Non ci sarà lo sciopero unitario, la Cgil ne convoca un altro il 12 dicembre: intervista a Piero BernocchiDopo la grande mobilitazione unitaria del 3 ottobre, i sindacati scendono in
piazza divisi per protestare contro la manovra 2026 del governo Meloni. Si va
verso due giornate di sciopero generale nazionale del settore pubblico e
privato, il 28 novembre e il 12 dicembre.
Piero Bernocchi, portavoce della Confederazione Cobas, a Fanpage.it: “Questa
divisione segna un passo indietro rispetto al 3 ottobre”.
A cura di Annalisa Cangemi
Si va verso due giornate di sciopero generale nazionale contro la manovra 2026,
che coinvolgeranno tutte le categorie del settore pubblico e privato. Il primo
sciopero, convocato dall’Usb, a cui aderiscono anche Cobas, Cub, Adl, Clap, Sgb,
Sial, si svolgerà il 28 novembre. Il secondo sciopero generale non è stato
ancora proclamato ufficialmente, ma la Cgil lo scorso 31 ottobre ha sottoposto
la data del 12 dicembre alla Commissione di garanzia, che ha dato già il suo ok.
Per l’ufficializzazione della giornata di sciopero generale si dovrà attendere
comunque domani, 7 novembre, quando si terrà l’assemblea delle delegate e dei
delegati ‘Democrazia al lavoro’ a Firenze, alla quale parteciperà anche il
segretario Maurizio Landini. Lo scorso 3 ottobre i sindacati avevano scioperato
uniti: Cgil, Usb, Cub, Sgb, Cobas, Cib Unicobas, Cobas Sardegna si sono
mobilitati a sostegno di Gaza e dell’iniziativa della Global Sumud Flotilla. Il
Garante per gli scioperi ha successivamente annunciato l’apertura di un
procedimento di valutazione nei confronti delle sigle sindacali, per aver
indetto la mobilitazione senza il mancato preavviso di dieci giorni, previsto
dalla legge 146/90, e ha ritenuto inconferente il richiamo da parte delle
organizzazioni all’articolo 2, comma 7, che prevede la possibilità di effettuare
scioperi senza preavviso solo “nei casi di astensione dal lavoro in difesa
dell’ordine costituzionale, o di protesta per gravi eventi lesivi
dell’incolumità e della sicurezza dei lavoratori”. Secondo le sigle sindacali la
situazione di pericolo in cui si trovava al Global Sumud Flotilla, bloccata da
Israele, giustificava il ricorso all’articolo 2 della legge.
In quel momento è stata la guerra a Gaza a portare in piazza nello stesso
momento tutte le sigle sindacali, una situazione senza precedenti, che mai si
era verificata dalla nascita del sindacalismo di base, circa 40 anni fa. Ma la
Palestina e il no alla guerra non possono fare da collante anche questa volta. I
sindacati scenderanno di nuovo in piazza contro la legge di Bilancio, ma non
protesteranno in modo unitario, anche se le rivendicazioni sono praticamente
identiche: aumento di salari e pensioni, maggiori investimenti su scuola e
sanità, contrasto della precarietà, sostegno alle politiche industriali. Stesse
piattaforme, dal punto di vista dei contenuti, ma date separate.
L’appello dei Cobas per uno sciopero generale unitario è caduto nel vuoto. I
Cobas hanno provato nei giorni scorsi a lanciare un appello per uno sciopero
generale unitario, per ripetere il blocco del 3 ottobre, con due milioni di
persone in piazza. Un primo appello è stato lanciato lo scorso 29 ottobre. Nel
testo, che inizia con l’invito “Facciamo come il 3 ottobre!”, si legge:
“Nostra convinzione è che quella unità d’azione, che centinaia di migliaia di
militanti/attivisti ci chiedevano da anni, abbia costituito il moltiplicatore
delle presenze, che in media sono state al di sopra di ogni altra partecipazione
a scioperi del passato. Le due ulteriori novità sono state: a) a differenza di
quel che succede di solito negli scioperi “tradizionali” , la gran parte degli
scioperanti è andata a manifestare; b) si è realizzata un”eccedenza’ di
presenze, ben oltre il classico lavoro dipendente sindacalizzato: in generale,
nei cortei gli spezzoni “sociali” sono stati anche più numerosi e partecipati di
quelli delle strutture sindacali “tradizionali”. Ci pare indubbio che tutto
questo si sia realizzato per essere riusciti, per la prima volta in quasi 40
anni, a mettere in campo, unito, tutto il sindacalismo ‘di sinistra’”.
Due giorni dopo però, nonostante l’appello, la Cgil si è mossa in autonomia,
indicando appunto alla Commissione di Garanzia la data del 12 dicembre, che
domani potrebbe essere formalizzata. A questo punto i Cobas sono tornati a
chiedere ieri l’organizzazione di uno sciopero unitario, che possa vedere Cgil e
sindacati di base insieme in piazza contro la legge di Bilancio. Secondo i
Cobas, in occasione di uno sciopero generale contro la Finanziaria del governo
Meloni – che non può avere come unico elemento trainante la Palestina, ma che
deve tenere dentro le tematiche del lavoro delle pensioni, della scuola e della
sanità – non è possibile “retrocedere dall’unità del 3 ottobre”.
L’organizzazione sindacale guidata da Landini ha però rifiutato l’offerta. In
considerazione del fatto che la Cgil sembra orientata ormai sulla data del 12
dicembre, e non sembra essere intenzionata ad aderire alla data del 28 novembre
lanciata da Usb, i Cobas hanno provato a proporre una terza data alternativa,
revocando i due scioperi già convocati, individuando un’unica data intermedia
tra quelle già indette, per evitare una divisione che risulterebbe dannosa e
incomprensibile a coloro che hanno partecipato alla mobilitazione del 3 ottobre.
“Il 3 ottobre è accaduto un fatto senza precedenti: la gran parte di quelli che
hanno scioperato sono andati in piazza. Addirittura è andato in piazza qualcuno
che non ha scioperato. E questo si è verificato per certi versi anche il 22
settembre” ha detto a Fanpage.it Piero Bernocchi, portavoce della Confederazione
Cobas. “Normalmente il rapporto tra scioperanti è manifestanti è di dieci a uno,
cioè dieci scioperano e uno va in piazza. E invece questa enorme partecipazione
ha decretato il successo dello sciopero nazionale del 3 ottobre.
Il secondo fenomeno che abbiamo riscontrato è stata la partecipazione le aree
‘sociali’, cioè quelle persone che non fanno parte del lavoro dipendente
classico, ovviamente con una forte presenza studentesca e giovanile, che sono
scese in piazza anche trainate dall’effetto unitario, senza il quale quel
risultato non si sarebbe avuto. Tutto questo è chiaro anche alla Cgil, che in
questo momento ha anche un altro problema: non esiste più la “la Triplice”, cioè
la confederazione dei tre sindacati Cgil, Cisl e Uil che dalla metà degli anni
Cinquanta in poi ha sempre operato insieme. Hanno rotto, difficile dire chi ha
rotto con chi. Ma basta guardare il rinnovo contrattuale del comparto
Istruzione, che è stato firmato da Cisl e Uil, ma non dalla Cgil”, ha aggiunto
il portavoce sindacale.
“Quindi il 12 dicembre la Cgil rischia parecchio andando da sola, non avendo
accettato una proposta unitaria offerta da noi”, secondo Bernocchi. “Di questa
separazione non verremo accusati noi. I risultati, che saranno sicuramente più
ridotti, rispetto al 3 ottobre, danneggeranno più loro che noi. Tra l’altro
indicheranno una data, dopo il nostro sciopero generale del 28 novembre, a due
settimane da Natale, quando ormai la partita della manovra sarà praticamente
chiusa. Da quando siamo nati, la Cgil ha fatto sistematicamente come se noi non
esistessimo, nella migliore tradizione comunista, che di solito nega coloro che
si trovano a sinistra. Difficile invertire all’improvviso questa tendenza. Forse
servirebbe una forte pressione interna, che non mi pare di individuare. A
rimanere deluse saranno soprattutto le centinaia di migliaia di persone che sono
scese in piazza, che avevano creduto nello sciopero generale unitario dello
scorso 3 ottobre. Questa divisione segna un passo indietro”.
Nonostante queste sollecitazioni, la Cgil sembra ormai decisa ad andare da sola,
confermando il secondo sciopero generale e formalizzando la data al termine
dell’assemblea di domani. L’idea della Cgil è quella di proseguire la protesta
per contrastare la legge di Bilancio, ammesso che ci siano ancora margini di
modifica in Parlamento. In una nota si legge che l’obiettivo delle prossime
decisioni che verranno prese è “dare continuità alla mobilitazione avviata e
proseguire l’impegno della Cgil su tutti i temi che l’hanno vista protagonista
nelle piazze e nei luoghi di lavoro nelle ultime settimane”. Considerati i
paletti da rispettare, i dieci giorni di preavviso richiesti dalla legge 46, e
la “rarefazione oggettiva”, cioè l’insieme di norme che impongono un intervallo
minimo tra le azioni di sciopero per garantire la continuità del servizio
pubblico essenziale, calendario alla mano la data del 12 appare come quella più
probabile.