Esperti all’ONU: gli USA stanno cercando di trasformare Cuba in una «Gaza silenziosa»
Le ultime sanzioni risalgono al 6 agosto scorso e prendono di mira entità
statali, imprese militari e individui del ministero delle Forze Armate cubano.
Sono le più recenti di una serie di provvedimenti attraverso i quali il governo
statunitense sta cercando di piegare l’isola caraibica, dove la situazione per
la popolazione sta diventando ormai insostenibile, tra interruzioni di energia
elettrica sempre più frequenti e mancanza di generi alimentari e di prima
necessità. La situazione è grave al punto di aver spinto un gruppo di esperti
indipendenti di diritti umani, convocati dall’ONU, a parlare di una «Gaza
silenziosa». «Le conseguenze umanitarie si stanno già trasformando in una crisi
in piena regola», hanno affermato, sottolineando che in questo modo si mettono a
repentaglio «i diritti alla salute, alla vita, all’alimentazione e allo
sviluppo».
Il «regime cubano» ha trasformato Cuba in una «base operativa per una vasta
gamma di avversari stranieri intenti a condurre operazioni contro gli Stati
Uniti», riporta il documento del Dipartimento di Stato americano, che giustifica
in questo modo le misure adottate in questi mesi, volte a strangolare L’Avana e
piegarla a Washington. Lo scorso 20 luglio, il Dipartimento ha inoltre
pubblicato un documento, dal titolo Cuba: la capitale del Comunismo del 21°
secolo, nel quale si elencano una serie di motivazioni per le quali l’isola
costituirebbe un pericolo per gli USA. Ad oggi, essa si trova inoltre inserita
nella lista degli organismi che, secondo Washington, appoggiano il terrorismo.
Una strategia che per il presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, è funzionale al
pretesto di mantenere le sanzioni unilaterali, cercando di provocare
«l’esplosione sociale» e la divisione della popolazione. Dal canto loro, gli
esperti convocati dall’ONU hanno dichiarato che, all’interno del documento
pubblicato dal Dipartimento di Stato, non vi è alcuna prova concreta di alcuna
minaccia proveniente da L’Avana.
E a farne le spese è, in primo luogo, la popolazione stessa. Il paragone con
Gaza era stato fatto in prima battuta da quattro rappresentanti del Congresso
USA, recatisi in visita sull’isola il mese scorso, che hanno visto con i propri
occhi le conseguenze delle sanzioni. Da gennaio, infatti, Washington ha stretto
la propria presa sul Paese, bloccando i rifornimenti di carburante dal
Venezuela, per poi estendere la morsa ad altri settori chiave. L’effetto, in
questi mesi, è stato un progressivo aumento dei blackout, che hanno lasciato
senza corrente elettrica non solo le abitazioni, ma anche gli ospedali e altre
infrastrutture di fondamentale importanza per la popolazione, mettendo a
repentaglio la vita di migliaia di malati, donne incinte e neonati. Le carenze
di medicinali e di beni di prima necessità causati dai blackout «compromettono
l’assistenza sanitaria e lasciano gli ospedali a corto di medicinali e con una
capacità limitata di curare i malati di cancro», riportano le Nazioni Unite.
Il governo cubano non è comunque rimasto a guardare, ma ha cercato di varare dei
piani di resistenza per far fronte alla tenaglia USA – dando priorità ai
rifornimenti di carburante disponibile ai settori idrici e sanitari, installando
impianti di energia rinnovabile e impostando programmi di diversificazione e
decentralizzazione dell’approvvigionamento di combustibile, facilitando le
importazioni da parte delle aziende presenti sull’isola. Tuttavia, la situazione
si fa sempre più grave, in particolare per donne, bambini, anziani e agricoltori
delle zone rurali, sottolineano gli esperti ONU.
Le agenzie delle Nazioni Unite hanno già riscontrato come nell’isola
l’insicurezza alimentare sia in costante crescita: «il cibo non deve mai essere
usato come strumento di pressione politica», affermano gli esperti convocati
dall’ONU, aggiungendo che «misure che privano consapevolmente una popolazione
dei mezzi di sussistenza minano le garanzie più fondamentali del diritto alla
vita e intaccano il nucleo stesso della dignità umana».
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