It’s Time 2026: israeliani e palestinesi sono pronti per la pace. La diplomazia sta recuperando terreno
Non solo un Grande Evento di Buone Intenzioni: il Vertice della Pace organizzato
dalla coalizione It’s Time, che si è svolto il 30 aprile all’Expo Center di Tel
Aviv (ne abbiamo parlato qui e qui) è stato anche un momento importante di
confronto delle proposte già da tempo sul tappeto a livello diplomatico, con
l’annuncio di un molto prossimo Summit il 12 giugno a Parigi, che rilancerà la
proposta (già da tempo sostenuta dalla Francia insieme all’Arabia Saudita) della
soluzione a due stati, come pre-requisito per un sostenibile processo di pace.
In proposito riceviamo e volentieri pubblichiamo questo comunicato che ci
perviene dall’organizzazione ALLMEP (Alliance for Middle Peace) che raggruppa
oltre 150 sigle attive a livello di società civile tra Israele e Palestina in
una prospettiva di riconciliazione.
Giovedì 30 aprile, il terzo vertice annuale It’s Time a Tel Aviv ha riunito
centinaia di leader della società civile israeliana e palestinese – insieme a
più di un centinaio di diplomatici – per proporre un percorso alternativo per la
vita nella regione che prometta un futuro migliore per tutti.
L’incontro, che comprendeva tavole rotonde, stand espositivi e un evento
principale, è stato organizzato da una coalizione di oltre 80 organizzazioni
affiliate – molte delle quali fanno parte della rete ALLMEP, che ha coordinato
la sezione diplomatica della conferenza e – a supporto dell’iniziativa più ampia
– ha pubblicato nuovi dati di sondaggio della nostra iniziativa AI Pulse che
raccontano una storia in grado di ridefinire il modo in cui la comunità
internazionale affronta questo momento:
* Il 74% degli israelianisostiene o accetterebbe la normalizzazione regionale e
la creazione di uno Stato palestinese.
* L’81% dei palestinesipuò accettare un accordo di normalizzazione regionale
che prevede la creazione di uno Stato palestinese.
Questi dati sono rimasti costanti in quattro sondaggi consecutivi AI Pulse
nell’arco di un anno. Entrambe le popolazioni, a quanto pare, sono pronte per la
diplomazia. Attendono che i loro leader le portino al tavolo delle trattative e
offrano un’alternativa al conflitto eterno.
Un momento diplomatico – e una lacuna
L’evento It’s Time si è presentato quest’anno con un semplice messaggio: può
essere, deve essere, sarà, Pace. E il messaggio proveniente dalla società civile
arriva in un momento di autentico slancio diplomatico. Quadri di riferimento
come la Dichiarazione di New York, il piano in 20 punti e l’Alleanza Globale per
l’Attuazione della Soluzione a Due Stati sono percorsi per raggiungere quella
soluzione diplomatica al conflitto, fino ad ora irraggiungibile.
E sebbene la partecipazione della società civile a questi processi sia
aumentata, la diplomazia e i cittadini che dovrebbero sentirsi coinvolti non
sono stati sufficientemente coordinati. I quadri politici che non riescono a
raggiungere i comuni cittadini israeliani e palestinesi rischiano di perdere la
legittimità necessaria per essere mantenuti.
Questo divario – tra la diplomazia ai più alti livelli e la comprensione
popolare – è precisamente lo spazio occupato dalla società civile. Uno spazio
che la coalizione It’s Time intende colmare – e il Summit di quest’anno ha
compiuto un altro passo significativo in questa direzione.
Cosa dicono i governi
L’impegno diplomatico dimostrato è stato sorprendente. Nel video
messaggio inviato alla conferenza, l’Alta Rappresentante dell’UE Kaja Kallas si
è rivolta direttamente ai partecipanti israeliani e palestinesi con queste
parole: “La società civile in Medio Oriente ha sempre dimostrato che la
coesistenza pacifica è possibile, anche in presenza di incertezze sul
piano politico… Voi sapete già cosa serve per creare percorsi sostenibili verso
la pace. Dobbiamo metterci al vostro passo.” – Kaja Kallas, Vicepresidente per
gli Affari Esteri e la Giustizia Sociale dell’Unione europea.
Kallas ha annunciato ulteriori 8 milioni di euro di finanziamenti dell’UE per
progetti della società civile – oltre ai 18 milioni di euro stanziati lo scorso
anno – e ha ribadito che la soluzione dei due Stati è l’unica via praticabile
per una regione senza guerra.
Anche il Ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha parlato al vertice
tramite un video, dando seguito all’iniziativa guidata dalla Francia dopo
l’Appello di Parigi dello scorso anno, in cui oltre 350 operatori di pace
israeliani e palestinesi hanno definito le priorità che sono poi confluite nella
Dichiarazione di New York. Ha infatti annunciato che la Francia riunirà
nuovamente gli operatori di pace il 12 giugno a Parigi in vista del vertice dei
leader del G7 che la Francia presiede.
Nel loro insieme, questi impegni riflettono un cambiamento più ampio nel modo in
cui la comunità internazionale concepisce la diplomazia di pace:
* * l’Italia ha guidato il cambiamento di rotta del G7 del 2024volto a
integrare formalmente la società civile nei processi diplomatici;
* la Francia ha riunito 350 operatori di pace per la Paris Call, i cui
risultati hanno contribuito alla Dichiarazione di New York.
* il Regno Unito ha avviato un processo per la creazione di un Fondo
internazionale per la pace israelo-palestinese;
* l’UE ha stanziato 26 milioni di euro per progetti a favore della società
civile – e la cifra è destinata a crescere.
Il percorso diplomatico: punto di partenza
ALLMEP ha convocato due panel diplomatici di alto livello che hanno messo in
dialogo diretto responsabili politici e operatori del settore.
Il primo, intitolato “Punto di partenza”, ha visto la partecipazione del
Rappresentante speciale dell’UE Christophe Bigot e dell’ex vice capo del
Consiglio di sicurezza nazionale israeliano, Eran Etzion, ed è stato moderato
da Nivine Sandouka di ALLMEP. L’incontro ha esaminato il conflitto
israelo-palestinese come fattore di instabilità regionale. Il dibattito
ha chiarito che il sostegno pubblico a un percorso diplomatico esiste già, ma
non ha un efficace riscontro sul piano politico. Il tema della sicurezza, hanno
osservato i relatori, è centrale nell’atteggiamento dell’opinione pubblica sia
israeliana che palestinese, ma non riceve sufficiente attenzione a livello
diplomatico.
Nivine Sandouka ha aperto la tavola rotonda sottolineando l’urgenza di avviare
un’iniziativa diplomatica all’altezza dell’energia delle giovani generazioni:
“Questa conversazione è particolarmente importante per le giovani generazioni,
che non hanno vissuto la vera diplomazia, che non hanno mai sentito i politici
articolare chiaramente la soluzione dei due Stati e che sono alla ricerca
di azione concrete e trasformative, non l’ennesimo ciclo di ‘gestione’ del
conflitto”
Cristophe Bigot ha sottolineato un approccio dal basso, affermando: “Se si vuole
la pace, è bene avere dei diplomatici, ma questa è solo la punta dell’iceberg.
Il nocciolo della questione dipende dal cambiamento dell’opinione pubblica, in
relazione alle opposte narrazioni, in una prospettiva di reale comprensione e
proposta di idee nuove e creative.”
Eran Etzion è intervenuto dicendo: “E’ arrivato il momento per la diplomazia,
purché non sia una diplomazia vecchio stile. Abbiamo bisogno di un approccio più
energico, più urgente e più incisivo. (…) La società civile è stata partecipe di
questo cambiamento, contribuendo a promuovere iniziative come la Dichiarazione
di New York, alla fine approvata da 151 Paesi”.
L’era della guerra senza fine o un nuovo ordine regionale?
La seconda tavola rotonda, intitolata “L’era della guerra senza fine – o un
nuovo ordine regionale?”, ha visto la partecipazione dell’ambasciatore dell’UE
Michael Mann, dell’ambasciatrice canadese Leslie Scanlon e del console generale
francese Nicolas Kassianides, con la moderazione di Rana Fahoum dello Shalom
Hartman Institute, e ha affrontato un’altra difficile domanda: stiamo entrando
in un’era di guerra senza fine, o è possibile un nuovo ordine regionale?
Rana Fahoum si è espressa chiaramente sull’argomento, affermando: “Il nostro
ruolo principale è quello di preparare le persone alla possibilità della pace.
Generare un linguaggio per quella possibilità. Parliamo il linguaggio del
compromesso con dignità, non di un compromesso che prevede un vincitore su un
perdente”
Il Console Generale francese Nicolas Kassianides ha ribadito questo
concetto sottolineando l’impegno della Francia nei confronti della società
civile e affermando “Il legame che creiamo con la società civile non è un
ripensamento, ma una parte fondamentale della nostra strategia diplomatica per
Israele-Palestina.”
Kassianides ha parlato del prossimo vertice del G7 e di come l’impulso dato dal
lavoro della società civile si stia facendo sentire nei processi ai più alti
livelli di governo. «Il contenuto dell’appello di Parigi per la TSS
(Trans-Society for Social Services) è stato il fondamento della dichiarazione di
New York», ha detto durante il panel. «La società civile israeliana e quella
palestinese saranno al centro dell’attività diplomatica che la Francia intende
svolgere nel contesto della sua presidenza del G7».
“Non si tratta di un’interazione isolata limitata a questi eventi di alto
livello”, ha concluso, sottolineando la natura cooperativa e quotidiana del
lavoro. “Lavoriamo con voi e vi sosteniamo ogni giorno sul campo. È una
relazione quotidiana.”
L’ambasciatore dell’UE Michael Mann ha ribadito il sostegno dell’UE alla società
civile, facendo eco al successivo annuncio di Kaja Kallas di un ulteriore
finanziamento di 8 milioni di euro. “Sosteniamo la società civile, ciò che fate
è davvero importante. Il contesto sta diventando sempre più difficile e noi
siamo qui per sostenervi finanziariamente e politicamente”, ha affermato durante
il dibattito.
Questi colloqui sono poi culminati in un ricevimento diplomatico, con oltre 130
diplomatici – tra cui più di 30 capi missione – e oltre 100 portavoce della
società civile israeliana e palestinese riuniti nella stessa sala per scambi
ancor più diretti.
Il compito che ci attende
Sulla scia dell’elettrizzante energia dell’evento It’s Time, le migliaia di
partecipanti e la forte presenza diplomatica descrivono un quadro molto chiaro.
La diplomazia sta facendo progressi. I dati mostrano che l’opinione pubblica di
entrambe le parti è più pronta per la pace di quanto il dibattito politico
supponga. E sempre più spesso, la società civile viene coinvolta nei processi
decisionali.
Il compito ora è quello di approfondire tale integrazione, assicurando che la
pace non sia solo negoziata a livello politico, ma compresa, sostenuta e, in
ultima analisi, difesa dalle persone a cui è destinata. Con l’avvicinarsi del
G7, gli oltre 200 membri di ALLMEP sono motivati a continuare in questo slancio
verso un mondo migliore per tutti.
Fonte: Alliance for Middle East Peace, 1° maggio 2026
Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis. Revisione a cura di
Daniela Bezzi
Centro Sereno Regis