme promesse dal PNRR è proibito fare marcia indietro (il cosiddetto reversal). È questa incognita che aveva frenato la cassetta degli attrezzi della Ministra Bernini. Introdurre figure precarie per tutti i gusti avrebbe vanificato una milestone del PNRR contenuta nella legge 79/2022: l’abolizione dell’assegno di ricerca e l’introduzione di un’unica figura post-doc, il Contratto di ricerca. La cassetta mille-pezzi era troppo ingombrante. Due cacciaviti stanno in tasca e l’UE potrebbe non accorgersene. Sempre che non ci mandino in serie B come il Monza. Em.to 1.0.1 Occhiuto_Cattaneo_testo 2-1
May 22, 2025
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