Sandrone Dazieri: «Il mondo non è quello che ci raccontano che sia»Con Uccidi i ricchi (Rizzoli, 2026), uscito ormai da qualche mese, è tornato
nelle librerie uno degli autori più originali e consapevoli della narrativa
italiana di genere: Sandrone Dazieri. Nell’ultimo romanzo i suoi personaggi
Colomba e Dante si trovano immersi in vicende che mettono al centro la nuova
élite tecnologica e finanziaria globale e le sue aspirazioni transumaniste.
Sullo sfondo, la soglia sempre più alta di impunità che il potere economico
garantisce a chi lo detiene. In questa conversazione, Dazieri riflette sul suo
modo di intendere il giallo come strumento di lettura del presente, sulla
costruzione dei personaggi e sul rapporto tra crimine, sistema economico,
stratificazione sociale e verità. Una verità che non coincide quasi mai con
quella ufficiale.
Vorrei partire dai tuoi personaggi Colomba e Dante. Altrove li hai definiti:
«due feriti dalla vita che cercano un loro posto nel mondo». Mi interessa capire
quali caratteristiche hai attribuito loro per renderli funzionali al tuo modo di
intendere il genere come racconto del reale, dunque come il tuo approccio al
genere si distingua dallo schema tradizionale del giallo poliziesco.
Il giallo ha molte sfumature possibili e di fatto non esiste come genere unico,
in quanto raccoglie tutti i generi della narrativa criminale: dal thriller al
noir, dal mystery al giallo poliziesco. Io posso dire di appartenere al giallo,
ma sono uno di quegli autori che ritiene importante non solo costruire,
all’interno del genere, una storia appassionante, ma anche raccontare il
presente, usare i libri come modo per raccontare il proprio tempo. Naturalmente
non ho pretese scientifiche o saggistiche, non pretendo di raccontare la
“verità”. Racconto però cose che accadono, che ho visto accadere o che ho
immaginato dentro periodi storici precisi. Per quanto riguarda Uccidi i ricchi,
mi ero reso conto, molto prima di cominciare a scrivere il libro, che l’economia
mondiale stava cambiando e che nuove figure stavano nascendo: la casta dei
super-ricchi. Ho cominciato a chiedermi come queste persone influenzassero la
vita di tutti i giorni e l’andamento del mondo. Allo stesso tempo ho pensato che
potesse essere un buon argomento per un giallo.
> Fin dai primi romanzi, una delle chiavi del mio lavoro è stata raccontare
> qualcosa che mi interessava studiare mentre costruivo una storia. Quando ho
> cominciato con Attenti al gorilla, nel 1998, raccontavo la storia dei centri
> sociali milanesi, ma in senso più ampio era un modo per raccontare quel mondo
> underground, la fine degli anni Ottanta, la nuova criminalità, le nuove
> organizzazioni giovanili. Un po’ alla volta, mentre scrivevo, ho cercato di
> costruire una mappatura del tempo che scorreva.
Venendo a un aspetto più “tecnico”, che riguarda la costruzione delle storie:
per quanto il mistero sia necessario nella struttura del giallo, non mi
interessa tanto il mistero in sé, quanto interrogarmi sui personaggi: perché
agiscono, cosa li ha resi come sono. In molti gialli i personaggi, soprattutto
quelli secondari, sono poco più che funzioni narrative: il buono, il cattivo, lo
stupido, il genio. Figure stereotipate, in fondo intercambiabili. A me interessa
invece capire perché un killer diventa un killer, oppure perché qualcuno dà la
caccia a un killer. Chi dei due è nel giusto? Chi dei due è nel torto? Che cosa
può spingere una persona a diventare così? C’è sempre, nei miei lavori, un
interrogarsi sull’anima dei personaggi, un’interrogazione morale più che
psicologica.
A proposito della nuova élite tecnologica e finanziaria al cuore del romanzo,
hai evidenziato le tendenze transumaniste che stimolano le aspirazioni
“deistiche” dei gruppi al vertice della piramide sociale. Dal lavaggio del
sangue al ricambio degli organi, dalla clonazione all’ibernazione e all’impianto
di protesi biotecniche, in Uccidi i ricchi affronti apertamente il tema del
superamento dei limiti biologici della vita. È una specie di «upgrade 3.0» della
disuguaglianza sociale?
Partiamo da un presupposto: il ricco ha sempre avuto possibilità diverse.
Nessuno può pensare che negli anni Sessanta o Settanta il figlio di Agnelli, che
andava in America a farsi curare, avesse le stesse cure del figlio dell’operaio
Agnelli. Ora le possibilità sono aumentate, la scienza è avanzata e, ovviamente,
di queste possibilità chi ha risorse illimitate se ne appropria. O le stimola.
Cosa vuole un ricco, che magari ha già settant’anni? Campare per sempre, almeno
fino ai cent’anni, e campare bene. E questo è un desiderio umano, tutti noi
vorremmo vivere, se non per sempre, molto a lungo, e in salute. E loro ci
provano, perché possono farlo. Ma, oltre a ibernarsi quando sono morti, clonare
gli animali, sperare un giorno di clonare sé stessi, fanno anche una cosa in
più. Non solo stimolano la ricerca in questa direzione, ma poiché loro, e chi è
venuto prima di loro, hanno ormai consumato questo pianeta portandolo sull’orlo
della catastrofe, cercano di fare in modo che i loro eredi, o quantomeno il loro
DNA, possa sopravvivere. Questo è quello in cui si stanno muovendo ora: un’altra
dimensione, un’altra misura di grandezza rispetto a prima. E questo porta
conseguenze differenti. Però non dimentichiamo mai che c’è sempre stata una
separazione tra quelli che potevano essere curati e quelli che non venivano
curati.
Mi ricordo una cosa che mi ha fatto capire molto il mondo. È passato tanto
tempo, avevo vent’anni. Andai in Somalia con Medici Senza Frontiere, mi
portarono in un campo profughi dove c’era uno pieno di pustole, che stava
morendo. Di cosa sta morendo?, chiesi. Di varicella. La varicella si cura, c’è
il vaccino, eppure il fatto che a migliaia morissero per questa malattia era
considerato scontato. Veniva accettato. Insomma, una divisione legata alle
possibilità economiche per potersi curare c’è sempre stata. Pensiamo ai denti: i
poveri sono sempre stati riconoscibili dalla bocca che avevano, perché non
potevano curarsi i denti: il ricco ha sempre avuto la possibilità di farsi i
denti finti, il povero mangiasse il brodo… Questo è sempre stato visto come una
cosa normale.
Io ho sempre combattuto questo modo di vedere il mondo, non penso che debba
essere così, ma di fatto è sempre stato così. Ma adesso c’è stata
un’accelerazione, siamo a uno stadio successivo. Oggi i super-ricchi hanno un
potere tale da poter cambiare il corso della storia. E quello che stanno facendo
sta davvero cambiando il corso della storia. Dopodiché, non sono onnipotenti, la
storia ha modo di vendicarsi, ma decidere o meno di ricominciare la corsa alla
luna, allo spazio, questo può cambiare la storia dell’essere umano. Dare o meno
i satelliti per Internet durante una guerra vuol dire far vincere o perdere
quella guerra, quindi cambiare la geografia politica. Certo, succedeva anche
prima, però non così, non in questo modo.
> Tornando al genere: anche il giallo deve cambiare insieme al mondo. Se il
> giallo classico funzionava all’interno di un mondo in cui il delitto poteva
> essere isolato e risolto dall’intelligenza dell’investigatore, oggi, in una
> realtà governata da tecnologie immensamente pervasive, come l’intelligenza
> artificiale, si tratta di concepire nuovamente, innovandolo, il tipo di
> mistero che la narrativa può raccontare.
Come si riflette tutto questo sul piano della costruzione narrativa?
Ti faccio un esempio. È molto difficile oggi scrivere una storia su un serial
killer, perché si è in un mondo in cui al secondo omicidio il serial killer
viene preso, a meno che non si occupi di far fuori disgraziati. In Italia – su
questo farei una scommessa – ci sono in circolazione quattro o cinque serial
killer di prostitute e infatti ogni tanto viene fuori la notizia di una ragazza
della strada ammazzata. Chi fa questo opera nella marginalità e magari viene
pure cercato, ma fino a un certo punto. Ma, se ci fosse un serial killer che
entrasse in casa di persone importanti e le uccidesse, verrebbe cercato con
assiduità e, tra telecamere, satelliti, telefoni e così via, beccato subito. Noi
abbiamo capito, nel tempo, che la verità ufficiale e quella «vera» non sono la
stessa cosa. Sappiamo il peso che hanno avuto, nella storia del nostro paese, i
servizi segreti, quello che hanno fatto. Quindi, se scrivo un giallo sul
presente e voglio essere realistico, di queste cose devo tenere conto. Così come
devo tenere conto di come funziona la magistratura. Tenere conto di questo non
significa fare due palle così al lettore, però bisogna far sapere quello che
accade nelle dinamiche reali. Io non riuscirei mai a scrivere la storia di un
tizio che nel centro di Milano uccide venti persone e la polizia non lo trova,
perché non ci credo. Quindi, se parlo di un serial killer, mi devo inventare
qualcosa di molto più complesso: per esempio un miliardario-killer. Quello sì,
sarebbe molto difficile da prendere.
Parlare di queste cose spaventa molti colleghi. Lo vedo da quello che scrivono:
molti sono tornati a parlare di periodi passati, dell’Ottocento, del Novecento,
perché è più semplice, lì conta solo l’intelligenza dell’investigatore. E non è
male, eh, si può fare un bel lavoro anche così, e anzi, per chi scrive, è anche
divertente. Ma per raccontare il presente, per quello che è, gli italiani sono
un po’ arretrati. In Italia si tende a privilegiare un tipo di giallo un po’
kind, che non pretende di raccontare la realtà, ma solo di divertire. E anche
questa, ripeto, può essere una cosa rispettabile. Ma il mio lavoro va in
un’altra direzione.
Tra i temi critici del presente che nel romanzo affronti non eludi il tema
dell’agire poliziesco e dei servizi di sicurezza. Dalla spropositata violenza
esercitata, a inizio romanzo, sugli attivisti climatici di Ultima Generazione,
agli accenni alla commistione tra vigilanza privata e servizi. Dante, a un certo
punto, dice: «Insieme sono un’associazione a delinquere». La cronaca racconta
ogni giorno abusi d’ogni tipo da parte delle forze dell’ordine. In questi casi
si tende a invocare la “mela marcia”, l’eccezione, ma sembra trattarsi,
piuttosto, di comportamenti endemici nel settore. Cosa ne pensi?
Non so quale sia la percentuale di criminali in Italia. Ma, se immaginiamo che i
criminali siano l’1% degli abitanti – ti dico una cifra come un’altra –,
probabilmente si ritroverà una percentuale simile anche all’interno di polizia e
carabinieri. Io ho conosciuto, per forza di cose, tantissimi esponenti delle
forze dell’ordine, sia per lavoro che per vicende personali. E ho conosciuto
anche molte persone di cui, se dovessero fare un’indagine o occuparsi di certe
situazioni, personalmente mi fiderei. Dopodiché, so che esiste, ed è sempre
esistita, un’omertà di corpo diffusa, per cui è molto difficile che un collega
denunci un collega. Esistono sacche di malaffare all’interno di caserme e
questure che spesso vengono tollerate, almeno finché non succede qualcosa di
troppo grosso da occultare. È ovvio che esista corruzione nella polizia e nei
carabinieri. Quanto sia diffusa non lo so, ma è evidente che esiste. Questo però
non significa che siano tutti corrotti: le generalizzazioni non servono a nulla.
Se è tutto uguale, allora non vale più nulla. Bisogna invece riconoscere che
esistono casi e situazioni.
Esiste però una tolleranza diffusa all’uso della forza al di là di quello che
sarebbe necessario o lecito. Non si arriva a sparare, non siamo in America, ma
magari partono sberle e botte. Non potrebbero farlo, ma succede. Questi corpi,
per una serie di ragioni, nel nostro paese hanno sempre goduto di uno statuto
speciale. I governi che si sono succeduti non sono mai riusciti, o non hanno mai
voluto, metterli davvero sotto pressione. Prendiamo i numeri identificativi
sulle divise. Non sono mai passati. Questo perché in Italia esiste una forte
tolleranza verso le divise. E non è solo una questione di destra o sinistra: in
qualunque governo resta l’idea del «lasciamoli lavorare, non rompiamogli i
coglioni, è meglio così».
Ma così i cambiamenti non arrivano. E quindi è normale che esista corruzione. Se
pensiamo ai miliardi che produce la ‘ndrangheta e ai soldi della droga che
circolano, capiamo che con quei soldi puoi corrompere chiunque voglia farsi
corrompere. Milano, in parte, è stata ricostruita anche con quei soldi: i soldi
escono, tornano sotto altre forme e diventano investimenti, palazzi,
grattacieli. Lo sappiamo. Con quei soldi puoi corrompere persone a tutti i
livelli: nella polizia, nella magistratura, nei carabinieri, e questo infatti
succede. Il problema è che si è abituati a pensare che, siccome sono forze
dell’ordine, siano automaticamente dalla parte giusta. Non è vero. Forse in
alcuni casi sì, ma non è certo automatico. E comunque hanno una funzione di
controllo. Quindi, se si vuole cambiare il mondo, bisogna sapere che prima o poi
ce li si ritrova contro. Non c’è niente da fare.
Nel romanzo emerge anche un elemento più strutturale: il diverso livello di
allerta che scatta da parte degli apparati investigativi quando vengono toccati
interessi molto grandi, quando si entra nell’orbita di chi possiede e produce –
per sé – enormi ricchezze. Esiste una soglia oltre la quale il potere diventa
impossibile da indagare o mettere in discussione?
Se sei un miliardario, è più facile che se ammazzi qualcuno non ti succeda
niente. Per due motivi. Se vengo a raccontarti che un noto imprenditore ha evaso
il fisco, magari la Guardia di Finanza si muove, magari anche un magistrato. Ma
se dico: secondo me Elon Musk è un serial killer, per esempio, non si muoverebbe
nessuno. Chi andrebbe a indagare? Se uno di loro fosse davvero un killer, in
Italia chi andrebbe davvero a indagare? Se ammazzano un ricco, come succede nel
mio libro, chi è che va a frugare davvero nella sua vita, nel suo passato, nei
suoi traffici? Nessuno. Non te lo fanno fare. Perché quella persona ha
sicuramente rapporti con l’esercito, rapporti con i governi, con gli apparati:
sono mondi in cui è complicatissimo mettere le mani. E allora, che cosa succede?
Che la verità spesso non la sappiamo. La verità viene aggiustata all’interno
delle procure e, prima ancora, dentro altri luoghi del potere. Il mondo non è
quello che ci raccontano che sia, e la verità non sempre è quella che ci viene
raccontata. Questo però non significa dover diventare complottisti. Il problema
è che spesso si ragiona in bianco e nero: o credi alla versione ufficiale,
oppure pensi che l’11 settembre non esista o che non siamo mai andati sulla
Luna.
> Il punto è che il potere è potere. E oggi esiste un potere economico
> fortissimo che in qualche modo vince su tutto. Che questi soldi vengano dalla
> droga o dalla produzione e dalla vendita di computer cambia poco: chi li
> possiede ha uno statuto diverso, e può fare cose che gli esseri umani normali
> non possono fare.
Ho trovato paradossale il fatto che nel romanzo uno dei fronti di opposizione
più forti alle derive transumaniste del gotha di super ricchi venga da una
frangia interna allo stesso gruppo, da quella parte ancora culturalmente legata
a un cattolicesimo integralista, quelli per cui «Signora mia, sostituirsi al
creatore non sta bene». Insomma, viene da pensare che se l’argine è interno a
quel mondo… siamo fottuti.
L’argine è assolutamente interno a quel mondo. Il punto è che in questo momento
non c’è un’opposizione al potere dei super-ricchi, perché tra loro e il potere
politico c’è una comunione di intenti. Il controllo del territorio e il
controllo del lavoro nelle sue articolazioni… e poi la gestione delle risorse. E
poi c’è un altro cortocircuito che mi impressiona molto: quello delle
fondazioni. A Milano è tutto un sistema di fondazioni, spesso legate alle banche
e pensare che siano loro poi a finanziare la cultura, i musei, dà l’idea dei
meccanismi di funzionamento del settore… Detto questo, bisogna ragionare per
quello che è il nostro presente. Farlo davvero vorrebbe dire immaginare e
costruire una società profondamente diversa da quella attuale: questa tende solo
ad ampliare le disuguaglianze.
Nel tuo romanzo Milano assume quasi la funzione di un personaggio: racconti la
mutazione di una città che, negli ultimi decenni, si è fatta sempre più
escludente, sempre più costruita a misura di ricco. Che cosa ti ha spinto a
raccontare questa trasformazione e quale significato le attribuisci?
A me interessa raccontare le disuguaglianze, e Milano è il posto giusto per
farlo. Io sono di Cremona, sono arrivato a Milano negli anni Ottanta e a quel
tempo per me era la città dei balocchi: era il posto dove trovavi la libreria
aperta anche di notte, i negozi di dischi, un mondo dove trovavi espressioni
molteplici di cultura alternativa. C’erano cento cinema, di cui magari cinquanta
di seconda o terza visione. Poi, certo, c’era già la cosiddetta “Milano da
bere”, la città del business, dei soldi, della cocaina, degli affari non troppo
leciti. Poi, però, Milano ha cominciato a diventare sempre più una città
esclusiva ed escludente, in cui gli spazi di cultura si riducevano, gli spazi
alternativi pure… una città sempre più a misura di persone abbienti. Un po’ alla
volta i poveracci sono stati spostati e costretti ad andare via dai quartieri
che venivano via via ristrutturati. Il salto vero è stato con l’Expo. Già prima
dell’Expo, con i primi lavori, i primi grattacieli nuovi, si è cominciato a
ridisegnare una città a misura di ricco. Ma chi ha costruito a Milano i
grattacieli? Soprattutto enormi fondi immobiliari che, fondamentalmente, non
pagano le tasse. Questo vuol dire che le casse del Comune sono vuote per
investire nel sociale.
Quindi, da una parte hai una città in cui i soldi circolano a fiumi, dall’altra
un Comune che magari, nel caso di uno sfratto di una vecchia, come è successo
l’altro giorno, non riesce a trovare un appartamento dove metterla. Tutti questi
soldi che girano, in quante e quali mani finiscono? Ci sono state le Olimpiadi,
adesso anche quelle invernali. Ma chi ha guadagnato davvero dalla costruzione di
un milione di metri cubi di cemento? Nonostante un giro d’affari pazzesco,
quelli che ci lavoravano prendevano paghe da fame, quando non lavoravano gratis.
Ti rendi conto? Il “volontariato” dentro un business come quello delle
Olimpiadi! È una cosa che mi fa indignare… quando sento dire «grazie ai
diecimila volontari che hanno lavorato gratuitamente per le Olimpiadi», io
penso: crumiri! non devo andare a lavorare gratis per le Olimpiadi, devo andare
a lavorare per poter vivere!
Insomma, da diversi anni Milano ha cominciato a espellere i più poveri, e ora ti
ritrovi appartamenti di quaranta metri quadri affittati a ottocento euro.
Appartamenti in cui vivono in tre, quattro, cinque persone, gente che magari
guadagna due soldi facendo il rider. Ma una famiglia non ci può stare. E allora
devono andare fuori, in Brianza, si allontanano sempre di più.. Quello di Milano
è diventato un mercato in cui i poveri vengono allontanati dal centro. Dove se
non puoi campare devi andartene: «Non riesci a sopravvivere? Non sono cazzi
nostri». E la cosa divertente, si fa per dire, è che nell’ultimo anno sono
arrivati centinaia di milionari e super-milionari come nuovi cittadini. Almeno
cinquecento. In una città in cui non ci sono più soldi per sostenere la maggior
parte delle persone sempre più povere. Milano è una città che ha perso la sua
funzione di costruzione di una comunità. Ma, in generale, il punto è che non c’è
più una lotta di classe contro la ricchezza. La ricchezza è diventata qualcosa a
cui aspirare.
Anche la sinistra istituzionale di fatto si adegua a questo trend. Lo si vede da
come parlano, da quello che ritengono normale. E i giovani, i più disperati, le
seconde e terze generazioni di immigrati magari pensano: se l’unico valore è la
ricchezza, allora vado a fare le rapine. E fanno le gang. È questa oggi Milano.
Ed è più o meno quello che tra poco tempo sarà l’Italia.
All’inizio del libro sembra che qualcuno si stia mettendo a uccidere i
super-ricchi. Per chi è cresciuto con un immaginario rivoluzionario o sovversivo
quell’idea sfiora l’utopia del rovesciamento sociale dei molti contro i pochi,
però poi lo sviluppo della storia ribalta completamente questa prospettiva,
trasformandosi nel suo rovescio… Cosa volevi mettere in evidenza con questo
rovesciamento?
C’è sicuramente una riflessione forte sul bisogno di eroi e sulla facilità con
cui quel bisogno può essere manipolato. Ma era anche una critica agli eroi dei
social, diciamo così. Perché, stando un po’ dentro lo showbiz, dentro il mondo
culturale, so com’è il dietro le quinte, a dispetto di come molte persone si
presentano sui social. E spesso si presentano come degli eroi, quelli che
vorrebbero un mondo migliore, che lotterebbero… Ce ne sono tanti così. E a volte
hanno un seguito notevole, spesso legato anche a reali capacità o qualità, ma
comunque un seguito acritico. È come se ci fosse, da parte di molti, la ricerca
dell’eroe che ci salva: se di destra, l’eroe “legge e ordine” tutto d’un pezzo,
oppure nella versione “rivoluzionaria”. Il risultato sono dei fenomeni sociali a
dir poco opachi. In generale, dunque, questo discorso era riferito anche al
mondo della cultura. Perché succede spesso che emergano figure che si
costruiscono un personaggio pubblico, raccontano storie enormi sul proprio
passato, costruiscono una specie di mitologia personale e per anni nessuno si
prende la briga di verificare davvero. Intanto diventano simboli, vengono
invitati ovunque, diventano quasi degli eroi popolari. Poi magari, a un certo
punto, qualcuno comincia a controllare e si scopre che molte di quelle storie
non stanno in piedi. Ma nel frattempo il personaggio ha già fatto carriera. E di
figure così ce ne sono diverse. E diventano facilmente “eroi del popolo”.
Questa cosa è preoccupante. E non è un caso che anche nel libro succeda qualcosa
di simile: la gente che inneggia al vendicatore dei poveri, al giustiziere dei
ricchi, alla fine prende una bella fregatura…
> Il senso del ragionamento è, intanto, che bisogna eliminare gli eroi. E poi,
> comunque, al limite cercarseli con attenzione, stare attenti a quello che si
> fa. È uno dei tanti meccanismi con cui certi personaggi finiscono per campare
> alle nostre spalle. Perché questa roba qui, un po’ alla volta, ha distrutto
> anche la sinistra: ha distrutto la credibilità di quella sinistra che
> ragionava, che pensava. Io sono sempre stato di sinistra, anarchico,
> libertario, e mi sono reso conto sempre più della difficoltà di comprendere il
> mondo. Per questo cerco di raccontarlo.
Forse è meglio lasciar perdere gli eroi… andiamo allora all’antieroe del romanzo
(che appare, di volta in volta, coi nomi Xabier, Tenia, Rossetti): un
sociopatico dall’intelligenza gelida, capace di scalare uno dopo l’altro tutti i
gradini del potere. Mi ha ricordato, nelle logiche spietate del suo agire, il
Giorgio Pellegrini di Massimo Carlotto. Come hai concepito questa figura?
A un certo livello i soldi non si contano più, conta il potere. Io e Carlotto
abbiamo in qualche modo lo stesso interesse, quello di raccontare il mondo e
comprenderlo attraverso il crimine. Perché il crimine è quello che ci racconta
com’è il mondo, come siamo arrivati qui. Intanto bisogna capire che cos’è una
cosa criminale, un atto criminale: come viene visto, come viene gestito, quali
sono le ricadute. Ci sono delle somiglianze con certi personaggi della narrativa
di Carlotto, ma il personaggio del mio romanzo è arrivato a un altro livello
sociale. Le dinamiche sono vere, esattamente come sono vere quelle di Massimo,
solo che raccontano un altro mondo. Come ti dicevo prima, io non credo agli eroi
e non credo alle risposte individuali alla crisi o al mondo. Le risposte non
possono essere individuali, devono essere collettive. Ci deve essere una presa
di coscienza collettiva, un’azione collettiva per cambiare le cose. Non qualcuno
che decide e gli altri che vanno dietro. Il singolo che va e fa la mattana,
fosse anche uccidere il più ricco del mondo, non cambierebbe assolutamente
niente e, se lo facesse, probabilmente non sarebbe in meglio…
L’idea che un piccolo gruppo d’avanguardia faccia delle azioni e trascini poi
con sé tutta la massa dei proletari a fare la rivoluzione si è dimostrata una
cazzata. Si è visto in modo plastico che non funziona. Nel nostro presente però
rimane ancora l’idea romantica dell’eroe individuale che, con il suo agire,
cambia il mondo. Ma non è così. Non esistono quelle persone. Cercare
singolarmente di cambiare il mondo significa di fatto sposare una logica
nietzschiana, superomista, che parla a persone che vogliono l’eroe, qualcuno che
risolva tutti i problemi. C’è il problema dell’enorme concentrazione di risorse
in mano a pochi ricchi? Ammazziamoli. Ma uno che andasse e li ammazzasse in
realtà non cambierebbe nulla. Anche se tu ammazzassi tutti i ricchi, non
cambierebbe niente se non cambiando il sistema che ha prodotto – e che
riprodurrebbe – questa situazione. È il sistema che è marcio, non è il singolo.
Quindi la risposta non è quella del singolo, è quella del sistema.
Ti ho sentito dire, parlando della tua generazione: «Avevamo un’idea bellissima
del futuro e ce l’hanno portata via». Questo mi fa pensare al lavoro decennale
di Renato Curcio sulla “colonizzazione digitale”: un processo di progressivo e
ormai inesorabile spostamento di attività e relazioni dal piano umano a quello
digitale, con l’intelligenza artificiale come forza trainante. In questa
prospettiva, non si tratterebbe solo di un controllo del presente, ma anche di
una vera e propria colonizzazione dell’immaginario futuro: desideri che crediano
individuali e, in realtà, sono modellati nei grandi centri di potere. Qual è il
senso di questa trasformazione?
Io non credo al complotto, non credo ai grandi vecchi che decidono il mondo.
Credo però al fatto che, in modo naturale, quasi organico, il capitale tenda a
proteggersi, a riprodursi, a rinforzarsi. Correnti diverse del capitale – la
dico proprio così, male – tendono ad andare nella stessa direzione. Non c’è
bisogno che ci sia qualcuno che decida a tavolino le cose. Io lavoro per il
cinema e ho lavorato molto anche per la televisione. Ti faccio un esempio
banale, secondo me molto attuale, che riguarda l’intelligenza artificiale. C’era
una cosa che le grandi piattaforme e i produttori non potevano possedere: la
creatività. Potevano non pubblicarti, non mandarti in sala, non farti fare un
film, ma se volevano un film dovevano chiedere a te di scriverlo. Il film lo
scrive il creativo, non il businessman. Perché tu avevi la qualità che loro non
potevano trasferire: la creatività. Nel momento in cui è arrivata l’intelligenza
artificiale, quella ha raccolto la produzione intellettuale di intere
generazioni di autori. E allora il produttore, il capitalista, non ha avuto più
bisogno del creativo. Possiede non più solo il lavoro materiale, ma anche il
lavoro intellettuale, il lavoro creativo, ora inglobato dentro una macchina
proprietaria. Chi ha inventato l’intelligenza artificiale magari non l’ha fatto
perché voleva scientemente distruggere il mercato degli sceneggiatori.
Semplicemente il capitale sa approfittare di quello che arriva e sa utilizzarlo
per rafforzarsi. Ma questo non significa che ci sia stato qualcuno a Washington,
tipo riunione degli «Illuminati», che ha deciso a tavolino di togliere la
creatività agli esseri umani. Semplicemente vengono finanziate e spinte le cose
che convengono al capitale.
È un po’ quella che si potrebbe chiamare l’eterogenesi dei fini, una convergenza
di necessità intrinseche ai meccanismi del reale. Il capitale si riproduce come
un virus, cresce e si espande. Se smette di crescere muore. Dentro questo
meccanismo prende forza qualsiasi cosa che sia utile alla sua sopravvivenza, al
suo rafforzamento. Dall’altra parte però non esiste un meccanismo di creazione
di anticorpi sociali altrettanto forti. Perché grazie allo sviluppo del capitale
il tempo di lavoro è diventato il tempo di vita. Non c’è più nemmeno il tempo di
immaginare una vita diversa. Il capitale ha vinto. E adesso purtroppo deve
gestire la sua vittoria. Quello che succederà non lo sa nessuno. Ma non sarà
buono.
Una domanda sulla situazione politica italiana. Tra destra al governo, decreti
sicurezza e restrizioni al diritto di protesta come vedi il quadro attuale?
C’è un governo di destra, di nostalgici del fascismo. Non ho molti altri
commenti dignitosi da fare. Ma non credo che un governo di centrosinistra
farebbe andare le cose in modo molto diverso. Magari su alcune cose sì, ma un
po’ secondarie. Perché nessuno ha il coraggio di affrontare la questione
centrale, che è la distribuzione e la produzione della ricchezza. A fare un
reddito minimo vero, o un salario minimo serio, poniamo di venti euro all’ora,
nessuno ci pensa. Nessuno vuole farlo. Questo crea degli schiavi: gente disposta
a lavorare per qualsiasi cifra, perché non ha alcuna possibilità di opporsi,
visto che se smette di lavorare non ha nessuna forma di reddito alternativo. Da
questo punto di vista non c’è stata la volontà di rendere le persone libere di
scegliere il lavoro senza essere ricattate. Non essere costretti a subire questi
ricatti per sopravvivere vorrebbe dire fare un reddito universale – non quella
roba che hanno fatto i Cinque Stelle – e soprattutto pensare una gestione del
lavoro completamente diversa. Ma non te lo fanno fare e, in realtà, non ci ha
mai davvero provato nessuno. I governi di centrosinistra non hanno mai a puntato
a questo. Il reddito di cittadinanza, come idea, era un nostro cavallo di
battaglia.
Quando dico «nostro» intendo il Movimento di allora, dove c’era un’articolata
analisi teorica sul reddito universale. Si ragionava sul fatto che non esiste
più solo l’operaio di fabbrica: esiste l’operaio sociale, cioè quello destinato
alla produzione di valore diffusa. Oggi tu produci valore anche accendendo la
radio e ascoltandola, perché la pubblicità verrà venduta in base agli ascolti.
Produci valore mandando un messaggio su WhatsApp, facendo una ricerca su Google,
facendo una conversazione come questa. La produzione di ricchezza non è più
legata solo all’andare in fabbrica: è diffusa ovunque. E allora bisognerebbe
riconoscere questa trasformazione. Altrimenti succede quello che sta succedendo:
i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Il problema è che
queste idee, che venivano dai movimenti, sono state prese e trasformate in
qualcosa di completamente diverso e compatibile con il sistema. Il reddito di
cittadinanza è diventato – per i pochi anni in cui è rimasto in vigore – un
sussidio per disoccupati. Ma l’idea di un reddito universale è un’altra cosa. È
il riconoscimento del fatto che tutti partecipiamo, in modi diversi, alla
produzione della ricchezza.
Ti chiedo un’ultima cosa: uno o più consigli di lettura, libri o autori che,
secondo te, riescono a raccontare il presente nel modo in cui intendi la
letteratura.
Ti faccio ancora i nomi dei «vecchi», Lucarelli, Carlotto, De Cataldo. Ognuno a
modo suo, aveva – e hanno ancora –l’idea di voler raccontare il mondo, questo
mondo nelle sue trasformazioni. E loro per me rimangono ancora dei punti di
riferimento. E poi ci sono degli autori americani, statunitensi, che hanno
raccontato il presente molto bene. Se devo pensare a uno è a Bret Easton Ellis.
Io consiglio sempre di leggerlo perché mi attira quanto il mondo.
La copertina è di
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L'articolo Sandrone Dazieri: «Il mondo non è quello che ci raccontano che sia»
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