Valentina Maini / John Berger in laguna
Romanzo lagunare e sull’arte, Alaska promette a ogni pagina di essere anche
qualcosa di più, per una sorta di impulso trascendente, sostenuto quasi
unicamente dalla forza della scrittura. Ed è un proposito spesso mantenuto;
d’altra parte, Valentina Maini si era già segnalata all’esordio, La mischia
(2020, Bollati Boringhieri), per una lingua assai viva e rigogliosa, e al tempo
stesso controllata e flessibile rispetto alle esigenze architettoniche della
forma-romanzo. In quel caso, Maini aveva proposto una sorta di “storia europea
della violenza contemporanea” attraverso il prisma della storia basca nel primo
scorcio di ventunesimo secolo; Alaska è una narrazione apparentemente più
localizzata nel microcosmo veneziano, eppure, com’è già stato anticipato,
presenta altrettante tendenze allo sconfinamento, sia tematico che formale.
Non ci si limita, infatti, alla narrazione della relazione adulterina tra Maia,
giovane artista iscritta all’Accademia di Belle Arti, e Sergio, pescatore di
barena – relazione che si intreccia ad altre amicizie e frequentazioni sessuali,
senza per questo impigliarsi nelle reti di quel ménage à trois che ha una
tradizione tutto sommato borghese (e, quindi, di una narrazione che potrebbe
risultare infine monocorde, se non anche stucchevole). Se nella prima parte del
romanzo, molte pagine sono effettivamente dedicate ai dettagli psicologici ed
esistenziali del rapporto tra Sergio e Maia – con affondi notevoli, ad esempio,
sull’amore come “indietreggiamento” – è pur vero, d’altra parte, che Alaska
sembra costruito per smentire i truismi sull’arte, e dunque anche sulla
letteratura, delle lezioni dell’Accademia seguite da Maia, dove «quasi tutti i
discorsi […] avevano a che fare con la passione erotica tra un uomo e una
donna».
Dopo l’esplosione nella prima parte, infatti, la relazione tra Sergio e Maia
regredisce gradualmente sullo sfondo nella seconda sezione, lasciando spazio a
un “ritratto dell’artista da giovane” che, a differenza del testo joyciano, è
giocato principalmente sul filo dell’annichilimento e della sparizione, sia
nella dimensione psichica che in quella corporale. Non di rado si toccano i
territori, altrettanto precari e in continua ridefinizione, della memoria e del
sogno (come si legge, ad esempio: «Accadeva a tutti gli artisti? Per riuscire a
comunicare al mondo bucavano la superficie di un sogno»), mentre si fa largo un
soggetto in prima persona plurale vagamente weird, ossia dall’incerta
collocazione ontologica, che guarda alla storia di Maia in una chiave che è
anche metaletteraria.
La terza e ultima parte procede ancora più scopertamente in quest’ultima
direzione, con uno scritto di un amico di Maia, Louis, su una delle prime opere
di richiamo dell’artista, un’installazione intitolata “Stanza con sconosciuti”.
La scelta metaletteraria duplica il romanzo nel romanzo scritto dal personaggio
di Dominique Luque nella Mischia; stavolta, però, il percorso sottostante non
sembra riguardare tanto l’intreccio tra letteratura e realtà in un contesto di
trauma, quanto un approccio all’arte che sia obliquo rispetto a quello – forse
più frontale, e in realtà più sterile – della critica d’arte. Quest’ultima viene
parodiata in alcuni luoghi del testo con apparente velocità, ma con più
intenzionalità, forse, rispetto a un semplice vezzo autoriale, per consentire
anche a chi legge una libertà di sguardo, verso il fatto artistico, che si
liberi da lacci e lacciuoli ora disciplinari, ora ideologici.
Metaletterarietà non significa nemmeno citazionismo, diversamente da quanto
accadeva nella scrittura postmoderna propriamente detta: tra i riferimenti
artistici e critici, sia finzionali che reali, che costellano il testo – con una
certa discrezione, evitando il puro e semplice name dropping – ne spicca con
ogni probabilità uno, almeno nella mia lettura. Si tratta di quel Cesco
Pizzigani, scalpellino della Scuola Grande di San Marco, nel Cinquecento, che
vendette la propria bottega per la malattia e morte della moglie, ritrovandosi
quindi, in miseria, a mendicare davanti alla propria opera. Gli si attribuisce
anche il cosiddetto “graffito del levantino con il cuore in mano”, altra
narrazione dai tratti leggendari di un giovane matricida poi suicidatosi nella
laguna davanti agli occhi di Pizzigani. Maia ribalta questa storia,
appropriandosi dello sguardo dell’artista in una condizione di estrema
disperazione, annichilimento e sparizione, facendone spinta produttiva e
artistica e infine consolidando la propria carriera anziché terminarla.
Una riscossa del female gaze, o sguardo femminile, sull’arte, si potrebbe dire,
che si unisce all’anti-accademismo della parodia della critica d’arte, lasciando
forse intravvedere in filigrana accenti della scrittura d’arte e romanzesca di
John Berger in quella di Maini – senz’alcuna derivazione o epigonismo, anzi
accrescendo ulteriormente l’intensità dei singoli passaggi e la qualità
palinsestuale dell’insieme.
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