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Bolivia: la CIDH ha incontrato il governo e chiede di garantire i corridoi umanitari
Il Segretariato esecutivo della Commissione interamericana per i diritti umani (CIDH) ha incontrato il viceministro degli Affari esteri della Bolivia, Carlos Paz Ide, e i rappresentanti della Missione permanente della Bolivia presso l’OAS, nel contesto delle proteste sociali contro i decreti anticostituzionali emanati dal governo. In un comunicato, la CIDH ha sottolineato che “lo Stato deve garantire il diritto di protesta e, di fronte a blocchi prolungati che compromettono il diritto alla vita, alla salute o all’approvvigionamento alimentare, dare priorità al dialogo politico e assicurare che l’uso della forza sia l’ultima risorsa”. Ha inoltre chiesto ai manifestanti di garantire corridoi umanitari per l’ingresso di generi alimentari e per le emergenze mediche. Le proteste, alle quali partecipano lavoratori, contadini e popolazioni indigene, si stanno svolgendo in città come La Paz, El Alto, Oruro, Potosí, Cochabamba e altre, con quasi 50 punti di blocco in tutto il Paese, ai quali si stanno aggiungendo sempre più manifestanti. Il Difensore del Popolo ha segnalato più di 100 arresti, 19 aggressioni contro la stampa e si contano almeno tre morti nel contesto delle manifestazioni. «Ci sarà un dialogo a condizione che il governo si impegni a non vendere le risorse naturali della Bolivia, come il litio, l’acqua dolce, le miniere, le nostre terre rare. Questo governo ha un pacchetto di privatizzazione di queste risorse. La popolazione chiede le dimissioni del presidente perché ha ingannato gli elettori durante la campagna elettorale e ora emana decreti anticostituzionali con l’intento di espropriare le terre per consegnarle alle élite terriere di Santa Cruz. «Vogliono le dimissioni, affinché il vicepresidente assuma la carica attraverso la successione costituzionale», ha sottolineato Cecilio Illasaca, attivista ed ex coordinatore del viceministero della Decolonizzazione e della Depatriarchalizzazione nel governo di Evo Morales. Foto: . Redacción Perú
May 22, 2026
Pressenza
La Bolivia scende in piazza contro la restaurazione neoliberista
Sono ormai tre settimane che in Bolivia è in corso una rivolta popolare caratterizzata da scioperi, mobilitazioni di massa e blocchi stradali che coinvolgono popolazioni indigene, contadini, operai, minatori, insegnanti e giovani, in rivolta contro le politiche neoliberiste imposte dal presidente Rodrigo Paz Pereira. Chiedono le sue dimissioni. Ieri 19 maggio, a poco più di sei mesi dall’insediamento di Paz alla presidenza, il Paese si è svegliato con decine di blocchi stradali in almeno sei dipartimenti (La Paz, Oruro, Potosí, Chuquisaca, Cochabamba e Santa Cruz). La protesta, che coinvolge ampi settori della società boliviana, è contro una serie di misure di austerità che colpiscono principalmente i settori più vulnerabili della nazione. Attraverso decreti e riforme di bilancio, come il decreto 5503, sono stati bloccati i sussidi (come quello sui carburanti), è stata drasticamente ridotta la spesa pubblica e si prevede un massiccio ridimensionamento dello Stato (congelamento degli stipendi e delle nuove assunzioni), sono state adottate misure per deregolamentare ulteriormente il mercato, consegnando terra, territori e beni comuni al capitale transnazionale. Questo “piano di austerità” ha scatenato la protesta sociale, che si è intensificata ed è diventata sempre più massiccia man mano che il governo ha inasprito le posizioni e scatenato la repressione. Finora si segnalano più di 150 persone arrestate, almeno 50 ferite e già un morto tra i manifestanti. Sono stati emessi mandati di arresto contro Mario Argollo, dirigente della Centrale operaia boliviana (Cob), David Quispe, dirigente della Confederazione sindacale unica dei lavoratori della Bolivia (Csutcb), Justino Apaza, vicepresidente della Confederazione nazionale delle associazioni di quartiere della Bolivia (Conaljuve). Sono stati emessi mandati di arresto anche contro il leader contadino Héctor Huacani, il senatore supplente Nilton Condori e il leader dei “ponchos rojos” di El Alto, Winston Genio. Le accuse a loro carico sono di istigazione a delinquere, associazione illecita, terrorismo, finanziamento del terrorismo, attentati contro la sicurezza dei mezzi di trasporto e dei servizi pubblici. Sotto tiro anche l’ex presidente Evo Morales, il quale, dal suo account su X, denuncia il piano orchestrato dagli Stati Uniti e messo in atto da Rodrigo Paz. «Gli Stati Uniti hanno ordinato al governo di Rodrigo Paz di eseguire un’operazione militare, con il sostegno della DEA e del Comando Sud, per arrestarmi e uccidermi». Indica anche altri attori del presunto piano omicida, tra cui l’ex ministro Carlos “Zorro” Sánchez, il viceministro della Difesa Sociale, Ernesto Justiniano, e l’argentino Fernando Cerimedo. Intervistato nel programma Geopolítica desde la Aldea, il giornalista ed ex deputato boliviano Sergio de la Zerda analizza il contesto in cui si inserisce questa nuova rivolta popolare. «Stiamo vivendo un nuovo processo insurrezionale contro le politiche neoliberiste imposte da Rodrigo Paz, che intende ripristinare quelle misure che abbiamo subito per vent’anni (1985-2005) e che hanno sprofondato il Paese nella miseria», spiega il giornalista. Tra il 2006 e il 2018, con i governi di Evo Morales, la Bolivia ha vissuto un processo di trasformazione economica e sociale molto importante, con una massiccia riduzione della povertà estrema (dal 38,2% al 15,2%). Il colpo di Stato del 2019, la sua sconfitta alle elezioni del 2020 e le forti contraddizioni che hanno caratterizzato il governo di Luis Arce e del Movimento al Socialismo (MAS) hanno spianato la strada alla vittoria elettorale della destra boliviana. Per De la Zerda, in soli sei mesi i boliviani hanno assistito al sistematico mancato rispetto delle promesse elettorali del presidente Paz.  «Ha iniziato eliminando le imposte sulle grandi fortune, ha chiesto prestiti milionari a istituzioni finanziarie multilaterali, ha emesso decreti che tagliavano i sussidi, ha portato nel Paese ‘benzina scadente’ che ha danneggiato gran parte del parco veicoli nazionale ». Inoltre, continua il giornalista, ha permesso che le piccole proprietà in mano a contadini siano ora preda di latifondisti e banchieri. «Tutto questo ha scatenato la protesta a cui assistiamo da quasi un mese. Le mobilitazioni sono massicce e il governo, invece di convocare un tavolo di dialogo, ha scelto la persecuzione e la repressione. Nonostante gli attacchi, sottolineiamo questo spirito di insurrezione popolare in opposizione a un ritorno al neoliberismo e a una Bolivia per pochissimi». Per l’ex parlamentare, non c’è alcun dubbio che dietro l’imposizione di un ritorno al passato ci siano il governo e il grande capitale statunitense. «La Bolivia possiede la prima riserva mondiale di litio, il nostro settore minerario continua a essere importante per quanto riguarda stagno, rame, oro e terre rare. Purtroppo, tutto questo sembra essere messo in discussione attraverso accordi oscuri e segreti con governi stranieri e multinazionali, compresi gli idrocarburi che erano stati nazionalizzati dal governo di Evo Morales». Non è un caso, quindi, che contro la protesta sociale e in difesa del presidente boliviano si siano pronunciati, con un comunicato congiunto, otto paesi latinoamericani[1] tra i più sottomessi alle politiche statunitensi. «Di fronte a questi piani e al clima di insicurezza che si è creato negli ultimi mesi, il popolo si è indignato, ha reagito e ha deciso di porre fine a tutto ciò. È un processo di indignazione che è andato crescendo e che ora si esprime nelle strade e viene brutalmente represso». Contro la repressione si è pronunciata ALBA Movimientos. «Il sangue versato nelle strade della Bolivia è responsabilità diretta di un governo che, subordinato agli interessi delle élite imprenditoriali e dell’imperialismo statunitense, ha deciso di rispondere con la violenza alle legittime rivendicazioni popolari». Per l’organizzazione continentale, ciò che sta accadendo in questi giorni non è frutto del caos, né di una presunta cospirazione anti governativa come vogliono far credere i media mainstream al soldo delle élites imprenditoriali, bensí «la conseguenza diretta di un progetto neoliberista e antipopolare che mira a privatizzare i beni comuni, mercanteggiare la terra, consegnare le risorse strategiche e scaricare la crisi economica sulle spalle del popolo lavoratore». In questo senso, il governo boliviano non solo rappresenta un progetto di restaurazione conservatrice subordinato agli interessi degli Stati Uniti, delle multinazionali e degli organismi finanziari internazionali, ma «l’allineamento a tali interessi e l’attacco alle conquiste popolari fanno parte di una strategia continentale per ricolonizzare la Nostra America». Oltre a condannare con forza gli omicidi, gli arresti arbitrari e la militarizzazione, ALBA Movimientos esige la cessazione immediata della repressione e denuncia «il silenzio complice degli organismi internazionali e dei governi della regione di fronte alla violenza esercitata contro il popolo boliviano». Lancia infine un appello alle forze vive del continente affinché moltiplichino le azioni di solidarietà con la Bolivia e denuncino a livello internazionale la violenza del governo. «La lotta del popolo boliviano è la lotta di tutta la Nostra America. Perché di fronte all’avanzata del fascismo, del neoliberismo e dell’imperialismo, l’unica via d’uscita è maggiore organizzazione popolare, unità continentale e lotta». «Sono convinto che se Rodrigo Paz insisterà sulla strada dei suoi predecessori neoliberisti, gli andrà molto male. Il popolo boliviano non tollera più i massacri ed è molto attento alle conquiste sociali ottenute in decenni di lotta», conclude De la Zerda. [1] Argentina, Cile, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras, Panama, Paraguay e Perù Fonte: LINyM (spagnolo) Giorgio Trucchi
May 20, 2026
Pressenza
Shield of the Americas
Pubblichiamo –  in due puntate (la seconda la settimana prossima, NDR) –  questo speciale  di INFO-AIT sul progetto imperialista Usa, targato Trump, diretto verso l’America Latina. Nella prima parte, si approfondirà il progetto “Shield of America” e il nuovo corso interventista degli Stati Uniti. Nella seconda parte ci si concentrerà sulla portata politica della nuova fase apertasi con il rapimento