EireneFest: incontro nazionale “Educazione e Libri per la pace e la nonviolenza”
10 aprile 2026, Roma. L’EireneFest 2025–2026 si presenta così: un laboratorio
diffuso di idee, pratiche educative e visioni politiche che mettono al centro la
pace e la nonviolenza. Non un semplice festival, ma un percorso lungo un anno.
L’appuntamento conclusivo dell’edizione 2025, ospitato alla Fondazione Basso, ha
riunito educatrici, studiosi e attiviste in una giornata densa di interventi e
confronto su come trasmettere alle nuove generazioni una cultura alternativa
alla violenza.
Fin dalle parole di apertura di Simona Fraudatario emerge il senso
dell’iniziativa: costruire spazi di riflessione critica a partire dai libri,
intesi non solo come strumenti teorici ma come veri e propri dispositivi di
trasformazione sociale. Un impegno sostenuto anche dalla collaborazione con il
Polo Europeo della Conoscenza e dal contributo dell’8 per mille della Chiesa
Valdese.
La geografia e la pace nei processi educativi
La prima relazione, affidata alla prof.ssa Elena Dell’Agnese, ribalta un’idea
diffusa: la geografia non è neutra. È uno “strumento di potere” per costruire
una visione critica che aiuta a capire le ingiustizie e le disuguaglianze. La
visione dello spazio è relazionale, ovvero luoghi non sono entità fisse, ma
cambiano significato a seconda di chi li attraversa. Da qui il rischio della
cosiddetta “trappola territoriale” ovvero del considerare lo Stato come unico
attore e limitare la solidarietà entro i suoi confini.
La geografia “serve ad approssimarsi all’altro, a creare un sentimento più
elevato di umanità”, sottolinea la professoressa citando l’anarchico geografo e
naturalista Pëtr Kropotkin. E’ essenziale per una vera educazione alla “pace
positiva” di Johan Galtung, che non si accontenta dell’assenza di violenza ma
vuole costruire equità, educare all’armonia, riconciliare i traumi, gestire il
conflitto.
Giovani e pace
Per Gianmarco Pisa, parlare di pace significa attraversare il conflitto, non
evitarlo né rimuoverlo. Presentando il lavoro di Alberto L’Abate, insiste su un
punto: anche nelle situazioni più drammatiche esiste sempre un’alternativa, come
sosteneva anche Johan Galtung.
Dai Corpi Civili di Pace alle “ambasciate popolari”, emerge una diplomazia dal
basso, non istituzionale, che individua nell’educazione e nell’intervento
diretto due strade essenziali per la soluzione pacifica del conflitto. Senza
consapevolezza dei diritti e partecipazione democratica, però, non può maturare
un consenso reale ed autentico. A tale scopo è necessaria una pedagogia della
liberazione dalla subordinazione a ogni forma di potere dominante. Fare spazio
alle “domande legittime”, anche quelle a cui le insegnanti e gli insegnanti non
sanno (ancora) rispondere per costruire insieme nuove risposte, secondo la
lezione della maieutica di Danilo Dolci. Si tratta di cercare i “fondamenti”,
così come li intende Pat Patfoort, di ciascuna delle parti del conflitto,
attraverso uno stretto collegamento tra ricerca, formazione e azione: la pratica
viva della ricerca-azione.
Scuola e pace. Una scuola sotto pressione: tra militarizzazione e riscrittura
della storia.
L’intervento di Michele Lucivero, filosofo, docente e ricercatore italiano
specializzato in etica e antropologia, si colloca dentro un lavoro di analisi e
denuncia portato avanti negli ultimi anni dall’Osservatorio contro la
militarizzazione delle scuole e delle università, di cui è cofondatore. Un
impegno che trova sintesi anche nel volume “Comprendere i conflitti. Educare
alla pace. Atti I convegno nazionale”, nato dal convegno del 10 maggio 2024
significativamente intitolato “La scuola va alla guerra?”. Al centro
dell’intervento, una critica netta alla trasformazione silenziosa che attraversa
la scuola italiana e alla crescente presenza dei militari nei percorsi
educativi: dai protocolli del Ministero d’Istruzione e Merito con il Ministero
della Difesa ai progetti nelle classi e nei PCTO. Non semplici collaborazioni,
ma un cambiamento culturale che rischia di normalizzare la guerra, presentandola
in chiave educativa e “valoriale”.
Per Lucivero, la sfida è rimettere al centro una scuola che formi alla pace,
anche recuperando, in chiave attuale, l’idea di “pace perpetua” di Immanuel Kant
del 1975. L’idea kantiana di una federazione di Stati universale e la
progressiva scomparsa degli eserciti permanenti appare oggi lontana, ma resta un
riferimento politico e pedagogico. D’altronde in Italia esistevano eserciti
regionali che poi sono scomparsi in favore di un esercito nazionale. L’ONU, in
questa prospettiva, rappresenta un tentativo – incompleto – di realizzazione di
quel progetto Kant.
Una didattica per la pace passa necessariamente dalla demilitarizzazione del
linguaggio e della narrazione storica, ridotta troppo spesso a una sequela di
guerre. Rimettere al centro solidarietà, fratellanza, sorellanza significa anche
interrogarsi sul senso stesso della “difesa della patria”, alla luce
dell’articolo 11 della Costituzione per formare cittadine e cittadini capaci di
immaginare e praticare la pace.
Educare senza dominare: la sfida della maieutica dolciana
Per Tiziana Morgante — educatrice, collaboratrice di Danilo Dolci e docente
presso l’I.C. “Piersanti Mattarella” di Roma — l’educazione alla pace passa
attraverso una trasformazione profonda delle relazioni educative. Nella sua
pratica quotidiana sperimenta l’approccio della maieutica reciproca, appreso in
Sicilia proprio accanto a Dolci.
È da qui che nasce un’immagine potente: quella della violenza come “zecca”.
Dolci utilizzava questo parallelo per descrivere il dominio come una forma di
parassitismo — un virus che si nutre dell’altro fino a distruggerlo. Un’immagine
che, sorprendentemente, è riemersa recentemente nelle parole di un bambino, in
una delle classi di Morgante: segno di quanto certi meccanismi siano
intuitivamente comprensibili, anche dai più piccoli.
Da questa consapevolezza prende forma una critica radicale al modello educativo
tradizionale: non si può insegnare la nonviolenza attraverso pratiche
autoritarie. La maieutica invita invece a porre le domande giuste al momento
giusto, a partire dai bisogni reali, per costruire insieme percorsi di
cambiamento.
Il nodo è il rapporto tra potere e dominio: il dominio schiaccia, il potere si
condivide. E proprio da qui, secondo Morgante, può nascere una scuola capace non
solo di parlare di pace e nonviolenza, ma di praticarle ogni giorno. La vera
sfida, allora, è partire da sé: riconoscere i modelli educativi interiorizzati,
spesso segnati da logiche violente e autoritarie, per avviare un lavoro
consapevole di decostruzione e ricostruzione.
Costruttrici e costruttori di pace
Le parole di Valentina Ripa, professoressa, ispanista e catalanista, portano
l’attenzione su esperienze reali, come la Comunità di Pace di San José de
Apartadó in Colombia: persone comuni che, dal 1997, hanno scelto la nonviolenza
anche sotto minaccia.
Situata nel comune di Apartadó (Antioquia), la comunità si estende in 32
frazioni rurali e basa la propria sopravvivenza soprattutto sulla coltivazione
del cacao, venduto attraverso una filiera solidale. Nonostante la scelta
dichiarata di pace, ha subito nel tempo oltre 300 assassinii dalla sua
fondazione, senza mai rinunciare alla propria posizione nonviolenta. A
sostenerla e proteggerla c’è anche l’accompagnamento internazionale di realtà
come Operazione Colomba, che garantiscono monitoraggio dei diritti umani e
presenza civile sul territorio.
Una storia raccontata anche nel libro “Con loro, come loro. Storie di donne e
bambini in fuga” di Gennaro Giudetti e Angela Iantosca (Paoline, 2024), che
restituisce il volto concreto della pace vissuta ogni giorno.
Accoglienza degli sfollati, rifiuto delle armi, difesa del territorio: una
pratica quotidiana di resistenza nonviolenta, che richiama le esperienze e il
pensiero di Don Tonino Bello e Alex Zanotelli, simboli italiani dell’impegno per
la pace.
La pace disarmata e la manipolazione del conflitto
Chiude la sessione Giorgio Ferrari, perito in energia nucleare, con un
intervento sulla geopolitica del disarmo, in particolare in Medio Oriente. Un
contributo di stringente attualità, che — sottolinea — non ha bisogno di libri:
“parla già la cronaca”, a partire dall’attacco del giugno 2025 di Israele in
Iran.
Al centro, la costruzione del “nemico” attraverso narrazioni manipolate: un
meccanismo già visto, ricorda Ferrari, ai tempi di Saddam Hussein. Tra dati
sull’arricchimento dell’uranio e risoluzioni internazionali, emerge un quadro
complesso, ma il nodo resta politico: il vero pericolo è la proliferazione degli
arsenali nucleari e l’incapacità della comunità internazionale di governarla.
Da qui la necessità, ribadita con forza, di un impegno globale: tutti gli Stati
dovrebbero aderire e ratificare il Trattato di non proliferazione nucleare.
Anche perché, dal 1974, le Nazioni Unite hanno approvato ben 44 risoluzioni per
istituire in Medio Oriente una zona libera da armi nucleari e di distruzione di
massa — un obiettivo ancora lontano, ma sempre più urgente.
Tavola rotonda: “Come proporre ai giovani la pace e la nonviolenza: un festival
del libro lungo un anno” con Annabella Coiro, Elena Dell’Agnese, Michele
Lucivero, Tiziana Morgante, Gianmarco Pisa, Valentina Ripa, Olivier Turquet.
Nel confronto finale, una domanda attraversa tutti gli interventi: come
coinvolgere davvero ragazze e ragazzi?
Le esperienze raccontate vanno in una direzione chiara:
* laboratori partecipativi nelle scuole
* “parlamenti” degli studenti
* scaffali o intere biblioteche dedicate alla nonviolenza
* percorsi annuali costruiti sui bisogni delle alunne e degli alunni
Per Annabella Coiro, la chiave è lavorare sugli adulti: senza coerenza
educativa, ogni progetto fallisce. Non si educa “addestrando”. Si parla anche di
decolonizzare lo sguardo, superare la visione bellicista ed economista, dare
spazio alla condivisione e alla cooperazione tra le persone. E’ necessaria anche
una nuova narrazione perché «siamo maggioranza, anche se ci raccontano come
minoranza».
Un festival che diventa processo
EireneFest si conferma così qualcosa di più di un evento culturale. È un
processo educativo e politico che attraversa scuole, territori e comunità.
Il libro resta il punto di partenza, ma non il punto di arrivo: diventa
laboratorio, azione, connessione tra luoghi e persone.
In un tempo segnato da conflitti e polarizzazioni, la sfida è forse tutta qui:
disarmare il linguaggio, prima ancora delle armi, e costruire – giorno dopo
giorno – una cultura della pace che non sia solo dichiarata, ma praticata.
Olivier Turquet