Source - Cobas Scuola

Cobas Scuola

Il Rojava è sotto attacco. Difendiamo la Rivoluzione del Confederalismo Democratico
Con una offensiva militare ad ampio raggio il governo jihadista di Damasco, congiuntamente alle milizie islamiste sostenute dalla Turchia e da formazioni paramilitari tribali, sta attaccando il Rojava governato dall’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). L’offensiva di Damasco è cominciata già nei primi giorni del 2026 contro i quartieri a maggioranza curda di Aleppo ed è proseguita in modo incessante con l’occupazione degli importanti centri di Tabqa, Raqqa e  Deir ez-Zor.  Gli attacchi proseguono su più fronti, in aperta violazione delle false dichiarazioni di cessate il fuoco dell’autoproclamato presidente della Siria l’ex comandante di al-Qaeda al-Jolani. Vengono segnalate esecuzioni sommarie, saccheggi e distruzioni di strutture umanitarie e sanitarie. La stessa città di Kobanê, simbolo della resistenza e della sconfitta dell’ISIS, rischia di essere aggredita. Molto preoccupanti sono le notizie della liberazione di migliaia di tagliagole dell’ISIS, tenuti segregati dalle forze rivoluzionarie SDF, messi in libertà dai jihadisti di Damasco.  Negli ultimi 14 anni la Rivoluzione del Confederalismo Democratico ha disarticolato gerarchie sociali, strutture patriarcali, concezioni medioevali e tribali, le differenze di genere. I jihadisti al potere a Damasco con questa offensiva militare tentano di cancellare anni di conquiste rivoluzionarie, l’autogoverno, la convivenza tra i popoli, l’autonomia delle donne. Le forze retrive siriane, sostenute apertamente dalla Turchia, tentano di spostare l’orologio della storia verso il passato cancellando diritti, partecipazione dal basso, liberazione. Si vuole ripristinare il dominio del potere tribale, lo sfruttamento, il patriarcato, la sudditanza della donna. In Siria del Nord e dell’Est è in corso uno scontro di civiltà fra due visioni opposte di società e del mondo. Scandaloso è il muro di silenzio dei governi occidentali, degli Stati Uniti, di Russia e Cina, su quanto sta accadendo in Siria. I combattenti e le combattenti delle SDF, dello YPG e delle YPJ, tanto utili negli anni passati per la lotta contro i taglia gole dell’ISIS, oggi sono stati abbandonati al loro destino davanti all’offensiva di Damasco. Al-Jolani è stato ricevuto in pompa magna da tutte le diplomazie occidentali, da Washington alla Meloni, mentre la Russia mantiene le sue basi militari in Siria a Tartus e Latakia. Il recente passato di al-Jolani come esponente di al-Qaeda è stato volutamente dimenticato.   La Rivoluzione in Rojava viene ferocemente attaccata perché rappresenta l’unica via reale di uscita per i popoli del Medio Oriente precipitati nel caos. Caos creato dai contrapposti interessi imperialisti e dal rigurgito integralista dei vari potentati religiosi che opprimono le genti di quell’area geografica.  I COBAS nel sostenere la Rivoluzione in Rojava e il movimento rivoluzionario curdo accolgono l’appello dell’UIKI (Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia) per fare pressione sui media, perché rompano il silenzio e informino correttamente sull’estrema pericolosità della situazione; per organizzare mobilitazioni, iniziative pubbliche, prese di posizione e azioni di pressione nei confronti del Governo italiano e della Commissione Europea affinché intervengano politicamente per fermare l’escalation militare ,imporre il rispetto del cessate il fuoco, dei diritti delle minoranze e dell’autonomia del Rojava. Sosteniamo la resistenza delle donne e degli uomini che difendono il Rojava dall’aggressione dei jihadisti al governo in Siria.  Donna, Vita, Libertà                  Confederazione COBAS                
I COBAS contro una nota discriminatoria per gli studenti palestinesi
In data 08/01/2026 l’Ufficio VI – Ambito territoriale di Roma, a seguito di una comunicazione ricevuta dal Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito, ha emanato la nota n. 1143 avente ad oggetto: “Rilevazione alunni/studenti palestinesi a.s. 2025/26”. Con tale nota, indirizzata ai Dirigenti Scolastici di Roma e provincia, si richiedono alle SS.LL. “informazioni circa la presenza di alunni/studenti palestinesi presso le istituzioni scolastiche nel corrente anno scolastico”. La rilevazione potrebbe apparire meritoria, in quanto rivolta ad alunni/studenti palestinesi che, a causa dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza, non dispongono più di scuole nel proprio territorio. Solo pochi di loro sono riusciti a lasciare Gaza con le proprie famiglie attraverso corridoi umanitari; per la grande maggioranza, purtroppo, ciò non è stato possibile sin dall’inizio dei bombardamenti. Tuttavia, riteniamo che la finalità della nota non sia realmente questa. Nel testo, infatti, non si fa alcun riferimento ad azioni di accoglienza o a misure di supporto per gli alunni/studenti palestinesi, come invece, giustamente, avvenuto per gli alunni/studenti ucraini nell’a.s. 2021/2022, in seguito all’invasione dell’Ucraina. Le note ministeriali relative agli studenti ucraini hanno sempre esplicitato la finalità di accoglienza e previsto specifici finanziamenti per le scuole, precisando, ad esempio, che “il monitoraggio riguarda esclusivamente i minori ucraini accolti dalla scuola dopo l’inizio del conflitto, iniziato il 24 febbraio 2022” (nota MIUR n. 269 del 09/03/2022). Nella nota in esame, invece, si richiede la rilevazione dei dati degli alunni/studenti palestinesi senza alcuna delimitazione temporale né indicazione della motivazione. Ne consegue che potrebbero essere inclusi anche studenti palestinesi residenti in Italia da molti anni. Pertanto, riteniamo tale rilevazione discriminatoria e inaccettabile, poiché appare configurarsi come una forma di schedatura dei ragazzi/e e giovani palestinesi. Esecutivo Nazionale COBAS Scuola pubbliredazionale
NO AL FONDO ESPERO e AL SILENZIO-ASSENSO
Il 16 novembre 2023 l’ARaN e le organizzazioni sindacali rappresentative hanno sottoscritto un Accordo riguardante l’adesione al Fondo pensione Espero, introducendovi il silenzio-assenso e disciplinando il recesso dei lavoratori. Successivamente, con la nota n. 133215 dell’11 giugno 2025, il Ministero ha fornito ai Dirigenti scolastici le istruzioni operative. Dalla data dell’informativa decorrono nove mesi entro i quali i lavoratori/trici possono rifiutare l’adesione: in assenza di risposta, scatta automaticamente l’iscrizione per silenzio-assenso. Tale meccanismo riguarda il personale scolastico assunto a tempo indeterminato dal 1° gennaio 2019. Questa impostazione solleva più di un problema, sul piano sostanziale e su quello dei principi di libertà e consapevolezza. Il TFR è salario differito, un accantonamento rivalutato ogni anno con un tasso fisso dell’1,5% più il 75% dell’inflazione. Pretendere di destinarlo a un fondo pensione privato solo in virtù del “silenzio” del lavoratore/trice configura una forma di appropriazione indebita, tanto più se non si produce un’informazione chiara, imparziale e capillare. Le simulazioni dei rendimenti presentate dai fondi pensione si basano su previsioni di crescita economica, inflazione e costi di gestione, che non offrono garanzie reali. Non a caso, nelle avvertenze delle proiezioni si legge che i valori sono ipotetici e non vincolanti né per il Fondo Espero né per la COVIP. I dati concreti dimostrano una realtà ben diversa: negli ultimi dieci anni i fondi pensione negoziali hanno registrato un rendimento medio annuo del 2,2%, inferiore allo stesso TFR che, nello stesso tempo, ha reso il 2,4% medio annuo (fonte COVIP). C’è poi un aspetto politico e sociale. Aderire a un fondo complementare significa accettare la logica della capitalizzazione individuale, che lega la prestazione pensionistica esclusivamente all’entità dei contributi versati e ai presunti rendimenti ottenuti: una logica che mina il principio solidaristico alla base del sistema pensionistico pubblico. I contributi di chi lavora oggi finanziano le pensioni di chi ha già lavorato, in un patto intergenerazionale che rappresenta un pilastro di equità e coesione sociale. Inoltre, i vantaggi fiscali concessi ai fondi pensione riducono il gettito complessivo dello Stato: la decontribuzione a favore di pochi produce un danno alla collettività intera, replicando quanto già avvenuto con i fondi sanitari integrativi. In pratica, risorse che dovrebbero rafforzare previdenza e sanità collettive vengono dirottate verso strumenti individuali e privatistici. Un ulteriore elemento critico riguarda la destinazione dei capitali accumulati. I lavoratori/trici della scuola non hanno alcun potere di controllo sulla qualità etica e sociale degli investimenti. Nonostante le retoriche sulla “sostenibilità”, la Nota informativa del Fondo Espero depositata presso la COVIP ammette che esso «non promuove caratteristiche ambientali e/o sociali e non ha come obiettivo investimenti sostenibili». Ancora oggi, a quasi 25 anni dalla sua istituzione, Espero dichiara di non avere una politica di valutazione degli impatti ambientali e sociali degli investimenti, limitandosi a escludere le aziende coinvolte nella produzione di armamenti “banditi”. Ciò significa che qualsiasi altra attività di guerra o inquinamento, se non formalmente vietata, resta legittima come investimento, malgrado la Costituzione italiana ripudi la guerra e promuova la tutela dell’ambiente e della salute. Il ruolo dei sindacati sottoscrittori appare ambiguo. Da un lato dichiarano di difendere i lavoratori/trici, dall’altro alimentano circuiti finanziari privati. Una contraddizione che indebolisce la credibilità della rappresentanza sindacale e che rischia di trasformare quei sindacati in procacciatori di capitali per banche e assicurazioni. Il meccanismo del silenzio-assenso è, in questo contesto, uno strumento iniquo. La normativa (D.Lgs. 252/2005) lo consente, ma il principio costituzionale di libertà di scelta dovrebbe prevalere. Nessuno dovrebbe trovarsi iscritto a un fondo pensione senza aver espresso un consenso informato e consapevole. In pratica, molti lavoratori scoprono la loro adesione al Fondo Espero solo anni dopo. Scelta che, peraltro, una volta trascorsi i nove mesi previsti, e dopo ulteriori trenta giorni, non potrà essere modificata senza costi aggiuntivi. Tramite la piattaforma istanze on line, è possibile esprimere la volontà di non aderire al Fondo Espero. Il problema non è solo formale ma sostanziale: si trasforma in automatismo una decisione che tocca il salario differito e la concezione di previdenza. Una scelta di tale portata richiede informazione e consapevolezza e non può essere imposta. Per queste ragioni, invitiamo il personale scolastico a non aderire al Fondo Espero. Rivendicare il diritto a mantenere il proprio TFR nell’alveo sicuro e solidaristico del sistema pubblico significa difendere non solo i propri interessi individuali, ma anche la previdenza e i servizi di tutti/e. Il personale scolastico merita una pensione corrispondente all’ultimo stipendio. Il Fondo Espero rappresenta un modello inaccettabile di privatizzazione strisciante della previdenza pubblica, così come è inaccettabile il meccanismo liberticida del silenzio- assenso per i neo assunti. È necessario  indirizzare risorse pubbliche per rafforzare il sistema previdenziale,  anziché destinarle agli strumenti di distruzione e di morte, alle opere inutili e dannose, garantendo un’uscita dal lavoro a un’età compatibile con la fatica fisica e mentale che l’insegnamento e i compiti ausiliari comportano. COBAS SCUOLA
Valutare per l’apprendimento anche senza voti?
Viviamo in una società dominata dai voti. Ogni giorno, gran parte delle nostre decisioni sono condizionate da numeri che dovrebbero guidarci nel prenderle. Dalla scelta di un ristorante dove andare a mangiare a quella di un albergo dove soggiornare, ad ogni esercizio commerciale è associato un voto che spinge verso una competizione sempre più marcata. Anche ai lavoratori le aziende attribuiscono dei punteggi, in base alla loro affidabilità e produttività. Ne sono un esempio i riders che sfrecciano da una parte all’altra delle nostre città per consegnarci il cibo e garantirsi qualche chiamata in più, vessati da algoritmi sempre più incalzanti. La scuola non sfugge a questo meccanismo e alcuni provvedimenti legislativi hanno favorito questo processo. La legge 169/2008 ha esteso i voti in decimi a tutti gli ordini di scuola, abituando subito le bambine, i bambini e le loro famiglie ad una classificazione in base alle loro capacità. L’obbligo per gli istituti di adottare un registro elettronico, previsto dalla legge 135/2012, ha poi reso immediatamente visibile alle famiglie il risultato delle prestazioni scolastiche. Nella scuola primaria, nel 2020 c’è stato un passaggio a giudizi analitici ma il recente dietrofront del ministro Valditara ha reintrodotto i giudizi sintetici per ogni disciplina, di fatto equivalenti ai voti. La maggior parte delle studentesse e degli studenti che frequentano oggi gli istituti superiori ha acquisito l’idea che la formazione scolastica sia finalizzata prevalentemente a risultati quantitativi. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: stati d’ansia da prestazione, attacchi di panico, stress emotivo. Spesso lo studio di una determinata disciplina si concentra prevalentemente a ridosso di una verifica, producendo delle rincorse faticose che portano le studentesse e gli studenti a trascurare, per alcuni giorni, le altre materie. Un apprendimento di questo tipo è di corto respiro perché le conoscenze e le abilità che non sono il frutto di un’elaborazione continua e profonda tendono a dissolversi pochi giorni dopo la verifica. Allora si tratta di chiedersi se, ferma restando la normativa che prevede l’uso dei voti decimali al termine dell’anno scolastico e di ogni periodo, non si possa pensare di sostituire il voto, per le verifiche in itinere, con una valutazione descrittiva che dia indicazioni sui punti di forza e di debolezza manifestati in una prova ed indicazioni per migliorare il proprio apprendimento. Ogni docente potrebbe fornire un riscontro valutativo che non punti a classificare immediatamente uno studente ma a dare elementi utili per favorire anche un processo di autovalutazione della sua preparazione. Da una valutazione dell’apprendimento ad una valutazione per l’apprendimento. Sulla base di questa analisi della situazione, il Centro per la Scuola Pubblica di Pisa ha organizzato il 7 Novembre 2024 un convegno di formazione dal titolo “Quale valutazione per la scuola del futuro”, a cui hanno partecipato Grazia Dell’Orfanello della rete “Scuole senza zaino”, Gabriele Vitello e Lucilla Celletti del Movimento di Cooperazione Educativa, Vincenzo Arte, protagonista del primo progetto organico di scuola “senza voti” al Liceo “Morgagni” di Roma, e Cristiano Corsini, docente di pedagogia all’Università di Roma 3 e sostenitore della valutazione educativa come alternativa alla votazione numerica tradizionale. L’incontro, tenutosi presso il Liceo “Buonarroti” di Pisa, ha avuto un buon risultato in termini di partecipazione e ne è venuto fuori un nutrito gruppo di docenti dell’Istituto ospitante, che hanno deciso di coordinarsi per dar vita ad un progetto di scuola “oltre il voto”, che il Collegio docenti ha approvato nel maggio 2025. Sempre più numerose sono le esperienze di valutazione formativa alternativa al voto che si sviluppano in Italia secondo vari modelli. Dal “Morgagni” o dall’Istituto “Marco Polo” di Firenze, dove intere classi sono composte da docenti che valutano senza voti, a singole/i insegnanti che autonomamente nelle loro classi sperimentano questa pratica. La ricerca va avanti anche al “Buonarroti” dove, a partire da questo autunno, è stato organizzato un ciclo di formazione fatto di incontri e di laboratori didattici, mirati a dare ai docenti pisani spunti di riflessione per ripensare le proprie pratiche di insegnamento. Mettersi in discussione è fondamentale per noi insegnanti, chiederci se il nostro modo di valutare debba essere funzionale ad sistema sociale competitivo o davvero nell’interesse delle studentesse e degli studenti. Come scrive Cristiano Corsini: “Se insegniamo per asservire, valutiamo per riprodurre: in tal caso, i voti fanno al caso nostro e la valutazione coincide con essi. Se insegniamo per liberare, valutiamo per trasformare, e allora abbiamo bisogno dei riscontri descrittivi propri della valutazione educativa”. Daniele Ippolito COBAS Scuola e CESP Pisa
28 novembre sciopero generale dei COBAS e del sindacalismo di base. Manifestazioni territoriali: a Roma corteo da P. Indipendenza ore 9.30 a P. Barberini
I COBAS e tutto il sindacalismo di base hanno convocato per l’intera giornata del 28 novembre lo sciopero generale di tutti i settori privati e pubblici, a cui avremmo voluto partecipasse anche la Cgil per ripetere la grande e assai produttiva unità del 3 ottobre scorso: ma i nostri appelli non sono stati ascoltati e la Cgil ha preferito scioperare da sola e fuori tempo massimo il 12 dicembre quando l’iter della Legge di Bilancio sarà in conclusione. La Confederazione COBAS invita a scioperare PER : – massicci investimenti nella Scuola, Sanità, Trasporti, con il taglio drastico delle spese militari; – la stabilizzazione di tutti i precari/e e dei lavoratori/trici in appalto della P.A; – aumenti salariali che recuperino quanto perso (circa il 30%) nell’ultimo ventennio; – l’adeguamento delle pensioni alla inflazione, rendendole pari all’ultimo stipendio in servizio; – la riduzione dell’orario di lavoro e l’introduzione per legge del salario minimo; – la fine del sostegno militare allo Stato di Israele, in solidarietà con la lotta del popolo palestinese.  Lo sciopero è anche convocato CONTRO : – le politiche economiche e fiscali della Finanziaria e lo spostamento di risorse dalle spese sociali agli armamenti; – la privatizzazione delle aziende energetiche, delle poste, delle telecomunicazioni, del trasporto pubblico, dei servizi di igiene ambientale, della sanità, dell’istruzione; – la violenza di genere e ogni divario salariale di genere,  Il Ddl Sicurezza che criminalizza il conflitto sociale e l’Autonomia differenziata che acuisce le differenze sociali tra le diverse regioni.  Nella giornata del 28, i COBAS, insieme ad altre strutture sindacali e sociai, manifesteranno a TORINO, h 10 p.za XVIII dicembre – MILANO, h 9.30 Porta Venezia – PADOVA, h 9 parcheggio flixbus x Tessera|Leonardospa – h 18 a Padova corteo p.za Antenore- BOLOGNA , h 9.30 p.za Maggiore – FIRENZE,   h 9.30 p.za Montelungo – PISA, h 9 p.za XX settembre – LUCCA, h 9.30 p.za del Giglio – SIENA, h 9.30 Giardini della Lizza -TERNI, h 9 p.za Orologio – ANCONA, h 10 p.za Stamira – PESCARA, h 10 p.za Unione – TERMOLI,  h 9 p.za Donatori di Sangue – NAPOLI,  h 10.30 P.za Bovio – POTENZA , h 9 p.za Don Bosco – BRINDISI, h 9 p.za Stazione – COSENZA h 18 p.za XI settembre – CATANIA, h 10 p.za Stesicoro – SIRACUSA,  h 18 p.za Euridpide – PALERMO, h 10 p.za G.Cesare – CAGLIARI, h 9.30 p.za del Carmine A ROMA, in particolare un CORTEO  partirà da P.za Indipendenza (ore 9.30), attraverserà il centro e sfilando davanti al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e al Ministero dell’Economia e Finanze, terminerà  a P.za Barberini con una assemblea pubblica. Al corteo, oltre ai lavoratori/trici pubblici e privati in sciopero, parteciperanno centri sociali, strutture di movimento, studenti e giovani precari che porteranno in piazza la voce dei settori sociali più penalizzati dalle politiche del governo, dando così vita ad un grande SCIOPERO GENERALE E SOCIALE. Piero Bernocchi  portavoce Confederazione COBAS  
28 novembre  sciopero generale COBAS e di tutto il sindacalismo di base. A Roma corteo da P. Indipendenza (ore 9.30) a P. Barberini
 Il nostro Appello per uno sciopero unitario non è stato ascoltato: purtroppo la Cgil ha convocato il proprio sciopero il 12 dicembre, contrapponendosi a quello da tempo convocato dai COBAS e da tutti gli altri sindacati di base per il 28 novembre, dividendo colpevolmente quello che il 3 ottobre aveva unito. Dopo i due milioni in piazza il 3 ottobre, in occasione dello sciopero nazionale più unitario di sempre, abbiamo fatto tutto il possibile per convincere la Cgil che contro la Finanziaria del governo Meloni bisognasse di nuovo “fare come il 3 ottobre”, quando l’unità d’azione del 3 ottobre tra sindacati di base e Cgil aveva costituito il moltiplicatore delle presenze in piazza, e ottenuto un’enorme ”eccedenza” di presenze, ben oltre il classico lavoro dipendente sindacalizzato. Doveva essere evidente a tutti/e che, per costruire lo sciopero generale contro la Finanziaria del governo Meloni – con al centro, oltre alla difesa del popolo palestinese e al rifiuto dell’economia di guerra, le tematiche del lavoro, dei servizi pubblici e sociali, del salario, del precariato, delle pensioni, della scuola, sanità ecc. – non si  dovesse retrocedere dal quella unità. L’Appello a “fare come il 3 ottobre”, che abbiamo lanciato, ha riscosso un larghissimo consenso sia tra i lavoratori/trici sindacalizzati sia nelle aree sociali mobilitatesi il 3: ma, purtroppo, la Cgil ha rifiutato di trovare insieme una data unitaria e per giunta ne ha scelto una, il 12 dicembre, fuori tempo massimo rispetto all’iter della Finanziaria e che, oltretutto, gestirà in perfetta solitudine, essendosi rotta di fatto, dopo oltre 70 anni, la “Triplice”, ossia la stretta alleanza con Cisl e Uil. A rimanere deluse sono in questi giorni le centinaia di migliaia di persone che avevano creduto alla possibilità di un nuovo sciopero generale unitario, quelle numerose aree sociali, movimenti, reti e associazioni, dove operano congiuntamente militanti Cgil e dei sindacati di base, che tale unità hanno auspicato e sostenuto fino all’ultimo. Pur tuttavia, pur consapevoli del passo indietro che la Cgil impone alla più vasta unità del movimento palesatosi nelle ultime settimane, stiamo verificando che in molte città varie strutture sociali e di movimento, che hanno apprezzato gli intenti unitari che abbiamo perseguito e che la Cgil ha colpevolmente rifiutato, parteciperanno allo sciopero del 28 novembre e alle manifestazioni territoriali: e, in particolare, a Roma gestiranno con noi il corteo che andrà da P. Indipendenza (ore 9.30) a P. Barberini , passando accanto a ministeri e luoghi istituzionali di rilievo. Confederazione COBAS
Da Tecnica della Scuola “Le richieste Cobas per lo Sciopero del 28 Novembre”
Di Alessandro Giuliani 25/11/2025 C’è tanta scuola nello sciopero dei Cobas proclamato per venerdì 28 novembre assieme a diversi altri sindacati di base (Usb, Cub, Unicobas, Ssb e altri) anche per altri contesti lavorativi, come quello dei trasporti e della sanità. Lo si evince dalla piattaforma pubblicata dallo stesso sindacato, attraverso la quale i Cobas Scuola spiegano i motivi dello “sciopero di tutti gli ordini di Scuola”: è una protesta che va quindi oltre la Legge di Bilancio 2026 e che punta l’indice pure sulla “riforma a pezzi” del ministro Giuseppe Valditara e contro l’Autonomia differenziata. AUMENTI DEL 30% “Negli ultimi 30 anni – scrivono i Cobas -, il potere d’acquisto di docenti ed ATA si è ridotto di circa il 30%, a causa di contratti scaduti, aumenti irrisori e un’inflazione galoppante. Ad aggravare la situazione, gli aumenti del contratto-miseria, appena firmato, non solo non compensano minimamente il forte calo del valore dei salari degli ultimi decenni, ma sono anche ben lontani dal coprire l’inflazione del 14,8% dell’ultimo triennio, visto che gli aumenti sono solo del 6%, con una perdita ulteriore di oltre l’8%. Questa continua perdita svaluta la funzione educativa, impoverendo le condizioni di vita di docenti e ATA”. IN PENSIONE CON ASSEGNO PARI ALL’ULTIMO STIPENDIO, NO ALL’ESPERO Secondo i Cobas Scuola, “il personale scolastico merita” un assegno della “pensione corrispondente all’ultimo stipendio”, mentre “il Fondo Espero, promosso e amministrato dai sindacati “rappresentativi” e dall’amministrazione, rappresenta un modello inaccettabile di privatizzazione strisciante della previdenza pubblica, così come è inaccettabile il meccanismo liberticida del silenzio- assenso per i neo assunti“. “È necessario invece destinare risorse pubbliche per rafforzare il sistema previdenziale, garantendo un’uscita dal lavoro a un’età compatibile con la fatica fisica e psicologica che l’insegnamento e i compiti ausiliari comportano (lavori gravosi e usuranti)”. ASSUNZIONI SU TUTTI I POSTI LIBERI CON DOPPIO CANALE Il sindacato di base ricorda, poi, che nelle scuole pubbliche lavorano  “più di 200.000 docenti e ATA”, i quali “vivono in una condizione di instabilità cronica, passando da un contratto all’altro, spesso lontani da casa, privi di continuità didattica e di tutele. Questa situazione non solo penalizza i lavoratori/trici, ma danneggia la qualità dell’insegnamento e la continuità educativa”. Dunque, “è necessario assumere ‘in ruolo’ su tutti i posti vacanti e disponibili in organico, procedendo a stabilizzazioni immediate tramite procedure snelle e trasparenti e ripristinando il ‘doppio canale’”. RUOLO UNICO DOCENTI DALL’INFANZIA ALLE SUPERIORI “La frammentazione della professione docente in una molteplicità di ruoli e contratti differenziati – sostengono i Cobas – ha creato disuguaglianze ingiustificate e un indebolimento complessivo della categoria. La proposta di un ruolo unico dei docenti, che comprenda l’intero arco dell’istruzione statale, dall’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado, intende riconoscere la natura unitaria della funzione docente”. “L’insegnamento, pur con le specificità dei diversi ordini e gradi, è fondato sulla medesima finalità educativa e formativa. Il ruolo unico permetterebbe di superare disparità contrattuali e percorsi di carriera disomogenei, favorendo una retribuzione equa e commisurata alla professionalità”. NO ALLA “RIFORMA A PEZZI” DELLA SCUOLA DI VALDITARA Ai Cobas Scuola non piacciono i nuovi istituti “tecnici e professionali quadriennali, il Made in Italy” applicato all’Istruzione, il tutor e orientatore, i docenti incentivati e la riforma degli organi collegiali”. “Seppur diviso in provvedimenti specifici, si tratta di un disegno complessivo che punta a completare l’aziendalizzazione della scuola tramite la differenziazione e gerarchizzazione dei docenti e la subordinazione degli organi collegiali al dirigente-manager, asservendo la scuola pubblica alle scelte imprenditoriali che privilegiano lavoratori precari, a basso costo e dequalificati”. CLASSI CON MASSIMO 20 ALUNNI, 15 IN PRESENZA DI ALUNNI CON DISABILITÀ “La qualità dell’istruzione – sostiene il sindacato – passa anche attraverso le condizioni materiali in cui si apprende e si insegna. Classi sovraffollate con oltre 25 o 30 alunni/e impediscono un lavoro didattico efficace, aumentano lo stress dei docenti, riducono l’attenzione verso i singoli e l’inclusione. Va fissato per legge un numero massimo di 20 alunni/e per classe, che scenda a 15 in presenza di alunni/e con disabilità: è un investimento per la qualità, la sicurezza, l’inclusione e per la salute psico-fisica del personale e degli studenti/tesse”. Perchè, chiosa il sindacato, “ridurre il numero degli alunni/e significa anche creare nuovi posti di lavoro, migliorare la relazione educativa e consentire una didattica realmente individualizzata”. No alle Indicazioni Nazionali 2025 Quello prodotto dal ministero dell’Istruzione, sostengono i Cobas nella piattaforma dello sciopero di fine novembre, è “un documento fortemente ideologico, intriso di nazionalismo e retorica, che utilizza la ‘personalizzazione’ e la ‘valorizzazione dei talenti’ come strumenti di selezione classista L’obiettivo politico è costruire nel tempo l’egemonia politico-culturale della destra”. Inoltre, i Cobas denunciano “in particolare l’ossessione identitaria e occidentalista, evidente soprattutto nell’impostazione dell’insegnamento della storia, e la deriva autoritaria che attraversa l’intero impianto, in contrasto con l’idea di una scuola attiva, democratica, pluralista e aperta. In tale direzione è’ un segnale grave che il MIM abbia recentemente censurato un corso di formazione sull’educazione alla pace”, sottolineano i Cobas Scuola. NO ALL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA La Legge sull’Autonomia differenziata, voluta a tutti i costi dalla Lega, secondo il sindacato di base “non garantisce i servizi essenziali e i diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale, frammenta scuola e sanità creando disuguaglianze nell’offerta formativa, nei diritti sociali, in particolare nei diritti all’istruzione e alla salute della popolazione. I Cobas Scuola hanno confermato che venerdì 28 novembre si svolgeranno anche una serie di manifestazioni territoriali, in particolare a Roma, dove il corteo si sposterà da Piazza Indipendenza, da dove partirà alle ore 9.30, verso piazza Barberini, passando accanto a ministeri e luoghi istituzionali di rilievo.
La Cgil rifiuta l’Appello all’unità con il suo sciopero del 12 dicembre: quindi, il sindacalismo di base conferma quello del 28 novembre
 Il nostro Appello per uno sciopero unitario non è stato ascoltato: purtroppo oggi la Cgil ha confermato la convocazione di uno sciopero il 12 dicembre, che di fatto si contrappone a quello da tempo convocato da vari sindacati di base per il 28 novembre, dividendo colpevolmente quello che il 3 ottobre aveva unito. Dopo i due milioni in piazza il 3 ottobre, in occasione dello sciopero nazionale più unitario di sempre, abbiamo fatto tutto il possibile per convincere la Cgil che contro la Finanziaria del governo Meloni bisognasse di nuovo “fare come il 3 ottobre”, proponendo una nuova data comune. L’unità d’azione del 3 ottobre tra sindacati di base e Cgil, mai accaduta in quaranta anni di vita dei COBAS e del sindacalismo di base, aveva costituito il moltiplicatore delle presenze in piazza, e ottenuto un’enorme ”eccedenza” di presenze, ben oltre il classico lavoro dipendente sindacalizzato. Doveva essere evidente a tutti/e che, per costruire lo sciopero generale contro la Finanziaria del governo Meloni – con al centro, oltre alla difesa del popolo palestinese, le tematiche del lavoro, dei servizi pubblici e sociali, del salario, del precariato, delle pensioni, della scuola, sanità ecc. – non si  dovesse retrocedere dall’unità del 3 ottobre. Abbiamo dunque lanciato un Appello a “fare come il 3 ottobre” che ha riscosso un larghissimo consenso, sia tra i lavoratori/trici sia nelle aree sociali mobilitatesi il 3, che richiedevano un nuovo sciopero unitario: e a tale Appello altri ne sono seguiti da parte di varie aree politiche, sindacali e sociali e anche tra tante RSU, militanti e iscritti/e della stessa Cgil.  Ma, purtroppo, la Cgil si è mostrata sorda agli Appelli, rifiutando di trovare insieme una data unitaria e per giunta scegliendone una, il 12 dicembre, fuori tempo massimo rispetto all’iter della Finanziaria e a un passo dalle feste di Natale.  Oltretutto, la Cgil va a questo sciopero in perfetta solitudine, essendosi rotta di fatto, dopo oltre 70 anni, la “Triplice”, ossia la stretta alleanza con Cisl e Uil. Al punto che a molti commentatori appare inspiegabile la volontà di “fare da soli” e in particolare il rifiuto della “mano tesa” offerta da un sindacalismo di base che, pure, in questi decenni ha dovuto subire il peso schiacciante del monopolio sindacale imposto in Italia da Cgil, Cisl e Uil, dovendo superare una marea di ostacoli alla propria piena agibilità sindacale, assai spesso a cause di leggi e norme imposte dai sindacati “rappresentativi”. Ma la spiegazione è che la Cgil non ha mai digerito la nascita del sindacalismo di base, che riteneva fenomeno di breve durata, e non ha mai voluto accettare e riconoscere l’esistenza di qualcosa di consistente, “alla sua sinistra”: e la fuga odierna da un’unità, così ampiamente invocata, conferma quanto sia difficile invertire questa tendenza “storica”.   A rimanere fortemente deluse saranno soprattutto le centinaia di migliaia di persone, e non solo attivisti/e, che in questi giorni hanno creduto alla possibilità di un nuovo sciopero generale unitario, quelle numerose aree sociali, movimenti, reti e associazioni, dove operano congiuntamente militanti Cgil e dei sindacati di base, che avrebbero partecipato con rinnovato entusiasmo a manifestazioni unitarie in un’unica giornata: entusiasmo che potrebbe “raffreddarsi” dovendosi dividere tra date e cortei separati. Comunque, pur pienamente consapevoli del netto passo indietro che la Cgil impone al grande movimento palesatosi nelle ultime settimane, ci auguriamo che almeno vengano premiate le spinte unitarie emerse dal sindacalismo di base e non raccolte dalla Cgil, garantendo il miglior successo allo sciopero e alle manifestazioni territoriali (che verranno comunicate nei prossimi giorni) del 28 novembre. Piero Bernocchi portavoce Confederazione COBAS
Non ci sarà lo sciopero unitario, la Cgil ne convoca un altro il 12 dicembre: intervista a Piero Bernocchi
Dopo la grande mobilitazione unitaria del 3 ottobre, i sindacati scendono in piazza divisi per protestare contro la manovra 2026 del governo Meloni. Si va verso due giornate di sciopero generale nazionale del settore pubblico e privato, il 28 novembre e il 12 dicembre.  Piero Bernocchi, portavoce della Confederazione Cobas, a Fanpage.it: “Questa divisione segna un passo indietro rispetto al 3 ottobre”. A cura di Annalisa Cangemi Si va verso due giornate di sciopero generale nazionale contro la manovra 2026, che coinvolgeranno tutte le categorie del settore pubblico e privato. Il primo sciopero, convocato dall’Usb, a cui aderiscono anche Cobas, Cub, Adl, Clap, Sgb, Sial, si svolgerà il 28 novembre. Il secondo sciopero generale non è stato ancora proclamato ufficialmente, ma la Cgil lo scorso 31 ottobre ha sottoposto la data del 12 dicembre alla Commissione di garanzia, che ha dato già il suo ok. Per l’ufficializzazione della giornata di sciopero generale si dovrà attendere comunque domani, 7 novembre, quando si terrà l’assemblea delle delegate e dei delegati ‘Democrazia al lavoro’ a Firenze, alla quale parteciperà anche il segretario Maurizio Landini. Lo scorso 3 ottobre i sindacati avevano scioperato uniti: Cgil, Usb, Cub, Sgb, Cobas, Cib Unicobas, Cobas Sardegna si sono mobilitati a sostegno di Gaza e dell’iniziativa della Global Sumud Flotilla. Il Garante per gli scioperi ha successivamente annunciato l’apertura di un procedimento di valutazione nei confronti delle sigle sindacali, per aver indetto la mobilitazione senza il mancato preavviso di dieci giorni, previsto dalla legge 146/90, e ha ritenuto inconferente il richiamo da parte delle organizzazioni all’articolo 2, comma 7, che prevede la possibilità di effettuare scioperi senza preavviso solo “nei casi di astensione dal lavoro in difesa dell’ordine costituzionale, o di protesta per gravi eventi lesivi dell’incolumità e della sicurezza dei lavoratori”. Secondo le sigle sindacali la situazione di pericolo in cui si trovava al Global Sumud Flotilla, bloccata da Israele, giustificava il ricorso all’articolo 2 della legge. In quel momento è stata la guerra a Gaza a portare in piazza nello stesso momento tutte le sigle sindacali, una situazione senza precedenti, che mai si era verificata dalla nascita del sindacalismo di base, circa 40 anni fa. Ma la Palestina e il no alla guerra non possono fare da collante anche questa volta. I sindacati scenderanno di nuovo in piazza contro la legge di Bilancio, ma non protesteranno in modo unitario, anche se le rivendicazioni sono praticamente identiche: aumento di salari e pensioni, maggiori investimenti su scuola e sanità, contrasto della precarietà, sostegno alle politiche industriali. Stesse piattaforme, dal punto di vista dei contenuti, ma date separate. L’appello dei Cobas per uno sciopero generale unitario è caduto nel vuoto. I Cobas hanno provato nei giorni scorsi a lanciare un appello per uno sciopero generale unitario, per ripetere il blocco del 3 ottobre, con due milioni di persone in piazza. Un primo appello è stato lanciato lo scorso 29 ottobre. Nel testo, che inizia con l’invito “Facciamo come il 3 ottobre!”, si legge: “Nostra convinzione è che quella unità d’azione, che centinaia di migliaia di militanti/attivisti ci chiedevano da anni, abbia costituito il moltiplicatore delle presenze, che in media sono state al di sopra di ogni altra partecipazione a scioperi del passato. Le due ulteriori novità sono state: a) a differenza di quel che succede di solito negli scioperi “tradizionali” , la gran parte degli scioperanti è andata a manifestare; b) si è realizzata un”eccedenza’ di presenze, ben oltre il classico lavoro dipendente sindacalizzato: in generale, nei cortei gli spezzoni “sociali” sono stati anche più numerosi e partecipati di quelli delle strutture sindacali “tradizionali”. Ci pare indubbio che tutto questo si sia realizzato per essere riusciti, per la prima volta in quasi 40 anni, a mettere in campo, unito, tutto il sindacalismo ‘di sinistra’”. Due giorni dopo però, nonostante l’appello, la Cgil si è mossa in autonomia, indicando appunto alla Commissione di Garanzia la data del 12 dicembre, che domani potrebbe essere formalizzata. A questo punto i Cobas sono tornati a chiedere ieri l’organizzazione di uno sciopero unitario, che possa vedere Cgil e sindacati di base insieme in piazza contro la legge di Bilancio. Secondo i Cobas, in occasione di uno sciopero generale contro la Finanziaria del governo Meloni – che non può avere come unico elemento trainante la Palestina, ma che deve tenere dentro le tematiche del lavoro delle pensioni, della scuola e della sanità – non è possibile “retrocedere dall’unità del 3 ottobre”. L’organizzazione sindacale guidata da Landini ha però rifiutato l’offerta. In considerazione del fatto che la Cgil sembra orientata ormai sulla data del 12 dicembre, e non sembra essere intenzionata ad aderire alla data del 28 novembre lanciata da Usb, i Cobas hanno provato a proporre una terza data alternativa, revocando i due scioperi già convocati, individuando un’unica data intermedia tra quelle già indette, per evitare una divisione che risulterebbe dannosa e incomprensibile a coloro che hanno partecipato alla mobilitazione del 3 ottobre. “Il 3 ottobre è accaduto un fatto senza precedenti: la gran parte di quelli che hanno scioperato sono andati in piazza. Addirittura è andato in piazza qualcuno che non ha scioperato. E questo si è verificato per certi versi anche il 22 settembre” ha detto a Fanpage.it Piero Bernocchi, portavoce della Confederazione Cobas. “Normalmente il rapporto tra scioperanti è manifestanti è di dieci a uno, cioè dieci scioperano e uno va in piazza. E invece questa enorme partecipazione ha decretato il successo dello sciopero nazionale del 3 ottobre.  Il secondo fenomeno che abbiamo riscontrato è stata la partecipazione le aree ‘sociali’, cioè quelle persone che non fanno parte del lavoro dipendente classico, ovviamente con una forte presenza studentesca e giovanile, che sono scese in piazza anche trainate dall’effetto unitario, senza il quale quel risultato non si sarebbe avuto. Tutto questo è chiaro anche alla Cgil, che in questo momento ha anche un altro problema: non esiste più la “la Triplice”, cioè la confederazione dei tre sindacati Cgil, Cisl e Uil che dalla metà degli anni Cinquanta in poi ha sempre operato insieme. Hanno rotto, difficile dire chi ha rotto con chi. Ma basta guardare il rinnovo contrattuale del comparto Istruzione, che è stato firmato da Cisl e Uil, ma non dalla Cgil”, ha aggiunto il portavoce sindacale. “Quindi il 12 dicembre la Cgil rischia parecchio andando da sola, non avendo accettato una proposta unitaria offerta da noi”, secondo Bernocchi. “Di questa separazione non verremo accusati noi. I risultati, che saranno sicuramente più ridotti, rispetto al 3 ottobre, danneggeranno più loro che noi. Tra l’altro indicheranno una data, dopo il nostro sciopero generale del 28 novembre, a due settimane da Natale, quando ormai la partita della manovra sarà praticamente chiusa. Da quando siamo nati, la Cgil ha fatto sistematicamente come se noi non esistessimo, nella migliore tradizione comunista, che di solito nega coloro che si trovano a sinistra. Difficile invertire all’improvviso questa tendenza. Forse servirebbe una forte pressione interna, che non mi pare di individuare. A rimanere deluse saranno soprattutto le centinaia di migliaia di persone che sono scese in piazza, che avevano creduto nello sciopero generale unitario dello scorso 3 ottobre. Questa divisione segna un passo indietro”. Nonostante queste sollecitazioni, la Cgil sembra ormai decisa ad andare da sola, confermando il secondo sciopero generale e formalizzando la data al termine dell’assemblea di domani. L’idea della Cgil è quella di proseguire la protesta per contrastare la legge di Bilancio, ammesso che ci siano ancora margini di modifica in Parlamento. In una nota si legge che l’obiettivo delle prossime decisioni che verranno prese è “dare continuità alla mobilitazione avviata e proseguire l’impegno della Cgil su tutti i temi che l’hanno vista protagonista nelle piazze e nei luoghi di lavoro nelle ultime settimane”. Considerati i paletti da rispettare, i dieci giorni di preavviso richiesti dalla legge 46, e la “rarefazione oggettiva”, cioè l’insieme di norme che impongono un intervallo minimo tra le azioni di sciopero per garantire la continuità del servizio pubblico essenziale, calendario alla mano la data del 12 appare come quella più probabile. 
I COBAS: non sostituendo i collaboratori scolastici assenti si mette a rischio sicurezza e diritto allo studio
Ci sono pervenute numerose segnalazioni da parte di collaboratori scolastici di diverse istituzioni scolastiche. Tutte denunciano una criticità sempre più diffusa: la mancata sostituzione, attraverso supplenze brevi, dei colleghi assenti per malattia, permessi o altri legittimi motivi. Si tratta di una prassi che, purtroppo, non si limita più alle assenze di un solo giorno, per le quali già in passato le scuole tendevano a non procedere con la nomina di supplenti, ma si protrae anche per periodi più lunghi, talvolta di diverse settimane. Una situazione che mette in seria difficoltà l’intero sistema di funzionamento delle scuole, con ripercussioni dirette sulla sicurezza, sull’igiene e sulla sorveglianza quotidiana degli alunni. L’organico attualmente assegnato alle istituzioni scolastiche per il profilo dei collaboratori scolastici risulta assolutamente insufficiente a garantire, in modo continuativo, i livelli minimi di sorveglianza e sicurezza richiesti dalla normativa. Le scuole si trovano costrette a redistribuire il personale presente, riducendo o eliminando temporaneamente servizi fondamentali come la sorveglianza, la pulizia e l’igiene dei locali scolastici, l’assistenza agli alunni con disabilità. A ciò si aggiungono le fisiologiche assenze per malattia o altre. Come tutti i lavoratori, anche i collaboratori scolastici usufruiscono, con pieno diritto, delle tutele previste dalla legge, inclusi i permessi garantiti dalla L. 104/1992 per l’assistenza a familiari con disabilità grave. A questi si somma il personale con mansioni ridotte per motivi di salute, che non può essere impiegato in tutte le attività ordinarie di servizio. Il risultato è un quadro complesso in cui il carico di lavoro grava su un numero sempre più ristretto di persone, costrette spesso a coprire più plessi scolastici. Occorre ricordare che il divieto di sostituzione del personale appartenente al profilo di collaboratore scolastico è stato superato dalla nota MIUR n. 2116 del 30 settembre 2025. Tale disposizione consente ai dirigenti scolastici di derogare al divieto e di stipulare contratti di supplenza breve esaltuaria, fin dal primo giorno di assenza del personale. Pertanto, è prioritario garantire l’incolumità e la sicurezza degli alunni, assicurando la necessaria assistenza a quelli diversamente abili e preservando il corretto funzionamento del servizio scolastico. La nota, infatti, specifica che in caso di mancata sostituzione si verrebbero a creare “necessità obiettive non procrastinabili, improrogabili e non diversamente rimediabili”, tali da rendere impossibile garantire le condizioni minime di sicurezza e da compromettere, in modo determinante, il diritto allo studio costituzionalmente garantito. Nonostante la chiarezza delle indicazioni ministeriali, molti dirigenti scolastici continuano a negare la possibilità di nominare supplenti nei primi 7 giorni di assenza dei collaboratori scolastici, richiamando il presunto rischio di un “danno erariale” per lo Stato. Questa giustificazione, divenuta ormai una sorta di “formula magica” ripetuta automaticamente, viene utilizzata per giustificare scelte organizzative per scaricare sui lavoratori la carenza di risorse. In realtà, la citata nota n. 2116 chiarisce inequivocabilmente che non sussiste alcun danno erariale qualora la supplenza venga disposta per garantire la sicurezza e l’incolumità degli alunni, la pulizia degli ambienti e la regolare erogazione del servizio. Anzi, il mancato intervento potrebbe configurare una responsabilità per omissione, in quanto la scuola non avrebbe assicurato il rispetto delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e sull’assistenza agli alunni con disabilità. Le scuole non possono funzionare regolarmente senza la piena operatività dei collaboratori scolastici. I collaboratori scolastici sono fondamentali nella vita quotidiana degli istituti in quanto garantiscono l’apertura e la chiusura dei locali, la pulizia e l’igiene degli ambienti, la sorveglianza durante l’ingresso, la ricreazione, l’uscita e l’assistenza agli alunni con disabilità. Pensare di poter “risparmiare” su queste figure significa ignorare la funzione che esse svolgono all’interno della comunità scolastica. Alla luce di quanto sopra, invitiamo i dirigenti scolastici a procedere alla sostituzione dei collaboratori scolastici assenti fin dal primo giorno, nel pieno rispetto delle norme e nell’interesse primario degli alunni e dei lavoratori. È necessario che ogni decisione organizzativa sia orientata non al mero contenimento della spesa, ma alla tutela dell’incolumità, della sicurezza e dell’inclusione. La scuola non può essere considerata un luogo in cui si fanno economie. Il presunto risparmio di bilancio non può mai prevalere sul diritto allo studio e sull’inclusione scolastica, valori fondamentali sanciti dalla Costituzione e ribaditi più volte dalla Corte Costituzionale. È tempo che le istituzioni scolastiche e l’amministrazione centrale riconoscano in modo concreto il ruolo imprescindibile dei collaboratori scolastici nel garantire la qualità e la sicurezza della Scuola. La loro presenza quotidiana è la prima garanzia di funzionamento della scuola pubblica. Chiediamo, quindi, che si ponga fine a prassi amministrative distorte e che si applichino correttamente le disposizioni vigenti, assicurando sostituzioni tempestive e adeguate. Solo così  una scuola può definirsi davvero inclusiva, sicura e rispettosa dei diritti di tutti i  lavoratori/trici e alunni/e. Domenico Montuori   Esecutivo Nazionale COBAS Scuola