Il Movimento Umanista alla 9ª Conferenza Internazionale sulle religioni del mondo
In un momento storico segnato da conflitti, divisioni, crisi ambientali e
disuguaglianze, la 9ª Conferenza Internazionale sulle religioni del mondo
(ICWR-26) tenutasi tra il 24 e il 25 ottobre alla Minhaj University di Lahore,
Pakistan, si è proposta come un terreno di riflessione per comprendere come le
tradizioni religiose possano contribuire a sanare società lacerate, attraverso
compassione, leadership etica, solidarietà interreligiosa e azione collettiva.
Studiosi, ricercatori, policy makers, guide religiose e studenti hanno discusso
del ruolo della religione nel favorire pace, giustizia sociale e convivenza
sostenibile.
Tra i vai e interessantissimi temi al centro del confronto, un focus particolare
è stato dedicato all’inclusione di minoranze e settori marginalizzati, il
contributo di donne e giovani come agenti di rinnovamento, le ferite ecologiche,
il rapporto tra tecnologia digitale e spazi sacri e la collaborazione
interreligiosa contro le disuguaglianze.
Il filo rosso che attraversa questi ambiti è costituito da una domanda semplice
e al contempo spinosa: che cosa spinge un essere umano a prendersi cura degli
altri, anche quando il contesto sociale lo spinge nella direzione opposta? Le
religioni danno una risposta attraverso la fede e la tradizione. Esiste però
anche un’altra strada, quella di chi lavora sulla coscienza senza passare per il
dogma, ma mettendosi in gioco attraverso l’esperienza, arrivando a sperimentare
la stessa fede nell’umano e nei principi che ne elevano la coscienza comuni a
molte tradizioni religiose.
Così anche il Movimento Umanista ha trovato spazio in questo fertile ambito
dedicato al dialogo e alla concertazione.
Partendo dal concetto di promozione dello lo sviluppo umano personale e sociale
attraverso la nonviolenza attiva e la non discriminazione, l’intervento umanista
si è incentrato sul carattere aconfessionale del proprio operato,
sottolineandone al contempo la forte matrice spirituale.
Il punto di partenza umanista è un principio che non ha bisogno di una cornice
religiosa per essere condiviso: ogni essere umano, per il solo fatto di nascere,
ha diritto alla salute, all’alimentazione, all’istruzione, alla casa e a
un’esistenza dignitosa. Da qui l’aspirazione a una Nazione Umana Universale, in
cui la diversità etnica, culturale e religiosa sia valorizzata e non temuta.
Nel contesto del dibattito instaurato all’interno della Conferenza, l’Umanesimo
tratta fortemente la componente interiore, coltivata con pratiche meditative e
lavoro personale radicate nella ricerca spirituale; esso non si configura
tuttavia come religione, perché sostituisce il concetto di “dogma” con quello di
“esperienza”. Ciò che chiede a chi lo pratica è di osservare e indagare il
funzionamento della propria coscienza. Infatti, i meccanismi della coscienza
sono comuni a tutti gli esseri umani, indipendentemente dal luogo e dalla
cultura in cui nascono e proprio per questo possono essere studiati e orientati
verso la nonviolenza e la solidarietà.
In questo senso la coscienza umana diventa il minimo comune denominatore, il
terreno su cui persone di fedi diverse, o di nessuna fede, possono incontrarsi.
Il principio che sintetizza questa visione recita: “Niente al di sopra
dell’essere umano, nessun essere umano al di sotto di un altro”. Dentro c’è una
tesi precisa sul cambiamento sociale. L’Umanesimo sostiene che le strutture
economiche, politiche e culturali che producono ingiustizia vadano trasformate,
ma che questa trasformazione non possa essere separata da quella personale.
Persona e struttura si influenzano a vicenda: un sistema ingiusto si riproduce
anche attraverso i comportamenti di chi lo abita e un individuo non può cambiare
davvero senza confrontarsi con le dinamiche sociali che lo hanno formato.
Da questa tesi discende una conseguenza che tocca direttamente il tema
dell’interreligiosità e dell’inclusione. Se non ci si può attendere che le
istituzioni siano, da sole, portatrici di miglioramento, allora la
responsabilità del cambiamento ricade anche sui singoli e sulle comunità.
Coltivare internamente una coerenza tra pensiero, sentimento e azione produce di
riflesso una coerenza sociale. È qui che l’Umanesimo incontra la regola d’oro
che attraversa le grandi tradizioni monoteiste: “Tratta gli altri come vorresti
essere trattato”. Il punto, però, non è l’adesione a un precetto religioso, ma
la verifica diretta di ciò che quel precetto produce nelle relazioni.
Questo orientamento porta con sé un cambio di prospettiva anche sull’aiuto. Il
modello dell’umanitarismo classico vede chi dona e chi riceve, con una distanza
spesso gerarchica tra i due. L’Umanesimo propone invece la reciprocità: chi
riceve è chiamato a dare a sua volta. La relazione non si esaurisce nel
trasferimento di risorse, ma diventa uno scambio e chi ha beneficiato di un
progetto ne diventa parte attiva.
È su questa base che Energia per i Diritti Umani, organizzazione di stampo
umanista, ha avviato collaborazioni con le comunità dei Paesi in cui opera. Il
progetto più recente, concluso a luglio, ha riguardato una serie di campagne di
sensibilizzazione contro la violenza di genere nella periferia di Dakar, in
Senegal. Le attività sono state affidate a operatrici locali, che hanno lavorato
nelle scuole e nelle case seguendo una metodologia che si articola su due piani,
quello personale e quello sociale.
Il primo piano è quello del lavoro interno. Prima di parlare agli altri, le
operatrici hanno dovuto interrogarsi sui meccanismi di violenza interiorizzata,
anche quelli che le riguardavano direttamente. Hanno studiato le discriminazioni
di genere e sono partite dalla propria esperienza personale, perché senza questo
passaggio il messaggio rischia di restare teorico o, peggio, di riprodurre gli
stessi schemi che si vogliono combattere.
Il secondo piano è stato quello dell’attività sociale. Una volta individuati i
nodi e le contraddizioni interne anche al proprio vissuto biografico, le
operatrici hanno portato il tema in classe e nelle famiglie con maggiore
consapevolezza, affrontandolo da angolature diverse: l’istruzione, la religione,
il diritto al lavoro.
Il cambiamento, in questo schema, procede in due direzioni che si alimentano a
vicenda: più una persona lavora su di sé, più la sua azione sociale diventa
coerente e credibile.
Particolarmente significativa è stata la formazione delle operatrici sul ruolo
della religione nella decostruzione degli stereotipi di genere. Grazie al
contributo del prof. Qadri, tra gennaio 2025 e gennaio 2026 le operatrici hanno
approfondito il Corano e la Sunnah, scoprendo come l’interpretazione dei
precetti islamici sia stata distorta da una cultura patriarcale. Questa cultura
ha spesso legittimato prassi discriminatorie nei confronti delle donne. Si
tratta di un fenomeno culturale, che va nettamente distinto dal dettato
religioso, troppo spesso oggetto di strumentalizzazione.
Qui il dialogo tra Umanesimo e religione diventa concreto. La distinzione tra
ciò che una tradizione professa e ciò che la cultura dominante ne ha fatto è
esattamente il tipo di lavoro che la 9a Conferenza Internazionale sulle
Religioni ha indicato come necessario alla conclusione dei lavori: distinguere
il messaggio dei fondatori dalle strutture di potere che lo hanno piegato. Ne
emerge che la religione può essere un potente strumento di giustizia sociale, a
condizione di non essere asservita a interessi di sistema. La tradizione
musulmana, come dimostra l’esperienza di Dakar, si fonda nel suo nucleo più
profondo sui valori di solidarietà e ricerca della verità, gli stessi a cui si
ispira il Movimento Umanista.
È su questo terreno comune, più che su differenze dottrinali, che può crescere
una giustizia sociale davvero universale.
Il confronto tra le ricchissime testimonianze delle varie confessioni religiose
nell’ambito della Conferenza e l’esperienza di Energia per i Diritti Umani
improntata all’Umanesimo convergono su una domanda: come superare la sofferenza
a livello personale e collettivo?
Ci si è lasciati proprio su questo, con l’idea che la risposta passi da percorsi
personali di coerenza e da reti costruite a livello locale e di comunità, capaci
di decostruire ciò che il sistema ha prodotto sul piano sociale.
Il tentativo potente e profondamente umano della conferenza di riunire persone
sinceramente ispirate e determinate a vedere un cambiamento nel mondo, lo
scambio di idee e la volontà di progettazione rappresentano un terreno comune da
cui vale senza dubbio la pena ripartire.
Redazione Italia