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Trattenimento del cittadino straniero e vulnerabilità sanitaria: ordinato il trasferimento in luogo di cura
Il Giudice di Pace di Milano ordina alla Questura il trasferimento in un luogo di cura del cittadino straniero trattenuto presso il CPR di Milano. Nel caso di specie, in sede di istanza di riesame, veniva dimostrata – mediante il deposito della scheda sanitaria richiesta al gestore del centro per rimpatri e della relazione medico-legale del Dott. Nicola Cocco – la particolare situazione di vulnerabilità sanitaria del trattenuto, affetto da problemi di tossicodipendenza e di natura psichiatrica, che lo portavano a compiere gravi atti di autolesionismo. Veniva altresì evidenziata la non idoneità delle sole cure farmacologiche fornite all’interno del CPR, in contrasto con le linee guida del Ministero della Salute in materia di trattamento della dipendenza da oppiacei con farmaci sostitutivi. Il Giudice di Pace di Milano, in conformità con quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con ordinanza n. 14340/2025, accertato che la prosecuzione del trattenimento avrebbe comportato un pregiudizio grave e irreparabile per il diritto alla salute tutelato dall’art. 32 Cost., ordinava alla Questura il trasferimento del cittadino straniero in un luogo di cura, al fine di tutelare sia il diritto alla salute individuale sia l’interesse statale al rimpatrio. Per completezza, si segnala altresì che, successivamente, la Questura si dichiarava incompetente a disporre detto trasferimento, procedendo alla liberazione del trattenuto tramite il servizio di ambulanza del 118 e fissandogli un appuntamento presso il SERD competente. Giudice di Pace di Milano, ordinanza del 20 marzo 2026 Si ringrazia l’Avv. Anna Moretti per la segnalazione e il commento.
CPR, una settimana ordinaria di orrore: scioperi della fame, minorenni detenuti e gesti disperati
I Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono luoghi opachi, sottratti allo sguardo pubblico e invisibilizzati. Quello che sappiamo di ciò che accade all’interno lo sappiamo quasi sempre grazie alle reti antirazziste e abolizioniste, che raccolgono voci, diffondono le poche immagini che trapelano e fanno pressione su prefetture e istituzioni locali. Questa è la cronaca di una settimana qualunque, tra Macomer e Milano. SCIOPERO DELLA FAME E DELLA SETE NEL CPR DI MACOMER Proseguono le proteste all’interno del CPR di Macomer, in Sardegna, unico modo in cui le persone trattenute possono sperare di uscire dall’invisibilità e denunciare le durissime condizioni di reclusione e isolamento. Nella serata di giovedì 23 aprile, alcuni dei prigionieri hanno diffuso video girati all’interno della struttura, portando alla luce per l’ennesima volta le condizioni in cui versano.  Le immagini sono rare testimonianze visive da un luogo normalmente inaccessibile e mostrano camere e bagni in stato di grave degrado: materassi sporchi e logori, pavimenti bruciati e segnati da quelle che sembrano infiltrazioni o ruggine. Su alcuni corpi dei detenuti sono visibili i segni della scabbia, con il conseguente rischio di contagio per gli altri trattenuti.  > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da NO CPR Macomer (@assemblea.nocpr.macomer) Secondo quanto riferito dall’Assemblea No CPR Macomer – che monitora puntualmente quanto avviene all’interno e raccoglie le voci dei reclusi – nel blocco C è in corso uno sciopero della fame e della sete, e – aggiornamento di ieri – c’è stato un incendio in due dei tre blocchi. La protesta è nata dalla denuncia di una serie di carenze strutturali e assistenziali: mancanza di indumenti e beni di prima necessità, vitto scarso e di bassa qualità, assenza di accesso a cure mediche specialistiche e impossibilità di incontrare i propri avvocati. Non è la prima volta che succede. Appena due settimane fa il centro era stato teatro di accese proteste, culminate con un tentativo di suicidio e con un detenuto caduto dal tetto dell’edificio. Le rivolte sono poi state represse con l’intervento delle forze dell’ordine. Nonostante ciò, nulla è cambiato e né la società che gestisce il centro né la Prefettura di Nuoro avrebbero risposto alle richieste. L’Assemblea No CPR Macomer, in una nota, definisce la struttura «una sorta di lager del ventunesimo secolo», in cui persone prive di permesso di soggiorno vengono trattenute senza prospettive, in attesa di essere rimpatriate. «Continuiamo a denunciare le condizioni disumane del centro, le responsabilità dell’ente gestore e della prefettura di Nuoro. Chiediamo che le porte del CPR siano aperte alla stampa e alla società civile e che le condizioni dei reclusi cambino radicalmente. I CPR devono chiudere, tutti, iniziamo da Macomer”, è l’appello conclusivo dell’Assemblea. MILANO, UNA SETTIMANA DI EMERGENZA AL CPR DI VIA CORELLI Negli stessi giorni, il CPR di via Corelli a Milano è stato al centro di una serie di episodi gravi che hanno allarmato la rete Mai più lager – No ai CPR. Il 21 aprile, la rete ha denunciato la presenza di almeno un minorenne recluso all’interno: un ragazzo nato nel luglio 2011, quindi di soli 14 anni. Il giorno successivo il numero saliva a cinque, tutti collocati in una stanza di isolamento.  «È rigorosamente vietato dalla legge il trattenimento di persone minorenni, che per definizione sono inespellibili e vanno tutelate. È gravissimo che nel CPR di via Corelli ve ne siano più di uno», ha scritto la rete sui propri canali social. «Non riusciamo a smettere di chiederci quale dottore possa aver mai certificato l’idoneità al trattenimento di un 14enne e dei suoi compagni che sono visibilmente poco più che dei bambini». Nicola Cocco, medico della rete e della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), ha sollevato sulla stampa una questione precisa: «In Italia non esiste una certificazione dell’età tramite strumenti biometrici. Mi chiedo: il medico che ha valutato l’idoneità al trattenimento di questo ragazzo di 14 anni su quali elementi si è basato e quale valutazione ha redatto?». Dopo le segnalazioni urgenti al Garante per l’infanzia e alla Prefettura, e grazie anche alla copertura mediatica, almeno quattro ragazzi sono stati liberati nelle ore successive, una volta che gli esami medici ospedalieri hanno confermato la loro età. Trasferiti in un centro per minori non accompagnati, la vicenda si è chiusa – almeno formalmente – senza conseguenze peggiori. La rete ha però sottolineato un elemento preoccupante: «Se i detenuti non avessero avuto cellulari con videocamera per inviarci le foto dei minorenni, non avremmo saputo nulla». Non è un caso, dunque, che il governo Meloni, con il nuovo DDL immigrazione, voglia vietare nei CPR l’uso di telefoni dotati di fotocamera. Nei giorni successivi, tra il 24 e il 26 aprile, il CPR ha registrato una serie ravvicinata di gravi episodi di autolesionismo tra i detenuti, descritti dalla rete come un «terrificante effetto domino». Secondo le testimonianze raccolte, assistere continuamente a scene di violenza in un contesto di isolamento totale e incertezza sul proprio futuro genera una spirale di disperazione difficile da arginare. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mai più lager – NO ai CPR (@noaicpr) «La vita in CPR è una notte infinita: senza fine pena, non sai se e quando uscirai, se tornerai dalla tua famiglia o in un paese che non è più il tuo, per colpa di un pezzo di carta che è impossibile acquisire», spiega la rete. Gli attivisti segnalano inoltre che i soccorsi, in alcuni casi, sarebbero arrivati con ritardi significativi, e che il personale in servizio sarebbe risultato insufficiente e in un’occasione persino il pasto è arrivato con ore di ritardo. «Dobbiamo interrompere questa spirale», conclude la rete Mai più lager – No ai CPR. «Aiutateci a pretendere l’abolizione di questi luoghi torturanti».
Milano, nuova diffida per la chiusura del CPR di via Corelli
A seguito di una nuova ispezione svolta questa mattina al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di via Corelli, Cecilia Strada, europarlamentare, Onorio Rosati, Luca Paladini e Paolo Romano, consiglieri regionali, e Rahel Sereke, consigliera del Municipio 3, hanno inviato una diffida al Sindaco di Milano per chiedere la sua immediata chiusura. La situazione del CPR milanese si inserisce in una vicenda che, negli anni, ha già prodotto inchieste giudiziarie, condanne, denunce pubbliche e rilievi istituzionali, senza che a ciò sia seguita una risposta politica adeguata e risolutiva. Da luglio 2025 è disponibile un importante strumento in più: la sentenza n. 96 della Corte Costituzionale sottolinea chiaramente come manchi una legge che disciplini le modalità di trattenimento delle persone all’interno dei CPR, che operano quindi letteralmente fuori dalla legge. Dalla sua riapertura, al CPR di Milano – come del resto in tutti gli altri centri detentivi italiani – vengono irrimediabilmente violati i diritti fondamentali delle persone trattenute, tra cui il diritto alla salute, alla difesa, all’informazione, alla comunicazione e a condizioni di vita dignitose. Criticità strutturali e violenze reiterate, episodi ricorrenti di tensione, proteste, atti di autolesionismo e tentativi di suicidio sono di casa dentro le gabbie del CPR. «Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono». dichiara Cecilia Strada, citando una frase di Bertolt Brecht condivisa con lei da una persona trattenuta in CPR. «La violenza degli argini siamo noi – aggiunge – sono le nostre istituzioni che stanno calpestando i diritti e la vita delle persone che vengono rinchiuse nei centri per il rimpatrio, e che non rispettano nemmeno le leggi su cui sono fondate». Le evidenze emerse nel tempo – dalle risultanze del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto la gestione del centro, fino ai ripetuti allarmi lanciati da associazioni, avvocati, garanti e società civile – delineano un quadro incompatibile con i principi fondamentali che dovrebbero orientare l’azione delle istituzioni democratiche, la tutela dei diritti umani e i principi fondamentali della Costituzione. «La situazione all’interno dei CPR è sempre più insostenibile. Non si può più rimanere a guardare: chiediamo che ognuno, per il ruolo che ricopre, faccia la propria parte per chiudere questi centri di detenzione illegali. Chiediamo che il sindaco Sala eserciti tutte le sue prerogative perché ciò possa avvenire», afferma Onorio Rosati. Sulla stessa linea Luca Paladini: «Rappresentare le istituzioni vuol dire anche farsi ispettori di quali linee non sono travalicabili. Le linee devono garantire il basilare rispetto dei diritti umani, cosa che i CPR calpestano nel loro semplice esistere. Nostro è il dovere di denunciarlo con tutta la forza che abbiamo». Per questo, firmatari e firmatarie della diffida chiedono la chiusura del CPR di via Corelli. L’iniziativa si inserisce nel solco dell’azione popolare promossa dalla società civile, associazioni, cooperative, cittadine e cittadini milanesi che, in passato, hanno già chiesto all’amministrazione comunale di attivarsi nei confronti del Ministero dell’Interno per ottenere la chiusura del centro, oltre al riconoscimento del danno arrecato all’immagine e all’identità della città. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA IL COMUNE DI MILANO DEVE PRETENDERE LA CHIUSURA DEL CPR E IL RISARCIMENTO DEL DANNO ALL’IDENTITÀ Un'azione popolare promossa da associazioni e cittadinə si rivolge al Sindaco Sala 15 Maggio 2024 «Il sistema dei CPR è un sistema disumano che nega i diritti umani e che tratta come animali esseri umani spesso rei, unicamente, di essere nati dal lato sbagliato del mondo: oltre il 50% delle persone ivi detenute non hanno commesso nessun reato se non l’assenza di un documento. Va messo fine a questa vergogna, lo chiede l’Italia e lo chiede prima di tutto Milano», dichiara Paolo Romano. Lo Statuto del Comune di Milano richiama con chiarezza i valori dell’uguaglianza, della dignità della persona e della tutela dei diritti fondamentali. In questo quadro, l’esistenza del CPR di via Corelli appare in aperto contrasto con i principi che Milano afferma di voler difendere. «Lo Statuto del Comune riprende fedelmente l’art. 3 della Costituzione: è più che mai necessario dare attuazione concreta anche alla sua seconda parte, che impone di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Il CPR, culmine di un sistema discriminatorio, è uno di quegli ostacoli», sottolinea infine Rahel Sereke. Con la diffida firmata oggi, i rappresentanti istituzionali ribadiscono la necessità di assumere una posizione chiara: non può esserci alcuna normalizzazione di un luogo che, per le sue condizioni e per la sua funzione, continua a produrre sofferenza, opacità e violazioni. Il percorso è solo all’inizio: tutte e tutti avranno modo di sostenere l’iniziativa attraverso una raccolta firme pubblica che sarà consegnata al Comune di Milano. Da oggi, il Sindaco avrà 90 giorni di tempo per decidere se farsi personalmente promotore della richiesta presso il Ministero dell’Interno. Firma la petizione online su Change.org