Grande successo con circa 600 partecipanti al Convegno nazionale dell’Osservatorio “Il Trauma della guerra” a Torino
Si è svolto a Torino venerdì 17 aprile il III Convegno nazionale
dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università,
promosso e sostenuto dell’ente formatore Scuola e Società, che quest’anno ha
inteso affrontare le tematiche della militarizzazione sotto la lente dell’orrore
provocato della guerra, infatti il titolo sul quale le relatrici e i relatori
sono state/i chiamate/i a confrontarsi è stato: Il Trauma della guerra. Tra
storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi.
Dopo le due edizioni precedenti a Roma (qui il convegno del 2024 e qui quello
del 2025), quella di quest’anno a Torino presso la sala del Gruppo Abele è stata
di fatto l’edizione che ha riscosso più successo di pubblico tra le iniziative
organizzate dall’Osservatorio con circa 400 partecipanti online e circa 200 in
presenza. Si tratta di un successo che conferma la scelta di privilegiare una
città che è diventata un interessante laboratorio politico, dopo i fenomeni di
repressione del dissenso e di restrizione degli spazi di democrazia con lo
sgombero del centro sociale Askatasuna. Ma si tratta anche della conferma del
fatto che molte persone si stanno accorgendo di ciò che l’Osservatorio denuncia
da anni, e cioè che l’orizzonte della guerra, che ci stiamo lentamente abituando
ad accettare, necessita di un universo simbolico, di una narrazione mediatica e
di una struttura economica che vengono costruite nelle scuole e nelle
università.
Il convegno, aperto dal saluto di Lucia Bianco, responsabile del Gruppo Abele
che ha ospitato l’evento, e da Giovanna Lo Presti di Scuola e Società, che ha
permesso che il Convegno valesse come aggiornamento per i/le docenti, è stato
introdotto da Roberta Leoni, presidente dell’Osservatorio, la quale ha spiegato
le motivazioni che hanno condotto l’organizzazione a concentrarsi sul tema del
Trauma della guerra in continuità con il il convegno dello scorso anno, di cui
vengono presentati gli atti nel volume Scuole e università di pace. Fermiamo la
follia della guerra.
Il primo contributo del convegno è arrivato da Bruna Bianchi, docente di storia
contemporanea e storia delle donne presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.
La professoressa ha dimostrato quali furono le risposte di coloro che, durante
la Prima Guerra Mondiale, una volta ritrovatisi al fronte, presero coscienza del
loro rifiuto alla guerra. Attraverso una elegante collezione di documentazioni
manicomiali, fotografie e estratti di diari, l’intervento è andato via via
riabilitando la figura del disertore. Un’interessante evoluzione, a livello
collettivo, che partendo dalle psicosi e passando per forme di disobbedienza e
diserzione individuale (e relativa repressione) arriva a una delle ultime foto,
in cui una squadra intera (meno uno) di soldati sorride. Essi hanno disertato
insieme e inviano la foto al loro (ex) comandante! (In fondo trovate le slide
dell’intervento).
Carlo Greppi, storico e scrittore torinese, ha affrontato il tema della guerra
nella sua declinazione di resistenza armata al nazifascismo nel corso della
Seconda guerra mondiale e, in particolare, si è soffermato sulla dimensione
internazionale della resistenza stessa, così come viene delineata in maniera più
circostanziata nel volume Storia internazionale della Resistenza italiana.
Greppi ha evidenziato il nesso tra la lotta antifascista della prima ora e la
strutturazione della resistenza armata.
CARLO GREPPI: «IN GUERRA SI COMBATTE PER LA PATRIA, QUANDO SI RIFIUTA LA GUERRA
SI COMBATTE PER L’UMANITÀ».
A seguire Maurizio Bonati, medico dell’Istituto Mario Negri di Milano,
attraverso ampi passi del suo lavoro scientifico pubblicato ne volume Il cronico
trauma della guerra ha evidenziato con drammatica abbondanza di dati
quantitativi le conseguenze di lungo periodo dei conflitti armati, soffermandosi
sugli effetti di malnutrizione e carestia sui civili, in particolare sui bambini
e le bambine, e mettendo in evidenza il tema della cronicizzazione dei danni
dovuti a questi fenomeni. L’intervento ha permesso di aprire un’ importante
riflessione sulla fame come arma di guerra, fenomeno che risulta di tragica
attualità nella striscia di Gaza. (In fondo trovate le slide dell’intervento).
Don Nandino Capovilla, parroco a Marghera e autore con Betta Tusset del volume
Sotto il cielo di Gaza, portando sulle spalle una kefiah palestinese, ha
costruito il suo intervento partendo da una foto (in basso) che aveva comprato
anni fa nella libreria di Gerusalemme, già allora bersaglio di ripetuti attacchi
israeliani. La foto ritraeva due bambine a scuola in un Campo di Rafah nel 1979,
entrambe con una mano alzata a chiedere la parola, perché hanno qualcosa da
dire. L’immagine evoca un diritto alla scuola brutalmente calpestato, da cui
traspare la durezza di una realtà dove le scuole e le università vengono
appositamente colpite e poi riempite di mine, in un atto ragionato e deliberato
che porta don Nandino a parlare di scolasticidio. Anche don Nandino, come altre
relatrici e relatori, mostra la volontà di rinascita e resistenza in questa
realtà, infatti, tenendo una “mano alzata”, anche lui come le bambine, e
leggendo qualche riga di Hanno ucciso Habibi di Shrouq Aila narra di un popolo
che, nonostante tutto, continua a studiare e crescere.
Dalle parole di Luigi Daniele, docente universitario presso l’Università degli
studi del Molise ed esperto di diritto dei conflitti armati, traspare come il
genocidio nel territori occupati palestinesi segni la fine di tre secoli di
pensiero politico. Oggi guerra, terrorismo di Stato e genocidio sono una cosa
sola: sono la forma in cui gli Stati moderni occidentali perseguono i proprio
interessi nazionali. Ma la “democrazia” esiste ancora e anzi si definisce
proprio come antitetica a tutto questo, sia come fine sia come mezzo, in un
finale di presentazione che ci anima e tanto ci ricorda Les Justes di Albert
Camus.
LUIGI DANIELE: «NON ESISTE UNA GUERRA PER DIFENDERE LA DEMOCRAZIA. GUERRA E
DEMOCRAZIA SI COMBATTONO SEMPRE, TALVOLTA ALL’ULTIMO SANGUE. LA GUERRA È IL
TERRENO PIÙ FERTILE DEI TOTALITARISMI».
Partendo da alcune citazioni dei precedenti interventi, e chiudendo con La
guerra che verrà (1939) di Bertold Brecht, Francesco Schettino, docente di
economia politica, ha guardato al tema del trauma della guerra attraverso una
lente economica, dal momento che sistema economico capitalistico trova sempre il
modo di risolvere le proprie crisi attraverso la guerra. Schettino ha mostrato e
motivato la presenza di una crisi globale attuale che altro non è che un
tentativo statunitense di mantenere una supremazia economica già perduta
all’inizio degli anni 2000 a favore della Cina, aggiungendo ancora un tassello
alla pluralità di sguardi del convegno. ((In fondo trovate le slide
dell’intervento).
Infine, Serena Tusini, docente e tra le fondatrici dell’Osservatorio contro la
militarizzazione delle scuole e delle università, ha illustrato i meccanismi
attraverso i quali la leva sta tornando in diversi Paesi europei. Facendo
riferimento ai concetti di difesa totale e di resilienza, ha sottolineato come
la distinzione tra civile e militare sia superata all’interno di un processo d
israelizzazione delle nostre società. L’obiezione di coscienza nelle sue forme
storiche non è più dunque praticabile e occorre trasformarla in obiezione
totale, così come occorre trasformare la resilienza in resistenza.
Davanti ad uno scenario geopolitico decisamente cambiato rispetto al passato,
dunque, in cui le vecchie categorie sono state sostituite da nuove e in cui
l’ordine mondiale si regge su un sistema politico ed economico che fa affari con
la guerra, occorre che la società civile si decida ad assumere prese di
posizione più radicali per fermare il Trauma della guerra. E anche davanti alla
necessità di difendere la Patria, quando la Patria è governata da chi si lancia
nell’offesa della Patria degli altri, sarebbe il caso, come suggerisce in
chiusura Michele Lucivero, docente e attivista tra i fondatori
dell’Osservatorio, di ritornare a leggere le parole che don Lorenzo Milani
indirizzava nel 1965 ai cappellani militari:
Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto (…) di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.
Qui alcune immagini del Convegno Il Trauma della guerra. Tra storia, economia,
diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi a Torino.
In fuga dalla guerraDownload
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UN SENTITO RINGRAZIAMENTO VA ALLE RELATRICI E AI RELATORI CHE HANNO ACCETTATO DI
PARTECIPARE AL NOSTRO CONVEGNO NAZIONALE, MA ANCHE ALLE CIRCA 600 PERSONE CHE
HANNO SEGUITO E APPREZZATO L’INIZIATIVA. IL VOSTRO SUPPORTO, ANCHE CON UNA
PICCOLA DONAZIONE, È FONDAMENTALE PER CONTINUARE A LAVORARE NELLA DIREZIONE
PACIFISTA E ANTIMILITARISTA.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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