MSF: in Sudan milioni di persone senza assistenza sanitariaNel giorno in cui si apre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Medici Senza
Frontiere (MSF) denuncia: i tagli generalizzati e senza precedenti ai
finanziamenti internazionali per gli aiuti umanitari hanno fatto chiudere molte
strutture sanitarie.
MSF avverte che il ritiro del sostegno a una crisi già cronicamente
sottofinanziata sta interrompendo l’accesso a cure salvavita e portando al
limite le poche strutture sanitarie ancora operative mentre, nel contesto di una
guerra brutale ancora in corso, la popolazione sudanese si trova a dover
affrontare un accesso ridotto all’assistenza sanitaria.
Mentre i leader mondiali si riuniscono all’Assemblea generale delle Nazioni
Unite, MSF chiede ai governi e ai donatori istituzionali di proteggere i
finanziamenti destinati ai servizi sanitari essenziali in Sudan e di garantire
finanziamenti flessibili e di transizione alle strutture a rischio di chiusura.
“La guerra sta determinando i bisogni del Sudan; i tagli ai finanziamenti stanno
riducendo la risposta – dichiara Muhammad Ibrahim, capomissione di MSF in
Sudan – Il lavoro di MSF in Sudan è finanziato da fondi privati. Ma quando i
finanziamenti vengono a mancare per altri servizi sanitari, le cliniche
chiudono, i pazienti hanno meno posti dove rivolgersi e la pressione si sposta
sulle strutture che rimangono aperte, comprese le nostre. I donatori devono
proteggere i servizi sanitari essenziali e fornire finanziamenti sostenibili e
flessibili alle organizzazioni che ne dipendono”.
Con il ritiro delle organizzazioni umanitarie, le cliniche locali si ritrovano
prive dei fondi e dei farmaci necessari per funzionare. Per i pazienti, ciò
significa affrontare viaggi lunghi e pericolosi solo per ricevere cure.
“Chiudere una clinica non elimina nemmeno un paziente. Lo manda semplicemente
nella struttura successiva – afferma Sebastián Traficante, coordinatore delle
emergenze di MSF in Darfur – Dopo un viaggio più lungo e costoso, i pazienti
arrivano spesso in condizioni molto più gravi, e l’ospedale potrebbe essere già
pieno. MSF può rafforzare alcuni servizi, ma non può assorbire le conseguenze di
ogni chiusura”.
Mentre cercano aiuto ovunque sia possibile, i pochi ospedali ancora operativi
stanno assorbendo l’afflusso in eccesso: tra gennaio e aprile 2026, nelle
strutture supportate da MSF a Zalingei e Rokero, nel Darfur centrale, i
ricoveri sono aumentati del 22,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno
precedente.
La situazione si è ulteriormente aggravata poiché, solo nel mese di maggio, 45
centri sanitari di base nel Darfur centrale hanno smesso di ricevere supporto a
causa della mancanza di fondi da parte dell’organizzazione che ne garantiva le
risorse.
Nel campo di Tanedba, nello stato di Gedaref, dove vivono 18.400 rifugiati, il
ritiro improvviso di un’organizzazione umanitaria a giugno ha determinato la
chiusura dei reparti di maternità e chirurgia. Le donne incinte che necessitano
di un taglio cesareo devono ora affrontare un viaggio di 3 ore fino alla città
più vicina. MSF è intervenuta per garantire il funzionamento del pronto soccorso
fino alla fine del 2026.
Nel 2021, circa 35 organizzazioni umanitarie operavano all’interno e nei
dintorni del campo di Um Rakuba, nello Stato di Gedaref. Oggi ne sono rimaste
meno di 10. Il campo ospita circa 17.000 rifugiati, soprattutto donne e bambini.
“Il nostro ospedale a Um Rakuba è ormai l’unica ancora di salvezza rimasta sia
per i rifugiati sia per la comunità sudanese locale – afferma Fabrizio
Locuratolo, responsabile degli affari umanitari di MSF – Ma i tagli vanno ben
oltre la sanità. Le razioni alimentari stanno diminuendo e i programmi di
protezione vengono smantellati, eliminando le ultime reti di sicurezza e
lasciando i rifugiati completamente esposti”.
Nel campo per sfollati di Hamidiya, nel Darfur Centrale, un centro sanitario che
in precedenza offriva assistenza materna, pediatrica e di salute mentale opera
oggi con capacità fortemente ridotte dopo la fine del supporto di
un’organizzazione umanitaria. Gli accessi giornalieri sono passati da 200 a
circa 40 e le vaccinazioni sono state interrotte. Il calo non era indice di un
miglioramento delle condizioni di salute delle persone. Avevano semplicemente
smesso di recarsi in una struttura che non era più in grado di curarle.
Safa è arrivata ad Hamidiya, nel Darfur Centrale, dopo essere fuggita prima da
El-Fasher e poi da Kabkabiya.Suo padre è morto a causa della guerra e la sua
famiglia si è dispersa e non sa dove sia adesso. Prima del conflitto aveva
cominciato gli studi per diventare infermiera e spera ancora di poterli
riprendere. Oggi, però, la priorità è trovare da mangiare e riuscire ad accedere
alle cure. Per un lavoratore in Darfur, che guadagna circa 1 dollaro al giorno,
i 2 dollari necessari per raggiungere una clinica funzionante equivalgono a
circa 2 giornate di salario, costringendo i residenti a scegliere tra
l’assistenza sanitaria e il cibo. “Quei soldi potrebbero servire per comprare da
mangiare – ha raccontato Safa a MSF – Se non c’è cibo, non può esserci salute”.
Rahma ha trascorso 18 giorni all’ospedale di Kas, nello Stato del Darfur
meridionale, al fianco del suo bambino di 1 anno, ricoverato in condizioni
critiche a causa di meningite, malaria e malnutrizione acuta grave. Dopo oltre
due settimane di cure, il bambino ha iniziato a riprendersi. “Abbiamo viaggiato
per ore per raggiungere questo ospedale – racconta – Il piccolo ospedale vicino
al nostro villaggio ha chiuso e ora non c’è nessun posto nelle vicinanze dove
poter ricevere cure. Anche se trovi un medico, non ci sono medicine. Senza
medicine, cosa può fare un medico?”.
Dopo l’annuncio della chiusura di USAID da parte del governo statunitense nel
2025, molti finanziamenti destinati alle organizzazioni attive in Sudan sono
terminati nel giugno di quest’anno. Sebbene gli Stati Uniti restino il
principale donatore per il Sudan e continuino a finanziare OCHA e altre
organizzazioni, molti fornitori di servizi sanitari non sono riusciti a trovare
finanziamenti alternativi, per cui numerose strutture hanno chiuso.
Proprio mentre gli operatori sanitari si trovavano ad affrontare l’imminente
revoca del sostegno da parte degli Stati Uniti, anche molti governi europei
hanno ridotto i propri aiuti alla popolazione sudanese. Anche i bilanci
destinati agli aiuti europei e multilaterali stanno subendo una contrazione a
livello globale.
I dati preliminari dell’OCSE indicano che nel 2025 gli aiuti erogati dalle
istituzioni dell’UE sono diminuiti del 13,8%, mentre anche diversi importanti
donatori europei hanno ridotto la propria spesa complessiva per gli aiuti.
Questi dati non corrispondono a tagli equivalenti in Sudan, dove alcuni donatori
europei hanno mantenuto o aumentato il proprio sostegno. Tuttavia, evidenziano
un contesto di finanziamenti internazionali in forte contrazione. In Sudan,
questa contrazione generale sta aggravando una crisi sanitaria già grave, poiché
il ritiro di finanziamenti specifici e la chiusura di programmi riducono
l’accesso all’assistenza sanitaria.
A Tawila, nonostante la presenza di circa 50 ONG, rimangono gravi lacune
nell’assistenza per una popolazione che arriva fino a 600.000 sfollati. MSF
gestisce l’unico ospedale da 200 posti letto dell’area ed è l’unica
organizzazione in grado di mettere in campo una risposta epidemica su larga
scala. I casi di malaria e malnutrizione sono già in aumento, nonostante le
precipitazioni siano ancora limitate, prima del picco della stagione delle
piogge – e prevediamo che i numeri aumenteranno con l’intensificarsi delle
piogge. Ad agosto, 191 bambini sotto i 5 anni con malnutrizione grave sono stati
ricoverati nel centro nutrizionale di MSF e quasi il 22% di loro è risultato
positivo anche alla malaria.
Le chiusure avvengono nel pieno di una crisi umanitaria su larga scala e
gravemente sottofinanziata. Secondo le Nazioni Unite, 825.000 bambini sotto i 5
anni rischiano di soffrire di malnutrizione acuta grave e, all’inizio
dell’anno, 19,5 milioni di persone affrontavano livelli di insicurezza
alimentare classificati come di crisi, il che significa che le famiglie o non
hanno cibo a sufficienza per nutrirsi oppure riescono a soddisfare i bisogni
alimentari di base solo ricorrendo a misure quali la vendita dei beni da cui
dipendono per sopravvivere. Il piano di risposta delle Nazioni Unite da 2,87
miliardi di dollari è finanziato solo per circa il 41%, mentre il 37% delle
strutture sanitarie del Sudan risulta completamente fuori servizio.
Testimonianza di Sedra, madre di una bambina sopravvissuta nel Darfur Centrale
Quando Sedra ha visto per la prima volta la figlia appena nata, il suo stesso
corpo era in crisi. La pressione sanguigna stava aumentando, la vista si era
offuscata, sentiva un ronzio nelle orecchie e aveva cominciato a tremare.
Riusciva a pensare a una sola domanda: “Crescerà e vivrà, oppure ci lascerà?”
racconta Sedra. “Ho pianto tantissimo. Non pensavo che sarei sopravvissuta
nemmeno io”.
Un medico l’ha ricoverata nel reparto dell’ospedale universitario di Zalingei,
nel Darfur Centrale. La neonata aveva bisogno di cure neonatali per una
malnutrizione con complicanze. Oggi la bambina sta prendendo peso e Sedra, che è
lei stessa assistente sanitaria, ne segue da vicino i progressi.
Sedra è riuscita ad arrivare in tempo alle cure, per sé e per sua figlia. Ma per
molte persone in Sudan questo è tutt’altro che scontato. Guerra, sfollamenti,
attacchi alle strutture sanitarie, ostacoli agli spostamenti e distruzione dei
servizi stanno facendo aumentare i bisogni sanitari. E, sebbene i tagli ai
finanziamenti non abbiano creato questi bisogni, stanno indebolendo i servizi
che dovrebbero prevenirli, individuarli e curarli.
Sedra ora riesce a immaginare sua figlia crescere, magari per diventare
ingegnera o medica. “È ancora qui” dice Sedra. In Sudan, “qui” significa che è
viva.
Quel futuro esiste perché un reparto era aperto, un medico era presente e le
cure necessarie erano disponibili. In tutto il Sudan, sempre meno famiglie
possono contare su tutte e tre queste cose.
Testimonianza di Mohammed Khamis, padre di un bambino ricoverato in un centro
nutrizionale di MSF
Mubashir, un bambino piccolo, ha trascorso 16 giorni nel centro nutrizionale
terapeutico di MSF per pazienti ricoverati presso l’ospedale universitario di
Zalingei. “Gli hanno dato latte e medicine” racconta suo padre, Mohammed Khamis.
Anche se Mubashir si è ripreso, tornerà a casa dove il cibo continua a mancare.
Sono rimaste meno organizzazioni a distribuirlo e lo stesso Mohammed mostra
segni di malnutrizione.
“Non c’è cibo per nutrire i miei figli” racconta. “Stiamo diventando deboli”.
Redazione Italia