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Aggiornamento dal Villaggio delle Rose. Il Comune di Milano ci fa o ci è?
Il Comune di Milano si è arroccato nella posizione di padre padrone. Non dà segno di ascoltare le ragioni dei propri cittadini e sembra intenzionato a tirare diritto per la sua strada: sul Villaggio delle Rose passeranno le ruspe. Di fronte alla chiusura istituzionale mercoledì 1° luglio i residenti hanno organizzato una “festa” allo scopo di raccontare la loro storia e chiedere aiuto e protezione alla società civile. L’evento si è svolto in un’atmosfera di serenità e bellezza che non vedevo da tempo. Potrei raccontarvi dei discorsi pieni di pathos e amore di Dijana Pavlovic e Tony Deragna su un luogo che negli anni è diventato un simbolo di cultura e un esempio di comunità virtuosa; dell’antenato Tzigari che si unì alla Brigata Osoppo e partecipò alla Resistenza; di sua moglie Wilma che, rapita con l’inganno dai fascisti, sopravvisse a Dachau; del loro amore alla maniera “zingara” che fa sognare e trasuda libertà; o del monumento al porraimos, il divoramento, in memoria del genocidio subito dal popolo rom e sinti – una ruota circondata da tre steli posizionata all’ingresso del villaggio che è una delle tappe di commemorazione dell’annuale “partigiano in ogni quartiere”. O potrei riferirvi il discorso riconoscente di Michela Fiori, rappresentante di Anpi Stradera-Gratosoglio, a Tzigari e ai suoi discendenti (attivi antifascisti del Villaggio delle Rose); o parlarvi di Isabella May, docente dell’Accademia di Brera, che con altri artisti ha abbellito la recinzione dell’opera “Vietato strappare le rose” (!) e dato vita a un vivace laboratorio molto apprezzato dai più piccoli. Oltre a pitture e stencil, fili rosso-fuoco si sono dipanati dal cancello agli alberi toccando con delicatezza il monumento.  Rappresentano l’intrepido e lungo viaggio che nei secoli ha portato il gruppo rom a un luogo dove gli è piaciuto radicarsi. Potrei parlare della musica dal ritmo italo-balcanico offerta dallo storico gruppo milanese degli “Ottoni a Scoppio”– a cui è stato difficile resistere dal saltare in pista e di quando tutti insieme abbiamo cantato “Bella Ciao”. Alle prime battute ho visto accorrere bambini con visi e mani sporchi di pittura per unirsi ai cantori; sapevano che quello era un momento sacro della comunità; al termine sono tornati all’attività artistica. Potrei dirvi che persino il cielo, di questi tempi così bizzarro ed elettrico, si era rasserenato colorandosi di nuvole rosa e di come la frescura avesse avvolto la piccola corte, o riferirvi una nota di costume sui componenti a quattro zampe del villaggio, di come anche loro partecipassero alla festa. Uno in particolare, di nome Orso, è stato molto impegnato a vezzeggiare la giovane consigliera Francesca Cucchiara, di AVS (insieme con un collega, l’unica ad aver accettato di partecipare all’evento e a esprimersi in favore dei rom), che, potrei giurarci, stava dando il suo contributo alla causa, avendo ben capito il pericolo che incombe sulla famiglia. Orso è uno di quei cagnolini piccoli e buffi, dotati di occhi dolcissimi a cui è impossibile resistere. Per ognuno di loro si potrebbe scrivere un pezzo, ma purtroppo a tanta bellezza si oppone una stupidità (burocratica? Espressione del male?) su cui occorre ragionare. Riassumo la vicenda: il Comune di Milano concesse a tempo indeterminato un’area nella campagna a sud della città e lì le famiglie rom hanno costruito il loro villaggio. Poco più di un anno fa il Comune, sulla base di un’ideologia definita “superamento del campo”, ha proposto agli abitanti di traslocare nelle case popolari. Tale soluzione non rispetta minimamente il loro diritto a essere una comunità culturale specifica – verrebbero infatti smembrati – e poi loro le case ce le hanno. E, detto tra noi, promuovere l’integrazione definendola “superamento del campo” ricorda le boarding school americane con cui, per buona parte del secolo scorso si è dato il colpo di grazia alla cultura nativa. Il governo, non l’attuale, recentemente ha chiesto scusa, ma quando la frittata è fatta non si torna indietro. Il sopruso culturale è stato però superato dall’emergenza ecologica. E qui arriviamo agli ultimi eventi occorsi tra le due parti. L’istituzione, dopo aver abbandonato il tavolo delle trattative civili, comunica attraverso burocratiche pec con le quali ha concesso trenta giorni per lasciare le case. La nuova motivazione addotta è: “necessaria bonifica del terreno”. Ben più cogente e meno attaccabile, almeno in apparenza, dell’ideologico “superamento del campo”. Ma poniamoci una semplice domanda. Chi ha inquinato l’area? Il problema sembrerebbe trovarsi a circa due metri sotto terra tra i detriti che furono buttati da chi pavimentò il terreno a suo tempo, cioè il Comune. In linea di principio sarebbe giusto che chi ha fatto il danno rimediasse, ma non a scapito della vita delle ignare vittime. Il Comune infatti non solo non considera la proposta di bonificare e poi ricostruire appaltando ad una cooperativa edile rom, rifiuta anche di stanziare un giusto risarcimento a chi perderà la casa. Per l’istituzione pubblica c’è solo una soluzione: casa popolare in un futuro non meglio definito, oppure cittadino arrangiati. A ripensarci mi ribolle il sangue; accendo Radio Popolare per distrarmi. Guarda caso sta andando in onda un servizio sulle case popolari di Milano. Un rappresentante dei quartieri Calvairate e Molise racconta che i topi sono talmente tanti che bisogna stare attenti a camminare nei cortili perché aggrediscono e mordono. I bambini sono terrorizzati. È una vera e propria emergenza sanitaria che coinvolge migliaia di cittadini ma l’Aler (ufficio del Comune!) è assente. Gli abitanti hanno appena concluso un rumoroso sit-in di fronte alla sede principale, ma almeno per ora hanno ottenuto poco e niente; le risposte vanno verso la brutta china dello scaricabarile (ad aziende private appaltatrici). Tra me e me penso: il Comune è troppo impegnato in un gravissima operazione di bonifica ambientale a sud di Milano, non può perdere tempo con un caso di infestazione da topi… che avrebbe poi da guadagnarci? Nulla; solo da spenderci. Al contrario, tutti ci chiediamo quali sono i piani del post-bonifica. Un nuovo smart quartiere a due passi dai Navigli circondato da ameni boschetti? Un ramo del megadatacenter per incrementare l’IA che si vuole costruire giustappunto tra Milano e Pavia? Caro sindaco e cari assessor, vogliamo saperlo! Foto di Antonietta Lo Bosco e Marina Serina Marina Serina
July 2, 2026
Pressenza
Milano, “processo” alla manutenzione del verde
Giovedì 25 giugno 2026 dalle 18 alle 20:30 Municipio 5, viale Tibaldi 41, Milano La disastrosa gestione e manutenzione delle aree verdi milanesi non è una “percezione” dei cittadini o un’accusa strumentale della destra. A riprova, si sono espressi molto criticamente in proposito anche due esponenti PD del Municipio 5. Il presidente della Giunta, Nicola Carapellese, e il presidente del Consiglio, Michele Valtorta, in una intervista al Giorno hanno dichiarato che la manutenzione di MM SpA è inaccettabile, manifestando anche preoccupazione per la durata 25ennale del contratto tra Comune e la partecipata MM e l’assenza di penali prevista dallo stesso. Le riserve espresse dai due amministratori di zona 5 non riguardano però solo la qualità della manutenzione di MM, ma anche la pratica dello sfalcio ridotto tanto cara all’Assessora al Verde Elena Grandi. Proprio dal Municipio 5 è partita la richiesta di un consiglio straordinario sul verde, che si terrà giovedì 25 giugno dalle 18 alle 20:30 in viale Tibaldi 41. Parteciperanno l’Assessora al verde Grandi e i tecnici dell’assessorato e di MM. In inizio di seduta, i cittadini potranno fare brevi interventi e dire la loro. Intanto, sotto i post che l’Assessora Elena Grandi pubblica sulla propria pagina Facebook i cittadini continuano a lasciare commenti inferociti sullo stato del verde milanese e il suo operato. Gli sfoghi di rabbia dei cittadini sono ormai la reazione fissa anche ai podcast della serie “La cura del verde in città” che il Comune pubblica sulla propria pagina Facebook da novembre 2025, dopo che MM è definitivamente subentrata nel servizio di manutenzione del verde all’appaltatore esterno AVR-Miami, che lo ha gestito – male – dal 2016, quando vinse l’appalto col ribasso di oltre il 30%. Il decennio 2016-2026 è stato decisamente critico per la manutenzione del verde milanese e purtroppo MM non sembra in grado di cambiare la situazione come era stato auspicato dagli Assessori al Verde di Beppe Sala, prima Pierfrancesco Maran e poi Elena Grandi. Di sicuro, per il momento è in corso soprattutto un grosso sforzo per raccontarci quanto, nella teoria, sia ben organizzato il servizio. Prendete 10 minuti per ascoltare dalla voce del responsabile della Divisione Verde di MM quanta competenza e cura viene – a suo dire- posta nel tagliare i prati e quanta nel bagnare i giovani alberi. https://www.facebook.com/share/p/1Cc1NmdWoS/ Nel podcast al link postato sopra, scoprirete che i parchi, i giardini, il verde di quartiere che frequentiamo più spesso viene tagliato ben 7-8 volte l’anno, e gli alberi più giovani (meno di 3 anni di età), circa 20mila in tutta Milano, vengono irrigati ogni 7-10 giorni da una squadra di 30 autobotti. Noi cittadini però non abbiamo visibilità di tutta questa impeccabile e frenetica attività di sfalcio e irrigazione, ma se la manutenzione del verde è davvero così ben organizzata, per il Comune non dovrebbe essere un problema rendere pubblico e consultabile dai cittadini il calendario degli interventi di sfalcio e dei passaggi delle autobotti, per Municipio e per singola area verde. Ne parliamo giovedì 25 giugno al Municipio 5. https://www.facebook.com/ForestamiDimenticami Redazione Milano
June 21, 2026
Pressenza
Sgombero o autogestione? A Milano i rom di Chiesa Rossa portano la loro proposta in piazza
Lunedì 15 giugno 2026, ore 17 Presidio in piazza Scala, Milano Le famiglie rom del Villaggio delle Rose di via Chiesa Rossa 351 lanciano un appello alla città con un presidio in Piazza della Scala lunedì 15 giugno alle ore 17.  Con loro saranno in piazza le associazioni Upre Roma, Khetane, Akana, l’ANPI Stadera Gratosoglio e tra gli altri l’artista e attivista Moni Ovadia. Gli abitanti del villaggio  — insediati da 26 anni nell’area in modo regolare dal Comune — denunciano il rischio imminente di sgombero. L’amministrazione ha annunciato il “superamento del campo” attraverso il trasferimento delle famiglie in alloggi temporanei, ma a questa soluzione gli abitanti rispondono: “Non vogliamo perdere le nostre case costruite con anni di sacrifici,  non vogliamo perdere i nostri legami, la nostra lingua, la nostra comunità. Nelle case popolari ci dovrebbero andare quelli che le desiderano e le aspettano da anni.” La comunità non si è limitata a protestare: ha elaborato e presentato all’amministrazione una proposta alternativa concreta, un progetto di cooperativa di abitanti che trasformerebbe l’area da campo in villaggio autogestito. Il Comune aveva aperto un tavolo di confronto, ma il percorso si è bloccato al primo ostacolo tecnico. La scadenza si avvicina senza che sia arrivata alcuna risposta definitiva e queste famiglie rischiano di trovarsi sulla strada. Famiglie che si aggiungerebbero alle altre, circa cinquecento donne uomini e bambini, che dovranno a breve abbandonare gli alloggi temporanei assegnati loro dal Comune dopo lo sgombero delle loro comunità – come i rom di  Vaiano Valle, che saranno presenti con una delegazione  – con progetti che rimangono senza esito, se non aggiungendo problema sociale a problema sociale. L’appello è rivolto alla Milano civile e solidale, a chi ha frequentato il villaggio, ha commemorato con la comunità il Porrajmos, il genocidio di rom e sinti, ha condiviso percorsi culturali e politici. “Abbiamo costruito ponti, non muri”, scrivono le famiglie. “Oggi abbiamo bisogno di sostegno e di amicizia.” Per informazioni: Aps Upre Roma tel. 3397608728 Redazione Milano
June 12, 2026
Pressenza
Milano, Villaggio delle Rose: una resistenza urbana tra burocrazia e identità
La vicenda del Villaggio delle Rose, campo rom attrezzato, al civico 351 di via Chiesa Rossa a Milano, rappresenta un nodo intricato e simbolico della gestione dell’abitare marginale nella metropoli contemporanea. Non ci troviamo di fronte a un’occupazione recente, né a un insediamento spontaneo. Via Chiesa Rossa è un pezzo di città consolidato da oltre 25 anni, nato da una scelta amministrativa che oggi, paradossalmente, la stessa amministrazione fatica a riconoscere nella sua mutata natura sociale e strutturale. Quello che sulla carta viene ancora catalogato come “campo rom” è diventato un quartiere di fatto: un esperimento di edilizia autoprodotta e di coesione comunitaria che oggi si scontra con la macchina burocratica del cosiddetto “superamento dei campi “. Per comprendere la tensione che si respira tra i vialetti dell’insediamento, è necessario ripercorrerne la genesi. Alla fine degli anni 90 il Comune assegnò alla comunità di rom harvati questa area dotata di piazzole con una concessione che, da regolamento, non prevedeva una scadenza. L’amministrazione forniva il suolo e le infrastrutture primarie, le famiglie avevano l’autorizzazione a installare strutture abitative mobili. Con il tempo la natura di queste strutture è mutata: investendo i risparmi di una vita, i residenti hanno sostituito roulotte e vecchi moduli con prefabbricati di qualità, strutture in legno coibentate e abitazioni stabili, dotate di impianti e finiture civili. Questo investimento privato ha trasformato radicalmente il valore dell’area: il Villaggio non è più una somma di abitazioni provvisorie, ma un patrimonio immobiliare interamente finanziato dai cittadini che lo abitano. Oggi la politica del “superamento dei campi” si abbatte su questa realtà con la forza di una procedura standardizzata che sembra non ammettere deroghe. La strategia del Comune si articola in tre fasi: chiusura amministrativa dell’area, trasferimento delle famiglie in Soluzioni Abitative Temporanee e il successivo inserimento nelle graduatorie per l’Edilizia Residenziale Pubblica. Questo percorso potrebbe apparire come un’operazione di welfare virtuosa, un passaggio verso la legalità abitativa. Per chi vive nel Villaggio, invece, rappresenta lo smantellamento di una vita intera, un processo che ignora la realtà materiale e relazionale costruita in un quarto di secolo. Il conflitto tocca corde politiche e antropologiche. La comunità del Villaggio delle Rose è organizzata secondo logiche di prossimità e mutuo soccorso che la vita atomizzata di un condominio popolare distrugge. La cura degli anziani, la gestione dei minori, la sicurezza e la pulizia del quartiere sono garantite da una struttura sociale di “famiglia allargata” che ha dimostrato una tenuta straordinaria nel tempo. La dispersione forzata di questi nuclei in diversi quartieri della città è una minaccia esistenziale fatta di isolamento sociale, ostilità dei vicini, perdita di riferimenti culturali e una percezione di nuova marginalità, invisibile e solitaria. Per evitare questa fine gli abitanti hanno elaborato una proposta innovativa per una comunità rom: lasciate le case popolari a chi ne ha bisogno, noi costituiamo in Chiesa Rossa una cooperativa a proprietà indivisa. Un tentativo audace di “superare il campo” attraverso l’autonormazione e la responsabilità civile. La cooperativa prende in gestione l’intera area, regolarizza la posizione giuridica dei residenti e si assume l’onere della manutenzione e dell’adeguamento degli impianti. È un modello che ribalta il paradigma dell’assistenzialismo: l’utente del campo smette di essere un soggetto passivo in attesa di una casa popolare e diventa un socio attivo, custode del proprio spazio vitale. La proposta è capace di rispettare il modo tradizionale di abitare della comunità rom, incentrato sulla famiglia allargata e sulla vita comunitaria ed è in grado di dare dignità ad un’esperienza di convivenza urbana tra comunità rom e popolazione locale che spesso risulta difficile. Vivere in famiglie allargate è un tratto socio-culturale ed economico, un modo di essere e di abitare che attraversa la storia della minoranza rom e sinta, costituendone l’ossatura. Questo ha consentito di mantenere viva, in secoli di persecuzione e segregazione, un’identità culturale fondata su una visione del mondo, su valori identitari come la lingua e la memoria. Nel Villaggio delle Rose ne sono testimonianza i bambini, che parlano la lingua madre, il romanès, e l’italiano, la lingua dell’incontro con la società che li accoglie e il primo monumento in Italia dedicato al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti, costruito dalla stessa comunità e che ogni anno è il luogo della commemorazione di chi ha combattuto da partigiano, è stato vittima di persecuzioni, è stato deportato nei campi di concentramento. La famiglia allargata è il luogo della trasmissione di questi valori e della solidarietà, della reciprocità, del confronto e dell’incontro con la società maggioritaria. Una cooperativa di abitanti (la prima in Italia e forse in Europa), costituita da famiglie rom e sinti opportunamente affiancate, rappresenta un passaggio culturale sfidante per la nostra città e per l’intero Paese. Supera il concetto di “campo” inteso come luogo precario, della segregazione, dell’assistenza pubblica e della deresponsabilizzazione. Valorizza gli investimenti economici e sociali che le famiglie hanno effettuato e con la raccolta di nuove risorse sistema e riorganizza le nuove unità abitative all’interno di un nuova configurazione con l’obiettivo di dare vita a un ambiente accogliente e dignitoso. Una volta avviata la realizzazione l’amministrazione non sarà più tenuta a farsi carico dei costi attuali o comunque di altre tipologie di risposta abitativa, che comporterebbero ulteriori costi in carico al bilancio comunale. Mentre  si risolve un serio limite delle possibilità economiche delle famiglie in un situazione drammatica dei costi delle abitazioni, che ha provocato l’esodo dalla città di 400.000 persone in pochi anni. La proposta ha portato all’apertura di un tavolo tecnico con tre assessori, ma il comportamento del Comune appare schizofrenico: da un lato loda l’innovazione della proposta, dall’altro non arresta la macchina burocratica degli sgomberi, lasciando le famiglie in un limbo logorante che impedisce ogni pianificazione futura. A complicare il quadro poi c’è il nodo dell’inquinamento. Recenti analisi del suolo hanno evidenziato la presenza di idrocarburi e materiali di riporto a circa 2 metri di profondità. Questo rischia di diventare la pietra tombale sul progetto se usato dal Comune come un vincolo. Le origini della contaminazione sono chiare: quando l’area fu urbanizzata il terreno paludoso venne livellato con macerie edilizie e scarti industriali. L’inquinamento è l’eredità di una gestione pubblica del passato. Gli abitanti denunciano il rischio che questa emergenza venga ora utilizzata come alibi per sradicare la comunità. Chiedono, invece, che la necessaria bonifica venga integrata in un piano di riqualificazione che preveda la permanenza dei residenti, magari attraverso lotti alternati, evitando che la salute del terreno diventi la scusa per l’espulsione delle persone. In definitiva, la battaglia di Chiesa Rossa pone interrogativi che riguardano l’intera città. È ancora possibile un modello di inclusione che non preveda la distruzione delle identità comunitarie? O la città “inclusiva” è destinata a essere un luogo dove la regolarità formale conta più della dignità umana e della storia vissuta? Il Villaggio delle Rose vuole smettere di essere un’eccezione urbanistica per diventare un esperimento di cittadinanza attiva. Se l’unica risposta delle istituzioni sarà il decreto di sgombero, Milano non avrà risolto un problema di degrado, che peraltro non c’è, avrà semplicemente cancellato una risposta coraggiosa per sostituirla con una nuova forma di disperazione urbana. Redazione Milano
June 11, 2026
Pressenza
La Palazzina Liberty “Dario Fo-Franca Rame” è un bene comune da riaprire
Domenica 24 maggio, dalle ore 15,30 il Comitato Palazzina Liberty Bene Comune invita i cittadini di Milano al “Presidio-spettacolo” davanti alla Palazzina Liberty in largo Marinai d’Italia, per chiedere la riapertura in tempi brevi e con una gestione pubblica! Con la partecipazione di: Fondazione Fo-Rame, Banda degli ottoni a scoppio, Vincenzo Culotta, Luigi Filipetto, Alessio Lega e Guido Baldoni, Moni Ovadia, Panperdut, Quartetto Caminar, RSU Area Biblioteche del Comune di Milano, Piero Sciotto, Voci di mezzo, Yu Kung e Silvia Zaru. La Palazzina Liberty fu intestata dal Comune di Milano nel 2017 a chi la fece vivere, dopo anni d’abbandono e di chiusura, come centro culturale aperto al quartiere e alla città, luogo-simbolo del dibattito artistico-intellettuale, della partecipazione politica, delle rivendicazioni della stagione dei movimenti degli anni Settanta. Al termine di tante proroghe e dopo lunghi lavori, per ora limitati al solo piano terra, il Comune ha fissato la sua riapertura a fine 2026. Questo bene comune è di proprietà pubblica e pubblica deve esserne la regia. Il Comune deve garantire con un proprio progetto complessivo piena agibilità e controllo democratico per l’accesso alle associazioni culturali del territorio e della città, con una “chiamata alle arti” rivolta a loro, in modo da farne una struttura polifunzionale aperta, e deve evidenziare anche turisticamente l’importanza storico-artistica, oltre che come bene culturale, dell’edificio, documentando l’attività di Dario Fo e Franca Rame in quei locali. L’evento: https://fb.me/e/5AB70LfaV La pagina del Comitato Palazzina Liberty bene comune: https://www.facebook.com/PalazzinaLibertyBeneComune/       Redazione Milano
May 20, 2026
Pressenza
Villaggio delle Rose: cronaca di una resistenza urbana tra fango, burocrazia e identità – di Dijana Pavlovic e Paolo Cagna Ninchi
Milano da un po' di tempo a questa parte è preso sempre ad esempio negativo di gentrificatione urbana, quasi fosse il faro della speculazione urbana. Ma Milano, ovviamente, non è solo questo, anzi: è anche specchio di creazione, invenzione e resistenza della marginalità urbana. È questo il caso del Villaggio delle Rose, nella periferia [...]
April 9, 2026
Effimera
San Siro: stadio regalato a privati
L’inchiesta sulla svendita dell’impianto milanese alle misteriose entità finanziarie dietro Milan e Inter dimostra che l’operazione andava fermata prima. di Luca Pisapia (*) La vendita di San Siro è stata confezionata su misura per le proprietà finanziarie di Milan e Inter. Ai fondi d’investimento che controllano le due squadre milanesi sarebbero state rivelate negli anni informazioni riservate per favorire l’acquisto dei