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Diplomazia scientifica: 24 esperti di 13 nazioni al XIII Corso AAAS–TWAS
L’Accademia Mondiale delle Scienze per il progresso scientifico nei Paesi in via di sviluppo (TWAS) e l’American Association for the Advancement of Science (AAAS) hanno riunito dodici coppie di scienziati e decisori politici provenienti da tredici paesi del mondo, tra cui Malawi, Paraguay e Tagikistan, convenuti a Trieste per la 13esima edizione del Corso AAAS–TWAS sulla Diplomazia Scientifica. Dandone notizia, TWAS spiega: “L’iniziativa mira a rafforzare il dialogo tra scienza e diplomazia per favorire soluzioni fondate su evidenze scientifiche, capaci di affrontare sfide globali complesse quali i cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare e la perdita di biodiversità”. “La scienza è un motore di progresso condiviso, non una ‘moneta di scambio geopolitica’ – ha dichiarato Lamberto Moruzzi, direttore principale per la Diplomazia Scientifica, Spaziale e Sportiva presso la Direzione Generale per la Cooperazione Economica del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), che ha sostenuto la TWAS fin dalla sua fondazione – L’Italia promuove la diplomazia scientifica attraverso la cooperazione internazionale, una competizione equa e partnership basate sulla fiducia, grazie alla nostra rete estesa di centri di ricerca, università e addetti scientifici presso le Ambasciate italiane. Sosteniamo la mobilità e le collaborazioni come strumenti di crescita comune; promuoviamo un accesso equo alla conoscenza, alle infrastrutture di ricerca e alle tecnologie emergenti; e sosteniamo organizzazioni multilaterali come la TWAS e l’ICTP, che ospitiamo con orgoglio a Trieste. La diplomazia scientifica deve costituire il fondamento per affrontare sfide complesse con prove scientifiche, trasparenza, responsabilità condivisa, e standard e meccanismi di governance globali comuni”. “In un contesto segnato da conflitti, emergenza climatica e crescente diffusione della disinformazione, la diplomazia scientifica è diventata indispensabile – ha dichiarato Marcelo Knobel, Direttore Esecutivo della TWAS – È uno strumento fondamentale per costruire fiducia, superare le divisioni e garantire che la cooperazione scientifica rimanga inclusiva ed equa. Attraverso questo programma di formazione contribuiamo a sviluppare la nuova generazione di diplomatici della scienza di cui i Paesi in via di sviluppo hanno urgente bisogno per rafforzare la propria voce nei processi decisionali globali”. Il corso è cominciato oggi, 21 luglio, con la TWAS Budinich Science Diplomacy Lecture tenuta da Ko Barrett, vice segretaria generale dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), sul ruolo della diplomazia scientifica nell’affrontare le grandi sfide globali. La sua conferenza ha reso omaggio al fisico italiano Paolo Budinich, la cui visione, sviluppata insieme al premio Nobel Abdus Salam, ha portato alla nascita di importanti istituzioni scientifiche internazionali, tra cui la TWAS, contribuendo a fare di Trieste uno dei principali poli della cooperazione scientifica. “Stiamo vivendo in un’epoca di profonde trasformazioni, in cui il contesto geopolitico cambia rapidamente e le società sono ridefinite dai progressi scientifici e tecnologici – ha osservato Kim Montgomery, direttrice degli affari internazionali e della diplomazia scientifica dell’AAAS – La diplomazia scientifica rappresenta uno strumento fondamentale per affrontare le sfide e cogliere le opportunità di questo momento storico. Questo corso fa conoscere questo strumento sia a chi si occupa di decisioni politiche sia a chi si occupa di scienza, offrendo l’opportunità di stringere relazioni reciproche e con la più vasta rete della diplomazia scientifica”. “Per garantire che il quadro rimanga applicabile al contesto attuale, nel febbraio 2025 la AAAS e la Royal Society hanno pubblicato un aggiornamento del quadro di riferimento sulla diplomazia scientifica che passa da una prospettiva teorica a una pratica, focalizzandosi sul modo in cui scienza e diplomazia si influenzano a vicenda – è precisato nel comunicato di TWAS – Il documento afferma che la diplomazia scientifica è uno strumento per promuovere obiettivi diplomatici, che possono essere percepiti come positivi o negativi. E riconosce che esiste un panorama più ampio di attori coinvolti nella diplomazia scientifica, incluse aziende sovranazionali e “giganti della tecnologia” che esercitano proprie forme di governance. Nel 2010 AAAS e la Royal Society di Londra hanno tracciato un quadro di riferimento per la diplomazia scientifica che ha stimolato un dibattito internazionale sui legami tra scienza e diplomazia. Da allora, il mondo è diventato più diviso e complesso, e la necessità di disporre di una diplomazia scientifica scientifica efficace è cresciuta”. Il Corso AAAS–TWAS sulla diplomazia scientifica coinvolge coppie di partecipanti provenienti dallo stesso Paese: ciascuna è composta da un giovane ricercatore, il cui lavoro scientifico e impegno pubblico sono rilevanti per le politiche internazionali, e da un decisore politico o funzionario impegnato in ambiti legati alla scienza, per esempio un funzionario governativo, un diplomatico o un rappresentante di un’istituzione che finanzia la ricerca. “Nei suoi oltre dieci anni il corso ha formato oltre 400 partecipanti, i quali oggi influenzano le politiche pubbliche e diffondono competenze su un settore in continua espansione come la diplomazia scientifica nei Paesi in via di sviluppo – spiega il comunicato di TWAS – Nelle tre giornate della sua XII edizione i partecipanti approfondiranno temi di interesse comune per i diversi Paesi, tra cui il ruolo della diplomazia scientifica nell’attuale scenario geopolitico, le strategie per incidere sui processi decisionali, il ruolo degli scienziati in un contesto di trasformazione del multilateralismo, e la cooperazione internazionale nella realizzazione di progetti su vasta-scala”.   Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
Un’arma non è un regalo
DAL REVOLVER DONATO DAL PRESIDENTE TURCO RECEP TAYYIP ERDOĞAN AI LEADER DELLA NATO NASCE LA LETTERA APERTA DEL CARDINALE DOMENICO BATTAGLIA, UN INVITO AI “POTENTI DELLA TERRA” A RIFLETTERE SUL SIGNIFICATO DELLE ARMI, DEI SIMBOLI E DELLA PACE. La diplomazia parla anche attraverso i doni. Al termine dei grandi vertici internazionali è consuetudine che il Paese ospitante consegni ai capi di Stato e di governo un oggetto simbolico, scelto per rappresentare la propria identità culturale e lasciare il ricordo dell’incontro. È una tradizione consolidata che, attraverso opere d’arte, manufatti, libri e altri oggetti rappresentativi, racconta la storia e la cultura di una nazione. Al termine del vertice NATO svoltosi ad Ankara il 7 e l’8 luglio, quella consuetudine ha assunto però un significato diverso. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha consegnato ai leader dell’Alleanza Atlantica un revolver personalizzato con il nome del destinatario. Il gesto ha suscitato un dibattito che è andato ben oltre il protocollo diplomatico. Un dono istituzionale non è soltanto un ricordo dell’incontro: è un simbolo. E i simboli raccontano il modo in cui un Paese sceglie di presentarsi al mondo. Da questo episodio prende origine la lunga lettera che il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo metropolita di Napoli, ha rivolto ai “potenti della terra”. Più che commentare un fatto di cronaca, l’arcivescovo invita a riflettere sul significato che alcuni gesti assumono quando vengono compiuti da chi esercita responsabilità di governo. L’apertura della lettera colpisce per la sua forza evocativa. Il male, osserva Battaglia, non sempre si manifesta con la violenza più evidente. Talvolta si presenta in forme rassicuranti, si veste di eleganza e rischia di essere accolto senza che ci si interroghi davvero sul messaggio che porta con sé. Da qui si sviluppa il cuore della sua riflessione. Il problema non è soltanto il dono di un’arma, ma il rischio di trasformare la morte in una forma di cortesia, facendo di uno strumento costruito per togliere la vita un oggetto di rappresentanza tra i governanti. Per Battaglia, i simboli contribuiscono a educare lo sguardo di una società. Definiscono ciò che viene percepito come normale, autorevole, perfino degno di essere celebrato. Per questo denuncia il rischio di aver “addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare”: una frase che riassume l’intero significato della sua lettera. Uno dei passaggi più intensi riguarda il nome inciso sulla pistola. Accanto a quello del leader che riceve il dono, l’arcivescovo invita a immaginarne un altro, invisibile: il nome della persona contro cui quell’arma potrebbe essere puntata. È un’immagine che sposta immediatamente l’attenzione dall’oggetto alle conseguenze della guerra, ricordando che dietro ogni arma ci sono sempre vite umane, famiglie e destini. La riflessione si apre poi alla prospettiva evangelica. Battaglia richiama il gesto di Cristo durante l’Ultima Cena: invece di consegnare un’arma ai discepoli, si cinge un asciugatoio e lava loro i piedi. Da una parte il potere che si afferma attraverso la forza, dall’altra quello che sceglie il servizio. Due modi profondamente diversi di intendere l’autorità. Nella parte conclusiva della lettera, il cardinale rivolge un appello ai responsabili delle nazioni. Li invita a rifiutare l’idea che un’arma possa diventare un omaggio tra popoli e propone un gesto semplice quanto eloquente: lasciare una sedia vuota al prossimo vertice internazionale. Non una sedia riservata a un presidente o a un generale, ma all’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle guerre. A chi non partecipa ai negoziati, non compare nelle fotografie ufficiali e non firma trattati, ma resta sotto le macerie quando la diplomazia fallisce. La lettera di Battaglia nasce da un episodio preciso, ma supera i confini della cronaca. Invita a interrogarsi sul linguaggio con cui il potere sceglie di rappresentarsi e sul valore dei simboli che accompagnano le relazioni internazionali. Perché un dono diplomatico non è mai soltanto un oggetto. È anche un messaggio. È questa la domanda che il revolver di Ankara consegna al dibattito pubblico: quale idea di sicurezza e quale idea di pace vengono trasmesse quando un’arma diventa il simbolo di un incontro tra nazioni? Per il cardinale, la risposta passa attraverso un cambiamento di sguardo. La pace non è una debolezza né un segno di ingenuità, ma una responsabilità che interpella chiunque eserciti il potere e chiunque sia chiamato a costruire relazioni tra i popoli. Lucia Montanaro
July 11, 2026
Pressenza
It’s Time 2026: israeliani e palestinesi sono pronti per la pace. La diplomazia sta recuperando terreno
Non solo un Grande Evento di Buone Intenzioni: il Vertice della Pace organizzato dalla coalizione It’s Time, che si è svolto il 30 aprile all’Expo Center di Tel Aviv (ne abbiamo parlato qui e qui) è stato anche un momento importante di confronto delle proposte già da tempo sul tappeto a livello diplomatico, con l’annuncio di un molto prossimo Summit il 12 giugno a Parigi, che rilancerà la proposta (già da tempo sostenuta dalla Francia insieme all’Arabia Saudita) della soluzione a due stati, come pre-requisito per un sostenibile processo di pace. In proposito riceviamo e volentieri pubblichiamo questo comunicato che ci perviene dall’organizzazione ALLMEP (Alliance for Middle Peace) che raggruppa oltre 150 sigle attive a livello di società civile tra Israele e Palestina in una prospettiva di riconciliazione. Giovedì 30 aprile, il terzo vertice annuale It’s Time a Tel Aviv ha riunito centinaia di leader della società civile israeliana e palestinese – insieme a più di un centinaio di diplomatici – per proporre un percorso alternativo per la vita nella regione che prometta un futuro migliore per tutti. L’incontro, che comprendeva tavole rotonde, stand espositivi e un evento principale, è stato organizzato da una coalizione di oltre 80 organizzazioni affiliate – molte delle quali fanno parte della rete ALLMEP, che ha coordinato la sezione diplomatica della conferenza e – a supporto dell’iniziativa più ampia – ha pubblicato nuovi dati di sondaggio della nostra iniziativa AI Pulse che raccontano una storia in grado di ridefinire il modo in cui la comunità internazionale affronta questo momento: * Il 74% degli israelianisostiene o accetterebbe la normalizzazione regionale e la creazione di uno Stato palestinese. * L’81% dei palestinesipuò accettare un accordo di normalizzazione regionale che prevede la creazione di uno Stato palestinese. Questi dati sono rimasti costanti in quattro sondaggi consecutivi AI Pulse nell’arco di un anno. Entrambe le popolazioni, a quanto pare, sono pronte per la diplomazia. Attendono che i loro leader le portino al tavolo delle trattative e offrano un’alternativa al conflitto eterno. Un momento diplomatico – e una lacuna  L’evento It’s Time si è presentato quest’anno con un semplice messaggio: può essere, deve essere, sarà, Pace. E il messaggio proveniente dalla società civile arriva in un momento di autentico slancio diplomatico. Quadri di riferimento come la Dichiarazione di New York, il piano in 20 punti e l’Alleanza Globale per l’Attuazione della Soluzione a Due Stati sono percorsi per raggiungere quella soluzione diplomatica al conflitto, fino ad ora irraggiungibile. E sebbene la partecipazione della società civile a questi processi sia aumentata, la diplomazia e i cittadini che dovrebbero sentirsi coinvolti non sono stati sufficientemente coordinati. I quadri politici che non riescono a raggiungere i comuni cittadini israeliani e palestinesi rischiano di perdere la legittimità necessaria per essere mantenuti. Questo divario – tra la diplomazia ai più alti livelli e la comprensione popolare – è precisamente lo spazio occupato dalla società civile. Uno spazio che la coalizione It’s Time intende colmare – e il Summit di quest’anno ha compiuto un altro passo significativo in questa direzione. Cosa dicono i governi L’impegno diplomatico dimostrato è stato sorprendente. Nel video messaggio inviato alla conferenza, l’Alta Rappresentante dell’UE Kaja Kallas si è rivolta direttamente ai partecipanti israeliani e palestinesi con queste parole: “La società civile in Medio Oriente ha sempre dimostrato che la coesistenza pacifica è possibile, anche in presenza di incertezze sul piano politico… Voi sapete già cosa serve per creare percorsi sostenibili verso la pace. Dobbiamo metterci al vostro passo.” –  Kaja Kallas, Vicepresidente per gli Affari Esteri e la Giustizia Sociale dell’Unione europea. Kallas ha annunciato ulteriori 8 milioni di euro di finanziamenti dell’UE per progetti della società civile – oltre ai 18 milioni di euro stanziati lo scorso anno – e ha ribadito che la soluzione dei due Stati è l’unica via praticabile per una regione senza guerra. Anche il Ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha parlato al vertice tramite un video, dando seguito all’iniziativa guidata dalla Francia dopo l’Appello di Parigi dello scorso anno, in cui oltre 350 operatori di pace israeliani e palestinesi hanno definito le priorità che sono poi confluite nella Dichiarazione di New York. Ha infatti annunciato che la Francia riunirà nuovamente gli operatori di pace il 12 giugno a Parigi in vista del vertice dei leader del G7 che la Francia presiede. Nel loro insieme, questi impegni riflettono un cambiamento più ampio nel modo in cui la comunità internazionale concepisce la diplomazia di pace: * * l’Italia ha guidato il cambiamento di rotta del G7 del 2024volto a integrare formalmente la società civile nei processi diplomatici; * la Francia ha riunito 350 operatori di pace per la Paris Call, i cui risultati hanno contribuito alla Dichiarazione di New York. * il Regno Unito ha avviato un processo per la creazione di un Fondo internazionale per la pace israelo-palestinese; * l’UE ha stanziato 26 milioni di euro per progetti a favore della società civile – e la cifra è destinata a crescere. Il percorso diplomatico: punto di partenza ALLMEP ha convocato due panel diplomatici di alto livello che hanno messo in dialogo diretto responsabili politici e operatori del settore. Il primo, intitolato “Punto di partenza”, ha visto la partecipazione del Rappresentante speciale dell’UE Christophe Bigot e dell’ex vice capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano, Eran Etzion, ed è stato moderato da Nivine Sandouka di ALLMEP. L’incontro ha esaminato il conflitto israelo-palestinese come fattore di instabilità regionale. Il dibattito ha chiarito che il sostegno pubblico a un percorso diplomatico esiste già, ma non ha un efficace riscontro sul piano politico. Il tema della sicurezza, hanno osservato i relatori, è centrale nell’atteggiamento dell’opinione pubblica sia israeliana che palestinese, ma non riceve sufficiente attenzione a livello diplomatico. Nivine Sandouka ha aperto la tavola rotonda sottolineando l’urgenza di avviare un’iniziativa diplomatica all’altezza dell’energia delle giovani generazioni: “Questa conversazione è particolarmente importante per le giovani generazioni, che non hanno vissuto la vera diplomazia, che non hanno mai sentito i politici articolare chiaramente la soluzione dei due Stati e che sono alla ricerca di azione concrete e trasformative, non l’ennesimo ciclo di ‘gestione’ del conflitto” Cristophe Bigot ha sottolineato un approccio dal basso, affermando: “Se si vuole la pace, è bene avere dei diplomatici, ma questa è solo la punta dell’iceberg. Il nocciolo della questione dipende dal cambiamento dell’opinione pubblica, in relazione alle opposte narrazioni, in una prospettiva di reale comprensione e proposta di idee nuove e creative.” Eran Etzion è intervenuto dicendo: “E’ arrivato il momento per la diplomazia, purché non sia una diplomazia vecchio stile. Abbiamo bisogno di un approccio più energico, più urgente e più incisivo. (…) La società civile è stata partecipe di questo cambiamento, contribuendo a promuovere iniziative come la Dichiarazione di New York, alla fine approvata da 151 Paesi”. L’era della guerra senza fine o un nuovo ordine regionale? La seconda tavola rotonda, intitolata “L’era della guerra senza fine – o un nuovo ordine regionale?”, ha visto la partecipazione dell’ambasciatore dell’UE Michael Mann, dell’ambasciatrice canadese Leslie Scanlon e del console generale francese Nicolas Kassianides, con la moderazione di Rana Fahoum dello Shalom Hartman Institute, e ha affrontato un’altra difficile domanda: stiamo entrando in un’era di guerra senza fine, o è possibile un nuovo ordine regionale? Rana Fahoum si è espressa chiaramente sull’argomento, affermando: “Il nostro ruolo principale è quello di preparare le persone alla possibilità della pace. Generare un linguaggio per quella possibilità. Parliamo il linguaggio del compromesso con dignità, non di un compromesso che prevede un vincitore su un perdente” Il Console Generale francese Nicolas Kassianides ha ribadito questo concetto sottolineando l’impegno della Francia nei confronti della società civile e affermando “Il legame che creiamo con la società civile non è un ripensamento, ma una parte fondamentale della nostra strategia diplomatica per Israele-Palestina.” Kassianides ha parlato del prossimo vertice del G7 e di come l’impulso dato dal lavoro della società civile si stia facendo sentire nei processi ai più alti livelli di governo. «Il contenuto dell’appello di Parigi per la TSS (Trans-Society for Social Services) è stato il fondamento della dichiarazione di New York», ha detto durante il panel. «La società civile israeliana e quella palestinese saranno al centro dell’attività diplomatica che la Francia intende svolgere nel contesto della sua presidenza del G7». “Non si tratta di un’interazione isolata limitata a questi eventi di alto livello”, ha concluso, sottolineando la natura cooperativa e quotidiana del lavoro. “Lavoriamo con voi e vi sosteniamo ogni giorno sul campo. È una relazione quotidiana.” L’ambasciatore dell’UE Michael Mann ha ribadito il sostegno dell’UE alla società civile, facendo eco al successivo annuncio di Kaja Kallas di un ulteriore finanziamento di 8 milioni di euro. “Sosteniamo la società civile, ciò che fate è davvero importante. Il contesto sta diventando sempre più difficile e noi siamo qui per sostenervi finanziariamente e politicamente”, ha affermato durante il dibattito. Questi colloqui sono poi culminati in un ricevimento diplomatico, con oltre 130 diplomatici – tra cui più di 30 capi missione – e oltre 100 portavoce della società civile israeliana e palestinese riuniti nella stessa sala per scambi ancor più diretti. Il compito che ci attende Sulla scia dell’elettrizzante energia dell’evento It’s Time, le migliaia di partecipanti e la forte presenza diplomatica descrivono un quadro molto chiaro. La diplomazia sta facendo progressi. I dati mostrano che l’opinione pubblica di entrambe le parti è più pronta per la pace di quanto il dibattito politico supponga. E sempre più spesso, la società civile viene coinvolta nei processi decisionali. Il compito ora è quello di approfondire tale integrazione, assicurando che la pace non sia solo negoziata a livello politico, ma compresa, sostenuta e, in ultima analisi, difesa dalle persone a cui è destinata. Con l’avvicinarsi del G7, gli oltre 200 membri di ALLMEP sono motivati a continuare in questo slancio verso un mondo migliore per tutti. Fonte: Alliance for Middle East Peace, 1° maggio 2026 Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis. Revisione a cura di Daniela Bezzi Centro Sereno Regis
May 6, 2026
Pressenza
Leopoli, la cultura come diplomazia: la missione italiana che intreccia arte, diritti e ricostruzione
Una missione che parla il linguaggio della cultura prima ancora che quello della politica. È quella che ha portato una delegazione italiana da Milano a Leopoli dal 25 aprile 2026, in un contesto segnato dalla guerra ma anche da una forte volontà di dialogo internazionale e ricostruzione sociale. A guidare il progetto è stata Natalia Siassina, promotrice delle associazioni VITAWORLD, VITAUKR, e TERRE DES HOMMES-ITALIA che hanno costruito un ponte operativo tra Italia e Ucraina attraverso cultura, moda e iniziative sociali. Un lavoro che ha coinvolto istituzioni, artisti e organizzazioni della società civile. La delegazione italiana ha riunito profili istituzionali e culturali diversi: Natalia Siassina, Diana De Marchi, Cristina Giudici, Anna Maria Borando, Alessandro Cini, Edoardo Pagnini, Luca Dall’Olio, l’artista Jean-Philippe, Bruno Neri, Mariela Magallanes, Nurgül Çokgezici e Melissa Nur. A supporto delle attività, un ruolo centrale è stato svolto da Elena Zadiraka, che ha garantito il dialogo tra lingue e contesti diversi. Il programma si è inserito negli “Italian Days – Lviv 2026”, iniziativa dedicata alla promozione della cultura italiana in Ucraina. Tra gli appuntamenti principali, il Fashion Battle – Finale, realizzato dal Fashion College Lviv con Oksana Hodan, in collaborazione con TERRE DES HOMMES-ITALIA e le associazioni promotrici. Accanto alla dimensione creativa, il progetto ha dato spazio a momenti di forte valenza simbolica. La sfilata Fashion for Freedom, ospitata al Politecnico di Leopoli, ha messo al centro il tema della libertà attraverso il linguaggio della moda, mentre la mostra “Athlètes of Art” ha offerto una lettura artistica dell’identità contemporanea in tempi di crisi. Il passaggio istituzionale più rilevante si è svolto al Palazzo della Regione di Leopoli, durante la tavola rotonda “World With Women – Italia–Ucraina”, dedicata al ruolo delle donne nei processi di ricostruzione e sviluppo sostenibile. Un confronto che ha evidenziato la centralità delle politiche di genere nel futuro del Paese. Tra le protagoniste, Solomiya Rybotytska e Dana Mekhedova, che hanno sottolineato i progressi compiuti dall’Ucraina nella partecipazione femminile alla vita pubblica, nonostante il contesto bellico. La delegazione italiana ha ribadito il proprio sostegno a progetti di inclusione sociale e contrasto alla violenza di genere, rafforzando un dialogo già attivo tra Milano e le realtà ucraine. Un impegno richiamato anche da Diana De Marchi, che ha evidenziato l’importanza dell’integrazione lavorativa delle donne ucraine in Italia come parte di un percorso comune. Al di là degli appuntamenti ufficiali, la missione ha restituito l’immagine di una società in trasformazione, dove la componente femminile gioca un ruolo decisivo nella tenuta sociale e nella ricostruzione. In questo contesto, la cultura si conferma uno strumento di diplomazia concreta: non solo rappresentazione, ma relazione. Un linguaggio condiviso che, anche nei momenti più difficili, continua a costruire connessioni tra Paesi e comunità. Mia Ampie Nurgul Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
May 2, 2026
Pressenza
Governo italiano rispetti la Costituzione e promuova cessate il fuoco immediato
Di fronte all’escalation che minaccia di trascinarci in un conflitto mondiale, dopo che Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran e l’Iran ha reagito bombardando nove Paesi della regione e una base militare a Cipro, il governo spagnolo ha segnato una strada che l’Europa intera può percorrere: anteporre il diritto internazionale e la protezione delle popolazioni civili all’uso delle armi. Anche l’Italia può fare lo stesso. Chiediamo al governo italiano di: Rispettare la Costituzione: La nostra Costituzione è chiara: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. L’Italia deve rifiutare ogni coinvolgimento diretto o indiretto in operazioni militari contro l’Iran. Negare l’uso delle basi: Chiediamo che il nostro territorio e le basi militari sul suolo italiano non vengano concessi per operazioni di attacco unilaterale fuori dal diritto internazionale, che servirebbero solo a moltiplicare la sofferenza umana e l’instabilità globale. Promuovere una diplomazia dei diritti: Condannare il regime iraniano colpevole di una repressione interna feroce è un dovere morale, ma farlo attraverso i bombardamenti è una contraddizione insostenibile. La solidarietà verso chi lotta per la propria libertà non si esercita con il lancio di missili che colpiscono indiscriminatamente gli stessi cittadini che si dichiara di voler proteggere. Rifiutare la retorica del “regime change” e della “anticipazione strategica”, che hanno di fatto legittimato negli ultimi vent’anni interventi militari fuori dalla legalità internazionale, portando instabilità cronica e immani sofferenze ai civili e che hanno fatto perdere credibilità all’Occidente di fronte al resto del mondo. Rispettare la legge 185/90, che vieta la vendita di armi a Paesi in guerra, responsabili di violazioni dei diritti umani. Assumere un ruolo di mediazione in Europa: L’Italia può collaborare con il governo spagnolo e farsi promotrice di un cessate il fuoco immediato, adoperandosi per costruire un fronte comune con gli altri Paesi europei.  La guerra non è un destino inevitabile, è una scelta politica. È tempo che l’Italia dimostri che la politica può e deve essere uno strumento di pace, non di distruzione.   Emergency
March 6, 2026
Pressenza
La diplomazia americana tra la Russia e la Cina e la vendetta inglese contro la Germania
L’importanza di una ottima capacità di analisi si vede a distanza di tempo, non nella rissa da talk show, dove tutti cercano di prevalere in quell’ora e il giorno dopo dicono il contrario con altrettanta sicumera. Questo articolo, comparso ormai quasi nove mesi fa, su un giornale da noi distante […] L'articolo La diplomazia americana tra la Russia e la Cina e la vendetta inglese contro la Germania su Contropiano.
December 6, 2025
Contropiano