Chi ha paura dei ragazzi. Come il Decreto Caivano ha piegato la giustizia minorile
di Enrico Cicchetti
Il Foglio, 26 febbraio 2026
Emergenza permanente e allarme baby gang, ma i dati sulla giustizia minorile
raccontano altro: siamo tra i paesi meno “criminali” d’Europa. Per la prima
volta gli istituti minorili sono sovraffollati, non per un’esplosione dei reati
ma per la svolta repressiva. Così rischiamo di smontare un laboratorio avanzato
di civiltà giuridica. Il rapporto di Antigone. C’è un modo serio di parlare di
giustizia minorile: leggere i dati. E poi c’è il modo più redditizio
elettoralmente: evocare l’emergenza continua, raccontare un’Italia in mano alle
baby gang, moltiplicare i video sui social, trasformare ogni fatto di cronaca in
paradigma nazionale.
L’VIII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile italiana offre una bussola
preziosa per uscire dalla nebbia emotiva. E i numeri raccontano una storia
diversa da quella che domina il dibattito pubblico. Uno su tutti: l’Italia ha un
tasso di denunce a carico di minorenni pari a 363,4 per centomila abitanti. La
media europea è 647,9. Quasi il doppio. Se guardiamo ai numeri comparati, siamo
tra i paesi meno “criminali” d’Europa. Ma se guardiamo al dibattito pubblico,
sembriamo sull’orlo di una rivolta permanente.
È in questo scarto tra realtà e percezione che si inserisce il decreto Caivano.
Dal settembre 2023 in poi, scrive l’associazione che si occupa dei diritti dei
detenuti, la giustizia minorile ha cambiato passo. Non perché siano
improvvisamente esplosi i reati, ma perché è cambiata la risposta dello stato.
Il risultato è sotto gli occhi di chi visita gli istituti: per la prima volta
anche gli Ipm conoscono il sovraffollamento. Tra il 2023 e il 2024 la presenza
media giornaliera cresce di oltre il 30 per cento. Se confrontiamo il 2025 con
il 2022, ultimo anno prima della stretta, le presenze sono aumentate di circa il
35 per cento. Non è un dettaglio tecnico. Il diritto penale minorile italiano
era nato – con il dpr 448 del 1988 – come un laboratorio di responsabilizzazione
e recupero. Il carcere come extrema ratio, la messa alla prova come strumento
principe, l’individualizzazione del trattamento come regola.
Oggi l’asse si è spostato: più custodia cautelare, più automatismi, più facilità
nel trasferire i ragazzi verso il circuito degli adulti. Per fare un esempio
chiaro: la “messa alla prova” è una formula che funziona: gli esiti positivi
superano l’85 per cento. È uno strumento che responsabilizza il minore,
coinvolge la famiglia, mobilita il territorio. Eppure il decreto Caivano ha
introdotto preclusioni automatiche per alcuni reati, comprimendo la
discrezionalità del giudice minorile. E tradisce così la specificità del diritto
penale minorile, costruito per recuperare, non per escludere.
Il punto decisivo, però, è un altro. Nel 2024 le denunce a carico di minorenni
crescono del 16,7 per cento. Le segnalazioni trasmesse ai servizi della
giustizia minorile aumentano del 12 per cento. Ma gli ingressi reali nel sistema
– cioè i casi che diventano presa in carico effettiva – crescono appena del 2
per cento. Per essere chiari: se ci fosse un’epidemia criminale, vedremmo una
crescita proporzionale in tutte le fasi. Non è così. Molte segnalazioni si
sgonfiano lungo il percorso. Non perché lo stato sia lassista, ma perché non si
tratta, nella gran parte dei casi, di fatti tali da giustificare una risposta
penale strutturata. In una stagione politica dominata dalla retorica
securitaria, la criminalizzazione è spesso più veloce dell’analisi. È la
dinamica tipica delle fobie collettive. Ma la realtà giudiziaria resta più
complessa e sfumata.
Intanto, mentre le presenze crescono, le risorse non seguono lo stesso ritmo. Il
Dipartimento della giustizia minorile vede riduzioni di bilancio proprio mentre
aumenta il numero dei ragazzi in carico. Significa più pressione sugli
educatori, sugli assistenti sociali, sulla polizia penitenziaria. Significa
turni più pesanti, meno progettualità, più gestione emergenziale. Chi pensa che
il garantismo sia disinteresse per chi lavora negli istituti sbaglia bersaglio.
Il sovraffollamento non danneggia solo i detenuti, ma logora il personale,
abbassa la qualità del lavoro, aumenta il rischio di tensioni. Una politica
penale seria dovrebbe avere a cuore entrambe le cose: i diritti dei ragazzi e la
dignità professionale di chi li custodisce.
C’è poi un altro dato inquietante: quasi due terzi dei ragazzi detenuti sono in
custodia cautelare. Presunti innocenti. Tra i minorenni la percentuale supera
l’80 per cento. La custodia cautelare dovrebbe essere extrema ratio. Sta
diventando prassi, in una torsione culturale prima ancora che giuridica. C’è poi
il capitolo dei minori stranieri. La narrazione politica insiste su un’emergenza
che i numeri non confermano. L’86 per cento degli omicidi commessi da ragazzi
entrati negli IPM nel 2025 è attribuito a italiani. Gli stranieri finiscono più
spesso in carcere per reati contro il patrimonio, meno gravi. E solo lo 0,52 per
cento dei minori stranieri residenti in Italia è in carico alla giustizia
minorile. L’allarme generalizzato non regge alla prova dei fatti. Regge invece
la fotografia della vulnerabilità. Cresce la povertà minorile, cresce il disagio
psichico, raddoppia l’uso di psicofarmaci. Il carcere, che dovrebbe essere
riservato ai casi più gravi, finisce per selezionare i più fragili: chi non ha
famiglia, chi vive per strada, chi non ha domicilio stabile. La giustizia
minorile italiana è stata per decenni un laboratorio avanzato di civiltà
giuridica. Smontarla in nome dell’emergenza permanente è un errore storico.