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Sciopero generale della Scuola il 6 e 7 maggio con manifestazioni territoriali
Contro le prove Invalsi inutili e dannose. Siamo contro i quiz Invalsi perchè: a) non hanno determinato alcun sviluppo positivo nel sistema educativo; b) non possono misurare competenze poiché sono costituite da test decontestualizzati a risposta chiusa o aperta univoca; c) la valutazione delle competenze richiede strumenti specifici, l’utilizzo di test contraddice il concetto stesso di competenza; d)  hanno diffuso nelle scuole la pratica del teaching to test, sottraendo tempo e attenzione alla didattica attiva. Quest’anno i quiz Invalsi si svolgeranno nella scuola Primaria in due giornate consecutive, il 6 e 7 maggio: il che ci consente di bloccarne il maggior numero, convocando lo sciopero sia il 6 sia il 7 . Non chiediamo a docenti ed ATA di scioperare per due giorni ma di scegliere il giorno in cui lo sciopero avrà maggiori effetti. Però, anche gli altri ordini di scuola, pur non coinvolti nei quiz, hanno validi motivi per scioperare e partecipare alle mobilitazioni di quelle giornate. Per cui abbiamo deciso di estendere lo sciopero alle Scuole di ogni ordine e grado, aggiungendo al rifiuto delle prove Invalsi i seguenti obiettivi. Recupero di almeno il 30% del potere d’acquisto di docenti ed ATA, perso in questi anni. Negli ultimi 30 anni, il potere d’acquisto di docenti ed ATA si è ridotto di circa il 30%. Gli aumenti del contratto-miseria, appena firmato, non solo non compensano il forte calo del valore dei salari, ma sono anche ben lontani dal coprire l’inflazione del 14,8% dell’ultimo triennio, visto che gliaumenti sono solo del 6%, con una perdita ulteriore di oltre l’8%. Questa continua perdita svaluta la funzione educativa, impoverendo le condizioni di vita di docenti e ATA. Il recupero del 30% del potere d’acquisto è una necessità di giustizia e dignità sociale. La qualità dell’istruzione dipende anche dal riconoscimento economico dei suoi protagonisti. Per docenti ed ATA pensione corrispondente all’ultimo stipendio e in età compatibile con un lavoro gravoso e usurante – No al Fondo Espero e al silenzio -assenso. Il personale scolastico merita una pensione corrispondente all’ultimo stipendio. Il Fondo Espero, promosso e amministrato dai sindacati “rappresentativi” e dall’amministrazione, rappresenta una inaccettabile privatizzazione della previdenza pubblica, così comeè inaccettabile il meccanismo liberticida del silenzio- assenso per i neo assunti. È necessario destinare risorse pubbliche per rafforzare il sistema previdenziale, garantendo un’uscita dal lavoro a un’età compatibile con la fatica fisica e psicologica che l’insegnamento e i compiti ausiliari comportano (lavori gravosi e usuranti).  Assunzione su tutti i posti disponibili e ripristino del “doppio canale” per eliminare il precariato. Il precariato nella scuola è una ferita aperta da decenni. Più di 200.000docenti e ATA vivono in una condizione di instabilità cronica, passando da un contratto all’altro, privi di continuità didattica e di tutele. Questa situazione penalizza i lavoratori/trici e danneggia la qualità dell’insegnamento e la continuità educativa. È necessario assumere “in ruolo” su tutti i posti vacanti edisponibili in organico, procedendo a stabilizzazioni immediate tramite procedure snelle e trasparenti e ripristinando il “doppio canale”. Ruolo unico docenti dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado. La frammentazione della professione docente in una molteplicità di ruoli e contratti differenziati ha creato disuguaglianze ingiustificate. La proposta di un ruolo unico docente, che comprenda l’istruzione statale, dall’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado, intende riconoscere la natura unitaria della funzione docente. L’insegnamento, pur con le sue specificità, è fondato sulla medesima finalità educativa e formativa. Il ruolo unico permetterebbe di superare disparità contrattuali e di carriera, favorendo una retribuzione equa e commisurata alla professionalità. No alla riduzione a quattro anni dei percorsi di istruzione secondaria. La contrazione del ciclo di studi superiore da cinque a quattro anni comporterebbe l’impoverimento dell’offerta formativa, la compressione dei programmi e l’abbassamento della qualità, l’aumento delle ore settimanali e dei carichi di lavoro e di studio (per docenti e studenti), la drastica riduzione degli organici e la perdita di posti di lavoro, l’aumento delle diseguaglianze educative, perché colpirebbe maggiormente gli studenti più fragili per i quali l’istruzione è l’unico motore di crescita. No alle Indicazioni Nazionali 2025. E’ un documento fortemente ideologico, intriso di nazionalismo e retorica, che utilizza la “personalizzazione” e la “valorizzazione dei talenti” come strumenti di selezione classista. L’obiettivo politico è costruire nel tempo l’egemonia politico-culturale della destra.  Denunciamo in particolare l’ossessione identitaria e occidentalista, soprattutto nell’insegnamento della storia, e la deriva autoritaria che le attraversa – in contrasto con l’idea di una scuola attiva, democratica, pluralista – e che ancora una volta vieta (o limita) attività didattiche su sessualità ed affettività anche alle medie e alle superiori. No all’Autonomia differenziata. L’AD non garantisce i servizi essenziali e i diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale, frammenta scuola e sanità creando disuguaglianze nell’offerta formativa, nei diritti sociali, in particolare nei diritti all’istruzione e alla salute della popolazione. Esecutivo Nazionale COBAS Scuola
March 6, 2026
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Chi ha paura dei ragazzi. Come il Decreto Caivano ha piegato la giustizia minorile
di Enrico Cicchetti Il Foglio, 26 febbraio 2026 Emergenza permanente e allarme baby gang, ma i dati sulla giustizia minorile raccontano altro: siamo tra i paesi meno “criminali” d’Europa. Per la prima volta gli istituti minorili sono sovraffollati, non per un’esplosione dei reati ma per la svolta repressiva. Così rischiamo di smontare un laboratorio avanzato di civiltà giuridica. Il rapporto di Antigone. C’è un modo serio di parlare di giustizia minorile: leggere i dati. E poi c’è il modo più redditizio elettoralmente: evocare l’emergenza continua, raccontare un’Italia in mano alle baby gang, moltiplicare i video sui social, trasformare ogni fatto di cronaca in paradigma nazionale. L’VIII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile italiana offre una bussola preziosa per uscire dalla nebbia emotiva. E i numeri raccontano una storia diversa da quella che domina il dibattito pubblico. Uno su tutti: l’Italia ha un tasso di denunce a carico di minorenni pari a 363,4 per centomila abitanti. La media europea è 647,9. Quasi il doppio. Se guardiamo ai numeri comparati, siamo tra i paesi meno “criminali” d’Europa. Ma se guardiamo al dibattito pubblico, sembriamo sull’orlo di una rivolta permanente.  È in questo scarto tra realtà e percezione che si inserisce il decreto Caivano. Dal settembre 2023 in poi, scrive l’associazione che si occupa dei diritti dei detenuti, la giustizia minorile ha cambiato passo. Non perché siano improvvisamente esplosi i reati, ma perché è cambiata la risposta dello stato. Il risultato è sotto gli occhi di chi visita gli istituti: per la prima volta anche gli Ipm conoscono il sovraffollamento. Tra il 2023 e il 2024 la presenza media giornaliera cresce di oltre il 30 per cento. Se confrontiamo il 2025 con il 2022, ultimo anno prima della stretta, le presenze sono aumentate di circa il 35 per cento. Non è un dettaglio tecnico. Il diritto penale minorile italiano era nato – con il dpr 448 del 1988 – come un laboratorio di responsabilizzazione e recupero. Il carcere come extrema ratio, la messa alla prova come strumento principe, l’individualizzazione del trattamento come regola. Oggi l’asse si è spostato: più custodia cautelare, più automatismi, più facilità nel trasferire i ragazzi verso il circuito degli adulti. Per fare un esempio chiaro: la “messa alla prova” è una formula che funziona: gli esiti positivi superano l’85 per cento. È uno strumento che responsabilizza il minore, coinvolge la famiglia, mobilita il territorio. Eppure il decreto Caivano ha introdotto preclusioni automatiche per alcuni reati, comprimendo la discrezionalità del giudice minorile. E tradisce così la specificità del diritto penale minorile, costruito per recuperare, non per escludere. Il punto decisivo, però, è un altro. Nel 2024 le denunce a carico di minorenni crescono del 16,7 per cento. Le segnalazioni trasmesse ai servizi della giustizia minorile aumentano del 12 per cento. Ma gli ingressi reali nel sistema – cioè i casi che diventano presa in carico effettiva – crescono appena del 2 per cento. Per essere chiari: se ci fosse un’epidemia criminale, vedremmo una crescita proporzionale in tutte le fasi. Non è così. Molte segnalazioni si sgonfiano lungo il percorso. Non perché lo stato sia lassista, ma perché non si tratta, nella gran parte dei casi, di fatti tali da giustificare una risposta penale strutturata. In una stagione politica dominata dalla retorica securitaria, la criminalizzazione è spesso più veloce dell’analisi. È la dinamica tipica delle fobie collettive. Ma la realtà giudiziaria resta più complessa e sfumata. Intanto, mentre le presenze crescono, le risorse non seguono lo stesso ritmo. Il Dipartimento della giustizia minorile vede riduzioni di bilancio proprio mentre aumenta il numero dei ragazzi in carico. Significa più pressione sugli educatori, sugli assistenti sociali, sulla polizia penitenziaria. Significa turni più pesanti, meno progettualità, più gestione emergenziale. Chi pensa che il garantismo sia disinteresse per chi lavora negli istituti sbaglia bersaglio. Il sovraffollamento non danneggia solo i detenuti, ma logora il personale, abbassa la qualità del lavoro, aumenta il rischio di tensioni. Una politica penale seria dovrebbe avere a cuore entrambe le cose: i diritti dei ragazzi e la dignità professionale di chi li custodisce. C’è poi un altro dato inquietante: quasi due terzi dei ragazzi detenuti sono in custodia cautelare. Presunti innocenti. Tra i minorenni la percentuale supera l’80 per cento. La custodia cautelare dovrebbe essere extrema ratio. Sta diventando prassi, in una torsione culturale prima ancora che giuridica. C’è poi il capitolo dei minori stranieri. La narrazione politica insiste su un’emergenza che i numeri non confermano. L’86 per cento degli omicidi commessi da ragazzi entrati negli IPM nel 2025 è attribuito a italiani. Gli stranieri finiscono più spesso in carcere per reati contro il patrimonio, meno gravi. E solo lo 0,52 per cento dei minori stranieri residenti in Italia è in carico alla giustizia minorile. L’allarme generalizzato non regge alla prova dei fatti. Regge invece la fotografia della vulnerabilità. Cresce la povertà minorile, cresce il disagio psichico, raddoppia l’uso di psicofarmaci. Il carcere, che dovrebbe essere riservato ai casi più gravi, finisce per selezionare i più fragili: chi non ha famiglia, chi vive per strada, chi non ha domicilio stabile. La giustizia minorile italiana è stata per decenni un laboratorio avanzato di civiltà giuridica. Smontarla in nome dell’emergenza permanente è un errore storico.
February 26, 2026
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Contro il precariato strutturale di docenti ed ATA
Il reclutamento del personale docente è stato presentato negli ultimi anni come il terreno su cui misurare l’efficienza e il “merito” della scuola pubblica. In realtà, il sistema dei concorsi si è trasformato in un meccanismo arzigogolato e frammentato che non garantisce né stabilità né continuità didattica. Con la riforma legata al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, introdotta dal decreto-legge 73 del 2021 e ridefinita dal decreto-legge 36 del 2022, l’accesso all’insegnamento è stato spezzato in più fasi successive: dal concorso, passando poi al contratto a tempo determinato finalizzato al ruolo, al percorso abilitante universitario svolto durante l’anno scolastico, per giungere infine all’inizio dell’anno di prova. Un iter che può estendersi per tre anni e che non trova paragoni in nessun’altra professione regolamentata. In questo arco di tempo il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha bandito tre concorsi PNRR consecutivi, dichiarando complessivamente oltre 90 mila posti. Tuttavia, una parte consistente di queste cattedre è rimasta senza vincitori, soprattutto nelle discipline scientifiche e tecniche e nelle sedi più periferiche e gli stessi posti sono stati quindi ribanditi nei concorsi successivi, finendo per essere conteggiati più volte come “nuove assunzioni” senza tradursi in reali immissioni in ruolo. Il risultato è un sistema che produce dei meccanismi di selezione ripetuti sugli stessi posti, senza ridurre in modo significativo il numero dei precari, andando a coprire difatti solo il turn over. A questo si aggiunge un elemento raramente considerato nelle analisi ufficiali: in molti casi agli stessi concorsi hanno partecipato le stesse persone due o tre volte. Docenti non risultati vincitori nelle prime procedure, oppure vincitori in regioni lontane dalla propria residenza, hanno tentato successivamente di riavvicinarsi concorrendo di nuovo. Molti candidati hanno scelto inizialmente le regioni del Centro-Nord, dove per la propria classe di concorso era disponibile un numero maggiore di posti, per poi ripresentarsi nei concorsi successivi nella regione di origine quando si sono liberate nuove cattedre. Questo ha contribuito a gonfiare i numeri delle assunzioni e ha imposto a migliaia di precari spostamenti continui nel giro di poche settimane, con costi di viaggio e alloggio interamente a proprio carico, e a pagare il prezzo più alto sono stati soprattutto i docenti provenienti dal Mezzogiorno. Chi riesce a vincere un concorso, peraltro, non ottiene automaticamente il ruolo. L’assunzione avviene con un contratto a tempo determinato e l’obbligo di iscriversi a percorsi universitari pomeridiani e nel fine settimana, tra lezioni teoriche, un tirocinio diretto e indiretto e una nuova prova finale con lezione simulata, seguita poi dall’anno di prova. Difatti si tratta di tre anni consecutivi di verifiche per essere riconosciuti idonei all’insegnamento, con un carico di lavoro che può superare le 60–70 ore settimanali sommando attività scolastica e formazione. Il tutto a pagamento, con costi compresi tra 1.800 e 2.500 euro anche nelle università pubbliche, spesso in modalità a distanza e con programmi che ripropongono contenuti già sostenuti per l’acquisizione dei 24 CFU. Parallelamente è cresciuto un mercato dei titoli e delle certificazioni, comprese le attestazioni linguistiche che non sempre trovano riscontro nelle competenze effettive. La cronaca recente ci ha raccontato le tristi vicende di scuole di formazione farlocche, veri diplomifici che hanno permesso a migliaia di docenti dalla dubbia morale di scalare le graduatorie delle supplenze e dei concorsi. Il sistema concorsuale in atto non si innesta su un quadro di reale stabilizzazione, ma su una precarietà strutturale ormai cronica. Negli ultimi anni i contratti a tempo determinato nella scuola hanno superato stabilmente le 200 mila unità annue, arrivando oltre quota 250 mila nell’anno scolastico 2023/24. Non si tratta solo di supplenze brevi per assenze temporanee, ma anche di posti vacanti al 30 giugno o al 31 agosto che da decenni non vengono trasformati in organico di diritto. Una massa di incarichi strutturali mantenuti nella dimensione del tempo determinato, in aperto contrasto con le ripetute indicazioni dell’Unione europea che, attraverso procedure di infrazione e condanne, ha intimato allo Stato italiano di superare l’abuso dei contratti a termine e di stabilizzare il personale con almeno 36 mesi di servizio. Ed è anche in questo contesto che si colloca la quotidianità dei docenti precari storici e per giunta pendolari, in particolare nell’infanzia e nella primaria. Migliaia di insegnanti rispondono ogni giorno a convocazioni per supplenze anche di poche ore, spostandosi all’alba verso nodi di smistamento informali in attesa di una chiamata. Sui treni regionali affollati da maestre e insegnanti che per necessità spezzano la notte, dormendo metà a casa propria e metà in viaggio verso scuola, prende forma un’infrastruttura invisibile che consente l’apertura delle classi e la continuità delle lezioni. Un pendolarismo forzato che supplisce alle carenze dell’organico di potenziamento e che comporta costi economici rilevanti, spesso superiori al 20 per cento del salario, mai rimborsati. E tra costoro ci sono anche migliaia di assistenti amministrativi e tecnici e collaboratori scolastici (il personale ata) senza i quali in molti casi numerose scuole periferiche e in aree disagiate non potrebbero aprire. Di fronte alle critiche, il Ministero ha richiamato gli obblighi europei del PNRR e le riforme varate dai governi precedenti. Ma nessuna norma europea impone di mantenere centinaia di migliaia di precari ogni anno né di scaricare sui lavoratori i costi della formazione obbligatoria. I dati sulle assunzioni e sulla copertura degli organici non cancellano il dato di fondo: la scuola continua a funzionare grazie a una precarietà strutturale. Misure come la possibilità di conferma del docente di sostegno su richiesta delle famiglie o l’estensione della Carta del docente alle spese di trasporto dei supplenti restano interventi parziali, che non incidono. Per un Ministero che ha fatto del “merito” una parola identitaria, il sistema attuale non seleziona i più competenti, ma chi riesce a resistere più a lungo a costi, incertezze e mobilità forzata. Serve un cambio di rotta netto: trasformare i posti vacanti in organico stabile, rendere l’abilitazione gratuita e integrata nei percorsi universitari, superare la logica dei concorsi ripetuti sugli stessi posti e avviare un vero piano di assunzioni, accompagnato dalla riduzione del numero di alunni per classe. In questo contestoa precarietà non è più un incidente di percorso: è diventata l’ingranaggio centrale del sistema di reclutamento. Finché la logica ragionieristica continuerà a prevalere sulla stabilizzazione del personale, la continuità didattica resterà un obiettivo proclamato e sistematicamente smentito dalla realtà delle scuole. E a farne le spese, in coda a questo treno di problematiche, sono sempre le alunne e gli alunni. Daniela Perrone  Esecutivo COBAS Scuola di Roma e provincia
February 20, 2026
Cobas Scuola
DOMANDE GPS 2026-2028 DAL 23 Febbraio al 16 Marzo 2026
Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha comunicato alle organizzazioni sindacali  che lunedì 23 febbraio 2026 sarà pubblicata sul portale INPA l’Ordinanza Ministeriale relativa alle procedure di aggiornamento e rinnovo delle GPS. Le domande di inserimento e aggiornamento delle GPS potranno essere presentate dalle ore 12,00 del 23 febbraio alle ore 23,59 del 16 marzo 2026. Per poter accedere alla compilazione della domanda è necessario possedere le credenziali SPID o quelle CIE, oltre a essere abilitati al servizio “Istanze online”. L’istanza può essere raggiunta dall’indirizzo www.miur.gov.it, seguendo il percorso Argomenti e servizi>Reclutamento e servizio del personale scolastico>Graduatorie provinciali di supplenza.  Requisiti di accesso. Prima fascia Infanzia e Primaria: Diploma magistrale abilitante conseguito entro a.s. 2001/02 oppure laurea in Scienze della formazione primaria. Sostegno prima fascia primaria Aspiranti in possesso di specializzazione. Prima fascia Educazione motoria alla primaria Aspiranti abilitati con concorso DD n. 1330 del 4 agosto 2023. Seconda fascia Infanzia e Primaria. Studenti e studentesse che, nell’anno accademico 2025/2026 sono iscritti/e al terzo anno di Scienze della Formazione primaria o ad annualità successive, avendo conseguito almeno 150 CFU entro il termine di presentazione della domanda. Seconda fascia Educazione motoria alla primaria. LM-67 “Scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate”, LM-68 “Scienze e tecniche dello sport”,LM-47 “Organizzazione e gestione dei servizi per lo sport e le attività motorie”, oppure titolo di studio ad esse equiparato ai sensi del decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca del 9 luglio 2009 (quali: LS 53 “Organizzazione e gestione dei servizi per lo sport e le attività motorie”; LS 75 “Scienze e tecnica dello sport”; LS 76 “Scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattative”). Prima fascia scuola secondaria primo e secondo grado Abilitazione. Sostegno prima fascia secondaria di primo e secondo grado Aspiranti in possesso di specializzazione. Seconda fascia secondaria primo e secondo grado Titolo di accesso coerente per l’accesso alla classe di concorso. Prima fascia ITP Abilitazione. Seconda fascia ITP Diploma ITP di istituto tecnico o professionale che permette l’accesso alla classe di concorso ai sensi del dm n. 19/2016 e dm n. 259/2017. Prima fascia personale educativo Abilitazione. Sostegno prima fascia personale educativo Aspiranti in possesso di specializzazione. Seconda fascia Personale educativo Precedente inserimento nella medesima fascia per il personale educativo nelle istituzioni educative, ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. h) del decreto del Ministro della pubblica istruzione 21.6.2007, n. 53; abilitazione per la scuola primaria; diploma di laurea in pedagogia, diploma di laurea in scienze dell’educazione, laurea specialistica in scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua LS 65, laurea specialistica in scienze pedagogiche LS 87, laurea magistrale in scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua LM 57, laurea magistrale in scienze pedagogiche LM-85; laurea in scienze dell’educazione L-19.
February 19, 2026
Cobas Scuola
Sabato 28 febbraio h.13 a Roma P. della Repubblica Contro la violenza maschile
La Confederazione COBAS, il CESP (Centro Studi Scuola Pubblica) e i COBAS Scuola partecipano alla Manifestazione nazionale indetta dai Centri antiviolenza che si svolgerà a Roma il 28 febbraio prossimo. La manifestazione si inserisce nella mobilitazione permanente indetta dai Centri antiviolenza, dai primi presidi sotto il Senato del 27 gennaio all’assemblea nazionale alla Sapienza del 9 febbraio per coordinare le giornate del 15 febbraio organizzate sui territori e la manifestazione del 28 febbraio, sotto lo slogan #senzaconsensoèstupro, per contestare il DDL Bongiorno (o “DDL Stupri”) attualmente in discussione al Senato.  All’interno di questo percorso il CESP e i COBAS Scuola hanno svolto per il terzo anno consecutivo un ciclo di seminari “Il ruolo della scuola nella prevenzione e nel contrasto della violenza maschile contro le donne” a Salerno, Roma, Latina, Formia, Napoli, Potenza, insieme a Differenza Donna (uno dei principali motori politici e legali della protesta) che gestisce 16 Centri Antiviolenza, 10 Case Rifugio, 8 sportelli Emergenza Codice Rosa in presidi ospedalieri, 3 Sportelli antiviolenza.  L’Associazione, fondatrice della rete D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), porta in piazza l’esperienza delle operatrici che ogni giorno assistono le vittime, sottolineando come una legge non basata sul consenso scoraggi le denunce e favorisca l’impunità degli aggressori. La mobilitazione chiede che l’Italia assuma quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul, che definisce lo stupro basandosi esclusivamente sulla mancanza di consenso liberamente dato. Con la propria partecipazione e coordinandosi con la protesta dei Centri antiviolenza, i COBAS e il CESP vogliono denunciare pubblicamente le modifiche al disegno di legge, in particolare il passaggio dal principio del “consenso” a quello del “dissenso”. Richiedere una “volontà contraria” esplicita riporta il peso della prova sulla vittima, ignorando le situazioni di paralisi da paura o di incapacità di reagire. Dunque, l’obiettivo dichiarato per il 28 febbraio è quello di non “arretrare di un passo” finché il testo della legge non tornerà alla sua formulazione originaria, basata sul consenso esplicito. Tutte e tutti in piazza sabato 28 febbraio alle 13.00 a Roma (Piazza della Repubblica). Confederazione COBAS        CESP (Centro Studi Scuola Pubblica)      COBAS Scuola
February 19, 2026
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14 Febbraio ore 14.30   DEFEND ROJAVA Manifestazioni a ROMA,  Piazza Indipendenza, e a Milano
Kobane è sotto assedio. Undici anni fa era l’ISIS a stringere d’assedio la città simbolo della resistenza curda, oggi sono le forze del nuovo governo siriano, affiancate da milizie filoturche, a chiudere ogni via di fuga. Cambiano gli attori, ma non la logica: cancellare l’esperimento politico curdo e ridurlo a una parentesi da archiviare con la forza. Il ritiro forzato delle Forze della Siria Democratica (SDF) da Raqqa, Tabqa e Deir ez-Zor ha ridotto drasticamente il territorio amministrato dall’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES). Kobane è oggi senza elettricità, acqua, riscaldamento, carburante e collegamenti internet, mentre migliaia di civili provenienti dai villaggi circostanti hanno trovato rifugio in città, aggravando una situazione già al collasso. Bambini, anziani e famiglie dormono all’aperto o in tende improvvisate, mentre le strutture sanitarie operano senza corrente. Le SDF continuano a difendere la popolazione civile e a garantire la custodia dei prigionieri ISIS, ma il collasso di prigioni e campi rischia di favorire fughe di massa e la riorganizzazione di cellule jihadiste, minacciando la stabilità regionale e la sicurezza internazionale. Alla base della DAANES c’è il Confederalismo Democratico, il progetto politico sviluppato da Abdullah Öcalan, leader storico del movimento curdo. La sua visione rifiuta lo Stato-nazione come strumento di oppressione e propone autonomie locali, consigli popolari, parità di genere, economia cooperativa e autodifesa comunitaria. Questo modello ha ispirato la costruzione di un progetto di Siria plurale, dove curdi, arabi, cristiani, ezidi e altre minoranze hanno coabitato, sperimentando forme di democrazia diretta e convivenza tra identità diverse. È qui che l’ISIS è stato sconfitto, al prezzo di migliaia di vite, dimostrando che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La rivoluzione del Rojava e l’esperimento dell’autogoverno sono oggi messi in pericolo non solo dalle offensive militari, ma anche dall’inerzia della comunità internazionale, che osserva mentre città come Kobane vengono isolate e private dei servizi essenziali. In questo contesto, la liberazione di Abdullah Öcalan rimane centrale. Dal 1999, Öcalan è detenuto in isolamento sull’isola-prigione di Imrali: la sua detenzione non rappresenta solo una violazione dei diritti umani, ma costituisce un ostacolo alla pace e alla risoluzione della questione curda in ognuno dei paesi in cui il Kurdistan è diviso. Öcalan ha più volte proposto soluzioni politiche e negoziati per il riconoscimento dei diritti dei curdi all’interno dei paesi in cui questi vivono, e la sua liberazione è un passo fondamentale per sostenere l’autogoverno del Rojava e le prospettive di stabilità regionale. Inoltre il leader curdo ha mostrato la sua volontà di concludere il conflitto ancora una volta il 27 febbraio scorso, aprendo la via ad un nuovo processo di pace con lo scioglimento del PKK. Quel processo, è ora più fragile che mai. Come nel passato, la resistenza continua. A Kobane, la popolazione civile si mobilita per difendere la città, con donne e uomini, curdi ed ezidi, armeni e siriaci che sostengono la difesa dei quartieri. Quello che è in gioco non è soltanto un territorio, ma un intero modello politico: la possibilità concreta di costruire una Siria democratica, plurale e inclusiva, che sfidi il fondamentalismo e il centralismo autoritario. Il 14 febbraio 2026 ci ritroveremo in corteo a Roma e Milano per chiedere la liberazione di Abdullah Öcalan e di tutti i prigionieri politici in Turchia, per difendere la rivoluzione curda e il futuro delle comunità del Nord-Est della Siria. Tacere oggi significherebbe voltare le spalle a chi ha combattuto l’ISIS e tradire chi dimostra, da oltre dieci anni, che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La resistenza continua, e noi saremo al loro fianco. ROMA – 14 Febbraio ore 14:30 – Piazza Indipendenza MILANO – 14 Febbraio ore 14:30 Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia ReteKurdistan Italia Comitato Il tempo è Arrivato – Libertà per Ocalan Centro Socio-Culturale Ararat Associazione Confederalismo Democratico Kurdistan Adesioni: COBAS CUB Rifondazione Comunità PRC Attac Italia Ass. Senzaconfine Roma Associazione Verso il Kurdistan Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa (Milano)
February 4, 2026
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