Manu Larcenet / Il buio ai confini di un mondo bianco e nero
La guerra è finita, Brodeck torna al suo paese dopo lunga prigionia in un campo
di concentramento che lascia nella sua psiche profonde ferite che intaccano la
sua capacità di vivere in pace. Ma se lui è cambiato, il suo paese – un borgo di
campagna sperduto e lontano dalla città – è rimasto uguale nella sua miseria,
nella sua grettezza e nel suo vivere di non detti. Brodeck scrive rapporti che
spedisce al governo centrale, e proprio per questo i suoi compaesani lo cercano,
per redigere il rapporto del delitto efferato dell’Anderer, uno straniero
eccentrico e fin troppo curioso, in grado di vedere attraverso coni d’ombra che
loro vorrebbero restassero oscuri. Il rapporto che Brodeck si appresta a
scrivere lo conduce attraverso molteplici inferni, da quello che è sempre stato
il paese in cui vive, a quello che in cui si è trasformata la sua vita.
Manu Larcenet è un artista immenso, senza timore di esagerazione uno dei più
grandi sulla scena fumettistica contemporanea. La sua bravura gli ha permesso di
confrontarsi con un classico della letteratura come La Strada, di Cormac
McCarthy, e di farne un adattamento a fumetti riuscendo ad aggiungere qualcosa a
un romanzo che sembrava completo così com’era, facendo con la sua arte quello
che Stanley Kubrick ha fatto, con il cinema, di Arancia Meccanica di Burgess.
Larcenet ha la forza del fumettista completo, che racconta con le immagini senza
soluzione di continuità con il testo. La qualità dell’amalgama che crea è
stellare. E non dimentichiamo la quadrilogia di Blast, pubblicata sempre da
Coconino Press.
E se La Strada è un capolavoro, Il rapporto di Brodeck non è da meno. La
sinergia di testo e disegni è perfetta, con quei neri pesantissimi che
raccontano le persone attraverso i panneggi, la ristrettezza angusta degli spazi
chiusi quei volti da contadino, scuri, con la barba spettinata e gli occhi
vigili e diffidenti, volti popolani che trasmettono diffidenza, grettezza. I
neri di Larcenet inghiottono la tavola così come si vorrebbero nascondere i
segreti che Brodeck, poco per volta, porta alla luce. Per contrasto i suoi
bianchi raccontano una natura dura e inospitale ma al tempo stesso liberatoria,
perché solo quando Brodeck esce di casa a fare la legna, o per eseguire altri
lavori in mezzo alla natura, riesce finalmente a stare solo, a pensare e a
fuggire per un attimo dalla sua missione e da quel paesino di montagna che lo
opprime.
La sua solitudine liberatoria dura poco, perché il paese lo sorveglia e c’è
sempre qualcuno che lo osserva, avvicinandolo per chiedergli a che punto è il
suo rapporto, a ricordargli che da esso dipende la sua vita e che non può
sgarrare se non vuole finire come l’Anderer, perché quella è la fine che fanno
le persone troppo sveglie e curiose in una comunità di gente gretta che sa di
esserlo, ma che non ama sentirselo dire. Il paese insomma controlla Brodeck ma
forse non ce n’è bisogno perché Brodeck sa che non può scappare, in primo luogo
da sé stesso. La sua indagine corre infatti su due binari paralleli, e se uno di
essi apre il vaso di Pandora della comunità in cui vive, l’altro corre a ritroso
nella sua vita, a ciò che ha dovuto fare per sopravvivere nel campo di
concentramento in cui è stato rinchiuso e a cosa è diventato si conseguenza. A
cosa gli è costata la possibilità di riabbracciare le persone che ama.
Il dramma di Brodeck è questo, trovarsi sempre in balia di una situazione che
non si è scelto e che minaccia costantemente di schiacciarlo, a meno di non
accettare compromessi che lo porterebbero sempre un passo avanti lungo la
spirale discendente di rinuncia alla propria umanità. Ed è qui che testo e
disegni si ricongiungono, in un corto circuito tanto alto quanto disperato, che
ricorda al lettore che non si scappa dal nero, che il bianco luminoso e
liberatorio è possibile solo a tratti prima che la nostra condizione di morituri
che non vogliono morire, di esseri piccoli in balia di un mondo che può
annullarci da un momento all’altro torni a ricordarci qual è il nostro posto.
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da Pulp Magazine.