Giorgia Tribuiani / La gente fa del suo meglio, eppure…
Nel nostro panorama editoriale, l’appena quarantenne Giorgia Tribuiani è una
delle massime esperte delle tematiche, delle strategie e delle tecniche del
cosiddetto “perturbante” in letteratura. Il “perturbante” non è l’orrifico, ma è
quella sensazione di ansia e di paura che emerge improvvisamente quando accade
qualcosa di inaspettato nelle situazioni o negli oggetti per noi assolutamente
familiari. Il perturbante è un tema psicoanalitico, per come ce lo consegna
Freud nei suoi studi, ma è anche un tema letterario per come invece lo usa un
grandissimo del genere come Stephen King che in Italia conta molti estimatori,
ma non molti veramente esperti come, ad esempio, sono Luca Briasco e certamente
la Tribuiani stessa.
Giunta ormai al suo quarto libro che ne ha segnato nel tempo un profilo coerente
nella ricerca tematica e in una instancabile innovazione stilistica, Tribuiani
propone in questi giorni un’intensa e avvincente favola nera: Pezzi. La
struttura del racconto è da subito chiara: il villaggio di G dovrà risolvere un
macabro gioco a premi di cui non si immaginava minimamente l’esistenza. Non ci
sono alternative. Il regolamento è chiaro: si perdono penalità se si sbaglia, se
si rubano gli indizi, se si coinvolge qualcuno di esterno al villaggio. La posta
in gioco è molto alta: la vita di un uomo a cui, ogni giorno, un piccolo pezzo
del corpo viene amputato e consegnato agli abitanti per l’identificazione. I
tramiti di questa operazione sono diciassette merli che improvvisamente, il
primo giorno, si presentano alla vista degli abitanti del paese di G.
Immediatamente, viene alla mente la riuscita serie televisiva coreana Squid Game
ma il riferimento dell’autrice del libro va direttamente a Lars von Trier e al
film Dogville che suscitò reazioni entusiaste come critiche feroci (ancorché
minoritarie). In comune con Dogville c’è anche una mappa del Paese di G che, al
centro del libro, si presenta curiosamente come composto da due sfere poco
comunicanti tra loro. Ma è inutile cercare veramente lo spazio e il tempo in una
vicenda che potrebbe essere ambientata in un passato non definito, durante un
inverno qualsiasi, verosimilmente in centro Italia, su una collina che sembra
“il groppone di un placido animale dal folto pelo bianco” raccontato da un
narratore onnisciente in un italiano antico più vicino a un dialetto (ma molto
comprensibile) che alle asciutte prose contemporanee.
In verità tutto questo sarebbe anche inutile perché ciò che interessa a chi
scrive sono le persone, gli abitanti del villaggio presi nelle loro dimensioni
individuali, familiari e sociali. Ogni capitolo è dedicato a ciascuno di essi.
Vi sono il Sindaco e il Sarto, la Panettiera e il Lustrascarpe, il Becchino e il
Dottore, il Lustrascarpe e l’Artigiano, il Droghiere, il Cantante, il Droghiere,
il Possidente e il Taverniere. Ma anche il Cacciatore, la Cuoca, il Macellaio,
la Verduraia, l’Ottico e la Pazza. E non finisce qui, molti di loro hanno
famiglia… ma in questo momento non conta. Sono di fatto persone comuni con i
loro difetti e le loro piccole virtù che conducono una vita sociale abbastanza
soddisfacente in cui si si riconoscono l’uno con l’altro e, se del caso, si
aiutano e si sostengono reciprocamente. Quando nella loro vita collettiva fa
irruzione il “gioco dei pezzi” progressivamente tutto finisce e dalla dimensione
sociale si passa a far prevalere un forte individualismo fondato sulla paura
dell’altro e sulla necessità di prevaricare. Emergono fatti e comportamenti
assai meschini, a volte terribili.
Le congetture, le furbizie e gli espedienti, le alleanze e le discriminazioni
crescono e si consumano nell’arco di sei giorni. Il paese di G ricorda certi
villaggi ottocenteschi dell’America rurale raccontati magistralmente da Mark
Twain con in più un pizzico di ironia che Tribuiani non disdegna ma che, in
molti casi, sostituisce, con un sarcasmo morale tutto ben rappresentato da Lars
von Trier in esergo: «La gente di qui sta facendo del suo meglio, nonostante
molte difficili circostanze». «Ma questo meglio è abbastanza buono?»
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Pulp Magazine.