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Nakba infinita
Nakba A pochi giorni dall’anniversario della Nakba del 15 maggio 1948, ieri, una giornata che ha registrato 43 attacchi militari dell’esercito contro la popolazione palestinese in Cisgiordania e Gerusalemme occupate. I rastrellamenti hanno portato all’arresto di oltre 80 palestinesi in carcere. Anche i coloni ebrei israeliani non sono rimasti con le mani in mano. 31 attacchi contro case, serre agricole e terreni palestinesi. Il più grave è avvenuto a Kafr Malik, vicino a Ramallah: i coloni hanno devastato un allevamento di bestiame e rubato 80 pecore. Sotto la protezione dell’esercito. La distruzione dell’economia palestinese fa parte del piano sionista di deportazione dei palestinesi nativi dalle loro terre per far spazio ai coloni arrivati da ogni dove. Lo ha dichiarato esplicitamente il ministro fascista Smotrich: “Vi abbiamo colpito nella cosa più sacra che avete: gli ulivi centenari. Non c’è spazio per voi. Andatevene, se volete salvare la pelle!  Noi stiamo costruendo ‘la Terra d’Israele’ ed eliminando il progetto dello Stato palestinese”. Farhan Haq, vice portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato, citando rapporti dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), che quasi 40.000 palestinesi sono stati deportati in tutta la Cisgiordania dall’inizio dello scorso anno (2025) ad oggi, a causa delle pratiche israeliane. I colonialisti israeliani non lasciano in pace neanche i morti in cimitero Esercito di occupazione e coloni ebrei israeliani hanno imposto ad una famiglia palestinese di disseppellire il corpo di un loro defunto dal cimitero. È avvenuto ieri nel villaggio di Assa’sa, vicino a Jenin. I coloni del vicino insediamento illegale di “Sa-Nur” hanno attaccato il corteo funebre, lanciando pietre e danneggiando i veicoli, nonostante la presenza sul posto delle forze dell’esercito di occupazione. Non contenti della bravata, i coloni hanno iniziato a scavare nel cimitero e quando la popolazione del villaggio ha tentato di impedire loro lo scempio, i soldati sono intervenuti, imponendo alla famiglia di spostare il corpo, se non volevano che venisse profanato e buttato lontano senza rispetto per i defunti. Sotto questa pressione e minaccia, sette giovani della famiglia sono stati costretti a recuperare il corpo e a trasportarlo per una nuova sepoltura nel vicino villaggio di Funduqmiya. La motivazione dei sionisti è che la tomba è troppo vicina all’avamposto coloniale illegale. I palestinesi sono sottoposti ad un regime di Apartheid anche da morti. Haaretz.com su X: “Israeli settlers force Palestinians to exhume body buried near West Bank settlement https://t.co/HyjZggkJRL” / X Nostra vergogna! Il Parlamento europeo ha votato per il congelamento del sostegno finanziario all’istruzione in Palestina. Con 418 voti favorevoli, 207 contrari e 14 astensioni. Tra le richieste dell’Unione Europea alle modifiche dei testi scolastici palestinesi, c’è la rimozione dei riferimenti a Jaffa come “antica città palestinese”. Un’altra richiesta è quella di cambiare, nei libri scolastici, il testo dell’inno nazionale palestinese. Inoltre le richieste esose dell’UE sono arrivate a imporre la cancellazione del testo di una canzone tradizionale antica mediorientale risalente a molto prima della nascita di Israele (Ala Dalouna), che parla dell’importanza della terra e della necessità di difenderla. Il ministero dell’istruzione dell’ANP aveva accettato, a gennaio, le richieste, ma la pubblicazione della lettera che comunicava la sottomissione alle imposizioni UE/israeliane ha fatto fallire l’atto di collaborazionismo e di falsificazione della storia e della verità. Invece di applicare le sanzioni sui genocidari israeliani, la “civile Europa” cancella gli aiuti all’istruzione in Palestina. Due pesi e due misure. Il danno politico maggiore è stato il voto di alcuni parlamentari del PD a favore delle sanzioni contro la Palestina.   ANBAMED
May 10, 2026
Pressenza
15-16 maggio: sciopero generale congiunto per la Palestina, commemorando la Nakba
L’escalation bellica provocata da Israele e dagli alleati in Medio Oriente va fermata: “Non accettiamo forme di complicità”. Il rapimento degli attivisti, le violazioni del diritto internazionale: “Che il Governo Italiano agisca contro i crimini sionisti in corso a tutela dei cittadini e per il rilascio dei due attivisti, a cui è prolungato il fermo di ulteriori 6 giorni”. La delegazione italiana di Global Sumud Flotilla rilancia l’appello lanciato dai lavoratori per la costruzione di uno sciopero generale unitario contro la guerra, il riarmo, e in solidarietà al popolo palestinese. La chiamata allo sciopero nasce in un momento di estrema gravità: dopo l’intercettazione, il rapimento e il trasferimento nel carcere di Ashkelon per Thiago Àvila e Saif Abukeshek il tribunale israeliano ha prolungato di altri 6 giorni il fermo: i due attivisti si trovano intanto ancora in sciopero della fame, maltrattati e trattenuti senza la formalizzazione di accuse di reato, ma sulla base di sospetti volti a criminalizzare l’attività umanitaria e pacifica della missione della flottiglia civile, screditata anche dal Governo Italiano e dai suoi esponenti. Malgrado il sequestro della Flotillla sia avvenuto in acque internazionali e Avila e Abukeshek si trovassero su una imbarcazione italiana, il nostro governo non ha avviato alcuna iniziativa diplomatica chiara volta a sanzionare la gravissima violazione sionista del diritto internazionale né ha risposto alle numerose richieste di interventi a tutela dei due attivisti. Questi eventi non sono isolati, ma si inseriscono pienamente nella politica coloniale, imperialista e genocidiaria portata avanti dell’entità sionista e sostenuta dalla complicità attiva e passiva degli Stati alleati, inclusi i governi europei e quello italiano. Nelle stesse ore è continuata l’aggressione statunitense-sionista nel sud del Libano, l’espansione coloniale in Cisgiordania e la più recente forzatura contro l’Iran a seguito dei negoziati, con le azioni a sostegno del “Project Freedom” e le forze militari a stelle e strisce che continuano ad applicare il blocco navale sui porti iraniani: “Le dinamiche preoccupano per una rinnovata escalation bellica strettamente connessa alla trasformazione delle nostre società: mentre si moltiplicano le risorse destinate all’industria militare, si smantella lo stato sociale – affermano i portuali – L’assedio imposto alla Palestina è lo stesso che incatena i lavoratori ovunque. È parte della la stessa logica di un’economia di guerra che produce morte tanto nei territori occupati quanto nei luoghi di lavoro”. Di fronte all’estendersi dei conflitti globali, all’aumento del costo della vita, al peggioramento delle condizioni salariali e alla repressione crescente del diritto di sciopero, non possiamo permetterci divisioni, quanto piuttosto ricostruire un fronte unitario delle lavoratrici e dei lavoratori, capace di opporsi alla guerra, al riarmo e alla repressione, dentro e fuori i luoghi di lavoro, ricalcando la coesione delle mobilitazioni dell’autunno scorso, e dare seguito agli impegni assunti in solidarietà ai popoli oppressi, anche in vista della commemorazione della Nakba del 15-16 maggio, per la liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi, in Italia e nei territori palestinesi occupati. E’ necessaria una mobilitazione collettiva che esiga dai governi italiano ed europei: * il rispetto del diritto internazionale e che condanni l’escalation delle violazioni messe in atto da “Israele”; * il rilascio immediato degli attivisti sequestrati illegalmente; * l’attivazione di misure reali quali sanzioni ed embargo e l’interruzione di tutti gli accordi con Israele; * la messa in atto di azioni a garanzia della sicurezza degli attivisti e di tutti i cittadini nell’avanzata bellica in corso. Come è già accaduto il 3 ottobre scorso, dobbiamo rinnovare l’impegno a combattere l’economia di guerra, cardine imprescindibile dell’ideologia sionista coloniale, con l’urgenza di mobilitarzione determinata e unitaria, tra movimenti sociali e organizzazioni sindacali, sugli obiettivi di lotta al riarmo e di solidarietà con la Palestina, per tutti i popoli oppressi. Chiediamo all’intera compagine sindacale di intraprendere un dialogo intersindacale e di convocare uno sciopero generale unitario, per la Palestina, per la liberazione di Saif e Thiago e di tutti i prigionieri politici palestinesi, assecondando la richiesta di mobilitazione urgente a livello internazionale. PER LA LOTTA AL RIARMO E L’INTERRUZIONE DEI RAPPORTI EU-ISRAELE! PER IL RILASCIO DI THIAGO E SAIF! PER LA LIBERAZIONE DI TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI! FERMIAMO I CRIMINI E LE VIOLAZIONI SIONISTE! Petizione per lo sciopero generale: > La chiamata allo sciopero generale parte ancora una volta con l’appello dei > portuali di Livorno e di Genova: la flottiglia è di nuovo stata bloccata con > un atto di pirateria del governo genocida di Israele. Questa è una chiamata > per convergere subito su una mobilitazione unitaria, come quella del 3 > ottobre. > > Le organizzazioni sindacali devono promuovere la lotta e l’unità per dare > continuità agli impegni che pubblicamente hanno preso, contro il riarmo e in > solidarietà alla Palestina e ai popoli oppressi, perché la determinazione dei > lavoratori e degli studenti non arretra: non farlo significherebbe fare un > passo indietro rispetto a quello che abbiamo faticosamente costruito dopo il 3 > ottobre. > > La determinazione dei lavoratori non si arresta, né contro l’ondata di > repressione, né contro la repressione che subiamo sui posti di lavoro. > L’assedio posto alla Palestina è lo stesso che ci incatena ovunque, anche > nelle aziende, perché vuol dire alimentare un’economia di guerra, che per noi > si traduce in precarietà delle nostre vite: troppe aziende lucrano sulle > nostre morti, sia le morti sul lavoro che quelle tra le vittime civili > palestinesi e libanesi, che sono figlie della stessa logica dell’odioso > sistema capitalista che governa e impone al mondo violenza e odio. > > Questa stessa economia di guerra vuol dire soprattutto chiudere ospedali qui e > distruggerne a Gaza, vuol dire ricatto tra lavorare per la guerra o fare la > fame. > > La Palestina è in ognuno di noi lavoratori, perché la nostra determinazione > non è devota all’immobilismo, né ai tempi diplomatici. > > Per lo sciopero generale. Global Sumud Flotilla
May 5, 2026
Pressenza
9 aprile 1948: Massacro di Deir Yassin, l’inizio della Nakba
9 aprile 1948: Massacro di Deir Yassin, probabilmente «l’episodio più importante dell’Operazione Nahshon» (Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Rizzoli, 2001). All’interno del Piano Dalet, il piano sionista di pulizia etnica della Palestina, l’Operazione Nahshon mira a rompere l’assedio di Gerusalemme. Intorno all’antica città palestinese, infatti, sono presenti milizie irregolari palestinesi locali e volontari dell’Esercito Arabo di Liberazione, Jaysh al-Inqadh al-Arabi, che minacciano la circolazione dei rifornimenti agli avamposti ebraici in un territorio a forte presenza palestinese. Su ordine del futuro primo ministro israeliano Menachem Begin, l’organizzazione paramilitare Irgun, attacca il villaggio palestinese di Deir Yassin uccidendo tantissime persone. I primi resoconti parleranno di almeno 250 persone assassinate dai sionisti. Scrive ancora lo storico israeliano Benny Morris: «Nel 1948, soldati che avevano partecipato all’attacco, osservatori e giornalisti scrissero che almeno 254 abitanti del villaggio erano stati uccisi quel giorno. Quasi tutti avevano interesse a sottolineare la gravità delle perdite civili arabe: la Haganah per screditare l’Irgun e l’LHI [Banda Stern], gli arabi [cioè i palestinesi] e i britannici a scopo di propaganda antisionista, e l’Irgun e l’LHI per terrorizzare gli arabi palestinesi e spingerli a lasciare il paese. Tuttavia recenti studi storici arabi ed ebraici corroborati da interviste suggeriscono che le vittime furono probabilmente da 100 a 110» (B. Morris, Vittime, cit.).Siamo nel periodo tra l’adozione della Risoluzione 181 da parte dell’ONU, 29 novembre 1947, e la proclamazione della nascita dello Stato di Israele, 14 maggio 1948. Per comprendere meglio quel periodo storico, riporto un brano del professor Lorenzo Kamel, docente anche di Storia del Medio Oriente all’Università di Torino. «L’Onu, succeduta alla Società delle Nazioni, venne fondata in data 26 giugno 1945. Appena due anni dopo, in una fase storica in cui l’India si avvicinava all’indipendenza [dal Regno Unito] e la Guerra fredda era agli albori, le autorità britanniche si vedevano costrette a mantenere in Palestina circa 100.000 soldati. Erano sovente presi di mira da gruppi paramilitari sionisti come l’Irgun, guidato da Menachem Begin (1913-1992), e la Banda Stern, capeggiata da Yitzhak Shamir (1915-2012). I vertici di tali gruppi consideravano il terrorismo come una forma di lotta legittima: erano infatti persuasi che “il tempo in cui si potevano impunemente perseguitare gli ebrei è finito; abbiamo imparato la lezione della storia e risponderemo alla forza con la forza, al terrore con il terrore”» (Lorenzo Kamel, Israele-Palestina in trentasei risposte, Einaudi, 2025). Coerente la contestualizzazione del massacro che fa lo storico israeliano Ilan Pappé. Dopo aver scritto del “Piano Dalet”, che costituisce il programma sionista per la pulizia etnica della Palestina, Pappé così descrive il tragico episodio del massacro di Deir Yassin: «La natura sistematica del Piano Dalet fu evidente a Deir Yassin, un villaggio pastorale e amico che aveva sottoscritto un patto di non aggressione con l’Haganà a Gerusalemme, ma che fu condannato a essere distrutto perché si trovava all’interno dell’area destinata all’epurazione. A causa dell’accordo preventivamente firmato con il villaggio, l’Haganà, per liberarsi da qualsiasi responsabilità ufficiale, decise di inviare l’Irgun e le truppe della Banda Stern [Haganà, Irgun e Banda Stern sono formazioni paramilitari sioniste, espressamente terroristica la Banda Stern, che dopo la proclamazione dello Israele confluiranno nell’esercito del nuovo Stato.] Nelle successive epurazioni di villaggi “amici” faranno a meno anche di questo stratagemma. Il 9 aprile 1948 forze ebraiche occuparono il villaggio di Deir Yassin situato su una collina a ovest di Gerusalemme, ottocento metri sul livello del mare e vicino all’insediamento ebraico di Givat Shaul. La vecchia scuola del villaggio funge oggi da ospedale psichiatrico per quel quartiere ebraico che si è sviluppato sull’area del villaggio distrutto. Come irruppero nel villaggio, i soldati ebrei crivellarono le case con le mitragliatrici, uccidendo molti abitanti. Le persone ancora in vita furono radunate in un posto e ammazzate a sangue freddo, i loro corpi seviziati, mentre molte donne vennero violentate e poi uccise. Fahim Zaydan, che all’epoca aveva dodici anni, così ricorda l’esecuzione della sua famiglia davanti ai suoi occhi: “Ci portarono fuori uno dopo l’altro; spararono a un uomo anziano e quando una delle sue figlie si mise a piangere spararono anche a lei. Poi chiamarono mio fratello Muhammad e gli spararono davanti a noi, e quando mia madre gridò chinandosi su di lui, con in braccio la mia sorellina Hudra che stava ancora allattando, spararono anche a lei”. Spararono anche allo stesso Zaydan, insieme a un gruppo di bambini allineati contro un muro che gli ebrei crivellarono di colpi “solo per divertimento” prima di andarsene. Fu fortunato a sopravvivere nonostante le ferite. […] Tra le persone massacrate a Deir Yassin vi erano trenta neonati» (Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore, 2008). 1 Per avere qualche altro dettaglio dei crimini commessi dai sionisti a Deir Yassin, torno alle parole di Benny Morris: «Deir Yassin è ricordata assai meno in quanto operazione militare, che per le atrocità commesse dalle truppe dell’IZL [Irgun Zvai Leumi, Organizzazione Militare Nazionale] e dell’LHI [Lohamei Herut Israel, Combattenti per la libertà d’Israele, o Banda Stern dal nome del fondatore Avraham Stern] durante e subito dopo la battaglia: intere famiglie crivellate di colpi e frammenti di granate, e sepolte sotto le macerie delle loro case, uomini, donne e bambini falciati mentre fuggivano dalle abitazioni, prigionieri passati per le armi. E dopo la battaglia gruppi di vecchi, donne e bambini trasportati su autocarri scoperti per le vie di Gerusalemme Ovest in una sorta di “trionfo” nello stile dell’antica Roma, prima di essere “scaricati” nella parte orientale (araba) della città» (B. Morris, Vittime, cit.). Diverse testimonianze dell’epoca raccontano anche di ragazze palestinesi violentate e poi uccise dai paramilitari dell’Irgun, e di altri esempi di «estrema spietatezza». Il massacro di Deir Yassin segna l’inizio della Nakba. Su questa terribile strage pare che esistano almeno due documentari. Uno Deir Yassin Remembered, documentario del 2006. Realizzato da b.h. Yael, artista e regista canadese di origine israeliana, che esplora il massacro del 1948 e le sue ripercussioni sulla memoria collettiva. Include interviste a sopravvissuti palestinesi e analizza come il sito del villaggio sia stato riutilizzato, sollevando questioni etiche sulla commemorazione. Un altro è Born in Deir Yassin, del 2017, diretto dalla regista israeliana Neta Shoshani. È ritenuto il lavoro più completo e scioccante uscito negli ultimi anni. Shoshani ha passato lungo tempo a combattere contro la censura militare israeliana per ottenere l’accesso alle foto d’archivio, che sono ancora secretate. Il film contiene testimonianze dirette e agghiaccianti degli ex membri dell’Irgun e del Lehi, o Banda Stern, che parteciparono all’attacco, oltre a mostrare come le case del villaggio facciano oggi parte dell’ospedale psichiatrico di Kfar Shaul. Esistono diversi brevi video-documentari prodotti da emittenti come Al Jazeera, nella serie Al Nakba, che dedicano intere puntate o segmenti molto lunghi ed estremamente dettagliati ai sopravvissuti di quel giorno, spesso con ricostruzioni cartografiche del villaggio. Non ho potuto consultare questi materiali audiovisivi, che non mi risulta siano stati doppiati o tradotti in italiano. Yassin. Lorenzo Kamel ci informa che «418 villaggi palestinesi (531 se si conteggiano anche quelli beduini) vennero eliminati dalle carte geografiche. Molti di essi furono rasi al suolo, mentre una minoranza venne “ebraicizzata” nella popolazione e nei nomi. In non pochi casi questi ultimi riprendevano le denominazioni dei villaggi palestinesi preesistenti. Ad esempio, Bayt Dajan venne ribattezzato con il nome di Beit Dagan, il kibbutz Sasa fu costruito sulle ceneri del villaggio di Sa’ sa’, Amka’ sulla terra dell’insediamento di Amqa. In diversi casi il Jewish National Fund fece piantare delle foreste sui villaggi spopolati» (L. Kamel, Israele-Palestina in trentasei risposte, cit.). I responsabili del massacro di Deir Yassin non sono mai stati indagati o incriminati in Israele. Addirittura, le milizia paramilitari coinvolte sono state sciolte per confluire nell’esercito di occupazione israeliano, l’IDF. Ben due comandanti di quei gruppi paramilitari stragisti, Menachem Begin dell’Irgun e Yitzhak Shamir della Banda Stern, diventeranno Primi Ministri: Menachem Begin dal 1977 al 1983, e Yitzhak Shamir dal 1983 al 1984 ed ancora dal 1986 al 1992. Come si può notare da questo orribile e tragico episodio, l’infanticidio ed il massacro di persone disarmate non sono pratiche che l’esercito di occupazione israeliano abbia scoperto soltanto dopo il 7 ottobre 2023, ma risalgono addirittura alle formazioni paramilitari e terroristiche che hanno preceduto la nascita dello Stato di Israele nelle terre rubate ai palestinesi. Dopo il 7 ottobre 2023 abbiamo assistito ad una nuova accelerazione, ad un intensificarsi della pulizia etnica della Palestina, il cui inizio risale a tre quarti di secolo fa. La Bottega del Barbieri
April 11, 2026
Pressenza