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Il caldo non è democratico: le città dove la crisi climatica colpisce i più vulnerabili
Il nuovo rapporto di Greenpeace Italia mostra come il caldo estremo colpisca soprattutto anziani, bambini, persone senza dimora e famiglie vulnerabili. Napoli è uno dei simboli di una crisi che riguarda ormai tutto il Paese. Napoli brucia. Lo fa da anni, ma adesso i numeri lo dicono con una precisione che non lascia margini all’interpretazione. Il 96% dei residenti vive in quartieri dove la temperatura superficiale media supera i 40 gradi. L’isola di calore urbana supera gli 11 gradi di differenza rispetto alle campagne circostanti. Quasi 5 mila persone senza dimora dormono in strada. Sono dati del nuovo report di Greenpeace Italia, L’estate che scotta, pubblicato a giugno 2026 con il contributo dei ricercatori ISTAT Stefano Tersigni e Alessandro Cimbelli. Napoli non è un caso isolato. È, semmai, il riassunto più visibile di una condizione strutturale che riguarda le città italiane nella loro interezza. La quota di giornate estive con una temperatura percepita superiore ai 32 gradi è passata dal 39% degli anni Novanta al 62% del quinquennio 2021-2025. Non è un’eccezione climatica. È la norma nuova. È ciò che chiamiamo estate. Nel 2025, le regioni con più giornate oltre quella soglia sono state la Puglia, con il 79% delle giornate estive, seguita da Sicilia e Basilicata al 68%, Emilia-Romagna al 67% e Lombardia al 65%. Non è più una questione meridionale: è una questione italiana. L’indicatore utilizzato dal report per misurare lo stress termico percepito è l’UTCI, Universal Thermal Climate Index, un indice biometeorologico che non considera solo la temperatura dell’aria ma combina umidità, vento e radiazione solare. Oltre i 32 gradi di UTCI il corpo fatica a disperdere il calore accumulato, attiva meccanismi di difesa come la sudorazione eccessiva e l’aumento della circolazione sanguigna verso la pelle, con conseguente disidratazione, perdita di sali minerali e aumento della frequenza cardiaca. Se l’esposizione è prolungata o associata ad alta umidità e scarsa ventilazione, compaiono stanchezza, crampi, vertigini, difficoltà di concentrazione. Nei casi più gravi, il colpo di calore. Nelle città questo processo è amplificato da un fenomeno specifico che il report misura con precisione: le isole di calore urbane. La differenza di temperatura superficiale tra il tessuto urbano e le aree rurali circostanti può superare abbondantemente i 6 gradi considerati già critici dalla NASA. In Italia, nell’estate 2025, la stragrande maggioranza dei capoluoghi di regione ha registrato isole di calore ben più intense. Il caso più paradossale è quello di Torino: seconda in classifica per temperatura superficiale assoluta con 44,2 gradi di media massima estiva, è però prima per intensità dell’isola di calore, con oltre 15 gradi di differenza rispetto alle aree collinari e boschive che la circondano. Significa che una città già calda in termini assoluti accumula un surplus termico ulteriore prodotto dalla propria struttura urbana, dagli edifici, dall’asfalto, dai motori dei condizionatori sempre in funzione, dalla scarsità di verde. L’unica eccezione positiva è Bari, dove l’isola di calore è addirittura negativa: la città registra temperature leggermente inferiori rispetto alle campagne circostanti, per effetto della brezza marina e della morfologia del territorio. Non a caso è considerata la città con il miglior clima d’Italia secondo l’indice del Sole 24 Ore. C’è poi il problema delle notti. Nelle zone cementificate il caldo non si esaurisce al tramonto. Si parla sempre più spesso di notti tropicali, definite come le notti in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 gradi. L’assenza di un’escursione termica significativa disturba il sonno, debilita il fisico e aumenta i rischi cardiovascolari. A Milano, secondo i dati di ARPA Lombardia, dal 2014 al 2021 la soglia di 60 notti tropicali all’anno — che era la media storica del trentennio 1981-2010 — è stata superata ogni anno, con picchi oltre le 80 notti. Il caldo, in queste condizioni, non è più una variabile stagionale ma una pressione continua sull’organismo, senza pause notturne di recupero. L’87% degli abitanti dei capoluoghi di regione — 8,2 milioni di persone — vive in quartieri dove la media delle temperature superficiali massime supera i 40 gradi. Tra loro ci sono 283 mila bambini sotto i cinque anni e 1,1 milioni di anziani sopra i 74. Torino ha il 98% della popolazione residente in aree con isole di calore intense o molto intense. Roma supera i 44 gradi di temperatura superficiale assoluta. I numeri non descrivono un’emergenza futura: descrivono la realtà urbana attuale. Il caldo, però, non colpisce tutti allo stesso modo. Chi può permettersi un condizionatore, un appartamento ben isolato, un quartiere con alberi, un lavoro al chiuso, attraversa l’estate con disagio ma senza rischi immediati. Chi non può, subisce conseguenze che vanno dalla perdita del sonno al colpo di calore, dall’aggravamento delle patologie croniche al rischio cardiovascolare acuto. Il report introduce il concetto di cooling poverty, elaborato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici: le famiglie più povere spendono fino all’8% del proprio budget in elettricità per il raffrescamento, contro lo 0,2-2,5% delle famiglie ad alto reddito. Il caldo impoverisce ulteriormente chi è già in difficoltà, rendendo il raffrescamento una spesa necessaria e insostenibile nello stesso tempo. La cooling poverty non è solo l’impossibilità di acquistare un condizionatore: riguarda chi vive in case non isolate, in quartieri senza verde, in edifici con reti elettriche inefficienti, in contesti dove anche la soluzione tecnica più semplice è inaccessibile per ragioni economiche o strutturali. Le città italiane non si stanno surriscaldando per caso. L’asfalto, il cemento, la mancanza di verde, la scarsa ventilazione di quartieri costruiti senza alcuna previsione climatica sono il risultato di scelte urbanistiche decennali. Le stesse logiche che hanno espulso i più poveri verso le periferie cementificate, lontano dal mare o dai parchi, hanno costruito le condizioni dell’emergenza termica che oggi si misura quartiere per quartiere. Il report di Greenpeace permette proprio questo: incrociare i dati termici satellitari con il censimento ISTAT per sezione di censimento, individuando chi vive dove il calore è più intenso e chi sono le persone più vulnerabili in quelle zone. Il dottor Carlo Modonesi, del Comitato Scientifico di ISDE Italia, ricorda nel report che i rischi sanitari legati alle ondate di calore non sono semplici meccanismi di azione-reazione. Coinvolgono una cascata di eventi fisiopatologici: eventi cardiovascolari, insufficienza renale, colpi di calore, aggravamento di patologie croniche. Il carico termico netto che grava su chi è esposto dipende non solo dalla temperatura dell’aria ma dalla temperatura radiante media, dalla velocità del vento, dall’umidità assoluta, dal metabolismo individuale. Gli anziani sudano meno per effetto del normale invecchiamento fisiologico e sperimentano quindi una maggiore ipertermia a parità di stress termico. I bambini faticano a disperdere il calore. I senza dimora non hanno un luogo dove rifugiarsi. Nelle città europee la mortalità associata al calore è aumentata di 52 decessi per milione nell’arco di pochi decenni, e le allerte per caldo estremo nel periodo 2015-2024 sono aumentate del 316% in Europa meridionale rispetto al decennio 1991-2000. La dimensione globale del fenomeno è altrettanto allarmante. Uno studio pubblicato nel 2025 su Scientific Reports ha calcolato che nello scenario emissivo peggiore, entro fine secolo 217 delle 1.563 grandi città analizzate potrebbero superare una temperatura media annuale di 29 gradi, considerata oltre la soglia della nicchia climatica ideale per gli esseri umani. Sarebbero a rischio oltre 320 milioni di persone. I centri più esposti si trovano in Asia e Africa, dove le città partono già da temperature elevate e dispongono di risorse limitate per l’adattamento. Ma lo stesso studio segnala che in Europa le temperature cresceranno più rapidamente che nel resto del mondo, in tutti gli scenari emissivi: nello scenario peggiore si parla di una media di +4 gradi per le città europee entro il 2100. Napoli incorpora tutto questo con una coerenza brutale. Una città dove il 92% della popolazione è esposto a isole di calore intense, dove quasi 5 mila persone senza dimora abitano le strade più calde d’Italia, dove il patrimonio edilizio pubblico è spesso il meno isolato termicamente, il più vulnerabile, il più abbandonato dalla manutenzione ordinaria. Chi vive in un alloggio di edilizia residenziale pubblica senza impianto di climatizzazione, in un quartiere privo di alberature, non ha alternative praticabili. L’emergenza termica non è per queste persone un fastidio stagionale da gestire con qualche accorgimento: è una condizione strutturale che si aggrava ogni anno. Il Mediterraneo si sta scaldando più rapidamente della media globale. Davide Faranda, direttore di ricerca al CNRS di Parigi e autore IPCC citato nel report, è esplicito: le ondate di calore non sono più eventi eccezionali, sono la conseguenza diretta del riscaldamento causato dai combustibili fossili, rese più probabili e intense dal cambiamento climatico antropogenico. Greenpeace chiede al governo italiano una tassazione dei profitti delle aziende fossili e un piano per il phase-out del gas entro il 2035. Sono richieste necessarie. Ma accanto alla transizione energetica occorre affrontare anche ciò che la transizione da sola non risolve: la qualità del patrimonio abitativo pubblico, la rigenerazione urbana nei quartieri più cementificati, il diritto al raffrescamento come dimensione concreta del diritto all’abitare.   Fonti * https://www.greenpeace.org/italy/ * https://www.istat.it/ * https://www.isde.it/ * https://www.cmcc.it/ * https://www.nasa.gov/ * https://www.scientificreports.com/ * https://www.ipcc.ch/ * https://www.arpa.lombardia.it/ Francesco Russo
June 25, 2026
Pressenza
L’estate che scotta: le città italiane tra caldo estremo e isole di calore
Il nostro Paese continua a fare i conti con intense ondate di calore. Una nuova indagine di Greenpeace Italia svela che la quota di giornate estive con una temperatura media percepita superiore a 32°C, soglia oltre cui l’organismo entra in condizioni di forte stress da calore mettendo a rischio la salute delle persone, è passata dal 39% nel periodo 1991-2000 al 62% nel periodo 2021-2025. Nell’estate del 2025 le Regioni con la quota più alta di giornate oltre questa soglia sono state Puglia, Sicilia, Basilicata, Emilia-Romagna e Lombardia. È quanto emerge dal rapporto di Greenpeace Italia “L’estate che scotta”, realizzato a partire dai dati messi a disposizione dai ricercatori Stefano Tersigni e Alessandro Cimbelli di ISTAT. L’associazione ambientalista denuncia come questa situazione sia dovuta alla crisi climatica, alimentata dalle aziende dei combustibili fossili, principali responsabili del surriscaldamento globale. Il rapporto di Greenpeace Italia analizza i capoluoghi di Regione usando anche i dati sulle temperature delle superfici urbane e sulle cosiddette isole di calore, cioè zone della città che risultano più calde rispetto alle aree circostanti a causa della presenza di asfalto, cemento ed edifici che assorbono e trattengono il calore. Il report analizza anche i dati sullo stress termico a livello nazionale e regionale. Nei capoluoghi di Regione, la media delle temperature superficiali massime registrate nell’estate del 2025 ha mostrato valori allarmanti: dieci città su venti hanno superato i 40°C, con picchi oltre i 44°C a Roma, Torino e Cagliari. Questo indicatore non misura la temperatura dell’aria né la temperatura percepita, bensì la temperatura fisica della superficie urbana, cioè quella di elementi come asfalto, tetti, muri ed aree verdi e contribuisce quindi a descrivere la vivibilità delle città e l’esposizione al caldo nei diversi quartieri. Le conseguenze sulla popolazione sono infatti significative. Circa l’87% degli abitanti dei capoluoghi di Regione, pari a 8,2 milioni di persone, vive in quartieri dove in estate la media delle temperature massime superficiali supera i 40°C. Tra questi ci sono circa 283 mila bambini sotto i 5 anni e 1,1 milioni di anziani oltre i 74 anni, categorie particolarmente vulnerabili al caldo estremo. A rendere i centri urbani invivibili sono anche le isole di calore urbane: circa 4,3 milioni di persone nei capoluoghi di Regione vivono in quartieri caratterizzati da isole di calore intense o molto intense, tra cui 151 mila bambini piccoli e 556 mila anziani. A rischio sono anche le persone senza dimora o chi vive in abitazioni poco isolate o senza accesso al raffrescamento e chi lavora molte ore all’aperto. La presenza di asfalto, cemento ed edifici, ma anche poco verde e bassa ventilazione, contribuiscono a rendere le città più calde rispetto alle aree rurali circostanti. Con l’eccezione di Bari, tutti i capoluoghi di Regione registrano temperature superficiali urbane più alte rispetto alle aree extraurbane. Il caso più eclatante è quello di Torino, dove nel 2025 la differenza tra la media delle temperature superficiali massime ha superato i 15°C. A Roma, il 40% dei residenti è esposto a isole di calore intense o molto intense e il 99% della popolazione vive in zone dove d’estate la temperatura superficiale massima supera, in media, i 40°C. Ancora più critica la situazione di Napoli e Torino, dove rispettivamente il 92% e il 98% dei residenti vive in aree interessate da pericolose isole di calore. Una situazione simile richiede interventi urgenti a tutela delle persone. “Per far fronte al problema del caldo estremo in città e ai suoi impatti sulla salute delle persone, dobbiamo anzitutto ridurre le emissioni e al contempo concentrarci sugli interventi di adattamento e prevenzione, ha sottolineato Federico Spadini, campaigner Clima di Greenpeace Italia. Nonostante l’aumento delle temperature e degli eventi meteorologici estremi, le grandi aziende fossili continuano a investire in petrolio e gas, aggravando il riscaldamento globale e scaricando sulle persone più vulnerabili i costi delle proprie strategie orientate solo al profitto. Il quadro è preoccupante e ci aspettiamo l’ennesima estate con caldo da record. Per questo servono misure urgenti: Greenpeace chiede al governo italiano di introdurre una tassazione dei profitti delle aziende dei combustibili fossili e di usare le risorse raccolte per finanziare misure di transizione energetica e adattamento climatico, per proteggere anzitutto le persone delle fasce sociali più vulnerabili, e abbandonare rapidamente le fonti fossili a partire da un piano di phase-out del gas entro il 2035”. Qui per scaricare il Rapporto: https://www.greenpeace.org/italy/rapporto/31164/lestate-che-scotta-2/. Giovanni Caprio
June 22, 2026
Pressenza
Petrolio italiano per le forze armate israeliane
di Greenpeace Italia Nei primi due anni di guerra nella Striscia di Gaza, l’Italia ha inviato centinaia di migliaia di tonnellate di petrolio greggio e altri combustibili verso aziende israeliane collegate, direttamente o indirettamente, alla filiera di approvvigionamento energetico delle Forze armate israeliane, esponendo imprese e autorità italiane al rischio concreto di contribuire al genocidio a Gaza. Analizzando le informazioni
Associazioni ambientaliste e pacifiste al governo: “Tassare i profitti di industrie fossili e militari per finanziare sanità pubblica, welfare e transizione energetica”
“Tassare i profitti delle aziende dei combustibili fossili e dell’industria militare per finanziare la transizione energetica, il Servizio Sanitario Nazionale e contrastare la povertà.” È l’appello urgente che cinque tra le principali organizzazioni ambientaliste e pacifiste hanno rivolto oggi al governo e alle forze politiche italiane.  Greenpeace Italia, Legambiente, Rete Italiana Pace Disarmo, Sbilanciamoci e WWF Italia hanno inviato una lettera congiunta alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e, per conoscenza, ai vice-premier, a sei ministri (Economia, Ambiente, Difesa, Imprese, Lavoro e Affari europei) e ai segretari di Pd, M5S, Azione, Europa Verde, Sinistra Italiana, Italia Viva e +Europa, per denunciare una situazione insostenibile: nonostante il Mediterraneo sia sempre più esposto alla crisi climatica e le guerre siano scatenate anche per il controllo delle fonti fossili, le grandi compagnie del petrolio e del gas – principali responsabili del riscaldamento globale – e i colossi delle armi continuano a macinare profitti da capogiro sfruttando l’instabilità globale. Secondo i dati citati dalle organizzazioni, nel primo trimestre del 2026 le maggiori aziende fossili europee hanno incamerato oltre 18 miliardi di dollari di utili rettificati (+80% sul trimestre precedente). Nel settore militare, nel primo trimestre 2026 la sola Leonardo ha registrato 184 milioni di euro di profitti (+60% rispetto allo stesso periodo del 2025).  Nella lettera si critica anche l’approccio emergenziale del governo: i recenti decreti energetici hanno effetti modestissimi e di natura regressiva, perché tagliano le accise senza affrontare strutturalmente la dipendenza dalle fonti fossili, né tassare i veri responsabili dei rincari. Di seguito le richieste delle 5 organizzazioni e qui la lettera completa. * Varare un pacchetto solido a breve termine per proteggere i consumatori dagli aumenti dei prezzi influenzati dalle aziende e dalla speculazione nei mercati dell’energia, del cibo e degli alloggi, che abbia al suo centro l’attenzione al costo della vita delle famiglie a basso reddito; ciò dovrebbe essere completato da interventi di politica climatica a lungo termine per proteggere le persone da futuri shock dei prezzi; * Introdurre una tassazione strutturale e permanente dei profitti delle compagnie di combustibili fossili e usare i ricavi per alleviare la povertà energetica, favorendo così lo spostamento dei finanziamenti privati verso le rinnovabili poiché i combustibili fossili rendono meno; * Introdurre una tassazione strutturale e permanente dei profitti dell’industria militare e impiegare i ricavi per finanziare il Sistema Sanitario Nazionale, garantendo così che parte delle ingenti risorse pubbliche impiegate nelle armi possano essere investite per migliorare la vita delle persone. Greenpeace stima che nel 2025 il settore abbia registrato extra profitti pari a circa un miliardo e mezzo di euro. * Evitare che questa tassazione alimenti ulteriormente gli ingenti sussidi ambientalmente dannosi, ma sia realmente adoperata per finanziare la transizione energetica, il welfare, la sanità pubblica e per contrastare la povertà energetica.     Rete Italiana Pace e Disarmo
May 21, 2026
Pressenza
Da maggio a giugno: l’altra Romagna in movimento…
… contro l’economia del genocidio e della catastrofe ecologica. di Manuela Foschi Nelle prossime settimane in Romagna tanti appuntamenti contro il genocidio palestinese, le guerre in corso e il riarmo ma anche sui problemi ambientali in Regione sollevati dalla Carovana di RECA e AMAS -ER. Il 13 maggio per il Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto ravennate,
Santa Marta, Colombia: per il multilateralismo climatico è…
… è l’ultima possibilità? di Mario Agostinelli e Domenico Vito. A seguire un link utile. Nel silenzio climatico generato dal frastuono dei conflitti e dal caos geopolitico globale, sotto l’indifferenza di un mondo ormai assuefatto ad un manipolo di despoti, ma nell’attenzione di molti della società civile si terrà nella città colombiana di Santa Marta, dal 24 al 29 aprile
Il garante della privacy sanziona Eni accogliendo le ragioni di Greenpeace Italia, Recommon e 12 cittadini italiani
Il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato Eni S.p.A. con una multa di 96.000 euro per aver diffuso illecitamente sul proprio sito web i dati personali di 12 cittadine e cittadini italiani. Il provvedimento, il n. 207, arriva a seguito della segnalazione presentata da Greenpeace Italia e ReCommon. LINK: https://www.gpdp.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/10238270 La vicenda risale al maggio 2023, quando i 12 cittadini e cittadine, insieme a Greenpeace Italia e ReCommon, avevano intentato la causa climatica “Giusta Causa” contro Eni. In risposta, la società aveva pubblicato sul proprio sito l’intero atto di citazione senza oscurare dati personali come luogo e data di nascita, codice fiscale e indirizzo di residenza delle 12 persone coinvolte nella causa. A seguito della segnalazione, il Garante ha avviato un’istruttoria e ha accertato che Eni ha violato gli articoli 5 e 6 del Regolamento UE 2016/679, trattando e diffondendo dati personali in assenza di un’idonea base giuridica. L’Autorità ha inoltre chiarito che il richiamo all’interesse legittimo della società a difendersi dalla campagna mediatica non poteva giustificare la pubblicazione integrale di quei dati, né risultava supportato da un adeguato bilanciamento con i diritti e le libertà delle persone coinvolte. «Anche in questo caso, Eni ha agito con l’unico obiettivo di difendere la propria immagine e i propri interessi, senza alcun rispetto per la privacy di 12 persone che hanno avuto il coraggio di chiamarla a rispondere delle sue responsabilità climatiche. Pubblicando integralmente i loro dati personali sul sito aziendale, Eni ha tentato di intimidire chi ha deciso di portarla davanti a un giudice per i danni inferti al clima del pianeta e alle tante persone che subiscono gli impatti di eventi estremi come alluvioni, ondate di calore e siccità. Ma il Garante ha stabilito un principio chiaro: nemmeno le grandi aziende come Eni possono calpestare i diritti delle persone e violare la loro privacy impunemente. Continueremo a batterci per la giustizia climatica e per il rispetto dei diritti di cittadine e cittadini», dichiarano Greenpeace Italia e ReCommon.   Re: Common
April 16, 2026
Pressenza
Quanto costa all’Italia la crisi climatica?
In dieci anni oltre 19 miliardi di euro soltanto per frane e alluvioni: emerge dalla terza edizione del report pubblicato da Greenpeace Italia che traccia un quadro dell’impatto economico dei cambiamenti climatici in tutta la penisola, cioè dei danni stimati tra il 2015 e il 2024 nel nostro Paese, dove 1,28 milioni di persone vivono in aree a rischio frana e 6,8 milioni risiedono in zone esposte al rischio di alluvione. Elaborando i dati del Dipartimento della Protezione Civile, Greenpeace ha stilato una classifica delle Regioni maggiormente colpite dagli eventi meteo-idro e una classifica di quelle che più hanno registrato danni in termini economici, mostrando la sproporzione tra danni e finanziamenti. L’indagine fornisce, inoltre, una panoramica sugli investimenti in prevenzione del dissesto idrogeologico e, ancora, un approfondimento sulle protezioni assicurative per abitazioni e aziende, con un confronto tra Italia ed Europa, nonché un breve focus sulla trasformazione delle coste italiane nei prossimi anni. Dal 2015 al 2024 – quindi dalla firma dell’Accordo di Parigi sul clima – le Regioni italiane hanno stimato oltre 19 miliardi di euro di danni causati da frane e alluvioni. Ai primi posti per ammontare dei danni troviamo Emilia-Romagna, Campania e Veneto. Negli stessi anni, per risanare il territorio i governi che si sono succeduti hanno trasferito alle Regioni 3,1 miliardi di euro, pari solamente al 17% dei danni causati da alluvioni e frane. Anche sommando il contributo arrivato al nostro Paese dal Fondo di Solidarietà Europeo, le misure economiche di compensazione raggiungono appena i 4 miliardi. Dal 2015 al 2024, sono stati investiti in progetti di prevenzione del dissesto idrogeologico 10,5 miliardi di euro. Rimangono piuttosto lunghi i tempi di realizzazione di questi interventi, soprattutto nelle regioni del Sud. Poche persone, in Italia, assicurano la propria casa contro le catastrofi naturali eventi. Si tratta infatti di un tipo di polizze ancora poco diffuso: secondo i dati di Ania, nel 2025 l’82,7% delle assicurazioni sul mercato non prevedeva alcuna estensione per le catastrofi naturali. Solo il 10,7% delle assicurazioni consentiva di assicurarsi contro le alluvioni. Dal 2025 è obbligatorio per alcune tipologie di aziende sottoscrivere polizze (Cat-Nat) per i danni causati da eventi naturali estremi. Tuttavia, come emerso dopo il ciclone Harry di gennaio 2026, la polizza obbligatoria lascia per il momento scoperti diversi eventi meteo rilevanti per il nostro Paese, come le mareggiate. Per quanto riguarda la prevenzione, in totale, dal 2015 al 2025 sono stati avviati 13.002 progetti di prevenzione del dissesto idrogeologico. Anche nel conteggio dei progetti, la Lombardia è in testa (con 1901 progetti e un notevole stacco rispetto alle altre regioni), seguita da Piemonte (1206 progetti) e Calabria (1172 progetti). L’Emilia-Romagna si trova al quinto posto (con 960 progetti). Le ultime posizioni sono occupate da Sardegna (208 progetti), Umbria (146 progetti) e Valle d’Aosta (39 progetti). Secondo quanto rilevato da ISPRA, il tempo medio di realizzazione dei progetti di prevenzione è di 4,6 anni, con qualche differenza tra le regioni. “Rispetto al valore medio nazionale di realizzazione di un intervento, pari a 4,6 anni, diverse sono le Regioni e le Province Autonome per le quali si rileva un tempo superiore, tra cui, Veneto, Lazio, Prov. Aut. di Bolzano, Friuli-Venezia Giulia e Puglia, per le quali si registra una durata media superiore a 5 anni. Dall’analisi complessiva dei dati, inoltre, emergono i casi della Sardegna e della Campania, caratterizzate da tempi medi di realizzazione che sfiorano i 6 anni”. A generare ritardi sono soprattutto le fasi di progettazione e pianificazione degli interventi. Sempre parlando di prevenzione, è interessante dare uno sguardo anche all’investimento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), dedicato al tema Misure per la gestione del rischio alluvioni e la riduzione del rischio idrogeologico. Dopo le varie riformulazioni avvenute negli scorsi mesi, secondo le analisi svolte da OpenPolis a febbraio 2026 , questo investimento è stato tra i più penalizzati: con l’ultima rimodulazione ha perso complessivamente 910 milioni di euro. La nuova dotazione è di soli 290 milioni. È evidente come sia necessario un cambio di passo, con un impegno serio sul fronte della pianificazione. “Il trend dei fondi spesi per la prevenzione in calo negli ultimi anni, il confronto tra danni e stanziamenti per il risanamento e il recente definanziamento delle misure legate alla gestione delle alluvioni nel Pnrr lanciano un serio segnale di allarme, che non possiamo ignorare – ha sottolineato Federico Spadini, campaigner di Greenpeace Italia – Nel nostro Paese, sempre più esposto agli eventi meteo estremi, interventi volti al ripristino degli ecosistemi e alla riduzione del consumo di suolo sono necessari e urgenti, anche perché nel medio-lungo periodo permettono di risparmiare risorse pubbliche e di proteggere vite umane”. Gli effetti del cambiamento climatico non sono più una prospettiva futura, ma stanno già generando impatti diretti sulla vita di tutti i giorni. Gli eventi meteorologici, come ad esempio le alluvioni o la siccità, sono sempre più frequenti ed estremi e hanno ricadute dirette sulla disponibilità d’acqua potabile, sulla salute dei cittadini, sulla stabilità economica di interi territori e settori. Gli Stati devono quindi garantire sostegno a chi vive nelle aree a rischio e insieme guardare più lontano nel tempo. Gli Interventi di prevenzione e adattamento, però, da soli non bastano: è necessario innanzitutto ridurre le emissioni di gas climalteranti. “L’Italia deve impegnarsi in una decisa diminuzione delle emissioni di gas serra – ha concluso Federico Spadini – da perseguire attraverso una reale transizione energetica che veda l’abbandono rapido delle fonti fossili e un vero rafforzamento degli investimenti nelle energie rinnovabili”. QUANTO COSTA ALL’ITALIA LA CRISI CLIMATICA? I danni generati dagli eventi meteo estremi amplificati dal cambiamento climatico, in cifre – GREENPEACE, aprile 2026   Giovanni Caprio
April 14, 2026
Pressenza