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Sudan: materiali didattici distrutti da un attacco bellico
Il 20 scorso in due magazzini nella località di Shikan, nel Kordofan settentrionale, colpiti dai droni sono andati persi oltre 292.000 testi didattici, 40.000 libri per lo studio della lingua araba e della matematica e altri materiali didattici destinati ai bambini, a cui dovevano venire consegnati a partire da ottobre 2026, in occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico, nelle scuole di Bara occidentale, Bara e Um Dam. Si prevede che questa perdita comprometterà l’apprendimento di migliaia di bambini. «La distruzione di questo materiale didattico rappresenta una battuta d’arresto per i bambini in un momento in cui si sta facendo ogni sforzo per riportarli in classe – ha affermato la rappresentante dell’UNICEF in Sudan, Angela Kearney – Molti bambini hanno perso anni di scuola a causa del conflitto. Con le scuole che già devono far fronte a carenze di insegnanti, banchi e materiale didattico, questa perdita comprometterà ulteriormente l’accesso dei bambini a un’istruzione di qualità. Ogni bambino ha diritto all’istruzione, e tale diritto deve essere tutelato». La consegna di materiale didattico nelle zone del Sudan colpite dal conflitto è spesso difficile, il che rende la perdita di questi materiali particolarmente significativa. L’accesso a opportunità di apprendimento sicure rimane essenziale per aiutare i bambini a imparare, a riprendersi e a costruirsi un futuro. L’UNICEF esorta tutte le parti a proteggere i civili e le infrastrutture civili e a rispettare gli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario. È necessario salvaguardare i materiali didattici e le strutture scolastiche per garantire che i bambini possano realizzare il loro diritto all’istruzione. UNICEF
September 22, 2026
Pressenza
MSF: in Sudan milioni di persone senza assistenza sanitaria
Nel giorno in cui si apre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Medici Senza Frontiere (MSF) denuncia: i tagli generalizzati e senza precedenti ai finanziamenti internazionali per gli aiuti umanitari hanno fatto chiudere molte strutture sanitarie. MSF avverte che il ritiro del sostegno a una crisi già cronicamente sottofinanziata sta interrompendo l’accesso a cure salvavita e portando al limite le poche strutture sanitarie ancora operative mentre, nel contesto di una guerra brutale ancora in corso, la popolazione sudanese si trova a dover affrontare un accesso ridotto all’assistenza sanitaria. Mentre i leader mondiali si riuniscono all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, MSF chiede ai governi e ai donatori istituzionali di proteggere i finanziamenti destinati ai servizi sanitari essenziali in Sudan e di garantire finanziamenti flessibili e di transizione alle strutture a rischio di chiusura. “La guerra sta determinando i bisogni del Sudan; i tagli ai finanziamenti stanno riducendo la risposta – dichiara Muhammad Ibrahim, capomissione di MSF in Sudan – Il lavoro di MSF in Sudan è finanziato da fondi privati. Ma quando i finanziamenti vengono a mancare per altri servizi sanitari, le cliniche chiudono, i pazienti hanno meno posti dove rivolgersi e la pressione si sposta sulle strutture che rimangono aperte, comprese le nostre. I donatori devono proteggere i servizi sanitari essenziali e fornire finanziamenti sostenibili e flessibili alle organizzazioni che ne dipendono”. Con il ritiro delle organizzazioni umanitarie, le cliniche locali si ritrovano prive dei fondi e dei farmaci necessari per funzionare. Per i pazienti, ciò significa affrontare viaggi lunghi e pericolosi solo per ricevere cure. “Chiudere una clinica non elimina nemmeno un paziente. Lo manda semplicemente nella struttura successiva – afferma Sebastián Traficante, coordinatore delle emergenze di MSF in Darfur – Dopo un viaggio più lungo e costoso, i pazienti arrivano spesso in condizioni molto più gravi, e l’ospedale potrebbe essere già pieno. MSF può rafforzare alcuni servizi, ma non può assorbire le conseguenze di ogni chiusura”. Mentre cercano aiuto ovunque sia possibile, i pochi ospedali ancora operativi stanno assorbendo l’afflusso in eccesso: tra gennaio e aprile 2026, nelle strutture supportate da MSF a Zalingei e Rokero, nel Darfur centrale, i ricoveri sono aumentati del 22,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La situazione si è ulteriormente aggravata poiché, solo nel mese di maggio, 45 centri sanitari di base nel Darfur centrale hanno smesso di ricevere supporto a causa della mancanza di fondi da parte dell’organizzazione che ne garantiva le risorse. Nel campo di Tanedba, nello stato di Gedaref, dove vivono 18.400 rifugiati, il ritiro improvviso di un’organizzazione umanitaria a giugno ha determinato la chiusura dei reparti di maternità e chirurgia. Le donne incinte che necessitano di un taglio cesareo devono ora affrontare un viaggio di 3 ore fino alla città più vicina. MSF è intervenuta per garantire il funzionamento del pronto soccorso fino alla fine del 2026. Nel 2021, circa 35 organizzazioni umanitarie operavano all’interno e nei dintorni del campo di Um Rakuba, nello Stato di Gedaref. Oggi ne sono rimaste meno di 10. Il campo ospita circa 17.000 rifugiati, soprattutto donne e bambini. “Il nostro ospedale a Um Rakuba è ormai l’unica ancora di salvezza rimasta sia per i rifugiati sia per la comunità sudanese locale – afferma Fabrizio Locuratolo, responsabile degli affari umanitari di MSF – Ma i tagli vanno ben oltre la sanità. Le razioni alimentari stanno diminuendo e i programmi di protezione vengono smantellati, eliminando le ultime reti di sicurezza e lasciando i rifugiati completamente esposti”. Nel campo per sfollati di Hamidiya, nel Darfur Centrale, un centro sanitario che in precedenza offriva assistenza materna, pediatrica e di salute mentale opera oggi con capacità fortemente ridotte dopo la fine del supporto  di un’organizzazione umanitaria. Gli accessi giornalieri sono passati da 200 a circa 40 e le vaccinazioni sono state interrotte. Il calo non era indice di un miglioramento delle condizioni di salute delle persone. Avevano semplicemente smesso di recarsi in una struttura che non era più in grado di curarle. Safa è arrivata ad Hamidiya, nel Darfur Centrale, dopo essere fuggita prima da El-Fasher e poi da Kabkabiya.Suo padre è morto a causa della guerra e la sua famiglia si è dispersa e non sa dove sia adesso. Prima del conflitto aveva cominciato gli studi per diventare infermiera e spera ancora di poterli riprendere. Oggi, però, la priorità è trovare da mangiare e riuscire ad accedere alle cure. Per un lavoratore in Darfur, che guadagna circa 1 dollaro al giorno, i 2 dollari necessari per raggiungere una clinica funzionante equivalgono a circa 2 giornate di salario, costringendo i residenti a scegliere tra l’assistenza sanitaria e il cibo. “Quei soldi potrebbero servire per comprare da mangiare – ha raccontato Safa a MSF – Se non c’è cibo, non può esserci salute”. Rahma  ha trascorso 18 giorni all’ospedale di Kas, nello Stato del Darfur meridionale, al fianco del suo bambino di 1 anno, ricoverato in condizioni critiche a causa di meningite, malaria e malnutrizione acuta grave. Dopo oltre due settimane di cure, il bambino ha iniziato a riprendersi. “Abbiamo viaggiato per ore per raggiungere questo ospedale – racconta – Il piccolo ospedale vicino al nostro villaggio ha chiuso e ora non c’è nessun posto nelle vicinanze dove poter ricevere cure. Anche se trovi un medico, non ci sono medicine. Senza medicine, cosa può fare un medico?”. Dopo l’annuncio della chiusura di USAID da parte del governo statunitense nel 2025, molti finanziamenti destinati alle organizzazioni attive in Sudan sono terminati nel giugno di quest’anno. Sebbene gli Stati Uniti restino il principale donatore per il Sudan e continuino a finanziare OCHA e altre organizzazioni, molti fornitori di servizi sanitari non sono riusciti a trovare finanziamenti alternativi, per cui numerose strutture hanno chiuso. Proprio mentre gli operatori sanitari si trovavano ad affrontare l’imminente revoca del sostegno da parte degli Stati Uniti, anche molti governi europei hanno ridotto i propri aiuti alla popolazione sudanese. Anche i bilanci destinati agli aiuti europei e multilaterali stanno subendo una contrazione a livello globale. I dati preliminari dell’OCSE indicano che nel 2025 gli aiuti erogati dalle istituzioni dell’UE sono diminuiti del 13,8%, mentre anche diversi importanti donatori europei hanno ridotto la propria spesa complessiva per gli aiuti. Questi dati non corrispondono a tagli equivalenti in Sudan, dove alcuni donatori europei hanno mantenuto o aumentato il proprio sostegno. Tuttavia, evidenziano un contesto di finanziamenti internazionali in forte contrazione. In Sudan, questa contrazione generale sta aggravando una crisi sanitaria già grave, poiché il ritiro di finanziamenti specifici e la chiusura di programmi riducono l’accesso all’assistenza sanitaria. A Tawila, nonostante la presenza di circa 50 ONG, rimangono gravi lacune nell’assistenza per una popolazione che arriva fino a 600.000 sfollati. MSF gestisce l’unico ospedale da 200 posti letto dell’area ed è l’unica organizzazione in grado di mettere in campo una risposta epidemica su larga scala. I casi di malaria e malnutrizione sono già in aumento, nonostante le precipitazioni siano ancora limitate, prima del picco della stagione delle piogge – e prevediamo che i numeri aumenteranno con l’intensificarsi delle piogge. Ad agosto, 191 bambini sotto i 5 anni con malnutrizione grave sono stati ricoverati nel centro nutrizionale di MSF e quasi il 22% di loro è risultato positivo anche alla malaria. Le chiusure avvengono nel pieno di una crisi umanitaria su larga scala e gravemente sottofinanziata. Secondo le Nazioni Unite, 825.000 bambini sotto i 5 anni rischiano di soffrire di malnutrizione acuta grave e, all’inizio dell’anno, 19,5 milioni di persone affrontavano livelli di insicurezza alimentare classificati come di crisi, il che significa che le famiglie o non hanno cibo a sufficienza per nutrirsi oppure riescono a soddisfare i bisogni alimentari di base solo ricorrendo a misure quali la vendita dei beni da cui dipendono per sopravvivere. Il piano di risposta delle Nazioni Unite da 2,87 miliardi di dollari è finanziato solo per circa il 41%, mentre il 37% delle strutture sanitarie del Sudan risulta completamente fuori servizio.   Testimonianza di Sedra, madre di una bambina sopravvissuta nel Darfur Centrale Quando Sedra ha visto per la prima volta la figlia appena nata, il suo stesso corpo era in crisi. La pressione sanguigna stava aumentando, la vista si era offuscata, sentiva un ronzio nelle orecchie e aveva cominciato a tremare. Riusciva a pensare a una sola domanda: “Crescerà e vivrà, oppure ci lascerà?” racconta Sedra. “Ho pianto tantissimo. Non pensavo che sarei sopravvissuta nemmeno io”. Un medico l’ha ricoverata nel reparto dell’ospedale universitario di Zalingei, nel Darfur Centrale. La neonata aveva bisogno di cure neonatali per una malnutrizione con complicanze. Oggi la bambina sta prendendo peso e Sedra, che è lei stessa assistente sanitaria, ne segue da vicino i progressi. Sedra è riuscita ad arrivare in tempo alle cure, per sé e per sua figlia. Ma per molte persone in Sudan questo è tutt’altro che scontato. Guerra, sfollamenti, attacchi alle strutture sanitarie, ostacoli agli spostamenti e distruzione dei servizi stanno facendo aumentare i bisogni sanitari. E, sebbene i tagli ai finanziamenti non abbiano creato questi bisogni, stanno indebolendo i servizi che dovrebbero prevenirli, individuarli e curarli. Sedra ora riesce a immaginare sua figlia crescere, magari per diventare ingegnera o medica. “È ancora qui” dice Sedra. In Sudan, “qui” significa che è viva. Quel futuro esiste perché un reparto era aperto, un medico era presente e le cure necessarie erano disponibili. In tutto il Sudan, sempre meno famiglie possono contare su tutte e tre queste cose.   Testimonianza di Mohammed Khamis, padre di un bambino ricoverato in un centro nutrizionale di MSF Mubashir, un bambino piccolo, ha trascorso 16 giorni nel centro nutrizionale terapeutico di MSF per pazienti ricoverati presso l’ospedale universitario di Zalingei. “Gli hanno dato latte e medicine” racconta suo padre, Mohammed Khamis. Anche se Mubashir si è ripreso, tornerà a casa dove il cibo continua a mancare. Sono rimaste meno organizzazioni a distribuirlo e lo stesso Mohammed mostra segni di malnutrizione. “Non c’è cibo per nutrire i miei figli” racconta. “Stiamo diventando deboli”. Redazione Italia
September 8, 2026
Pressenza
Suliman, Fatima e le spaventose conseguenze della guerra in Sudan
Il mio amico sudanese Suliman,  al momento riparato con la moglie al Cairo, ha iniziato a frequentare un corso di formazione per operatori di macchinari pesanti (pur sapendo che sarà difficilissimo poter lavorare in quel campo essendoci già un alto livello di disoccupazione fra gli stessi cittadini egiziani). E’ un corso di quattro settimane, prima teorico e poi pratico, che si tiene in una località a due ore di distanza con i mezzi pubblici rispetto a dove Suliman abita, insomma dall’altra parte del Cairo. Lui si alza alle sei per prendere un certo pullman. Prima dell’aggressione israelo-americana all’Iran il biglietto del pullman costava 50 pounds, ma da alcune settimane è salito a 100 pounds. “La benzina” rispondono a chi protesta. Ed è così per tutto: al mercato i prezzi di verdura e frutta sono letteralmente raddoppiati (come successe in Italia con il passaggio dalla lira all’euro) e la vita è sempre più difficile. Il figlio Ahmed dalla zona mineraria nel nord del Sudan in cui si è fermato gli invia ogni mese i soldi per l’affitto. Una delle figlie che vive in Germania quando può invia anche lei qualcosa. Suliman e Fatima vivono nelle ristrettezze massime e pensare che fra le spese essenziali devono includere anche frequenti controlli ospedalieri per entrambi (e in Egitto l’ospedale non è davvero gratis). Racconto a Suliman di aver visto sere fa in televisione un servizio sul Sudan, in particolare su Khartoum: si vedevano le tombe dei cittadini morti disposte lungo le strade perché il cimitero straborda; alcune sono segnalate da un oggetto, per esempio una ciabatta, la maggior parte completamente anonime. Si vedevano dei ragazzini che giocavano a palla e quelli che stavano a guardare erano seduti a terra fra una fila e l’altra di tombe. Suliman non si meraviglia a questo racconto: “E’ dal 2023 che i cimiteri non ci sono più” dice. I Janjaweed hanno buttato dentro gli appartamenti ormai vuoti di abitanti (tutti fuggiti o morti) i corpi delle persone da loro uccise, poi qualche sudanese pietoso – o gli stessi abitanti che provavano a rientrare nella loro casa- hanno voluto seppellire quei corpi, così come quelli di coloro che erano rimasti per la strada, ma non avevano altro posto che la strada stessa. E a proposito dei sudanesi di Khartoum che dopo la liberazione dai Janjaweed sono tornati in città e hanno tentato di rientrare nelle loro case, si vede nel servizio televisivo una donna, Nadine: in una zona di Khartoum chiamata Laman, lei è dentro la sua casa bombardata, ci sono pezzi di oggetti ammucchiati in estremo disordine sopra un tavolo e fra questi molti pezzi di armamenti che lei stessa tocca per capire di che si tratti, per poi passarli a un’altra persona. “Sopra le armi” mi dice Suliman “c’è una certa sostanza chimica che sembra sia la causa di una nuova epidemia che sta circolando ultimamente in Sudan, oltre a quella del colera, il denghe.” Lui sa di persone tornate a Khartoum e morte di denghe. Dei diciotto Stati di cui è composto il Sudan i Janjaweed ne hanno al momento in mano dieci e stanno per recuperarne altri due; il governo ne aveva ripresi otto ed ora sta per perderne due. “Non finisce mai” dice Suliman e aggiunge che non può finire finché gli Emirati Arabi Uniti continueranno a rifornire di armi le Forze di Supporto Rapido (i Janjaweed), Emirati che sostengono anche Israele. Il servizio televisivo parlava anche delle tonnellate d’oro che dal Sudan gli emissari degli Emirati e i Janjaweed stessi si portano via. E poi c’è la triste situazione della figlia maggiore rimasta intrappolata in Darfur con i suoi bambini. Lei si trova a Mellit, un ultimo avamposto nel Darfur del nord, a circa 75 Km a nord di Al Fashir; da lì in poi è tutto deserto fino alla Libia. Il Darfur è completamente in mano alle RSF da quando mesi fa è capitolata – dopo lunga e strenua resistenza – anche El Fashir stessa e i sudanesi che non sono fuggiti si trovano prigionieri nelle loro città e villaggi. Chiedo a Suliman come vivono materialmente, come mangiano, se possono coltivare qualcosa. “Alcune donne dei Janjaweed” mi risponde “vendono cipolle e qualche ortaggio al mercato, prodotti che vengono da fuori, entrano in Sudan attraverso il Ciad (la frontiera con la Libia è chiusa); più spesso sono le stesse donne sudanesi che vengono costrette a lavorare per i Janjaweed e a vendere per conto loro ricevendo poi alla fine una sorta di obolo alimentare.” Parliamo solo di ortaggi e verdure perché carne e farina non si vedono da tempo immemorabile. Ecco come vive in questo momento sua figlia nella sua terra, il Darfur. Un momento di sollievo si ha quando, ogni due o tre mesi circa, arrivano associazioni come Medici senza Frontiere o la Croce Rossa portando zucchero e altri alimenti importanti. Il 15 aprile è stato l’anniversario dell’inizio della guerra: era il 2023, sono più di 100 giorni, il che significano: 33 milioni di persone bisognose di assistenza, circa 15 milioni di persone con insicurezza alimentare grave che diventa acuta per almeno 4 milioni di sudanesi. Sono dati che riprendo da un articolo di Maurizio Martina sull’Avvenire del 29 aprile. La fame – dice il giornalista – non è più un effetto collaterale della guerra ma “una delle sue espressioni più crudeli”. L’agricoltura, attività economica basilare del Paese, è entrata in crisi e se dovesse saltare anche la prossima semina si perderà un altro anno agricolo con conseguenze devastanti per gli abitanti del paese. Il Global Report Food Crises ha dichiarato pochi giorni fa che nello stesso anno abbiamo avuto, tra Africa e Medio Oriente, due carestie: Gaza e Sudan. E’ necessario – afferma ancora l’articolo di Martina – che si sostenga per il Sudan l’agricoltura d’emergenza, che non è solo distribuzione di aiuti, ma anche operazioni concrete per ricollocare la popolazione nelle proprie comunità affinché possano ricostruirsi vita e attività produttive. E’ necessario che quella del Sudan non venga normalizzata come una “crisi cronica” e accettata come qualcosa di inevitabile e incurabile: sarebbe la fine di un paese e di un popolo. Popolo che non so più in quale percentuale è ormai alla diaspora – chi in Ciad, chi in Egitto, chi in Etiopia, chi nello stesso Sudan, ma in zone che sembravano più tranquille, presso parenti o amici. Suliman e Fatima, come si sa, hanno raggiunto il Cairo dopo molte peripezie e sofferenze. E non sono gli unici sudanesi nella grande capitale egiziana: ci sono strade – mi diceva una ragazza del Cairo attualmente a Roma, ma in contatto con i suoi – dove abitano esclusivamente sudanesi (li hanno anche ghettizzati, penso). Mi chiedo: come farà ognuna di quelle famiglie a pagare l’affitto e a mangiare ogni giorno, come farà a curarsi e a soddisfare le altre esigenze, almeno quelle basilari? Avranno tutti i figli all’estero che inviano loro una parte dello stipendio? E i bambini e i ragazzi da quanto tempo non studiano? Le scuole egiziane accoglieranno i figli dei richiedenti asilo sudanesi? Quello che è certo è che finché, dopo anni di attesa, non hanno ottenuto l’asilo politico, i genitori non possono esercitare alcuna attività lavorativa. Quanto sono bravi questi sudanesi in un Paese che non li vuole, a mantenere alta la dignità di persone umane, ad aiutarsi fra loro, a restare vivi. Ma ci deve essere una fine, si deve intravedere una luce. Che le istituzioni internazionali operino per accenderla: è un loro dovere e si deve trasformare in un imperativo etico. Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2024/07/storia-di-suliman-e-fatima-in-fuga-da-sudan-ed-etiopia/ https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-e-fatima-di-nuovo-in-sudan-ma-solo-di-passaggio/ https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-fatima-e-la-guerra-infinita-in-sudan/ https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-fatima-e-legitto-che-non-li-vuole/ https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-e-fatima-in-attesa-della-risposta-dellegitto/ https://www.pressenza.com/it/2024/09/suliman-fatima-e-i-certificati-medici-che-non-si-trovano/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-fatima-e-legitto-che-si-avvicina/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-da-un-port-sudan-di-tutti-matti-a-un-egitto-non-amato/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-finalmente-in-egitto/ https://www.pressenza.com/it/2024/11/suliman-e-fatima-il-nilo-del-cairo-non-e-il-nilo-di-khartoum/ https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-i-janjaweed-fanno-tante-cose-non-bene/ https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-in-egitto-ma-ancora-invisibili/ https://www.pressenza.com/it/2025/01/la-mia-amica-fatima-che-resiste-come-al-fashir-in-darfur/ https://www.pressenza.com/it/2025/07/suliman-fatima-e-la-tenace-resistenza-di-al-fashir-in-darfur/ https://www.pressenza.com/it/2025/09/suliman-e-fatima-contano-i-morti-e-i-torturati-in-famiglia/ https://www.pressenza.com/it/2026/03/suliman-fatima-e-la-guerra-in-sudan-che-non-finisce/     Francesca Cerocchi
May 3, 2026
Pressenza
Sudan: dopo tre anni di guerra, i bambini continuano a pagare il prezzo più alto
Mentre il conflitto in Sudan raggiunge il suo terzo anno, tra gennaio e marzo 2026 almeno 160 bambini sono stati uccisi e 85 mutilati in tutto il Paese – un aumento del 50% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il maggior numero di vittime è stato registrato negli Stati del Darfur e del Kordofan, dove la violenza in corso ha spinto le comunità al limite. Tre anni di conflitto incessante hanno causato lo sfollamento di oltre 5 milioni di bambini, spesso ripetutamente, con lo spostarsi delle linee del fronte e le diffuse violenze. “Da tre anni, in tutto il Sudan, i bambini vengono uccisi, feriti e sfollati in misura impressionante – ha dichiarato Catherine Russell, direttrice generale dell’UNICEF – Le loro case, le scuole e gli ospedali continuano a subire attacchi. Non c’è alcuna giustificazione per la violenza contro i bambini. Ciò riflette un fallimento collettivo delle parti in conflitto nel proteggere i diritti essenziali dei bambini”. Nelle zone più colpite, gli attacchi in corso continuano a distruggere case, scuole, mercati e ospedali. I nuovi strumenti di guerra sono sempre più letali: il 78% delle vittime minorenni segnalate è dovuto ad attacchi con droni. Dall’inizio della guerra, le Nazioni Unite hanno verificato più di 5.700 gravi violazioni contro i bambini * in tutto il Sudan, che hanno coinvolto almeno 5.100 bambini – oltre 4.300 dei quali sono stati uccisi o mutilati. Il Darfur e il Kordofan registrano ancora una volta il numero più alto di vittime tra i bambini. Il bilancio reale è di gran lunga più alto, ma l’insicurezza e l’accesso limitato alle zone colpite ostacolano un monitoraggio e una verifica continuativi. Le famiglie vivono in condizioni di sovraffollamento e precarietà, mentre i servizi di base sono al limite della capacità. Ampie zone del Sudan rimangono tagliate fuori dall’assistenza umanitaria a causa dell’insicurezza, delle infrastrutture danneggiate e dei vincoli amministrativi. Ledifficoltà di accesso sono particolarmente gravi nel Darfur, nel Kordofan e in alcune zone del Nilo Azzurro, lasciando molti dei bambini più vulnerabili senza alcuna assistenza. La fame, le malattie e il rischio di carestia si stanno diffondendo, alimentati dalla violenza, dai ripetuti sfollamenti e dai gravi ostacoli all’accesso umanitario. Con la fuga delle famiglie, i mezzi di sussistenza vengono interrotti, i mercati crollano e i servizi di base continuano a interrompersi. La carestia è già stata confermata ad Al Fasher e Kadugli, con un rischio crescente di diffusione a Um Baru e Kernoi. L’impatto allarmante si riflette nel numero di bambini colpiti da malnutrizione. In tutto il Sudan, si stima che nel 2026 circa 4,2 milioni di bambini soffriranno di malnutrizione acuta, di cui oltre 825.000 casi gravi, che possono essere letali se non trattati con urgenza. Le conseguenze della guerra sul diritto all’istruzione dei bambini sono preoccupanti. Più di un terzo delle scuole in Sudan è chiuso e un ulteriore 11% viene utilizzato come rifugio o, secondo quanto riferito, è occupato dalle parti in conflitto, il che significa che quasi la metà di tutti gli edifici scolastici non è più utilizzata come aule. Oggi, almeno 8 milioni di bambini in Sudan non frequentano la scuola. Nonostante l’insicurezza e le difficoltà di accesso, l’UNICEF continua a fornire servizi salvavita negli ambiti di salute, nutrizione, acqua, protezione dell’infanzia e istruzione in tutto il Sudan. Tuttavia, la risposta è sottoposta a una pressione crescente. Nel 2026, l’UNICEF necessita di 962,9 milioni di dollari per raggiungere 7,9 milioni di bambini con assistenza salvavita. A marzo, è stato ricevuto solo il 16% dei fondi necessari. «Per proteggere i bambini è necessario che tutte le parti in conflitto pongano immediatamente fine alle gravi violazioni nei loro confronti e rispettino il diritto internazionale, garantendo un accesso umanitario sicuro, rapido e senza ostacoli in tutto il Paese – ha affermato Russell – Siamo grati ai donatori che sostengono il nostro lavoro salvavita. Tuttavia, i bisogni umanitari continuano a superare di gran lunga i finanziamenti disponibili, e lanciamo un appello urgente alla comunità internazionale affinché rafforzi il proprio sostegno. Non possiamo chiudere gli occhi davanti alle sofferenze dei bambini in Sudan». *Le violazioni gravi nei confronti dei minori comprendono: l’uccisione e la mutilazione; il rapimento; il reclutamento e l’impiego in combattimento; lo stupro e altre forme di violenza sessuale; gli attacchi a scuole e ospedali; e l’impedimento dell’accesso agli aiuti umanitari. UNICEF
April 14, 2026
Pressenza
Sudan/Darfur: droni infieriscono sui civili
La coordinatrice delle emergenze di Medici Senza Frontiere nel Darfur, Muriel Boursier, denuncia che, a seguito di 5 attacchi con droni condotti dalle Forze Armate Sudanesi (SAF), da domenica sera in meno di 24 ore i team di Medici Senza Frontiere hanno prestato soccorso a 56 persone ferite e registrato 2 decessi: > Nel Darfur occidentale, i team di MSF dell’Ospedale Universitario di El > Geneina hanno curato 25 persone, tra cui 4 bambini, ferite in un attacco > avvenuto nei pressi della città domenica notte. > > Lunedì mattina, MSF ha assistito 3 feriti a seguito di un attacco con droni > che ha colpito l’affollato mercato di Tululu lungo la strada Zalingei-Geneina. > > Nel Darfur centrale, i team di MSF hanno curato 28 feriti presso l’ospedale > universitario di Zalingei a seguito di 4 attacchi con droni nella regione. > > Sono stati segnalati anche 2 decessi. > > Mentre il Sudan entra nel suo quarto anno di guerra, questi attacchi da parte > delle Forze Armate Sudanesi dimostrano un totale disprezzo per la vita dei > civili. > > Le persone vengono uccise sulle strade e nei mercati. Non c’è alcun luogo > sicuro. > > Entrambe le parti in conflitto stanno attaccando e uccidendo civili, come > fanno da anni. Ciò deve finire immediatamente, questo livello di violenza e > sofferenza inflitta non può continuare. > > La crisi umanitaria in Sudan è una delle più gravi al mondo e, negli ultimi > tre anni, i civili hanno subito violenze estreme che hanno devastato ogni > aspetto della loro vita. > > MSF è presente in 9 stati del Sudan, dove risponde alle emergenze fornendo > assistenza medica di base. Ancora una volta, chiediamo alle parti in conflitto > in Sudan di proteggere i civili. Redazione Italia
April 14, 2026
Pressenza