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La Forza della polizia… e il mancato processo di democratizzazione
In versione parzialmente ridotta, pubblichiamo per Pressenza questo importante contributo di Carlo Caprioglio (docente di Clinica legale all’Università di Roma), dal quale si rileva – in ordine all’applicazione delle misure securitare varate dal governo incarica (tematica-principe della propaganda postfascista) –  «come la morte di Fakir rappresenti anche un test sugli effetti delle novità legislative di recente introdotte in materia di responsabilità degli agenti di polizia. I decreti sicurezza approvati dal Governo negli ultimi due anni hanno, infatti, escluso l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di un’apparente causa di giustificazione e previsto l’anticipazione delle spese, in ogni grado di giudizio, per la tutela legale agli operatori di polizia imputati». Come si sottolinea nel sommario di Jacobin.Italia: «L’omicidio di Abderrahim Fakir a Bologna non evidenzia solo il clima repressivo e autoritario del governo Meloni e la razzializzazione dei soggetti colpiti, ma anche il mancato processo di democratizzazione delle forze dell’ordine che riguarda anche la sinistra»[accì] Abderrahim Fakir, 42 anni, nato in Marocco ma da 35 anni residente in Italia, dove era arrivato a soli sette anni, è stato ucciso il 19 luglio scorso durante un’operazione di polizia nel rione Pilastro, a Bologna. Schiacciato sull’asfalto per un tempo infinito da due agenti della Polizia di Stato e da un residente, sotto lo sguardo impassibile degli operatori del 118. Un video, ripreso da una finestra di un palazzo adiacente, ha immortalato la scena. Fatto circolare immediatamente sui social, è stato poi ripreso da giornali e televisioni: chiunque ha così visto l’assurda morte in diretta di Fakir. La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo mentre gli agenti, come spesso accade, sono stati confermati in servizio in attesa degli sviluppi dell’inchiesta. Un comunicato della Procura ha quindi confermato l’applicazione del cosiddetto «scudo penale», introdotto dal decreto sicurezza del 2026, per cui gli operatori coinvolti non sono stati, almeno per il momento, iscritti nel registro degli indagati. Questi in breve i fatti come riportati dalle cronache. In attesa che l’inchiesta faccia auspicabilmente luce sui diversi aspetti ancora non chiari, come chiesto anche dai parenti di Fakir, la vicenda deve essere l’occasione per aprire una riflessione seria sulle cause strutturali dell’ennesima morte nel corso di un’operazione di polizia. Mentre imperversa un violento dibattito pubblico sulla legittima difesa, animato da chi vorrebbe instaurare un regime legale di difesa della proprietà privata senza limiti, l’omicidio di Fakir non può, infatti, essere ridotto a «eccezione», a un mero eccesso nell’uso della forza o all’incompetenza dei singoli agenti coinvolti. Un intero sistema, fatto di norme e costumi sociali produce, legittima e protegge l’esercizio della violenza di polizia. PERCHÉ CHIAMIAMO LA POLIZIA  Nel libro Come sono diventata abolizionista, a partire dalla propria esperienza di ragazza cresciuta nei sobborghi di Saint Louis (Missouri), l’avvocata e attivista Derecka Purnell racconta che nelle comunità nere marginalizzate delle grandi metropoli statunitensi è abitudine chiamare la polizia di fronte a qualunque situazione che devii dalla normalità quotidiana: una porta di casa lasciata aperta apparentemente senza motivo, un bambino per strada da solo, degli schiamazzi che disturbano la quiete notturna, una lite in famiglia, sono tutte «valide» ragioni per alzare il telefono e comporre il 911, delegando alla polizia il compito di «risolvere» la questione. Purnell riflette su come questa abitudine, alimentata dalla condizione di abbandono in cui vivono le comunità povere e razzializzate negli Stati Uniti, favorisca il contatto tra persone nere e polizia e, di conseguenza, il rischio di abusi e violenze. L’argomento è semplice: più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle comunità marginalizzate, più è probabile che si verifichino casi come quelli di Micheal Brown e Breonna Taylor. Il contesto sociale dell’omicidio di Fakir è certamente diverso da quello in cui si situa la riflessione di Purnell e le proposte che l’autrice avanza, incentrate su organizzazioni dal basso di comunità capaci di prevenire, quando possibile, l’intervento della polizia e minimizzare le occasioni di contatto e i rischi che ne derivano. Nonostante ciò, non ci si può non interrogare sul perché, davanti a una persona in probabile stato di alterazione psicofisica, che non sta minacciando nessuno e i cui parenti abitano a poche centinaia di metri di distanza, non vi siano alternative a chiamare la polizia. E, più in generale, se la polizia sia davvero l’agenzia pubblica più indicata per rispondere alla comprensibile richiesta di rassicurazione di chi sente un uomo gridare in un garage condominiale in un pomeriggio di una domenica d’estate. D’altronde, è pur vero che se la risposta pubblica al disagio sociale è la militarizzazione delle periferie e l’esclusione degli abitanti da qualunque processo decisionale, secondo il «modello» imposto dal decreto Caivano, o dalle «zone rosse» e dai blindanti fuori dalle stazioni, non può sorprendere se la polizia sia vista sempre più come l’attore preposto a gestire qualunque forma di devianza che turbi la tranquillità sociale. LE MODALITÀ DELL’INTERVENTO  Come emerso subito dal video circolato online, la scorsa domenica al Pilastro, insieme alla polizia, era presente sul posto anche il personale del 118. Nonostante quindi l’alternativa all’uso della forza di polizia fosse immediatamente disponibile, l’intervento muscolare degli agenti ha avuto priorità. È una decisione che si spiega anche con l’assenza di protocolli di intervento per la gestione di quelli che in gergo sono definiti «soggetti non collaborativi», ovvero persone in stato di alterazione psicofisica o con problemi di salute mentale, e che prevedano il coinvolgimento di professionalità altre, diverse da quelle di polizia, nonché tecniche di descalation volte a minimizzare il ricorso alla forza. Il coinvolgimento del personale sanitario appare, infatti, affidato al caso piuttosto che a regole definite, e la gestione della situazione concreta resta affidata alla discrezionalità degli agenti di polizia. D’altronde, non solo mancano protocolli di intervento di questo genere, ma la stessa formazione degli operatori non include chiare strategie di interazione con i «soggetti non collaborativi» finalizzate a evitare il ricorso alla coazione. Una carenza che va di pari passo con un orientamento istituzionale del tutto sbilanciato sul risultato operativo, in cui gli agenti di polizia si sentono legittimati a fare tutto ciò che serve per portare a termine l’intervento. Anche l’inserimento delle cosiddette armi meno letali – come il Taser e gli spray urticanti – nella dotazione delle forze di polizia italiane non ha in alcun modo migliorato il quadro, anzi. I dati raccolti da Altreconomia mostrano che, dalla sua introduzione nel 2022 al febbraio di quest’anno, la pistola elettrica è stata utilizzata dalla sola Polizia di Stato in più di mille occasioni, e le morti da Taser sono state almeno sette. La disinvoltura con cui gli agenti ricorrono alla pistola elettrica conferma il profondo malinteso rispetto ai presupposti e alle condizioni legali che dovrebbero presiederne l’utilizzo. Piuttosto che come alternativa all’arma da fuoco, la cui pericolosità induce gli operatori a un uso prudente e moderato, il Taser è considerato uno strumento intrinsecamente proporzionato e per questo utilizzabile anche in scenari in cui, non essendovi un pericolo attuale per l’incolumità dell’operatore o di terzi, altre strategie sarebbero invece praticabili. Il ricorso alla pistola elettrica finisce per costituire una sorta di «scorciatoia operativa» che consente di «risolvere» situazioni operative complesse, aggirando il ricorso a strategie di intervento ritenute più pericolose per l’operatore o semplicemente più lunghe, che richiedono per esempio di instaurare un dialogo con il soggetto destinatario dell’azione di polizia, o ancora di attendere l’arrivo di persone vicine a quest’ultimo che possano aiutare a tranquillizzarlo. L’uso disinvolto e preventivo delle armi meno letali, quando non causa direttamente conseguenze irreparabili, tende così a generare un’escalation di per sé evitabile. La scorsa domenica al Pilastro, secondo la ricostruzione diffusa sui media, di fronte alla condizione di alterazione di Abderrahim Fakir, la prima reazione degli agenti è stata quella di colpirlo in volto con lo spray urticante, per poi bloccarlo a terra e legarlo con le fascette ai polsi e alle caviglie. Nessun serio tentativo di mediazione e de-escalation, ovvero di gestione della situazione senza ricorrere alla forza, ma la scelta «naturale» di neutralizzare il soggetto per poi imporre con la forza l’atto di polizia. LE IMMAGINI E L’IMPUNITÀ Le immagini di Fakir, immobilizzato a terra dagli agenti di polizia mentre invoca aiuto, richiamano con impressionante vividezza la scena di un’altra morte avvenuta nel corso di un intervento delle forze dell’ordine: quella di Riccardo Magherini, ucciso a Firenze nel 2014, dopo essere stato immobilizzato a terra, in posizione prona, per diversi minuti da quattro carabinieri, che lo avevano fermato mentre si trovava in uno stato di evidente agitazione. Anche per Magherini, l’intervento dei sanitari non servì a evitare il peggio: i carabinieri, infatti, non attesero l’arrivo dell’ambulanza, che giunse in tempo solo per accertare l’avvenuto decesso. Le indagini, segnate da tentativi di depistaggio e pressioni sui testimoni, si chiusero con la contestazione dell’accusa di omicidio colposo per i carabinieri e, in concorso, anche per gli operatori del 118. Dopo due condanne nei gradi di merito, a pene tra l’altro estremamente contenute, per tre dei quattro militari, nel 2018 è arrivata l’assoluzione in Cassazione. La motivazione avrebbe dovuto sollevare scandalo nell’opinione pubblica: secondo i giudici, infatti, i carabinieri non avrebbero avuto all’epoca le competenze richieste per condurre l’arresto di una persona che si trovava nelle condizioni di alterazione psicofisica di Magherini. Una decisione agevolata, tra l’altro, da un vero e proprio cambiamento delle regole in corso di processo da parte dell’Arma dei Carabinieri. Durante il processo di primo grado, infatti, il Comando Generale dell’Arma ha revocato la circolare, in vigore all’epoca dei fatti, che, nel dettare regole operative per gli interventi nei confronti di soggetti in stato di agitazione psicofisica, vietava proprio l’uso di quella tecnica di immobilizzazione a terra impiegata contro Magherini, a causa dell’elevato rischio di asfissia per la persona. Prescrizioni evidentemente violate dai carabinieri, tanto che il pubblico ministero aveva espressamente richiamato la circolare, poi revocata, tra gli standard di condotta su cui era costruito il capo di imputazione. Sul caso di Magherini si è recentemente espressa la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia per una serie di violazioni, tra cui l’obbligo di condurre indagini efficaci e imparziali e di formare adeguatamente gli operatori di polizia a prevenire danni gravi alle persone fermate. La sentenza si inserisce nel solco di una serie di decisioni della Corte europea che, dal 2011 a oggi, confermano le gravi carenze del sistema giuridico italiano nel prevenire e sanzionare la violenza e l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di polizia (vale la pena qui richiamare, in particolare, la sentenza Cestaro del 2015, relativa ai fatti della scuola Diaz di Genova). Se, come dimostrano anche i casi recenti di Ramy Elgaml a Milano e Abderrahim Mansouri a Rogoredo, il coinvolgimento nelle indagini degli stessi agenti implicati nei fatti, o di colleghi a questi molto vicini, alimenta il rischio di depistaggi e condotte illecite, che complicano – e spesso vanificano – l’accertamento delle responsabilità, è soprattutto il quadro legale in materia di uso della forza a favorire il ricorso all’uso della forza in assenza di reali necessità operative. L’ordinamento italiano è privo di una regolazione dettagliata delle condizioni e delle modalità di impiego della coercizione, che resta affidata in via esclusiva alla disciplina codicistica delle cause di giustificazione, e in particolare a una norma sull’uso legittimo delle armi dalla matrice autoritaria, eredità del regime fascista, solo parzialmente adeguata al quadro costituzionale dalla giurisprudenza successiva. Basti pensare che, dopo una prima fase in cui l’interpretazione dei margini dell’uso legittimo della forza era stata segnatamente restrittiva, la stessa giurisprudenza ha da tempo adottato un’interpretazione sostanzialmente estensiva, che tende a bilanciare beni tra loro incommensurabili: per esempio, l’integrità fisica del (presunto) autore del reato con l’interesse dell’autorità pubblica al compimento dell’atto di polizia. È il caso per esempio della cosiddetta fuga «attiva», per cui è, quantomeno in linea di principio, ammesso l’uso delle armi contro il rapinatore che, in un centro abitato, fugge a elevata velocità dal luogo del reato. Alla luce della storia giudiziaria recente, ci si può aspettare che, nel caso di Bologna, la violenza esercitata degli agenti sarà giustificata dalla necessità di superare la resistenza di Fakir all’arresto. Nella vaghezza normativa che avvolge il ricorso alla forza da parte della polizia, secondo uno schema argomentativo circolare ricorrente, la resistenza diviene, infatti, la «naturale» giustificazione dell’intervento coattivo. Nonostante nessuna norma autorizzi ad arrestare una persona per il solo fatto che si trovi in una condizione di agitazione o alterazione, di rado emerge quale fosse l’atto di ufficio – presupposto dal reato di resistenza a pubblico ufficiale – a cui la persona stava appunto «resistendo». LA VIOLENZA DI POLIZIA: UN PROBLEMA ITALIANO In queste ore, molti commenti hanno paragonato la violenza sproporzionata esercitata contro Fakir a quella agita dall’Ice di Trump contro le persone migranti, razzializzate o solidali. Il rischio che la polizia italiana assomigli sempre più all’Ice certo esiste: basti pensare che il nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo europeo prevede (e legittima) le pratiche di sorveglianza razziale che vediamo sperimentare nelle metropoli statunitensi. Ed è altrettanto vero che la violenza di polizia, nei diversi contesti in cui si manifesta, dalle piazze ai controlli alle frontiere, non può essere analizzata disgiuntamente dalla torsione autoritaria in corso in quasi tutte le democrazie liberali. Al contempo, però, pensare che quanto accaduto al Pilastro sia in qualche modo il frutto del clima politico attuale, quindi, contingente, rischia di restituire uno sguardo parziale. Quello della violenza di polizia in Italia è, infatti, un problema storico, che ha cause strutturali e affonda le radici, tra le altre cose, in un processo di democratizzazione delle forze dell’ordine rimasto sostanzialmente incompiuto. Un problema che anche la sinistra istituzionale fatica da sempre a riconoscere, mostrando una deferenza per la polizia spesso celata dietro il richiamo al «rispetto» per il difficile compito assegnato all’autorità di pubblica sicurezza. Quando si pensa alla violenza di polizia, viene spontaneo pensare ai casi eclatanti come il G8 di Genova e l’uccisione di Carlo Giuliani a piazza Alimonda, di cui ricorre in questi giorni il 25° anniversario. Ma la storia recente è costellata di morti verificatesi nel corso di operazioni di polizia banali, routinarie, per molti versi analoghe a quella di Abderrahim Fakir. Dal 2000 a oggi, infatti, secondo la mappatura realizzata dal giornalista Luigi Mastrodonato, sono almeno 79 le persone morte durante questo tipo di operazioni. Un dato inevitabilmente sottostimato, visto che non esistono dati ufficiali, e che non tiene conto di quelle rimaste ferite, anche gravemente, come Hasib Omerovic, precipitato dalla finestra di casa sua durante un controllo di polizia, per cui oggi un agente di polizia in servizio al commissariato di Primavalle a Roma è a processo per tortura e falso. Il caso di Fakir si inserisce quindi in una lunga storia di vittime di polizia, talvolta dimenticate o archiviate rapidamente, che riguarda in misura sproporzionata le persone razzializzate, povere e marginalizzate. In questo senso, quindi, un primo compito per chi oggi si indigna per la morte di Fakir è fare in modo che questa vicenda non sia dimenticata, che siano accertate le responsabilità individuali e che, al di là delle aule di tribunale, emergano le cause di sistema che l’hanno resa possibile. È però importante sottolineare come la morte di Fakir rappresenti anche un test sugli effetti delle novità legislative di recente introdotte in materia di responsabilità degli agenti di polizia. I decreti sicurezza approvati dal Governo negli ultimi due anni hanno, infatti, escluso l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di un’apparente causa di giustificazione e previsto l’anticipazione delle spese, in ogni grado di giudizio, per la tutela legale agli operatori di polizia imputati. Il rafforzamento delle tutele per le forze dell’ordine che usano la forza è parte integrante di un’architettura normativa autoritaria e repressiva che criminalizza il dissenso e la marginalità sociale. Essa si inserisce con coerenza in un tentativo di imporre un ordine proprietario in cui non c’è posto per soggettività «disturbanti». Di fronte al rischio di una crescente legittimazione della violenza di Stato, sia essa perpetrata da un commerciante armato o da un operatore delle forze dell’ordine protetti dai partiti di governo e da riforme legislative permissive, la violenza di polizia va riconosciuta per quello che è, un’emergenza democratica. In quest’ottica, dentro a una prospettiva politica abolizionista di lungo periodo, intesa come una processualità al contempo politica e culturale, non deve essere sminuita l’urgenza di riforme capaci di limitare l’esercizio della forza di polizia e ricondurne i poteri dentro un perimetro di legalità costituzionale. *CARLO CAPRIOGLIO È ASSEGNISTA DI RICERCA E DOCENTE A CONTRATTO DI CLINICA LEGALE ALL’UNIVERSITÀ ROMA LE INFORMAZIONI CIRCA L’USO DELLA FORZA, LA PERCEZIONE E LA FORMAZIONE DEGLI OPERATORI DI POLIZIA SONO FRUTTO DELLE RICERCHE REALIZZATE NELL’AMBITO DEL PROGETTO «REFORMING POLICE ACCOUNTABILITY IN ITALY (REPOLITY)» SULLA RESPONSABILITÀ DELLE FORZE DELL’ORDINE, REALIZZATO DALLE UNIVERSITÀ DI BARI E FIRENZE. I RISULTATI E I MATERIALI DI RICERCA SONO LIBERAMENTE CONSULTABILI SUL SITO DEL PROGETTO. LE OPINIONI ESPRESSE SONO DA ATTRIBUIRE ESCLUSIVAMENTE ALL’AUTORE. Redazione Italia
July 22, 2026
Pressenza
Dopo il securitarismo, governare la città frammentata. Per una politica della composizione urbana
[…]Per molto tempo il governo della città si è fondato sull’idea implicita che esistesse un punto di vista generale capace di organizzare gerarchicamente bisogni e temporalità sociali. La città moderna funzionava attraverso una relativa stabilità delle forme di vita: il giorno del lavoro, la notte del riposo, lo spazio pubblico come luogo di attraversamento più che di permanenza, il conflitto urbano come deviazione rispetto a una norma relativamente condivisa. Le metropoli contemporanee non funzionano più così perché nello stesso spazio convivono oggi temporalità incompatibili e forme di vita eterogenee: chi lavora di notte e chi deve dormire, chi vive la strada come luogo di socialità e chi come spazio della riproduzione quotidiana, chi produce valore economico attraverso la nightlife e chi ne subisce gli effetti materiali sul proprio corpo e sulla propria salute. Non esiste più un centro stabile capace di rappresentare automaticamente l’interesse generale e per questo motivo i conflitti urbani diventano politicamente decisivi. Perché il rischio contemporaneo è che questa pluralità irriducibile venga immediatamente tradotta in guerra permanente tra identità contrapposte. Il residente preoccupato per rumore e igiene viene rapidamente trasformato in figura “reazionaria” ostile alla vitalità urbana; il giovane che occupa lo spazio pubblico diventa automaticamente “degrado”; il commerciante che lavora la sera viene ridotto a semplice agente della rendita. Ogni soggetto viene moralizzato e identitarizzato ed è in questo modo che il conflitto smette di essere compreso nella sua materialità. Perché ciascuno di questi soggetti esprime in realtà una verità parziale. Il problema è che nessuna di queste verità coincide più da sola con l’universale. Gli abitanti che denunciano rumore, saturazione dello spazio, sporcizia e impossibilità di dormire esprimono una questione reale di sostenibilità urbana e salute collettiva. La crisi ecologica delle città riguarda anche la possibilità materiale dei corpi di abitare uno spazio senza essere continuamente esposti a pressione sonora, stress e saturazione permanente della vita quotidiana. Anche la figura del “residente”, spesso evocata come soggetto unitario e compatto, nasconde in realtà una composizione sociale frammentata: anziani, lavoratori precari, studenti, famiglie, affittuari temporanei, professionisti impoveriti, nuovi abitanti attratti dalla valorizzazione dei centri storici e soggetti progressivamente espulsi da altre aree urbane sempre più costose. La domanda di quiete e vivibilità urbana non coincide allora automaticamente con nostalgia dell’ordine o rifiuto della socialità. Esprime spesso una crisi materiale della riproduzione quotidiana dentro città sempre più intensive, orientate all’estrazione continua di valore. Il problema della salute, del sonno, della pressione sonora e della possibilità stessa di abitare stabilmente uno spazio urbano riguarda forme molto concrete di vulnerabilità contemporanea. Ma anche qui l’ambivalenza resta decisiva. Perché la figura dell’abitante può essere simultaneamente soggetto esposto agli effetti della valorizzazione urbana e parte di dinamiche di esclusione, chiusura o richiesta securitaria. È precisamente questa ambivalenza che rende insufficiente sia la retorica della “città vetrina” sia la semplice opposizione moralistica tra residenti e movida. Ma altrettanto reale è la domanda di socialità che emerge nelle pratiche giovanili contemporanee. In città sempre più privatizzate e mercificate, dove ogni forma di aggregazione tende a essere mediata dal consumo, lo spazio pubblico resta uno dei pochi luoghi di accesso relativamente gratuito alla vita collettiva. La nightlife contemporanea, allora, non può essere letta semplicemente come spazio di libertà né come puro dispositivo di degrado. È una forma profondamente ambivalente della metropoli neoliberale. Da una parte rappresenta ancora uno dei pochi spazi relativamente accessibili di socialità, cooperazione e produzione culturale dentro città sempre più individualizzate. Lo stare insieme nello spazio pubblico, l’occupazione informale delle piazze, la costruzione di reti relazionali e affettive fuori dai circuiti strettamente domestici o lavorativi rispondono a bisogni reali prodotti dalla crisi delle tradizionali infrastrutture della socialità urbana. Ma questa stessa cooperazione sociale viene continuamente catturata e valorizzata economicamente. La nightlife contemporanea non è estranea all’economia urbana: ne costituisce uno dei dispositivi produttivi centrali. Attrattività turistica, branding urbano, valorizzazione immobiliare, consumo culturale, economie della ristorazione e dell’intrattenimento estraggono valore proprio da quella socialità diffusa che la città neoliberale simultaneamente produce e sfrutta. Questo valore viene però catturato in modo profondamente diseguale: attraverso l’aumento degli affitti commerciali, la crescita della rendita immobiliare e la trasformazione delle abitazioni in economie turistiche e affitti brevi, sono soprattutto i soggetti che controllano proprietà e infrastrutture urbane a beneficiare stabilmente della valorizzazione del quartiere. In questo senso anche la spontaneità urbana viene continuamente trasformata in rendita. Emerge cosi la contraddizione fondamentale: la stessa città che trae profitto economico dalla concentrazione della nightlife tende poi a governarne gli effetti quasi esclusivamente attraverso dispositivi emergenziali di sicurezza, controllo e contenimento. La socialità urbana viene prima incentivata come fattore di valorizzazione economica e successivamente trattata come problema di ordine pubblico quando i suoi costi ricadono sui territori e sui corpi che abitano quotidianamente la città. Sarebbe però insufficiente leggere tutto questo esclusivamente come effetto automatico della rendita urbana o della valorizzazione neoliberale della città. I conflitti contemporanei attorno alla nightlife e allo spazio pubblico non sono soltanto conflitti economici mascherati. Dentro di essi agiscono anche trasformazioni più profonde delle forme di vita urbane: mutamenti generazionali, crisi delle tradizionali infrastrutture della socialità, individualizzazione crescente, impoverimento degli spazi collettivi, diffusione di pratiche intensive di consumo e mutamento dei rapporti tra corpi, tempi e città. La metropoli contemporanea non produce soltanto estrazione economica; produce anche nuove sensibilità, nuove vulnerabilità e nuove forme di esposizione reciproca. I conflitti urbani contemporanei non possono quindi essere letti semplicemente come effetti automatici della rendita o della valorizzazione neoliberale della città. Dentro di essi agiscono anche trasformazioni profonde delle forme di vita: mutamenti generazionali, crisi delle infrastrutture della socialità, individualizzazione crescente, impoverimento degli spazi collettivi e diffusione di pratiche intensive di consumo. La richiesta di quiete e sostenibilità espressa dagli abitanti non può essere ridotta semplicemente a falsa coscienza conservatrice, così come la domanda di socialità che emerge nelle pratiche giovanili non coincide automaticamente con una forma di resistenza alla mercificazione urbana. Entrambe sono realtà profondamente ambivalenti, attraversate simultaneamente da bisogni autentici e da forme di cattura neoliberale. Come suggerisce anche Karen Barad, i soggetti non preesistono semplicemente alle relazioni che abitano, ma vengono continuamente prodotti dentro configurazioni materiali specifiche. La città contemporanea non mette semplicemente in contatto soggetti già dati: li organizza, li separa, li espone reciprocamente. Il residente esasperato dal rumore, il giovane che occupa lo spazio pubblico perché escluso da forme sempre più costose e privatizzate di socialità, il commerciante che dipende economicamente dalla nightlife, non sono mondi completamente estranei tra loro. Sono effetti differenti della stessa organizzazione urbana neoliberale. Il conflitto urbano contemporaneo non oppone dunque semplicemente identità già costituite. è la città stessa, attraverso la distribuzione degli spazi, dei costi, delle possibilità di accesso e delle forme della valorizzazione economica, a produrre continuamente i soggetti del conflitto. Il giovane che rimane in strada fino a tardi non esiste indipendentemente da una città che privatizza progressivamente gli spazi di aggregazione; così come il residente esasperato non esiste indipendentemente da una organizzazione urbana che concentra flussi turistici, nightlife e rendita immobiliare negli stessi quartieri senza redistribuirne i costi sociali. I soggetti del conflitto vengono prodotti dentro la stessa infrastruttura urbana. Per evitare il rischio dell’equidistanza o del semplice pluralismo sofisticato, il punto decisivo è chiarire che il conflitto urbano contemporaneo non si sviluppa dentro un campo neutrale. Le differenti soggettività coinvolte non occupano la stessa posizione dentro i processi di valorizzazione della città. La governance neoliberale produce infatti una asimmetria strutturale: mentre la cooperazione sociale urbana viene continuamente trasformata in valore economico, i costi materiali di questa valorizzazione vengono redistribuiti in modo diseguale. Non tutte le posizioni hanno dunque lo stesso potere. La rendita immobiliare, i proprietari dei fondi commerciali, le economie urbane legate al turismo e agli affitti brevi dispongono di una capacità molto maggiore di orientare le trasformazioni della città rispetto agli abitanti o ai soggetti che vivono quotidianamente gli effetti di questi processi. Mentre il valore prodotto dalla socialità urbana viene privatizzato attraverso proprietà e mercato immobiliare, i costi materiali della valorizzazione – rumore, saturazione dello spazio, aumento dei canoni abitativi e pressione turistica – vengono redistribuiti sui corpi e sulla vita quotidiana degli abitanti. È precisamente questa asimmetria che rende insufficiente una lettura puramente moralista o culturalista del conflitto. DI SEGUITO LA VERSIONE INTEGRALE SU EURONOMADE Redazione Italia
May 20, 2026
Pressenza
Ancora sul 25 aprile e la Liberazione. Considerazioni sul testo di Andrea Cozzo
Ho letto con attenzione l’articolo di Andrea Cozzo, amico e collega stimato. Proprio per questo ritengo importante confrontarmi pubblicamente con il suo intervento, che muove da premesse con cui concordo in parte significativa, ma da cui seguono conclusioni che mi lasciano molte perplessità. Sulla sua affermazione iniziale siamo quasi pienamente d’accordo: aggiungerei solo che la Costituzione non nasce soltanto dall’antifascismo, ma è antifascista, in quanto prodotto storico di quel conflitto. L’antifascismo non è una delle sue origini storiche: è un suo principio costitutivo. E se quei valori sono davvero indiscutibili, risulta problematico porre come orizzonte una «via d’uscita accettabile per tutti», quasi che la memoria storica debba rendere simbolicamente conciliabile ciò che storicamente non lo è. Questo è compito della politica semmai, una politica capace di trasformare la base materiale su cui si innervano ideologie diverse, tra cui quelle di dominio che si basano sulla violenza per difendere privilegi e ricchezze sfruttando il lavoro, e non solo il lavoro, delle altre persone. Personalmente, pur comprendendo le parole di Foa e ciò che Andrea in parte condivide, vorrei dire che il fatto che i morti appartengano tutti alla stessa specie è per me solo una constatazione biologica, ma non può essere una categoria morale o politica. Di conseguenza non condivido la distinzione tra persona e azione. Se la persona è degna di senso morale le sue azioni conseguono da quella responsabilità che il suo senso morale pone in essere. Il riconoscimento della soggettività morale — fondamento di qualsiasi giudizio etico, incluso quello di Cozzo — già presuppone l’agency e dunque la responsabilità differenziata: non si può invocare la dignità del soggetto per attenuarne la responsabilità senza togliere a quel soggetto la stessa condizione che lo rende degno di considerazione morale. Giudicare la persona per le sue azioni mi pare quindi un atto eticamente fondato. Anche il richiamo alle «diverse storie culturali, esperienze, gradi di consapevolezza, condizioni materiali» mi convince poco — non perché sia sbagliato in sé, ma perché va analizzato empiricamente e storicamente, non evocato in astratto. La posizione di dominio o di sottomissione degli uni e degli altri è fondamentale e non è equiparabile. Del resto la prova empirica più eloquente è questa: nella stessa condizione di povertà e pressione del ventennio, tra i lavoratori sfruttati e i subalterni, vi fu chi scelse la resistenza e chi aderì al fascismo — per opportunismo, conformismo o paura, poco importa ai fini del giudizio storico. La stessa condizione materiale produsse scelte opposte. Il contesto condiziona le condizioni entro cui l’individuo sceglie, ma non le determina: la libertà, pur situata, resta libertà e con essa la responsabilità. La trasformazione strutturale d’altra parte non avviene attraverso scelte individuali illuminate: passa dalla pressione collettiva organizzata, dal conflitto, dalla crisi di legittimità. Spiegare non equivale ad assolvere. Né a relativizzare. Anche l’affermazione secondo cui sarebbe presuntuoso o narcisistico credere che saremmo stati contro il fascismo mi convince solo in parte. Chi ha già scelto, consapevolmente e accettandone le conseguenze, i valori per cui lotta oggi, può legittimamente affermare che avrebbe scelto allo stesso modo allora: non per presunzione, ma per coerenza con una posizione già costruita e difesa. L’incertezza controfattuale non può trasformarsi in neutralizzazione della responsabilità storica. La formula «necessaria ma non giusta», applicata alla violenza utilizzata dai partigiani, presuppone un orizzonte nonviolento come alternativa teoricamente disponibile. Ma il fascismo si impose attraverso la violenza organizzata prima ancora di diventare regime: lo squadrismo, l’olio di ricino, l’assassinio di Matteotti, l’incarcerazione di Gramsci, non furono eccessi contingenti ma il metodo costitutivo con cui una forza politica armata distrusse le organizzazioni del movimento operaio e le libertà politiche elementari. Di fronte a una simile violenza strutturata, la risposta armata non era solo necessaria: era giusta, perché era la forma proporzionata di autodifesa collettiva contro un dominio che si era già imposto con la forza. I casi di resistenza nonviolenta che Andrea cita — Napoli e Modena nel settembre 1943 — vanno onorati: il boicottaggio, la disobbedienza civile, la non-collaborazione agiscono attraverso pressione collettiva e conflitto, non persuasione argomentativa. Ma avvengono quando il regime è già in dissoluzione militare: non dimostrano che la nonviolenza fosse una via percorribile nei decenni precedenti, ne sono un effetto tardivo. Questo non significa glorificare la violenza né negare il valore normativo della nonviolenza come orizzonte etico. Significa riconoscere che i dominanti cedono quote di potere solo quando il costo del mantenerlo supera quello della concessione, e che tale mutamento è quasi sempre prodotto di conflitto, pressione, organizzazione collettiva. Vi è inoltre una conseguenza logica: chi dissolve la responsabilità individuale nel contesto perde la possibilità di giustificare la ribellione dei subalterni, che diventerebbe anch’essa mero prodotto del contesto invece di scelta consapevole. Sul piano astratto posso condividere che nessuna guerra sia «giusta» nel senso che nessuna è desiderabile; ma se è storicamente necessaria per abbattere un ordine di dominio violento, può essere considerata giusta rispetto al fine che persegue, a condizione che la valutazione passi per la sproporzione tra la violenza dell’oppressione e quella della resistenza, per il nesso con la difesa dei subalterni, e per la direzione storica del conflitto rispetto all’emancipazione. Ian Angus (**), nel suo lavoro sulle enclosures, lo mostra bene: i contadini messi violentemente alla fame avrebbero dovuto opporre ai recinti una migliore esegesi delle Scritture? La stessa Bibbia che predicatori e moralisti brandivano contro l’ingordigia dei nobili, salvo poi usarla per condannare la ribellione dei contadini e giustificarne la morte? La storia, talvolta, è meno pedagogica di quanto piacerebbe ai pedagoghi. Per questo nutro forti riserve rispetto alla tesi conclusiva di Andrea: la ricorrenza della Liberazione non andrebbe «agitata per zittire e vincere contro qualche nostalgico», ma celebrata con «modi e toni tali da con-vincerlo». Ma anche in questa forma circoscritta la proposta presuppone che i nostalgici siano persuadibili attraverso il tono giusto — con buona pace di Jürgen Habermas. I nostalgici non sono semplicemente disinformati: aderiscono a un sistema di valori che difende posizioni e risorse reali o immaginate. Il razzismo non è un errore cognitivo da correggere ma un rapporto sociale che risponde a interessi situati — chi sostiene la remigrazione non lo fa per ignoranza, ma perché quella posizione difende privilegi percepiti in un contesto di scarsità. Chi invece aderisce a posizioni post-fasciste per disorientamento o assenza di alternative credibili è esso stesso prodotto di condizioni materiali — precarietà, deindustrializzazione, erosione dei legami collettivi — che nessun cambiamento nel registro commemorativo può toccare. La risposta è politica e sociale, non retorica. La memoria del 25 aprile dovrebbe liberarci non tanto dalle dicotomie in quanto tali, quanto dalle semplificazioni astratte: non attenuando l’antagonismo tra fascismo e antifascismo, ma comprendendolo meglio, storicizzandolo più a fondo, riconducendolo alle strutture sociali, economiche e politiche che lo generarono. Concordo con Andrea che questa celebrazione non debba essere identitaria né ridursi a una ritualità di contrapposizione. Ed infatti per me essere antifascista è un sentire profondo per ciò che la Resistenza fu — non un’identità astratta — e per ciò che l’antifascismo significò: non solo la liberazione dal fascismo, ma la lotta contro l’oppressione, come la Carta costituzionale sancì — al di là della distanza tuttora esistente tra costituzione scritta e costituzione materiale. Essere antifascista, ricordare la Resistenza è dunque uno dei modi in cui si lotta per l’emancipazione degli oppressi. Questa memoria è fondamentale per chi vuole trasformare la realtà esistente e per non dimenticare che non tutto è uguale nella storia, e i morti non fanno eccezione.   * RICERCATORE DI SOCIOLOGIA PRESSO IL DIPARTIMENTO “CULTURE E SOCIETÀ” DELL’UNIVERSITÀ DI PALERMO **  IAN ANGUS, THE WAR AGAINST THE COMMONS: DISPOSSESSION AND RESISTANCE IN THE MAKING OF CAPITALISM, N.Y., MONTHLY REVIEW PRESS, 2023 ARTICOLO CORRELATO: LIBERAZIONE (ANCHE DAI NOSTRI SCHEMI DICOTOMICI) Redazione Palermo
April 28, 2026
Pressenza
Una pacificazione terrificante. L’Italia del 2026 tra emergenza permanente e criminalizzazione del dissenso
La primavera del 2026 si apre in Italia con un bilancio repressivo senza precedenti, segnando il passaggio definitivo verso un modello di gestione della società basato sulla neutralizzazione preventiva del conflitto. Le cifre provenienti dalle questure di tutto il paese delineano un profilo dello scontro sociale in cui il diritto di manifestazione viene scambiato per una minaccia all’ordine pubblico e criminalizzato[versione ridotta per Pressenza]_   Il Decreto Antisemitismo. Un attacco di panico morale Sotto il cielo di marzo è apparso un dispositivo legislativo che somiglia a un vetro deformante applicato alla verità storica. Il disegno di legge sull’antisemitismo, approvato al Senato con una fretta che tradisce l’intento censorio d’urgenza, costituisce l’acme di un’operazione di recinzione ideologica dello spazio pubblico. Tale norma nasce con il paradosso di voler condannare chiunque levi la voce contro un genocidio, lasciando invece cadere ogni ombra di biasimo su chi il genocidio lo compie materialmente. L’integrazione della definizione operativa dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nell’ordinamento nazionale realizza ciò che Stuart Hall definisce la «mobilitazione della legge» (Hall, Policing the Crisis). Il potere legislativo sottrae il termine antisemitismo alla sua dimensione di odio etnico per forzarlo nel recinto della fedeltà diplomatica assoluta. Questa torsione semantica criminalizza l’opposizione alle politiche coloniali, genocidarie e di Apartheid di Israele a Gaza e in Cisgiordania, etichettando la critica politica quale manifestazione di intolleranza razziale, dimentichi, peraltro, che anche i Palestinesi appartengono ai popoli semiti. […] La votazione del 5 marzo ha sancito il collasso delle mediazioni liberali all’interno della sinistra istituzionale. Senatori del Partito democratico come Delrio e Verini hanno scelto di votare insieme alla maggioranza di destra, avallando una norma che include gli indicatori IHRA relativi alla critica a Israele tra le prove del reato di odio. Questa scelta ratifica il passaggio verso il consenso autoritario descritto da Hall, dove l’opposizione parlamentare si rende complice della costruzione dello Stato di eccezione. La legge genera un perimetro di incertezza giuridica che di fatto crea un’anamorfosi dello stato di diritto, in cui le regole informali di un gruppo di interesse oscurano le norme costituzionali (cfr. S. Palidda, Polizia postmoderna).   La Geopolitica del sangue e il riflesso interno L’allineamento dell’Italia alla strategia bellica globale funge da cornice ideologica per la stretta autoritaria domestica. L’aggressione militare condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, che arriva dopo il rapimento del presidente del Venezuela Maduro e dopo il genocidio di Gaza, stabilisce il tono brutale della politica interna. Questa Guerra senza limiti agisce quale giustificazione assoluta per l’eccezionalità delle misure di controllo. Si assiste a una riedizione aggiornata dell’aggressione all’Iraq del 2003, dove la retorica della difesa preventiva serviva a mascherare un massacro continuo di civili. Se 23 anni fa il pretesto risiedeva nelle inesistenti armi di distruzione di massa, oggi il bersaglio muta continuamente, dal cambio di regime, al fantomatico programma nucleare di Teheran, resta un paese sovrano, l’Iran, colpito in violazione di ogni norma internazionale. Mentre i droni, i missili, e l’aria saturata di petrolio dopo i bombardamenti alle raffinerie, dell’operazione Epic Fury tracciano geometrie astratte nei cieli di Teheran, la carne martoriata delle 165 bambine di Minab viene espunta dalla coscienza collettiva. La guerra del 2026 viene consumata come un videogioco attraverso i teleschermi, dove missili intelligenti solcano cieli digitali occultando la polvere dei corpi sepolti sotto il cemento della scuola elementare femminile. Questa astrazione bellica facilita la produzione di un pensiero unico che espelle ogni sapere alternativo e ogni sussulto di empatia. […] Tale postura esterna richiede una corrispondente operazione di pacificazione interna. La gestione delle piazze italiane è diventata un’estensione del fronte di guerra esterno, dove i manifestanti sono percepiti quali elementi sovversivi da neutralizzare preventivamente.   Una parabola repressiva sequenziale a colpi di DDL Sicurezza Il perimetro delle libertà civili in Italia ha subìto una ridefinizione radicale attraverso una successione coordinata di decreti che hanno costruito uno stato di eccezione permanente. Questa metamorfosi del diritto inizia con il Decreto Rave, il quale ha introdotto l’articolo 633-bis del codice penale per punire l’assembramento spontaneo con pene fino a sei anni. Tale norma ha inaugurato la stagione della criminalizzazione preventiva, trasformando la socialità autonoma in un pericolo per l’incolumità pubblica. La traiettoria repressiva è proseguita con il Decreto Cutro, volto a inasprire il controllo sulle migrazioni attraverso l’eliminazione della protezione speciale e il potenziamento della detenzione amministrativa, e con il Decreto Caivano, orientato a colpire la devianza minorile attraverso l’estensione del Daspo urbano ai quattordicenni e l’incremento sproporzionato delle pene per i reati di lieve entità. Il perimetro del controllo si è espanso e ha raggiunto il suo culmine con il DL Sicurezza (ex ddl 1660), una vera e propria dichiarazione di guerra interna che ha introdotto fattispecie di reato specifiche per colpire ogni forma di dissenso materiale: Criminalizzazione della Resistenza Passiva (art. 415-bis c.p.); Stretta sui Blocchi stradali; Il Reato Anti-Ghandi; Detenzione delle madri detenute; Focus sul Fermo Preventivo (DL 23/2026).   Esempi Concreti di Applicazione L’assedio economico: nelle piazze di Bologna, Genova e Cagliari, le autorità hanno attivato gli strumenti del Pacchetto Sicurezza per comminare sanzioni pecuniarie che sfiorano i 12.000 euro per singolo individuo. Tale strategia punta direttamente ai soggetti precari, cercando di soffocare la protesta attraverso l’indebitamento forzato degli attivisti (specialmente quelli legati ai movimenti pro-pal e alla Global Sumud Flotilla). L’esperimento Askatasuna: lo sgombero con mezzi sproporzionati del Centro sociale Askatasuna a Torino è stato definito un esperimento di Stato dove il potere esecutivo ha scavalcato la mediazione politica per imporre una logica di occupazione militare del territorio, trasformando un luogo di mutualismo in un simbolo di pericolo pubblico sotto i nuovi dettami del DDL. Lo Scudo Penale: l’introduzione di tutele legali rafforzate per le forze dell’ordine (spesso definite scudo penale) agisce come una barriera che libera l’agente dal peso delle conseguenze legali in caso di scontri, come visto nel drammatico caso Mansouri a Milano, dove la retorica dell’attacco preventivo è stata usata per giustificare l’uso della forza letale. Questa struttura legislativa trasforma il dissenso da diritto costituzionale a ostacolo tecnico alla funzionalità del sistema, dove la pacificazione interna diventa l’obiettivo supremo a scapito delle garanzie individuali.   Il caso Mansouri e la Fabbrica dell’Immunità sovrana L’omicidio di Abderrahim Mansouri a Milano costituisce la manifestazione estrema della deriva securitaria contemporanea. L’agente Carmelo Cinturrino ha giustificato lo sparo descrivendolo come un attacco preventivo, espressione che ricalca fedelmente la retorica bellica internazionale del governo Meloni. Le indagini hanno rivelato che la scena del crimine è stata alterata per simulare una legittima difesa attraverso il rinvenimento di una pistola giocattolo, piazzata accanto al corpo della vittima per inquinare le prove. Questo evento conferma le tesi sulla Warrior Mentality analizzate da Alex Vitale, in cui gli agenti vedono i civili come un nemico costante anziché come una comunità da proteggere. Mark Neocleous spiega che l’immunità concessa ai funzionari statali funge da «paravento per la violenza sovrana», permettendo agli agenti di agire al di fuori del controllo legale. Egli chiarisce l’origine squisitamente politica di questo concetto: «Ciò che era originariamente in gioco nell’immunità era una decisione politica sul privilegio, nel senso di una legge che si applicava solo a certe classi di persone o individui» (Neocleous, The Politics of Immunity, pp. 11-12). La destra politica ha risposto al caso invocando lo scudo penale contenuto nel decreto sicurezza e celebrando l’aggressività poliziesca quale virtù civile. Tale immunità crea una zona di eccezione dove la legge cessa di applicarsi ai tutori dell’ordine, mentre si accanisce con ferocia sugli esclusi. L’uccisione di un uomo disarmato viene trasformata in un atto necessario per la salvaguardia della civiltà occidentale contro la minaccia asimmetrica rappresentata dai corpi non conformi. Risulta evidente come la soggettività degli agenti venga modellata da una psicologia del sospetto che trasforma ogni interazione in un potenziale scontro bellico. Questa percezione distorta produce soggettività docili attraverso la paura, riducendo la cittadinanza a un esercizio di obbedienza silenziosa.   La repressione del Sumud e la Global Sumud Flottilla L’applicazione materiale di questo dispositivo si è accanita con particolare ferocia contro la Global Sumud Flotilla, l’iniziativa marittima partita dai porti di Barcellona e Catania per sfidare il blocco navale di Gaza. Il governo italiano ha reagito a questa missione di solidarietà attraverso un utilizzo combinato di fermi amministrativi e denunce penali basate sul nuovo impianto normativo. Ogni gesto ispirato al concetto di di Sumud, la fermezza resiliente della popolazione palestinese, viene tradotto dal sapere di polizia in una minaccia alla sicurezza nazionale. Salvatore Palidda evidenzia come la polizia postmoderna detenga ormai il «monopolio nella gestione delle regole del disordine» una facoltà che permette di stabilire arbitrariamente i limiti tra la libertà di agire e lo scandalo politico (Palidda, Polizia postmoderna, p. 1). La repressione della Flotilla e dei blocchi portuali di solidarietà costituisce un esempio di chirurgia sociale volto a estirpare il supporto materiale al popolo aggredito, proteggendo invece la fluidità dei traffici bellici. A Catania, oltre 40.000 persone si sono ritrovate per accompagnare la partenza delle imbarcazioni, subendo cariche e identificazioni di massa che preludevano alla successiva intercettazione illegale in acque internazionali. Tale condotta istituzionale dimostra la trasformazione del diritto in uno strumento di guerra interna contro chiunque rifiuti la neutralità complice… La pacificazione non è la pace; essa è la guerra continuata contro la possibilità stessa di un futuro imprevisto. LAVINIA MARCHETTI È BIOLOGA, APPASSIONATA DI POESIA, LETTERATURA E BELLEZZA NELL’ARTE. LAVORA IN UNA GALLERIA D’ARTE MILANO. Redazione Italia
April 14, 2026
Pressenza