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Petrolio italiano per le forze armate israeliane
di Greenpeace Italia Nei primi due anni di guerra nella Striscia di Gaza, l’Italia ha inviato centinaia di migliaia di tonnellate di petrolio greggio e altri combustibili verso aziende israeliane collegate, direttamente o indirettamente, alla filiera di approvvigionamento energetico delle Forze armate israeliane, esponendo imprese e autorità italiane al rischio concreto di contribuire al genocidio a Gaza. Analizzando le informazioni
Associazioni ambientaliste e pacifiste al governo: “Tassare i profitti di industrie fossili e militari per finanziare sanità pubblica, welfare e transizione energetica”
“Tassare i profitti delle aziende dei combustibili fossili e dell’industria militare per finanziare la transizione energetica, il Servizio Sanitario Nazionale e contrastare la povertà.” È l’appello urgente che cinque tra le principali organizzazioni ambientaliste e pacifiste hanno rivolto oggi al governo e alle forze politiche italiane.  Greenpeace Italia, Legambiente, Rete Italiana Pace Disarmo, Sbilanciamoci e WWF Italia hanno inviato una lettera congiunta alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e, per conoscenza, ai vice-premier, a sei ministri (Economia, Ambiente, Difesa, Imprese, Lavoro e Affari europei) e ai segretari di Pd, M5S, Azione, Europa Verde, Sinistra Italiana, Italia Viva e +Europa, per denunciare una situazione insostenibile: nonostante il Mediterraneo sia sempre più esposto alla crisi climatica e le guerre siano scatenate anche per il controllo delle fonti fossili, le grandi compagnie del petrolio e del gas – principali responsabili del riscaldamento globale – e i colossi delle armi continuano a macinare profitti da capogiro sfruttando l’instabilità globale. Secondo i dati citati dalle organizzazioni, nel primo trimestre del 2026 le maggiori aziende fossili europee hanno incamerato oltre 18 miliardi di dollari di utili rettificati (+80% sul trimestre precedente). Nel settore militare, nel primo trimestre 2026 la sola Leonardo ha registrato 184 milioni di euro di profitti (+60% rispetto allo stesso periodo del 2025).  Nella lettera si critica anche l’approccio emergenziale del governo: i recenti decreti energetici hanno effetti modestissimi e di natura regressiva, perché tagliano le accise senza affrontare strutturalmente la dipendenza dalle fonti fossili, né tassare i veri responsabili dei rincari. Di seguito le richieste delle 5 organizzazioni e qui la lettera completa. * Varare un pacchetto solido a breve termine per proteggere i consumatori dagli aumenti dei prezzi influenzati dalle aziende e dalla speculazione nei mercati dell’energia, del cibo e degli alloggi, che abbia al suo centro l’attenzione al costo della vita delle famiglie a basso reddito; ciò dovrebbe essere completato da interventi di politica climatica a lungo termine per proteggere le persone da futuri shock dei prezzi; * Introdurre una tassazione strutturale e permanente dei profitti delle compagnie di combustibili fossili e usare i ricavi per alleviare la povertà energetica, favorendo così lo spostamento dei finanziamenti privati verso le rinnovabili poiché i combustibili fossili rendono meno; * Introdurre una tassazione strutturale e permanente dei profitti dell’industria militare e impiegare i ricavi per finanziare il Sistema Sanitario Nazionale, garantendo così che parte delle ingenti risorse pubbliche impiegate nelle armi possano essere investite per migliorare la vita delle persone. Greenpeace stima che nel 2025 il settore abbia registrato extra profitti pari a circa un miliardo e mezzo di euro. * Evitare che questa tassazione alimenti ulteriormente gli ingenti sussidi ambientalmente dannosi, ma sia realmente adoperata per finanziare la transizione energetica, il welfare, la sanità pubblica e per contrastare la povertà energetica.     Rete Italiana Pace e Disarmo
May 21, 2026
Pressenza
Da maggio a giugno: l’altra Romagna in movimento…
… contro l’economia del genocidio e della catastrofe ecologica. di Manuela Foschi Nelle prossime settimane in Romagna tanti appuntamenti contro il genocidio palestinese, le guerre in corso e il riarmo ma anche sui problemi ambientali in Regione sollevati dalla Carovana di RECA e AMAS -ER. Il 13 maggio per il Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto ravennate,
Santa Marta, Colombia: per il multilateralismo climatico è…
… è l’ultima possibilità? di Mario Agostinelli e Domenico Vito. A seguire un link utile. Nel silenzio climatico generato dal frastuono dei conflitti e dal caos geopolitico globale, sotto l’indifferenza di un mondo ormai assuefatto ad un manipolo di despoti, ma nell’attenzione di molti della società civile si terrà nella città colombiana di Santa Marta, dal 24 al 29 aprile
Il garante della privacy sanziona Eni accogliendo le ragioni di Greenpeace Italia, Recommon e 12 cittadini italiani
Il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato Eni S.p.A. con una multa di 96.000 euro per aver diffuso illecitamente sul proprio sito web i dati personali di 12 cittadine e cittadini italiani. Il provvedimento, il n. 207, arriva a seguito della segnalazione presentata da Greenpeace Italia e ReCommon. LINK: https://www.gpdp.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/10238270 La vicenda risale al maggio 2023, quando i 12 cittadini e cittadine, insieme a Greenpeace Italia e ReCommon, avevano intentato la causa climatica “Giusta Causa” contro Eni. In risposta, la società aveva pubblicato sul proprio sito l’intero atto di citazione senza oscurare dati personali come luogo e data di nascita, codice fiscale e indirizzo di residenza delle 12 persone coinvolte nella causa. A seguito della segnalazione, il Garante ha avviato un’istruttoria e ha accertato che Eni ha violato gli articoli 5 e 6 del Regolamento UE 2016/679, trattando e diffondendo dati personali in assenza di un’idonea base giuridica. L’Autorità ha inoltre chiarito che il richiamo all’interesse legittimo della società a difendersi dalla campagna mediatica non poteva giustificare la pubblicazione integrale di quei dati, né risultava supportato da un adeguato bilanciamento con i diritti e le libertà delle persone coinvolte. «Anche in questo caso, Eni ha agito con l’unico obiettivo di difendere la propria immagine e i propri interessi, senza alcun rispetto per la privacy di 12 persone che hanno avuto il coraggio di chiamarla a rispondere delle sue responsabilità climatiche. Pubblicando integralmente i loro dati personali sul sito aziendale, Eni ha tentato di intimidire chi ha deciso di portarla davanti a un giudice per i danni inferti al clima del pianeta e alle tante persone che subiscono gli impatti di eventi estremi come alluvioni, ondate di calore e siccità. Ma il Garante ha stabilito un principio chiaro: nemmeno le grandi aziende come Eni possono calpestare i diritti delle persone e violare la loro privacy impunemente. Continueremo a batterci per la giustizia climatica e per il rispetto dei diritti di cittadine e cittadini», dichiarano Greenpeace Italia e ReCommon.   Re: Common
April 16, 2026
Pressenza
Quanto costa all’Italia la crisi climatica?
In dieci anni oltre 19 miliardi di euro soltanto per frane e alluvioni: emerge dalla terza edizione del report pubblicato da Greenpeace Italia che traccia un quadro dell’impatto economico dei cambiamenti climatici in tutta la penisola, cioè dei danni stimati tra il 2015 e il 2024 nel nostro Paese, dove 1,28 milioni di persone vivono in aree a rischio frana e 6,8 milioni risiedono in zone esposte al rischio di alluvione. Elaborando i dati del Dipartimento della Protezione Civile, Greenpeace ha stilato una classifica delle Regioni maggiormente colpite dagli eventi meteo-idro e una classifica di quelle che più hanno registrato danni in termini economici, mostrando la sproporzione tra danni e finanziamenti. L’indagine fornisce, inoltre, una panoramica sugli investimenti in prevenzione del dissesto idrogeologico e, ancora, un approfondimento sulle protezioni assicurative per abitazioni e aziende, con un confronto tra Italia ed Europa, nonché un breve focus sulla trasformazione delle coste italiane nei prossimi anni. Dal 2015 al 2024 – quindi dalla firma dell’Accordo di Parigi sul clima – le Regioni italiane hanno stimato oltre 19 miliardi di euro di danni causati da frane e alluvioni. Ai primi posti per ammontare dei danni troviamo Emilia-Romagna, Campania e Veneto. Negli stessi anni, per risanare il territorio i governi che si sono succeduti hanno trasferito alle Regioni 3,1 miliardi di euro, pari solamente al 17% dei danni causati da alluvioni e frane. Anche sommando il contributo arrivato al nostro Paese dal Fondo di Solidarietà Europeo, le misure economiche di compensazione raggiungono appena i 4 miliardi. Dal 2015 al 2024, sono stati investiti in progetti di prevenzione del dissesto idrogeologico 10,5 miliardi di euro. Rimangono piuttosto lunghi i tempi di realizzazione di questi interventi, soprattutto nelle regioni del Sud. Poche persone, in Italia, assicurano la propria casa contro le catastrofi naturali eventi. Si tratta infatti di un tipo di polizze ancora poco diffuso: secondo i dati di Ania, nel 2025 l’82,7% delle assicurazioni sul mercato non prevedeva alcuna estensione per le catastrofi naturali. Solo il 10,7% delle assicurazioni consentiva di assicurarsi contro le alluvioni. Dal 2025 è obbligatorio per alcune tipologie di aziende sottoscrivere polizze (Cat-Nat) per i danni causati da eventi naturali estremi. Tuttavia, come emerso dopo il ciclone Harry di gennaio 2026, la polizza obbligatoria lascia per il momento scoperti diversi eventi meteo rilevanti per il nostro Paese, come le mareggiate. Per quanto riguarda la prevenzione, in totale, dal 2015 al 2025 sono stati avviati 13.002 progetti di prevenzione del dissesto idrogeologico. Anche nel conteggio dei progetti, la Lombardia è in testa (con 1901 progetti e un notevole stacco rispetto alle altre regioni), seguita da Piemonte (1206 progetti) e Calabria (1172 progetti). L’Emilia-Romagna si trova al quinto posto (con 960 progetti). Le ultime posizioni sono occupate da Sardegna (208 progetti), Umbria (146 progetti) e Valle d’Aosta (39 progetti). Secondo quanto rilevato da ISPRA, il tempo medio di realizzazione dei progetti di prevenzione è di 4,6 anni, con qualche differenza tra le regioni. “Rispetto al valore medio nazionale di realizzazione di un intervento, pari a 4,6 anni, diverse sono le Regioni e le Province Autonome per le quali si rileva un tempo superiore, tra cui, Veneto, Lazio, Prov. Aut. di Bolzano, Friuli-Venezia Giulia e Puglia, per le quali si registra una durata media superiore a 5 anni. Dall’analisi complessiva dei dati, inoltre, emergono i casi della Sardegna e della Campania, caratterizzate da tempi medi di realizzazione che sfiorano i 6 anni”. A generare ritardi sono soprattutto le fasi di progettazione e pianificazione degli interventi. Sempre parlando di prevenzione, è interessante dare uno sguardo anche all’investimento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), dedicato al tema Misure per la gestione del rischio alluvioni e la riduzione del rischio idrogeologico. Dopo le varie riformulazioni avvenute negli scorsi mesi, secondo le analisi svolte da OpenPolis a febbraio 2026 , questo investimento è stato tra i più penalizzati: con l’ultima rimodulazione ha perso complessivamente 910 milioni di euro. La nuova dotazione è di soli 290 milioni. È evidente come sia necessario un cambio di passo, con un impegno serio sul fronte della pianificazione. “Il trend dei fondi spesi per la prevenzione in calo negli ultimi anni, il confronto tra danni e stanziamenti per il risanamento e il recente definanziamento delle misure legate alla gestione delle alluvioni nel Pnrr lanciano un serio segnale di allarme, che non possiamo ignorare – ha sottolineato Federico Spadini, campaigner di Greenpeace Italia – Nel nostro Paese, sempre più esposto agli eventi meteo estremi, interventi volti al ripristino degli ecosistemi e alla riduzione del consumo di suolo sono necessari e urgenti, anche perché nel medio-lungo periodo permettono di risparmiare risorse pubbliche e di proteggere vite umane”. Gli effetti del cambiamento climatico non sono più una prospettiva futura, ma stanno già generando impatti diretti sulla vita di tutti i giorni. Gli eventi meteorologici, come ad esempio le alluvioni o la siccità, sono sempre più frequenti ed estremi e hanno ricadute dirette sulla disponibilità d’acqua potabile, sulla salute dei cittadini, sulla stabilità economica di interi territori e settori. Gli Stati devono quindi garantire sostegno a chi vive nelle aree a rischio e insieme guardare più lontano nel tempo. Gli Interventi di prevenzione e adattamento, però, da soli non bastano: è necessario innanzitutto ridurre le emissioni di gas climalteranti. “L’Italia deve impegnarsi in una decisa diminuzione delle emissioni di gas serra – ha concluso Federico Spadini – da perseguire attraverso una reale transizione energetica che veda l’abbandono rapido delle fonti fossili e un vero rafforzamento degli investimenti nelle energie rinnovabili”. QUANTO COSTA ALL’ITALIA LA CRISI CLIMATICA? I danni generati dagli eventi meteo estremi amplificati dal cambiamento climatico, in cifre – GREENPEACE, aprile 2026   Giovanni Caprio
April 14, 2026
Pressenza