Il disaccordo tra Stati Uniti e Iran lascia la fragile tregua nelle mani di Israele e della sua scommessa sulla guerra
di Juan Antonio Sanz,
Público.es, 13 aprile 2026.
Tel Aviv approfitta del fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran per
alimentare la guerra in Libano e fare pressione su Trump affinché rompa la
tregua con Teheran.
Il Vice Presidente USA J.D. Vance (sin.) e il Ministro degli Esteri iraniano
Abbas Araghchi. Getty Images/Reuters
È servito a poco che gli inviati degli Stati Uniti, guidati dal vicepresidente
J.D. Vance, e quelli dell’Iran cercassero di destreggiarsi a Islamabad per
arrivare almeno a un accordo sommario, se una delle richieste di Teheran in
questi negoziati falliti era quella di fermare Israele in Libano. Nonostante
l’importanza attribuita da Washington all’incontro nella capitale pakistana, il
primo ministro Benjamin Netanyahu ha fatto orecchie da mercante al tentativo di
consolidare il cessate il fuoco e ha intensificato l’offensiva dell’esercito
israeliano in Libano, la carta con cui può far deragliare l’intero processo di
pace con l’Iran.
Dopo 21 ore di negoziati, gli inviati di Stati Uniti e Iran non sono riusciti a
raggiungere un consenso sui punti chiave di scontro, che incombono come una
spada di Damocle sulla fragile tregua raggiunta pochi giorni fa, che ha
momentaneamente fermato i bombardamenti sul territorio iraniano e le
rappresaglie contro i paesi arabi alleati di Washington nel Golfo Persico.
Ma le controversie più accese restano in sospeso, come la riapertura
dello stretto di Ormuz, che ora anche il presidente statunitense Donald Trump
intende bloccare, la revoca delle sanzioni che gravano sull’Iran e la
restituzione dei fondi iraniani congelati, o il destino del programma nucleare
di Teheran, che la Casa Bianca vuole completamente distrutto. E l’Iran non è
disposto a rinunciare ai suoi due migliori scudi, l’arricchimento dell’uranio e
il controllo dello stretto di Ormuz, contro un’eventuale nuova aggressione in
futuro.
Nonostante l’importanza dell’incontro, il primo a tale livello tra statunitensi
e iraniani in 47 anni, e sebbene nessuno dei negoziatori abbia sbattuto
definitivamente la porta, l’esito negativo dei colloqui getta ulteriore
incertezza sulla crisi aperta il 28 febbraio dall’attacco senza alcuna
provocazione da parte di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e il 2 marzo da
Tel Aviv contro il Libano.
Senza il Libano, non ci sarà pace in Medio Oriente
Tra questi punti di difficile consenso rimane presente, se possibile con
maggiore virulenza, l’offensiva condotta da Israele nel sud del Libano e contro
la capitale di questo paese, Beirut. Con la scusa di distruggere le postazioni
dell’organizzazione filo-iraniana Hezbollah, l’esercito israeliano sta
massacrando civili e aprendo la strada a una vera e propria invasione del paese
confinante.
Durante i colloqui di Islamabad, l’esercito israeliano ha ignorato le richieste
provenienti dagli Stati Uniti di interrompere i bombardamenti e l’avanzata,
almeno durante i negoziati. Ma Netanyahu, artefice di questa nuova crisi in
Medio Oriente, non è disposto a lasciarsi sfuggire l’occasione che gli ha
offerto 45 giorni fa la credulità di Trump nei confronti del suo consiglio di
lanciare l’attacco combinato contro l’Iran e i suoi alleati.
Sarà difficile che gli Stati Uniti e l’Iran raggiungano un minimo accordo su
questi altri punti controversi se Israele continua a essere determinato a
conquistare parte del Libano e ad annientare Hezbollah, principale alleato di
Teheran in Medio Oriente. Il discredito per l’Iran sarebbe totale nella regione.
Inoltre, il regime degli ayatollah sa che se Netanyahu prende il controllo del
sud del Libano, poi volgerà lo sguardo verso la Siria per espandere le sue
conquiste oltre le Alture del Golan, e la voce del sionismo negli Stati Uniti
spingerà per un’altra guerra futura, fino a trasformare l’Iran in uno stato
fallito che non minacci l’espansionismo israeliano, compresa l’occupazione di
Gaza e i passi verso l’annessione della Cisgiordania.
Gaza in Libano
Martedì prossimo, in un’apparente deferenza di Netanyahu nei confronti di Trump,
le delegazioni di Israele e del Libano si riuniranno a Washington per discutere
di un eventuale cessate il fuoco. Il problema è che l’offensiva lanciata
dall’esercito israeliano in Libano non è contro il governo di Beirut né contro
le sue forze armate, nonostante anche queste ultime siano oggetto di attacchi
collaterali e i loro soldati vengano uccisi dagli israeliani. L’offensiva di
Israele è contro Hezbollah e contro la popolazione sciita, che sono accusati di
proteggere quelle milizie islamiste alleate dell’Iran.
Da quando è scoppiata la guerra, solo in Libano sono morte 2.000 persone e più
di 6.400 sono rimaste ferite dai bombardamenti di Israele, come ha riferito
questo fine settimana il Ministero della Sanità Pubblica libanese. Di questi
morti, 165 erano bambini. Inoltre, le bombe, i missili e i droni israeliani
hanno causato la morte di 85 operatori sanitari e hanno colpito una mezza
dozzina di ospedali e una ventina di centri sanitari.
Il peggiore degli attacchi è avvenuto mercoledì, con 357 libanesi uccisi da
un’ondata di bombardamenti israeliani in appena dieci minuti. La situazione non
migliorerà, poiché l’esercito israeliano ha già avvertito che Hezbollah si sta
insediando in zone di Beirut lontane dai sobborghi a maggioranza sciita. Questo
avvertimento indica che l’intera capitale libanese potrebbe diventare un
obiettivo militare prioritario e che l’esercito di Netanyahu potrebbe esigere la
sua completa evacuazione, seguendo il modello utilizzato a Gaza. Con questi
messaggi, Israele intende anche provocare lo scontro tra i libanesi sciiti e i
loro compatrioti sunniti e cristiani.
Più di 1,2 milioni di libanesi sono già stati costretti ad abbandonare le loro
case, soprattutto nella zona meridionale del paese, che Israele ha indicato di
voler prendere sotto il proprio controllo come «area di sicurezza». Il fantasma
delle città palestinesi di Rafah e Gaza, sgomberate con la forza e rase al suolo
dall’esercito ebraico, aleggia sul Libano.
Durante i negoziati tenutisi a Islamabad tra iraniani e statunitensi, Israele ha
intensificato i suoi attacchi e ucciso più di venti persone con i bombardamenti
sferrati in quelle ore critiche. Il massacro è continuato questa domenica, con
altre decine di libanesi uccisi sotto le bombe israeliane, un messaggio evidente
di pressione in vista dei negoziati della prossima settimana a Washington.
Un incontro a Washington messo in discussione prima ancora di tenersi
La presidenza libanese ha indicato di aver già contattato Israele per preparare
tale incontro. Hezbollah ha denunciato il fatto di non poter essere presente
alla negoziazione di un cessate il fuoco in cui le milizie sciite sono in realtà
una delle due parti in conflitto.
In questi colloqui di Washington si profila anche una possibilità molto
preoccupante: che Israele li sfrutti per ottenere un maggiore sostegno da Trump
nella sua guerra in Libano, che gli Stati Uniti si distacchino finalmente dal
conflitto con l’Iran e che Netanyahu riesca nuovamente a convincere la Casa
Bianca a dare il colpo di grazia al regime islamico di Teheran.
Sebbene Israele non abbia contemplato un eventuale sbarco delle proprie truppe
in territorio iraniano, punta affinché gli Stati Uniti lo facciano, nonostante
il disastro che ciò potrebbe comportare dal punto di vista militare. Ma anche un
fallimento statunitense in un’operazione del genere servirebbe a rendere
Washington più dipendente da Israele, al quale non porrebbe più alcun ostacolo
nell’assumere il suo ruolo di grande potenza militare del Medio Oriente, armato
ancora di più dagli Stati Uniti e con il diritto di conquistare e controllare
qualsiasi suo vicino.
Netanyahu, «l’Hitler dei nostri tempi», secondo la Turchia
Le spade sono alzate, tra iraniani e statunitensi apparentemente disposti a
sfruttare lo slancio di Islamabad, anche se non si raggiungesse alcun accordo e
il divario fosse molto grande, e anche da parte di Israele, deciso a far saltare
in aria qualsiasi consenso. In questo senso, due paesi così diversi come la
Spagna e la Turchia hanno denunciato questi tentativi di Netanyahu e dei suoi
falchi di mandare all’aria l’incipiente processo di pace con l’Iran.
Così, il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, in dichiarazioni
rese note domenica, ha accusato Tel Aviv di continuare a essere «ostinatamente
impegnato in una guerra che non fa bene a nessuno», anche se era già stato
raggiunto il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran lo scorso 8 aprile. In
un’intervista a elDiario.es, Albares ha sottolineato, riferendosi a Israele, che
«ci sono molte persone interessate, non solo a far sì che quei negoziati a
Islamabad non portino a nulla, ma a impedire che si arrivi nemmeno a sedersi al
tavolo».
Non sorprende che il massacro di quelle trecento persone da parte dell’esercito
israeliano mercoledì in Libano sia avvenuto dopo la notizia della tregua tra
Stati Uniti e Iran. Una tregua definita da Albares «molto fragile» e
«apertamente» minacciata.
Questa domenica anche il Ministero degli Affari Esteri della Turchia, un paese
con molti interessi in Medio Oriente e per il quale la guerra in Iran
rappresenta un rischio molto elevato, si è espresso sulla doppiezza di
Netanyahu, soprattutto se venissero attuati i piani di Israele, rivelati
all’inizio del conflitto, di espandere il conflitto alla regione del Kurdistan,
un’area condivisa da Iran, Iraq, Turchia e Siria.
Il governo di Ankara ha accusato il primo ministro israeliano, che ha nuovamente
definito «l’Hitler dei nostri tempi», di boicottare i negoziati di pace tra
Stati Uniti e Iran, tra l’altro per evitare di essere condannato nel suo paese
per uno dei procedimenti giudiziari per corruzione in cui è coinvolto.
«L’obiettivo attuale di Netanyahu è sabotare i negoziati di pace in corso e
proseguire le sue politiche espansionistiche nella regione, perché altrimenti
sarà processato nel suo paese e probabilmente mandato in prigione», ha indicato
il comunicato turco.
Il capo del governo israeliano ha approfittato della guerra in corso per
rinviare le udienze dei processi a suo carico. Lo stesso Trump, sostenuto dalla
potente lobby ebraica degli Stati Uniti, ha chiesto una grazia per Netanyahu.
Opportunamente, la guerra in Iran e l’offensiva scatenata in Libano hanno
ritardato tale processo.
La tensione tra Israele e Turchia è aumentata vertiginosamente negli ultimi anni
nel contesto delle diverse offensive israeliane in Libano e Siria, ma si è
ulteriormente inasprita con questa guerra contro l’Iran. Le suddette accuse
turche sono arrivate dopo che Netanyahu aveva dichiarato su X che la sua
intenzione era quella di continuare la guerra «contro il regime terroristico
dell’Iran e i suoi alleati, non come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan,
che va d’accordo con loro e massacra i propri cittadini curdi».
Boicottare i negoziati
Queste accuse di far saltare in aria i negoziati non sono le prime che Netanyahu
riceve. Quando, nel bel mezzo dell’invasione israeliana di Gaza, si aprirono
colloqui mediati da Stati Uniti, Qatar ed Egitto per fermare il genocidio per
mano dell’esercito israeliano, fu Netanyahu a sabotare ripetutamente quel
processo, a rompere le tregue con il gruppo palestinese Hamas e a tornare sulla
via della violenza, di cui la principale vittima è stata la popolazione di Gaza.
Mentre Israele mantiene la sua offensiva in Libano, la situazione a Gaza non è
migliorata nel semestre di tregua tra Israele e Hamas, con un processo di pace
promosso in modo teatrale da Trump e pervertito dai continui attacchi
dell’esercito ebraico alla popolazione civile e dall’abbandono da parte di chi,
come il governo statunitense, si era impegnato ad aiutare nella ricostruzione
della Striscia palestinese.
Sabato, le forze israeliane hanno bombardato diversi campi profughi a Gaza e
ucciso una ventina di persone, tredici delle quali nel campo di Bureij, nel
centro della Striscia. Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco a Gaza
lo scorso 10 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso circa 750 persone. E
dall’inizio dell’invasione israeliana nell’ottobre 2023, almeno 72.000
palestinesi sono stati uccisi dall’esercito ebraico.
Juan Antonio Sanz èungiornalista e analista per Público su tematiche
internazionali. È laureato in Servizi di intelligence e Storia militare. È stato
corrispondente dell’agenzia EFE in Russia, Giappone, Corea del Sud e Uruguay,
docente universitario e cooperante in Bolivia, nonché analista giornalistico a
Cuba. Parla correntemente inglese e russo. È autore di un libro di viaggi e
folklore.
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Traduzione di Other News
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