Tag - patto europeo su migrazione e asilo

Migranti, il governo usa ancora una volta le ONG come capro espiatorio
L’Italia sta arrancando politicamente e deve fare i conti con un’Europa che le volta le spalle e a cui risponde utilizzando ancora una volta le persone in fuga e le ONG che operano in loro solidarietà come capro espiatorio. Il meccanismo di compensazione in risposta alla volontà tedesca di rimpatriare in Italia i cosiddetti dublinati è sintomo della fragilità del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. Le nuove regole europee di fatto hanno smantellato il già fragile sistema asilo e introdotto meccanismi di solidarietà su base volontaria che consentono agli Stati di aprire e chiudere i loro confini a piacimento e di rifiutarsi di supportare i Paesi di arrivo e assumersi le proprie responsabilità sulla migrazione. Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch: “Il nuovo Patto è crollato alla prima prova: gli arrivi a Ceuta, la cui strumentalizzazione politica ha creato un effetto domino di chiusura dei Paesi UE con cui ora il governo si trova a fare i conti. Non sapendo come reagire punta ancora una volta il dito contro le Ong e si guarda bene dall’affrontare l’altissimo costo umano di queste politiche: a Ferragosto 14 corpi senza vita galleggiavano davanti agli ombrelloni piantati sulle spiagge del Mediterraneo.” Sea Watch
August 24, 2026
Pressenza
Sea-Watch 5 ferma per 45 giorni: noi non collaboriamo con criminali e trafficanti. Il governo italiano può dire lo stesso?
La Sea-Watch 5 è stata fermata per 45 giorni con l’accusa di non aver cooperato con le autorità libiche. È vero: giovedì 13 agosto, dopo aver soccorso 6 persone in acque internazionali, abbiamo informato l’Italia e i Paesi europei limitrofi, ma non il cosiddetto centro di coordinamento per il soccorso marittimo libico, un’autorità fantoccio che serve a legittimare e rendere interlocutore accettabile quegli uomini e trafficanti che, poco dopo il soccorso, ci hanno puntato contro un fucile intimandoci di allontanarci dal “loro territorio”. Sono queste le “autorità competenti” a cui si riferisce il ministro Piantedosi? Le stesse a cui l’Italia ha versato un miliardo di euro in navi, fondi e addestramento, per poi vederle usare regolarmente per catturare e uccidere persone in mare e riportarle nei lager gestiti dai trafficanti? L’Italia e l’Europa hanno dato e continuano a dare, legittimità e protezione a questi criminali, trasformando il Mediterraneo in un far-west. Non sono fantasie: a questi fatti corrispondono nomi e cognomi precisi. Non ci siamo dimenticati di personaggi come Bija, Almasri e Saddam Haftar: criminali internazionali accusati, tra gli altri reati, di traffico di esseri umani, con cui il governo italiano ha stretto, e continua a stringere, accordi. Noi non collaboriamo con criminali e trafficanti. Il governo italiano può dire lo stesso? Nonostante il 2026 si preannunci già come l’anno più mortale dell’ultimo decennio, nonostante nello scorso fine settimana i nostri occhi e quelli di altri membri della società civile abbiano visto 14 corpi senza vita galleggiare alla deriva, vittime di un altro naufragio fantasma, la priorità di questo governo è tenere ferma per 45 giorni una nave che salva vite in mare. Una mossa di pura propaganda che fa comodo al Governo Meloni, per raccontare una fantomatica gestione delle frontiere che, in realtà, non va oltre i tweet dei suoi ministri. Mentre si vedono in queste ore i risultati disastrosi in cui hanno gettato l’Unione Europea, dopo aver spinto, nei mesi scorsi, per l’approvazione del Patto Europeo su Migrazione e Asilo, un regolamento che ora altri Stati membri usano per rimandare in Italia i cosiddetti “dublinanti”, come se queste persone fossero pacchi da scambiarsi tra nazioni. Da un governo incapace di rispondere ai problemi reali degli italiani, tra benzina alle stelle e stipendi fermi da trent’anni, non ci si può aspettare di più. I fischi di Taranto spaventano? Dategli più propaganda anti Ong.       Sea Watch
August 23, 2026
Pressenza
Leone XIV a Lampedusa, Sea-Watch: “Grati della scelta di stare dalla parte delle persone migranti, non dei potenti”
La ONG tedesca espone uno striscione sulla nave Aurora e consegna una lettera al Pontefice per chiedere la difesa del soccorso e della solidarietà in mare. Sea-Watch saluta con gratitudine la visita di Papa Leone XIV a Lampedusa, nel giorno della festa nazionale del suo Paese d’origine, gli Stati Uniti. “Che un Papa americano scelga di trascorrere questa giornata in un luogo simbolo delle migrazioni, anziché negli USA, rifiutando l’invito del Presidente Trump per recarsi sulla frontiera più a sud d’Europa, è un gesto di grande valore simbolico e politico” commenta la portavoce Giorgia Linardi. “Papa Leone indica chiaramente da che parte stare, tanto più mentre negli Stati Uniti e in Europa si moltiplicano le campagne di criminalizzazione e persecuzione delle persone migranti.” Occorre interrogarsi sull’intitolazione del Molo Favaloro a Papa Francesco, prevista in occasione della visita. Luogo simbolo di un dispositivo di frontiera sempre più militarizzato, disumanizzante e inaccessibile per la società civile, il molo tradisce i valori di accoglienza e solidarietà cristiana per precisa scelta politica. Da poche settimane è inoltre divenuto il simbolo dell’applicazione delle nuove procedure di frontiera introdotte dal Patto Europeo su Migrazione e Asilo, che restringono l’accesso alla protezione. È importante che Papa Leone prenda coscienza della militarizzazione e della disumanizzazione della frontiera. Il nome di Papa Francesco al Molo Favaloro deve rappresentare un impegno a rimettere al centro la dignità umana. “Papa Francesco non accetterebbe che le persone vengano accolte con interrogatori che spesso sfociano in condanne fino a vent’anni per aver guidato una barca senza avere alcuna scelta” aggiunge Linardi. Negli ultimi dieci anni almeno 3.200 persone sono state accusate di essere “scafisti” in conseguenza di pratiche accusatorie sommarie che spesso hanno luogo proprio al molo di sbarco. Sulla nave Aurora, ormeggiata proprio davanti al molo, uno striscione reca un messaggio semplice: “Non c’è niente di cristiano in un mare di morti”, richiamando le parole con lo stesso Papa Leone XIV ha definito la remigrazione “non una proposta cristiana”. Un messaggio che accompagna la prima tappa della visita al cimitero di Lampedusa, in memoria delle persone morte e disperse nel Mediterraneo: oltre 35.000 nell’ultimo decennio. Dal 2015 Sea-Watch ha contribuito a salvarne più di 50.000, mentre decine di migliaia sono state soccorse dall’intera flotta civile, nonostante i continui tentativi dei governi di ostacolare il soccorso civile. In occasione della visita, Sea-Watch ha consegnato al Pontefice una lettera chiedendo il Suo sostegno nella difesa del principio per cui salvare vite non può essere un crimine, ma un dovere morale, giuridico e cristiano. Sea Watch
July 4, 2026
Pressenza
Più di 10.000 bambini “soli in mare”. Dossier di SOS Mediterranee sui minori non accompagnati
Dall’inizio delle operazioni in mare nel marzo 2016, quasi una persona su cinque tra quelle soccorse dall’equipaggio di SOS MEDITERRANEE è un minore non accompagnato. Tra marzo 2016 e aprile 2026, SOS MEDITERRANEE ha salvato un totale di 43.219 persone: di queste, 10.505 (24%) erano minori di 18 anni e tra tutti i minori a bordo la maggioranza (80%, 8.366) era non accompagnata, viaggiando senza un genitore o un tutore.  Il viaggio attraverso il Mediterraneo di bambini e adolescenti, minori non accompagnati senza un adulto accanto, per raggiungere l’Europa, è una realtà drammatica cui ci siamo abituati. Ma le loro storie e le loro sofferenze meritano uno spazio a parte, al di là di ogni racconto strumentale: per questo SOS MEDITERRANEE ha deciso di pubblicare il dossier “Soli in mare” con dati, numeri e statistiche che provano a raccontare il fenomeno dei minori non accompagnati che attraversano il Mediterraneo centrale, facendo luce sulle difficoltà enormi che incontrano sul loro percorso partendo dalle storie che in tanti anni i nostri soccorritori hanno raccolto a bordo.   Sono molti purtroppo anche i minori scomparsi nel Mediterraneo centrale negli ultimi 10 anni: secondo UNICEF, infatti, almeno 3.500 bambini o minori sono spariti nel mare di fronte alle nostre coste, senza che nessuno si accorgesse di loro. In questo quadro drammatico, chi ha la facoltà di prendere decisioni che incidano positivamente sul destino di questi bambini e ragazzi, insiste invece sulla strada dell’esternalizzazione delle frontiere e dei controlli sempre più stringenti, per evitare che i migranti, anche minori, riescano ad entrare in Europa.   L’entrata in vigore del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo lo scorso 12 giugno modifica profondamente la condizione giuridica dei Minori Stranieri Non Accompagnati: innanzitutto, corrono il rischio di trascorrere periodi prolungati presso le frontiere esterne dell’Unione Europea, in contesti spesso caratterizzati da forte pressione amministrativa e limitata disponibilità di servizi specializzati. Ulteriori criticità riguardano le procedure di accertamento dell’età, con la possibilità che soggetti effettivamente minorenni vengano considerati adulti e privati delle tutele specifiche previste dalla normativa. Anche le procedure accelerate di esame delle domande potrebbero incidere sulla tutela del minore e rendere più difficile per i minori comprendere pienamente i propri diritti, accedere a un’adeguata assistenza legale e rappresentare in modo completo la propria situazione personale e familiare, senza contare il rischio che l’elevato numero di arrivi e la complessità delle nuove procedure possano rallentare la nomina dei tutori, l’attivazione dei percorsi di protezione e l’accesso ai servizi sanitari, psicologici o educativi.  “Il nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo” afferma Valeria Taurino, direttrice generale di SOS MEDITERRANEE Italia “rappresenta tutto ciò che cerchiamo di combattere. Invece di proteggere gli uomini, le donne e soprattutto i bambini che transitano in quel tratto di mare e affrontare la crisi del Mediterraneo centrale, si continua a utilizzare la questione migrazione per fare propaganda e lasciare che tutto resti com’è, anzi peggiori.  Nonostante i numeri impietosi sulle morti in mare, anche di bambini e ragazzi giovanissimi, l’Europa continua a trattare il problema come fosse politico e non umanitario . Noi siamo in mare tutto l’anno per salvare le persone e raccogliere le loro testimonianze e ci troviamo spesso di fronte a giovanissime vite già segnate in modo violento o addirittura spezzate, come è successo un anno e mezzo fa, quando una bimba di 7 anni è salita sulla Ocean Viking già in fin di vita ed è poi morta all’ospedale di Malta. Dobbiamo essere tutti consapevoli del fatto che queste tragedie potrebbero essere evitate, se solo si attuassero politiche rispettose degli obblighi di salvare vite in mare. Come può un Paese che si dica democratico accettare di vivere con un cimitero di bambini e ragazzi innocenti a pochi chilometri dalle proprie coste e fingere che non esistano?“.  Scarica QUI il dossier completo   Redazione Italia
June 23, 2026
Pressenza
Gjadër, ispezione del TAI a due giorni dal Patto UE: «Un laboratorio di violazione dei diritti, non un modello»
Nei centri in Albania regnano incertezza assoluta e opacità radicale. Il 10 giugno 2026, il Tavolo Asilo e Immigrazione 1 e l’On. Rachele Scarpa hanno effettuato un’ispezione presso il centro di Gjadër, in Albania, a due giorni dall’entrata in vigore del Patto Europeo su Migrazione e Asilo. Quello che emerge smentisce punto per punto la narrativa governativa sul cosiddetto «modello Albania». «Il tutto in un clima di sistematica opacità amministrativa, che sembra essere l’ingrediente fondamentale di ogni presunzione di “efficacia”», denunciano le organizzazioni che compongono il TAI. Nonostante la Presidente del Consiglio Meloni continui a rivendicare i risultati del progetto, dalla delegazione arriva una valutazione di estrema criticità: grande incertezza sul futuro delle strutture, forti dubbi di incompatibilità con il nuovo quadro normativo europeo e violazioni dei diritti fondamentali già certificate. Da aprile 2025 il centro ha iniziato a operare come un CPR italiano in territorio estero. «I numeri sono autoevidenti», scrivono il TAI e la parlamentare. «Attraverso numerose ispezioni abbiamo monitorato il funzionamento e i flussi all’interno dei centri: da aprile 2025 a marzo 2026 sono stati effettuati trasferimenti periodici di circa 10 persone ogni 7-10 giorni, per poter mantenere un numero medio di circa 20 persone nel centro. Solo a marzo 2026, probabilmente per esigenze legate alla campagna elettorale del referendum costituzionale, il governo ha cercato di aumentare il numero di presenze con un trasferimento più massiccio». Alla data dell’ispezione, le persone trattenute sono circa 70, incluse le 10 di cui la delegazione ha osservato direttamente l’ingresso in struttura. Dall’avvio di questa fase del progetto, circa 620 persone sono state trasferite coattivamente in Albania. Di queste, solo 90 sono state effettivamente rimpatriate: una percentuale intorno al 15%, ben al di sotto della media del 40% registrata nei CPR presenti sul territorio italiano. Un dato tanto più significativo se si considera che i rimpatri, per norma, possono essere eseguiti esclusivamente dall’Italia: le persone trattenute a Gjadër vengono prima ritrasferite sul territorio nazionale, con costi aggiuntivi a carico della collettività. «Queste evidenze dimostrano l’assenza di una reale utilità operativa dei centri albanesi anche come CPR esternalizzato – prosegue il TAI – a maggior ragione a fronte della disponibilità di posti nei CPR presenti sul territorio italiano, che risultano occupati in misura largamente inferiore alla loro capienza». Per le organizzazioni, i centri in Albania «lungi dal rappresentare un modello funzionale nella gestione e nel governo del fenomeno migratorio, sono stati in questi due anni un laboratorio di sperimentazione di procedure delocalizzate, trasferimenti illegittimi, interpretazioni arbitrarie delle norme e progressiva sottrazione delle pratiche migratorie agli ordinari meccanismi di controllo democratico». La situazione appare oggi ancora più critica alla luce dell’entrata in vigore del Patto europeo su Migrazione e Asilo. A poche ore da una scadenza che ridisegna l’architettura europea delle politiche migratorie, non esiste alcuna informazione ufficiale sul futuro del centro di Gjadër, né sul ruolo che il governo italiano intende attribuirgli nel nuovo quadro normativo. Nel frattempo, il parere reso l’11 giugno dall’Avvocato Generale della Corte di giustizia dell’Unione Europea afferma che il Protocollo Italia-Albania può verosimilmente inficiare le garanzie procedurali minime previste dal diritto UE – in particolare il diritto di difesa, il rispetto della vita privata e familiare e l’immediata liberazione al termine del trattenimento – in assenza di garanzie sufficientemente chiare e precise 2. Un parere che «conferma le profonde fragilità giuridiche che continuano a caratterizzare il progetto». «A quattordici mesi dall’avvio di questa fase del progetto, il quadro che emerge è quello di una sperimentazione permanente segnata da incertezza normativa, opacità amministrativa e compressione dei diritti, il cui impatto ricade non soltanto sulle persone direttamente coinvolte, ma sull’intero sistema delle garanzie democratiche», denuncia il TAI. Le organizzazioni firmatarie e l’on. Rachele Scarpa chiedono piena trasparenza sulle attività svolte nei centri, accesso alle informazioni, pubblicazione dei dati aggiornati e la chiusura dei centri nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento italiano ed europeo. 1. ACLI, ActionAid Italia, ARCI, ASGI, Centro Astalli, CGIL, CNCA, Commissione Migrantes Missionari Comboniani Provincia italiana, EMERGENCY, Europasilo, Fondazione Migrantes, Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, International Rescue Committee Italia, Italiani Senza Cittadinanza, Medici Senza Frontiere, Oxfam Italia, Recosol – Rete delle Comunità Solidali, SIMM, UNIRE. ︎ 2. I centri in Albania violano i trattati dell’Unione Europea, Giansandro Merli – il manifesto, 12 giugno 2026 ︎   Melting Pot Europa
June 13, 2026
Pressenza
Con il Patto europeo su migrazione e asilo da oggi un essere umano vale 20.000 euro
“Da oggi in Europa basta pagare 20.000 euro per liberarsi di un essere umano. Non è un film distopico, è il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, approvato nel 2024 e attivo proprio da oggi in tutti e 27 gli Stati membri. Se uno Stato non vuole accogliere persone migranti, potrà semplicemente pagare per sbolognare la faccenda ad altri”. Lo afferma su Instagram la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi. “Questi soldi” continua Linardi “potranno essere utilizzati per rafforzare le infrastrutture di frontiera, come fili spinati, centri di detenzione e CPR, oppure per rafforzare la cooperazione con i cosiddetti Paesi terzi sicuri. Uno dei capisaldi del patto è il concetto di Paese di origine sicuro e quello di Paese terzo sicuro, dove l’Unione Europea può rispettivamente rimpatriare e deportare le persone sgradite. Tuttavia, in questi Paesi si registrano spesso situazioni di abuso dei diritti umani, sia nei confronti delle persone migranti di passaggio che dei propri cittadini. Tutto questo è completamente ignorato dall’Unione Europea, che intende portare avanti il suo piano senza tener conto delle valutazioni della società civile e delle organizzazioni internazionali, ma anche del suo stesso garante. Non siamo davanti a una serie di tecnicismi” conclude la portavoce di Sea-Watch, “ma a un attacco ai valori fondanti dell’Unione Europea, nata proclamando diritti e dignità, che oggi invece manda un messaggio molto chiaro: le persone migranti non sono più titolari di diritti, ma un problema di cui disfarsi nel più breve tempo possibile. La domanda è semplice e scomoda. Se un essere umano ha un prezzo, che fine hanno fatto i suoi diritti?”   Sea Watch
June 12, 2026
Pressenza
«Primum non nocere»: CPR come luoghi di …
… tortura: lo ribadisce la SIMM, «Società italiana di medicina delle migrazioni» di Mariano Rampini Il fatto è noto: lo scorso 12 febbraio 2026 si è svolta una perquisizione del reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna. Scopo dell’indagine era vagliare il comportamento di otto medici specialisti in malattie infettive. L’accusa era aver rilasciato certificati sanitari