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«La Campania accoglie. Per una regione libera da CPR, razzismo e morti senza giustizia», sintesi dell’assemblea regionale
Il documento dell’Assemblea regionale che si è svolta il 26 maggio 2026 l’Università degli studi di Salerno. SINTESI L’assemblea regionale “La Campania accoglie”, tenutasi il 26 maggio 2026 presso l’Università degli Studi di Salerno, ha rappresentato un momento di confronto tra diverse realtà impegnate sui temi delle migrazioni, dell’accoglienza e dei diritti. Al centro della discussione vi sono stati lo sfruttamento lavorativo in Campania, le nuove politiche migratorie europee e nazionali, l’opposizione all’apertura di un CPR a Castel Volturno e il sostegno alle persone in uscita dal sistema di accoglienza. Dall’incontro è emersa la volontà di rafforzare il coordinamento regionale e le iniziative comuni di mobilitazione e solidarietà. A. LE PRINCIPALI TEMATICHE AFFRONTATE Il 26 maggio 2026 si è svolta presso l’Università degli Studi di Salerno l’assemblea regionale “La Campania accoglie. Per una regione libera da CPR, razzismo e morti senza giustizia“. L’incontro ha riunito realtà sociali, associative, sindacali, studentesche, del terzo settore e politiche attive nei diversi territori della regione, insieme a operatrici e operatori legali, docenti universitari e rappresentanti istituzionali, tra cui il deputato Franco Mari. L’assemblea si è svolta in un contesto segnato dal progressivo peggioramento delle politiche migratorie e dall’inasprimento delle misure repressive e securitarie. Nel corso della discussione è emersa la necessità di rafforzare gli scambi di conoscenze, pratiche e strumenti tra le diverse esperienze presenti nei territori campani, valorizzando le reti già attive di solidarietà, mobilitazione e difesa dei diritti. I principali temi affrontati sono stati: 1) lo sfruttamento lavorativo in Campania; 2) l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su immigrazione e asilo e i recenti decreti sicurezza; 3) la possibile apertura di un CPR a Castel Volturno; 4) la situazione delle persone in uscita dal sistema di accoglienza, con particolare attenzione alle famiglie palestinesi; 5) i processi di disumanizzazione oggi in corso. 1. Il tema dello sfruttamento lavorativo. È stato sottolineato come il caporalato si sia ormai esteso ben oltre il settore agricolo, investendo numerosi ambiti produttivi e contribuendo a consolidare condizioni diffuse di precarietà, ricattabilità e privazione dei diritti anche in Campania. Specificamente, è stato evidenziato il meccanismo di crescente irregolarità amministrativa determinata dalle normative migratorie in vigore, in particolare dal decreto flussi. È stato ricordato come migliaia di persone, pur essendo entrate regolarmente in Italia attraverso visti e nulla osta, stiano oggi rimanendo senza permesso di soggiorno, scivolando in condizioni di vulnerabilità e ricattabilità. Secondo quanto emerso dal confronto, questa produzione strutturale di irregolarità contribuisce ad alimentare processi di compressione salariale e peggioramento delle condizioni di lavoro, aggravando ulteriormente l’impoverimento della classe lavoratrice campana, soprattutto nei settori storicamente più esposti a bassi salari e sfruttamento. Infine, è stato ricordato l’alto numero di immigrati morti in Campania tra il 2024 e il 2026. particolarmente collegati alle condizioni di lavoro e vita. 2. La crescente repressione. Diversi interventi hanno evidenziato come il contesto politico attuale sia caratterizzato da una generale compressione del diritto a manifestare e del dissenso sociale. Tale processo è stato collegato agli effetti dei recenti decreti sicurezza, all’inasprimento delle pene e al peggioramento delle condizioni di vita e di trattenimento all’interno dei CPR. In questo quadro è stata ribadita la necessità di costruire un argine sociale ampio, fondato sulla partecipazione politica di massa e sul rafforzamento di legami sociali e collettivi capaci di contrastare le politiche repressive oggi in atto. Particolare preoccupazione è stata espressa rispetto all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su immigrazione e asilo, prevista per il 12 giugno 2026. Le procedure accelerate alle frontiere per l’esame delle domande di protezione internazionale, l’estensione dei trattenimenti amministrativi e il rafforzamento dei dispositivi di controllo vengono considerati strumenti che metteranno ulteriormente in discussione il diritto alla protezione internazionale e i diritti fondamentali delle persone immigrate e richiedenti asilo nell’Unione Europea. 3. L’apertura del CPR a Castel Volturno. Al centro della discussione vi è stata l’opposizione all’apertura del CPR a Castel Volturno, considerata una questione decisiva per l’intero territorio regionale. È stata ribadita con forza la contrarietà alla realizzazione del centro di detenzione amministrativa, ritenuto l’emblema di un modello fondato sulla repressione, sull’esclusione e sulla criminalizzazione delle persone immigrate, ma anche delle reti di solidarietà meticce. Nel corso dell’assemblea è stato sottolineato che, per impedire l’apertura del CPR, sia necessario costruire una strategia condivisa, capace di parlare a settori ampi della popolazione e non soltanto alle realtà dell’attivismo, della militanza e dell’impegno civile. È necessaria una strategia che sappia anche individuare gli interessi economici e sociali che l’apertura del CPR attiverebbe e quelli che colpirebbe anche a livello locale. 4. Persone nel sistema di accoglienza richiedenti asilo e rifugiati e in uscita. L’assemblea ha riconosciuto la necessità di rafforzare il sistema di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo in Campania e sostenere le persone che usciranno a breve dai centri di accoglienza in assenza di alternative; tra queste famiglie palestinesi con bambini e bambine. 5. La crescente disumanizzazione in corso. L’assemblea ha inoltre richiamato la necessità di contrastare la progressiva normalizzazione dei processi di disumanizzazione oggi in corso. Diversi interventi hanno sottolineato come non sia possibile accettare un modello di società che divide l’umanità tra chi dispone pienamente di diritti e chi viene progressivamente privato della propria dignità e della propria possibilità di esistenza. Questa logica si manifesta tanto nelle morti evitabili nel Mediterraneo quanto nella distruzione e nel massacro sistematico in corso a Gaza. B. PROPOSTE La discussione collettiva ha fatto emergere una molteplicità di proposte per le varie tematiche affrontate, ponendo come prioritaria una scelta di metodo, secondo la quale è necessario proseguire il percorso di confronto e coordinamento regionale attraverso iniziative comuni, momenti pubblici di mobilitazione e percorsi territoriali capaci di rafforzare solidarietà, organizzazione sociale e partecipazione democratica. Le proposte emerse, elaborate all’interno delle realtà collettive intervenute, hanno riguardato diversi aspetti. Qui si riporta la sintesi solo di quelli maggiormente coerenti con gli obiettivi prioritari dell’assemblea: * Evitare l’apertura del CPR a Castel Volturno, la quale metterebbe in discussione tutti i percorsi sociali di cooperazione per i diritti sociali e civili condotti negli ultimi due decenni. La mobilitazione contro il CPR in Campania si inserisce nella campagna più generale per il superamento del sistema di detenzione amministrativa a livello nazionale; * Superare logica e meccanismi del decreto flussi, produttore di irregolarità amministrativa; * Dopo avere riconosciuto che la residenza è un ostacolo al rinnovo dei permessi di soggiorno è necessario pensare a un superamento di questo vincolo per evitare la produzione istituzionale di ulteriore irregolarità amministrativa; * Contribuire a individuare con le persone direttamente interessate percorsi possibili di uscita dal sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati. In particolare, il superamento strutturale del decreto flussi può essere sostituito da strumenti alternativi. La discussione assembleare ha raccolto le seguenti proposte: * Nell’immediato, a leggi invariate, è possibile riconoscere il permesso di soggiorno in attesa di occupazione alle persone che non hanno potuto convertire il visto connesso al decreto flussi in permesso di soggiorno, evitando così alle persone de facto truffate di ritrovarsi in condizione di irregolarità amministrativa; * Utilizzare l’articolo 18 per le persone in condizioni di sfruttamento lavorativo per sostenere la tutela personale; * Il superamento del decreto flussi si può realizzare introducendo a livello legislativo la misura del visto per ricerca lavoro, in modo da liberare le persone dai meccanismi truffaldini e dai ricatti delle diverse forme di intermediazione. C. PROSSIME INIZIATIVE REGIONALI * Assemblea del 30 maggio a Castel Volturno: ulteriore momento di costruzione per la mobilitazione regionale. Si specifica che nel frattempo questa assemblea 1 si è svolta e ha confermato le mobilitazioni già in programma, oltre a prevedere una giornata di auto-formazione sul tema del CPR a Napoli il 13 giugno; * Manifestazione del 20 giugno a Napoli “Inventare l’avvenire”;  * Iniziativa “Mediterraneo Antirazzista” il 5 e 6 giugno a Scampia.  In conclusione, l’assemblea propone la moltiplicazione in ambito regionale, in più territori possibili, di momenti di discussione pubblica in modo particolare concentrati sulla proposta di apertura del CPR a Castel Volturno. Inoltre, l’assemblea propone di rendere protagonista l’università, che può contribuire all’elaborazione dei movimenti sociali, ma anche essere invitata a prendere posizione dal punto di vista istituzionale, con i suoi organismi di rappresentanza. Per quest’ultima ragione, è stato proposto di verificare una presa di posizione dei lavoratori e lavoratrici della ricerca in Campania e l’organizzazione di ulteriori iniziative negli atenei della regione. In definitiva, l’incontro del 26 maggio ha costituito un contributo verso la costruzione di uno spazio regionale di confronto, solidarietà e mobilitazione contro il razzismo istituzionale, la detenzione amministrativa e lo sfruttamento, e per l’affermazione di pratiche di accoglienza, giustizia sociale e partecipazione democratica, compresa la partecipazione delle università campane e le loro possibili prese di posizione. PARTECIPAZIONE:  SOS Cpr, LasciatiCIEntrare, Comunità accogliente, Metis Fest, Centro sociale ex Canapificio Caserta, Associazione senegalesi di Salerno, Rete vesuviana solidale, CSC Credito Senza Confini, Frontiera sud, Cidis impresa sociale, Forum Antirazzista Salerno, LINK Fisciano, LINK Napoli, Uds Campania, REST Campania Network, SpG Salerno, Associazione Memoria in Movimento, Potere al Popolo – Agro Nocerino Sarnese, Casa del Popolo Cohiba, Libera Campania, Associazione Giovani Italo-Algerini (Figli del Mediterraneo), Associazione Asinu, Assemblea lucana no CPR, Emergency – ambulatorio di Castel Volturno, Movimento migranti e rifugiati di Napoli. 1. Un resoconto è stato curato da Vanna D’Ambrosio: A pochi chilometri dalla tomba di Jerry Essan Masslo. CPR a Castel Volturno? «Né qui né altrove» ↩︎
Women State Trafficking: l’appello di RR[X]
Dal giugno 2023 a oggi, almeno 7.400 persone sono state vendute come merce umana alla frontiera tra Tunisia e Libia. Si tratta di una stima per difetto. Esseri umani in cambio di denaro. O scambiati con carburante e droga. Opera di agenti in divisa, ufficiali di stato della Garde Nationale Tunisienne ed altrettanti colleghi, di stato e non, libici. I fondi che hanno contribuito e continuano a costruire l’infrastruttura logistica di questa filiera sono europei. Questo è ciò che documenta Women State Trafficking, il secondo rapporto di RR[X] 1, pubblicato sulla base di 33 nuove testimonianze raccolte tra dicembre 2024 e febbraio 2026. Donne, uomini, minori, madri con neonati in braccio, donne incinte. Sono storie che lasciano solchi, che non si vorrebbero sentire per la violenza che trasudano, che ricordano l’assurdità di un mondo in cui tutto questo è possibile, legale, impunito. Le abbiamo portate a Bruxelles, alla sede del parlamento Europeo. IL RAPPORTO, IN SINTESI Women State Trafficking è la prosecuzione del primo rapporto State Trafficking (presentato a gennaio 2025) e si concentra sulle violenze di genere subite dalle donne migranti e rifugiate nel corso delle operazioni di espulsione, vendita e detenzione tra Tunisia e Libia. Il sistema, ampiamente documentato, funziona in modo stabile e reiterato: arresti arbitrari fondati sul colore della pelle, trasporto verso la frontiera con grandi bus o camion destinati al bestiame, detenzione in gabbie metalliche sotto antenne ad alta tensione, vendita a gruppi armati libici, che poi trasportano e recludono nelle prigioni di Al Assah, Bir Al-Ghanam, Characharah. La caserma della Garde Nationale Tunisienne di El Meguissem è il nodo principale di questa catena in Tunisia. Precede la vendita. Intorno a essa, diversi testimoni hanno descritto fosse comuni, cadaveri, corpi abbandonati nel deserto. Poi, l’acquisto e l’arrivo nelle prigioni libiche. Le interviste descrivono un ciclo di violenza articolato in tre fasi: * deumanizzare, attraverso umiliazioni pubbliche, distruzione dei documenti, annientamento giuridico e fisico, privazione di cibo, acqua e cure mediche. * Violentare: stupri sistematici da parte di agenti in divisa sia in Tunisia che in Libia, perquisizioni intime su donne e bambini, violenze fisiche e psicologiche, veri e propri atti di tortura. * Prostituire: attraverso un sistema di schiavitù per debito in cui le donne che non possono pagare il riscatto vengono avviate al lavoro sessuale forzato o in case di prostituzione forzata o presso privati. Gli uomini sono invece destinati allo sfruttamento lavorativo. Il corpo delle donne vale di più: ha un prezzo più alto, segue spesso traiettorie carcerarie separate da quelle degli uomini, inclusi i mariti, i padri dei loro figli. > Non c’è una singola testimonianza raccolta in questi due rapporti che non > menzioni la morte di qualcuno. NESSUNO PUÒ DIRE DI NON SAPERE Il sistema di Tratta di Stato tra Tunisia e Libia è documentato. È geolocalizzato. Ha nomi, coordinate, uniformi. Una caserma in Tunisia ha le coordinate esatte. El Meguissem. Ci sono prigioni in Libia: Al Assah. Bir el Ghanam, CharaCharah. Le prime due sono state localizzate. In Libia, c’è persino una parola che spiega la vendita al dettaglio, il barnamiche. Alla pubblicazione del primo rapporto, il governo tunisino ha parlato di “notizie false”. La Commissione europea non ha avviato nessuna indagine. Il Parlamento Europeo, nel febbraio 2026, ha inserito la Tunisia nella lista dei “Paesi di origine sicuri” e nella lista di Paesi Terzi sicuri. Le nostre segnalazioni, ripetute e documentate, hanno avuto come sola risposta dichiarazioni di circostanza. Grazie al lavoro legale di ASGI, due sopravvissuti alla tratta di stato, oggi in Italia, hanno depositato ricorsi contro la Tunisia presso la Corte Africana sui Diritti dell’Uomo e dei Popoli. > Nessuno oggi può più dire di non sapere. IL CORAGGIO DEI TESTIMONI, IL DOVERE DELLA DENUNCIA, IL RICHIAMO ALL’AZIONE I testimoni hanno parlato, raccontato. Per farlo hanno rivissuto la violenza di quei lunghi mesi di soprusi. Violenze reiterate ad ogni arresto, ad ogni rapimento, ad ogni cattura in mare. Hanno messo in gioco la propria incolumità perché la loro voce fosse portata di fronte alle istituzioni. Ci hanno facilitato il compito fornendo dettagli, date e luoghi, dolorose memorie. Ci hanno permesso di ascoltare altre persone, anch’esse sopravvissute agli orrori. Alcuni di loro, da allora, sono scomparsi. Altri sono stati nuovamente arrestati e deportati. La maggior parte vive ancora in Libia, esposta al rischio di nuovo sequestro. Alcuni hanno attraversato il mare, continuando a lottare e perseguire la volontà di arrivare in Europa per costruirsi un futuro. Come RR[X] abbiamo scelto di lavorare anonimi: viviamo in un mondo contorto in cui chi denuncia può essere perseguito. Lavoriamo anonimi perché non sono i nostri nomi o le istituzioni a cui apparteniamo ad avere importanza, ma le storie che raccontiamo. Abbiamo raccolto e analizzato 63 testimonianze su 59 diverse operazioni di espulsione. Abbiamo condiviso le coordinate geografiche dei luoghi della tratta con funzionari di agenzie internazionali e organismi dell’Unione Europea. Abbiamo portato le voci delle vittime al Parlamento Europeo, alla Camera dei Deputati, al Senato italiano, al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU a Ginevra, al Tribunale Permanente dei Popoli a Palermo. Continueremo a raccogliere voci e testimonianze finché l’orrore non finirà, a trasmettere la violenza attraverso le parole di chi l’ha subita. Non sono certo le testimonianze a mancare. Ma non possiamo continuare noi soli, perché non è più il tempo della sola ricerca. IL NOSTRO È UN APPELLO Ora pensiamo sia il momento di azioni concrete: poco importa se siano semplici o eclatanti. È il momento per la società civile, europea e non, di intervenire, di agire, di provare direttamente a cambiare una situazione di ingiustizia radicale. Altre esperienze – quella della flottilla tra le più recenti – dimostrano che questo è possibile. E’ il momento di costruire un’azione che provi ad interrompere la riduzione in schiavitù di migliaia di persone in nome della Fortezza Europa. Il nostro è un appello al mondo della solidarietà e dell’antirazzismo, al movimento femminista e transfemminista, alla flotta civile e agli equipaggi di terra, alle organizzazioni di difesa dei diritti umani, a quanti nelle istituzioni lottano per la giustizia sociale e la libertà di movimento. Continuiamo a diffondere questo rapporto. Parliamone. Portiamolo nelle scuole, nelle università, nelle redazioni, nei teatri, nelle parrocchie e nei centri sociali, nei nostri gruppi, nelle nostre reti, nel mondo di cui facciamo parte. Facciamolo conoscere e diffondiamo le voci dei sopravvissuti e delle vittime. Perché i rapporti che abbiamo scritto non devono restare letteratura per esperti e addetti ai lavori. Chiediamo ai rappresentanti politici di prendere posizione a livello locale, nazionale, europeo; di andare a ispezionare i luoghi che sono finanziati con i soldi dei contribuenti europei. La caserma di El Meguissem in Tunisia, le prigioni di Al Assah, Bir Al-Ghanam, Characharah in Libia. Sono lager della tratta di stato. Devono essere chiusi. Sosteniamo le azioni legali già in corso e moltiplichiamole. Portiamo le voci dei testimoni di fronte a tribunali nazionali e Corti Internazionali. Apriamo un corridoio umanitario immediato. Mettiamo in sicurezza i testimoni, perchè sono tutti in condizioni di pericolo. Solo 8 su 63 sono ora in un paese sicuro. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere verso Tunisia e Libia, hanno determinato la diminuzione degli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo Centrale. E’ un dato reale. Ma le cifre che si abbassano hanno il prezzo di migliaia di persone che affogano e di esseri umani catturati e destinati al mercato degli schiavi. I finanziamenti europei destinati alla gestione delle frontiere tunisine e libiche, che alimentano le infrastrutture della tratta di stato, devono essere sospesi finché le responsabilità non saranno accertate. Ognuno di noi può fare qualcosa. Ora. 1. RR[X] è il gruppo di ricerca internazionale autore dei rapporti State Trafficking e Women State Trafficking. Opera in forma anonima per garantire la sicurezza dei testimoni e la possibilità di continuare il lavoro di documentazione. Per informazioni: statetrafficking@onenetbeyond.org Ufficio stampa: redazione@meltingpot.org ↩︎
Milano, nuova diffida per la chiusura del CPR di via Corelli
A seguito di una nuova ispezione svolta questa mattina al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di via Corelli, Cecilia Strada, europarlamentare, Onorio Rosati, Luca Paladini e Paolo Romano, consiglieri regionali, e Rahel Sereke, consigliera del Municipio 3, hanno inviato una diffida al Sindaco di Milano per chiedere la sua immediata chiusura. La situazione del CPR milanese si inserisce in una vicenda che, negli anni, ha già prodotto inchieste giudiziarie, condanne, denunce pubbliche e rilievi istituzionali, senza che a ciò sia seguita una risposta politica adeguata e risolutiva. Da luglio 2025 è disponibile un importante strumento in più: la sentenza n. 96 della Corte Costituzionale sottolinea chiaramente come manchi una legge che disciplini le modalità di trattenimento delle persone all’interno dei CPR, che operano quindi letteralmente fuori dalla legge. Dalla sua riapertura, al CPR di Milano – come del resto in tutti gli altri centri detentivi italiani – vengono irrimediabilmente violati i diritti fondamentali delle persone trattenute, tra cui il diritto alla salute, alla difesa, all’informazione, alla comunicazione e a condizioni di vita dignitose. Criticità strutturali e violenze reiterate, episodi ricorrenti di tensione, proteste, atti di autolesionismo e tentativi di suicidio sono di casa dentro le gabbie del CPR. «Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono». dichiara Cecilia Strada, citando una frase di Bertolt Brecht condivisa con lei da una persona trattenuta in CPR. «La violenza degli argini siamo noi – aggiunge – sono le nostre istituzioni che stanno calpestando i diritti e la vita delle persone che vengono rinchiuse nei centri per il rimpatrio, e che non rispettano nemmeno le leggi su cui sono fondate». Le evidenze emerse nel tempo – dalle risultanze del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto la gestione del centro, fino ai ripetuti allarmi lanciati da associazioni, avvocati, garanti e società civile – delineano un quadro incompatibile con i principi fondamentali che dovrebbero orientare l’azione delle istituzioni democratiche, la tutela dei diritti umani e i principi fondamentali della Costituzione. «La situazione all’interno dei CPR è sempre più insostenibile. Non si può più rimanere a guardare: chiediamo che ognuno, per il ruolo che ricopre, faccia la propria parte per chiudere questi centri di detenzione illegali. Chiediamo che il sindaco Sala eserciti tutte le sue prerogative perché ciò possa avvenire», afferma Onorio Rosati. Sulla stessa linea Luca Paladini: «Rappresentare le istituzioni vuol dire anche farsi ispettori di quali linee non sono travalicabili. Le linee devono garantire il basilare rispetto dei diritti umani, cosa che i CPR calpestano nel loro semplice esistere. Nostro è il dovere di denunciarlo con tutta la forza che abbiamo». Per questo, firmatari e firmatarie della diffida chiedono la chiusura del CPR di via Corelli. L’iniziativa si inserisce nel solco dell’azione popolare promossa dalla società civile, associazioni, cooperative, cittadine e cittadini milanesi che, in passato, hanno già chiesto all’amministrazione comunale di attivarsi nei confronti del Ministero dell’Interno per ottenere la chiusura del centro, oltre al riconoscimento del danno arrecato all’immagine e all’identità della città. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA IL COMUNE DI MILANO DEVE PRETENDERE LA CHIUSURA DEL CPR E IL RISARCIMENTO DEL DANNO ALL’IDENTITÀ Un'azione popolare promossa da associazioni e cittadinə si rivolge al Sindaco Sala 15 Maggio 2024 «Il sistema dei CPR è un sistema disumano che nega i diritti umani e che tratta come animali esseri umani spesso rei, unicamente, di essere nati dal lato sbagliato del mondo: oltre il 50% delle persone ivi detenute non hanno commesso nessun reato se non l’assenza di un documento. Va messo fine a questa vergogna, lo chiede l’Italia e lo chiede prima di tutto Milano», dichiara Paolo Romano. Lo Statuto del Comune di Milano richiama con chiarezza i valori dell’uguaglianza, della dignità della persona e della tutela dei diritti fondamentali. In questo quadro, l’esistenza del CPR di via Corelli appare in aperto contrasto con i principi che Milano afferma di voler difendere. «Lo Statuto del Comune riprende fedelmente l’art. 3 della Costituzione: è più che mai necessario dare attuazione concreta anche alla sua seconda parte, che impone di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Il CPR, culmine di un sistema discriminatorio, è uno di quegli ostacoli», sottolinea infine Rahel Sereke. Con la diffida firmata oggi, i rappresentanti istituzionali ribadiscono la necessità di assumere una posizione chiara: non può esserci alcuna normalizzazione di un luogo che, per le sue condizioni e per la sua funzione, continua a produrre sofferenza, opacità e violazioni. Il percorso è solo all’inizio: tutte e tutti avranno modo di sostenere l’iniziativa attraverso una raccolta firme pubblica che sarà consegnata al Comune di Milano. Da oggi, il Sindaco avrà 90 giorni di tempo per decidere se farsi personalmente promotore della richiesta presso il Ministero dell’Interno. Firma la petizione online su Change.org