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Un potente messaggio di speranza
La 21ª Cerimonia Congiunta in Memoria dei Caduti il 20 aprile scorso ha radunato israeliani e palestinesi a Tel Aviv e, in collegamento, da Jenin, Nablus, Gerico, Gerusalemme, Beer Sheva, Haifa, Nazareth, Kibbutz Pelekh,… e molte altre città di tutto il mondo. Durante l’evento sono state condivise molte esperienze, di cui riferisce l’autrice del reportage, Daniela Bezzi.  La storia di Liora Eilon, 73 anni, madre di quattro figli, nonna di sette nipoti, sopravvissuta al massacro di Kfar Azza e ancora oggi inconsolabile per la perdita di Tal, figlio amatissimo, ucciso dai miliziani di Hamas il 7 ottobre: “A volte lo immagino seduto lassù in cielo, con qualche altro deceduto palestinese, Tarek o Mahmoud, mentre sorseggiano una tazza di caffè nero, chiedendosi tra sé e sé: se solo sapessero, laggiù, quanto è facile stare insieme… Li immagino che si raccontano la storia delle loro morti, sapendo quanto tutto avrebbe potuto essere diverso…”. La storia di Kholoud Houshieh, madre di quattro figli, il cui volto e la cui voce ci arrivano pre-registrati in video perché essendo palestinese di Jenin a Tel Aviv non può mettere piede. Anche lei ha perso il figlio amatissimo, si chiamava Mohammad: “era il mio compagno, la mia anima”. Un proiettile lo ha ucciso il 1 febbraio 2023 mentre con il telefonino stava filmando l’irruzione dell’esercito israeliano nella città di Kafr-Dan. La sua agonia non si è conclusa con quella prima perdita: il 27 febbraio 2025 hanno fatto di nuovo irruzione in casa sua, hanno arrestato senza alcun capo d’accusa l’altro figlio, il 20enne Abd-El Karim: “qualcuno mi dica quando verrà liberato!”. E di nuovo sono arrivati una terza volta: hanno distrutto ogni cosa, hanno picchiato il marito e anche il figlio 14enne, dopo averlo bendato per terrorizzarlo ancor di più. “Ma stasera sono qui anch’io per dire che il sangue porta solo altro sangue: scegliamo la via della pace, per favore…” La storia di Ayala Metzger, israeliana di 52 anni, che il 7 ottobre ha vissuto l’angoscia di sapere che entrambi i suoceri, Tammy e Yoram, erano finiti tra gli ostaggi: ormai 80enni, bisognosi di cure, sbattuti chissà dove nei cunicoli di Gaza. La suocera venne rilasciata nell’accordo di fine novembre 2023 e da qual momento Ayala e il marito non hanno smesso di mobilitarsi, sfidando ogni genere di ostracismo, per sollecitare uno straccio di negoziato che avrebbe potuto accelerare il rilascio di altri ostaggi – fino alla notizia che Yoran era stato ucciso. “Da quell’abisso di dolore, ho preso la mia decisione: fare in modo che la sua morte non sia stata vana. Lotterò con tutte le mie energie per un futuro di guarigione invece che di distruzione. Sogno il giorno in cui, in questa terra, dal fiume al mare, tutti i bambini di entrambe le nazioni possano crescere sani e felici, liberi, al sicuro, educati al rispetto per ogni altra persona, chiunque essa sia.” La storia infine di Mohamed Da’das, anche lui in video da Nablus per le stesse ragioni di Kholoud: ai palestinesi non è permesso evadere dall’occupazione. Rievoca la morte del nipote Mohammad, durante un attacco a colpi di lacrimogeni e granate mente stava tornando a casa: “era la fine del 2021, lui aveva solo 15 anni, era uno studente, sognava di diventare giornalista. Era figlio unico e i suoi genitori desideravano ardentemente che riuscisse a realizzare quei suoi sogni, che in un istante gli sono stati rubati (…) Siamo qui oggi per dire: Basta! Basta col dolore, basta con le perdite, basta con lo spargimento di sangue! Siamo qui perché, nonostante le ferite, abbiamo scelto di unire le nostre voci: questa realtà non può durare in eterno.” Sono le testimonianze che ci sono state condivise la sera del 20 aprile dal palco di un Teatro, il Musem Theatre di Tel Aviv, il cui indirizzo è stato tenuto segreto fino all’ultimo a scanso di incidenti, perché la tensione in questi giorni è alta in Israele. E ad andare in scena, è stata la 21esima edizione della Cerimonia Congiunta in onore dei Caduti di entrambi i fronti del conflitto, che anche quest’anno, nonostante la guerra e la routine complicata dalla corsa ai rifugi, i Combattenti per la Pace sono riusciti a organizzare insieme ai Parents Circle Families Forum, per una platea attentissima e partecipe. Ma anche fuori Israele eccoci collegati in tantissimi, oltre 3000 solo su You Tube, chissà quanti in totale considerando le varie pagine social: una costellazione di piccole e grandi platee virtuali, pubbliche o anche private, tra pochi amici o da soli di fronte allo schermino, simultaneamente in rete nella stessa commozione. Quasi una decina tra Israele e Palestina: Gerico, Gerusalemme, Beer Sheva, Haifa, Nazareth, Kibbutz Pelekh, e altre, grazie alla collaborazione organizzativa di Standing Together, Beit Radical, Hagada Hasmolit. Il maggior numero come sempre tra Stati Uniti e Canada: Los Angeles, New York, Filadelfia, Santa Fè, San Francisco, Chicago, Washington, Toronto, Baltimora e molte altre città, la rete di American Friends per entrambe le organizzazioni promotrici è ormai da anni una consolidata realtà. La novità è stata la risposta europea: da Londra ecco le foto dall’interno di una chiesa in Bishopgate; da Zurigo quella di un’aula universitaria; da Berlino addirittura un cinema. Da Bordeaux la notizia del coinvolgimento della stessa amministrazione cittadina, a cominciare dal sindaco. E poi Olso, Monaco di Baviera, Marsiglia, Salisburgo, Brighton, Bath, Amsterdam insieme ad Iris Gur e Chen Alon… e decine di altre. Ma la vera sorpresa di quest’anno è stata la risposta in Italia, espressione di una sparsa (e però in crescita) rete di persone che nel corso del tempo si sono ritrovate intorno a questa storia di ri-umanizzazione del nemico, nonostante il conflitto da sempre in corso. Ad Anagni hanno avuto persino il Patrocinio del Comune; a Cambiano, poco fuori Torino, si sono date convegno in una Biblioteca; in Val Chiavenna si è resa disponibile la Saletta della Società Operaia, oltre a vari collegamenti da casa; a Milano le postazioni erano due, oltre a Spazio Pontano anche il Centro Filippo Buonarroti; e poi Livorno, Padova, Talamona, Mantova, ovunque aiutandosi con i testi che erano stati tradotti in precedenza, per compensare la difficoltà (in effetti non piccola) di una diretta in lingua araba ed ebraica con sottotitoli in inglese. Grazie a tutti, davvero, di cuore, per l’impegno, e non perdiamoci di vista! Anche perché come già annunciato ieri sera i molto prossimi appuntamenti saranno importanti: * il 30 aprile ci sarà il terzo e più che mai significativo Summit di Pace a Tel Aviv, organizzato dalla Coalizione It’s Time che quest’anno raggruppa ben 80 diverse sigle; * l’8 maggio si terrà in tutta la Cisgiordania una giornata di solidarietà con le vittime del terrorismo dei coloni; * il 15 maggio, altra cerimonia congiunta per l’Anniversario della Nakba: “per i Combatants For Peace sarà il settimo anno consecutivo” ha sottolineato Sivan Tahel, media attivista israeliana che insieme al palestinese Ibrahim Abu Ahmed conduceva la serata “e questo è il nostro modo di guardare al passato con coraggio, per costruire un futuro condiviso.” In diretta da Gerico ecco anche la voce e il volto di Omar Filali, produttore per la parte palestinese della cerimonia: “Dall’abisso della sofferenza e della dolorosa realtà dell’occupazione, della pulizia etnica che subiamo ogni giorno, delle espropriazioni di terra, della violenza, del terrorismo dei coloni, e senza ignorare l’ingiustizia dei posti di blocco, dei cancelli di ferro che ci tengono separati… si è aperta stasera una finestra di speranza per un futuro diverso: un futuro non costruito sul sangue, ma sulla giustizia, la libertà, la dignità e l’uguaglianza per tutti”. “Ritrovarci qui, specialmente in tempi come questi, non è affatto scontato – gli ha fatto eco Ibrahim Abu Ahmed – Riconoscersi reciprocamente nel dolore che ci unisce, è già un modo di affermare la speranza: dalle rovine, scegliamo di immaginare come potrebbe essere il giorno che verrà dopo la guerra. Noi qui stasera siamo già il giorno dopo”. Daniela Bezzi
April 21, 2026
Pressenza
XXI* Memorial Ceremony dei Combattenti per la Pace: Chen Alon e Sulaiman Khatib ci raccontano come è cominciata
Pochi giorni ci separano dalla Memorial Ceremony che ogni anno rappresenta il momento più significativo per i Combattenti per la pace. Quest’anno lunedì 20 aprile, a rispondere all’appello ci saranno ben 58 pubbliche postazioni in tutto il mondo, di cui 11 tra Israele e Palestina – oltre alle registrazioni individuali di cui si saprà alla fine. Significativa la risposta pervenuta da parecchie città europee, in aggiunta al forte network di supporto da tempo attivo negli Stati Uniti. E succederà qualcosa anche a Melbourne in Australia e persino in Sudafrica, in collegamento da Johannesburg e Cape Town. L’importanza di questo appuntamento sta nella coincidenza con una data cruciale per il calendario israeliano: lo Yom Hazikaron, giorno in cui lo Stato di Israele onora i caduti nelle tante guerre della sua breve storia. Ogni anno la cerimonia ufficiale inizia verso sera con una sirena, che dal muro occidentale di Gerusalemme raggiunge tutto il Paese e per qualche minuto tutto si ferma: attività commerciali, veicoli in transito, programmi radio-televisivi che cominciano a trasmettere il lungo elenco dei deceduti… in tutto il Paese si spegne ogni rumore e ci si mette in pausa. La commemorazione si conclude il giorno seguente verso mezzogiorno, solo per confluire in una data ancor più patriottica e solenne, lo Yom Haaztamaut, ossia la Festa dell’Indipendenza. Immaginiamo dunque cosa possa essere stato per i Combattenti per la Pace decidere di inaugurare proprio in quella data la propria esistenza come movimento, in condivisione con ex militanti (ex detenuti nelle carceri israeliane, per cui terroristi) palestinesi. Come infatti mi confermano Chen Alon e Sulaiman Khateeb, co-fondatori del movimento: che i lettori di Pressenza hanno già incontrato in passato, e che raggiungo per telefono nelle rispettive postazioni. Chen: “Per gli israeliani quello è sempre stato un giorno di silenzio e raccoglimento, ma in effetti ciò che si onora in quella data dedicata alla memoria dei tanti deceduti è l’ineluttabile necessità della guerra. E infatti sin da quella prima edizione della Joint Memorial Ceremony nel 2006, e più ancora nelle successive man mano che l’appuntamento guadagnava consensi, le polemiche, talvolta violente come l’anno scorso in una sinagoga di Ra’anana, non sono mancate: l’idea di sfidare quell’unilaterale celebrazione del dolore, arrivando a suggerire un rispecchiamento nel dolore del nemico come chiave di superamento del conflitto è proprio agli antipodi del mainstream. Dunque sì, la scelta di inaugurare la nostra esistenza come movimento proprio in quel modo, con quel pubblico evento che poi avremmo chiamato Memorial Ceremony, fu significativa. L’idea venne suggerita da Buma Inbar, ex militare che nel 1995 aveva perso il figlio amatissimo Yotam: saltato per aria insieme a sei compagni in un campo minato, durante la lunga guerra in Libano. Una perdita che Buma era riuscito a superare unendosi al Parents Circle Families Forum (che lui stesso aveva contribuito a fondare). E’ una pratica, quella del PCCF, che da tempo Buma desiderava amplificare proprio in quel modo, con una Commemorazione ai Caduti Alternativa rispetto a quella ufficiale. Idea che naturalmente sposammo: il tutto si svolse al Teatro Tmu-Na di Tel Aviv: parteciparono circa 600 persone e lo considerammo un successo, il sintomo di un’esigenza di confronto che non era solo nostra. Da allora l’evento è diventato l’appuntamento più importante del nostro movimento e anno dopo anno è cresciuto enormemente. Durante la pandemia abbiamo inaugurato la fruizione in streaming che ci ha permesso di raggiungere tantissimi interni di case negli Stati Uniti. E nell’edizione del maggio 2023 non meno di 15.000 persone si sono ritrovate in un parco di Tel Aviv, nonostante le rumorose proteste fuori dai cancelli… fino a raggiungere l’attuale dimensione globale. Devo però ammettere che ci volle un po’, perché questa nostra Ceremony riuscisse a rispecchiare con il giusto equilibrio entrambe le narrazioni del conflitto: non solo superando l’iniziale prevaricazione della parte israeliana, ma curando molto quell’aspetto che mi piace definire ‘l’estetica dell’etica’, ovvero scegliendo accuratamente di usare alcuni termini invece di altri; evitando l’uso di foto, riprese video, elementi grafici che rischierebbero di enfatizzare una certa narrazione a scapito dell’obiettivo principale, che è quello di riconoscersi fra esseri umani, incontrarsi in uno spazio di ascolto autentico e reciproco, in un processo di ri-umanizzazione di colui/colei che normalmente vedresti come nemico. Ma sul piano pratico, il problema resta quello di assicurare un equo numero di testimonianze in presenza da entrambi i fronti. Ogni anno siamo costretti ad appellarci alle varie corti per ottenere il permesso di ingresso in Israele da parte dei testimoni palestinesi, il più delle volte invano. E il particolare problema di quest’anno sarà la sicurezza: a differenza dell’anno scorso, quando la Memorial Ceremony è riuscita a riempire un intero teatro a Tel Aviv con simultanee proiezioni in varie altre città, quest’anno dovremo optare per un evento a porte chiuse: data la particolare tensione di questo periodo, l’indirizzo verrà reso noto solo a pochi e il tutto si svolgerà per prudenza in streaming.” Soulaiman: “Fin dalle prime edizione questa nostra Ceremony è stato un evento unico nel suo genere, proprio in considerazione del conflitto ancora in corso, e purtroppo con livelli di crescente gravità, con la violenza e disumanizzazione a cui assistiamo. Un evento quindi tutt’altro che scontato, dalle forti potenzialità trasformative per chiunque partecipa e che non esiterei a definire sacro. Sacro per il fatto di sottolineare il valore della scelta, l’opzione di responsabilità che come esseri umani tutti noi abbiamo. E che per me palestinese, pensando alle consuetudini di riconciliazione dei conflitti all’interno della società tribale che mi ha generato, risuona come tasamuh, ovvero perdono. Difficile, ma non impossibile se solo ci pensiamo come esseri umani, soggetti a sbagliare, ma al tempo stesso dotati della possibilità di scegliere, decidere in che modo uscirne, consapevoli del fatto che in quello stesso fazzoletto di terra dobbiamo convivere, possibilmente in pace. Proprio in questa chiave è stato scelto il titolo per la Ceremony di quest’ultima edizione We Are The Day After. Noi siamo già adesso, noi già incarniamo, rappresentiamo, sperimentiamo, viviamo, siamo la prova vivente, di quella cosa che succede alla fine di tutte le guerre e che si chiama pace. Difficile immaginare che una cosa del genere possa succedere anche qui, per noi palestinesi, dopo la catastrofe della Nakba, che dal 2000 come Combattenti per la Pace abbiamo deciso di commemorare ogni 15 maggio con una Nakba Ceremony non meno importante della Memorial Ceremony. Difficile fare i conti con la devastazione, le bombe, le amputazioni, i morti, la guerra per fame, la miseria delle tendopoli a Gaza. Difficile immaginare una pace possibile quando ogni giorno assistiamo alla crescente violenza dei coloni in Cisgiordania, anche qui dove vivo io, e proprio giovedì sera in pieno centro di Tel Aviv, Habima Sq, una massiccia manifestazione ha denunciato le aggressioni subìte recentemente dagli stessi israeliani impegnati in azioni di Presenza Protettiva, per esempio a Qusra. Difficile non denunciare le condizioni di detenzione nelle carceri israeliane, come faremo anche stasera a Beit Jala, per la giornata dedicata ai prigionieri palestinesi. Ma è precisamente questo crescendo di impegno da parte di tanti fratelli e sorelle israelian*, è questa consapevolezza della sofferenza che sempre più pervade anche la società israeliana, che mi spinge a dire: siamo sulla strada giusta. Da vent’anni che esistiamo come movimento qualcosa è successo. Molti altri movimenti si sono attivati in modi simili o diversi dal nostro. Proprio stamattina ho registrato un intervento che verrà trasmesso al Peace Summit che per la terza volta in tre anni succederà il 30 aprile in una grande Arena di Tel Aviv, grazie alla coalizione di ben 80 diverse organizzazioni, con migliaia di attivisti che parteciperanno da tutta Israele e (voli permettendo) anche da fuori. E insomma, tutte queste Memorial Ceremonies non sono successe invano: We Are The Day After. Siamo il giorno dopo.” Per info sulla Memorial e Nakba Ceremonies dei Combattenti per la Pace: https://www.cfpeace.org/joint-ceremonies Per registrarsi e partecipale (il link arriverà poco prima delle h 19 in Italia): https://www.cfpeace.org/memorial-ceremony Per contribuire con una donazione alla produzione dell’evento: https://www.drove.com/campaign/69b82f0c532f12b49155832f?utm_source=droveShare&utm_medium=copy+link&lang=en&skey=.2PwY     Daniela Bezzi
April 17, 2026
Pressenza
Cerimonia Commemorativa Congiunta 2026: dalla perdita alla speranza. In Israele, Palestina e… Italia
Il gruppo Italian Friends of Combatants for Peace – https://linktr.ee/CfPItalia promuove l’organizzazione di eventi di comunità locali per la proiezione della Cerimonia Commemorativa Congiunta organizzata da Combatants for Peace e Parents Circle – Families Forum. Combatants for Peace (Combattenti per la Pace, CfP) è un movimento di israeliani e palestinesi nato nel 2006 dalla scelta di ex-ufficiali israeliani ed ex-combattenti palestinesi di rompere il ciclo della violenza e lavorare insieme per porre fine all’occupazione militare e portare pace, uguaglianza e libertà, per tutte le persone tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo. Tra i loro principi cardine c’è la nonviolenza come “una forma di resistenza creativa che ha il potere di trasformare sia noi stessi, sia la nostra realtà.” Combatants for Peace organizza ogni anno due Cerimonie: la Joint Memorial Ceremony – ossia la Cerimonia Commemorativa Congiunta – e la Joint Nakba Remembrance Ceremony, la Cerimonia Congiunta di Ricordo della Nakba. La Cerimonia Commemorativa Congiunta è organizzata da CfP e dal Parents Circle–Families Forum. Si svolge ogni anno alla vigilia dello Yom Hazikaron, ossia del Giorno della Memoria israeliano, che non corrisponde al Giorno della Memoria in Italia, perché non è relativo alla Shoah, ma ricorda le vittime del conflitto. Nella cultura dominante israeliana, questa commemorazione ufficiale tende a rafforzare narrazioni culturali di dolore, vittimismo e disperazione, che sono strumentalizzate per perpetuare e legittimare la violenza. La Cerimonia alternativa, la Cerimonia Commemorativa Congiunta, trasforma questa narrazione portando palestinesi e israeliani a “piangere insieme e modellare un’altra via possibile”. La Cerimonia è la messa in atto del valore di CfP di umanità condivisa: “Riconosciamo il dolore e la sofferenza umana di palestinesi e israeliane/i… insistiamo nel mantenere i nostri cuori aperti alla sofferenza di entrambi i popoli”. Sul sito di American Friends of Combatants for Peace si trova anche una sfumatura particolarmente significativa: “Nel piangere insieme, non cerchiamo di equiparare le narrazioni, ma piuttosto di trasformare la disperazione e la sofferenza in speranza e costruire ponti di compassione.” Come riconosce Sulaiman Khatib, co-fondatore di CfP, la Cerimonia può essere vista come controversa perché si è in una situazione non di post-conflitto, ma di ingiustizia strutturale e violenza in corso, ma rimane per lui ‘sacra’, perché in una sola ora possono avvenire delle trasformazioni personali e collettive incredibili. (Magazine Zenith (2025). Combatants for Peace: Nonviolent resistance & collective liberation – With Sulaiman Khatib [Video]. YouTube). La Cerimonia Congiunta di Ricordo della Nakba commemora il dolore e la tragedia della Nakba (in arabo ‘catastrofe’), quando nel 1948 oltre 700.000 palestinesi furono espulse/i con la forza dalle loro case, e i loro villaggi e città furono distrutti (Pappé, 2006). In Israele, perfino menzionare la Nakba è tabù; anche questa Cerimonia sfida le narrazioni dominanti e invita a “un confronto sincero e onesto con questa storia, che non si è conclusa nel 1948 ma continua fino a oggi.” La prossima Cerimonia Commemorativa Congiunta Israelo–Palestinese si svolgerà il 20 aprile 2026 in Israele, con un evento simultaneo in Palestina, e sarà trasmessa in diretta a una comunità globale di persone che scelgono di ricordare insieme e di rifiutare la logica della guerra infinita. Nelle comunicazioni sulla Cerimonia Commemorativa Congiunta del 2025, con l’invito “Scegliere l’Umanità, scegliere la Speranza”, CfP scrivevano: “Invece di permettere che il dolore venga manipolato in odio, e invece di accettare la vendetta come giustizia, scegliamo un percorso diverso”. Per la Cerimonia di quest’anno, che ha come titolo “Noi siamo il giorno dopo. Dalla perdita alla speranza”, CfP scrivono: “Ci riuniremo per la 21ª Cerimonia Commemorativa Congiunta Israelo–Palestinese – un atto condiviso di memoria che rifiuta la convinzione che guerra, spargimento di sangue, disumanizzazione e conflitto debbano definire il nostro futuro. Insieme dimostreremo che esiste un’altra via – e che, nonostante tutto, la speranza è ancora viva.” Proiezioni più piccole avranno luogo anche in varie località di Israele, insieme a eventi satelliti in tutto il mondo – da Londra a Berlino, da New York a Stoccolma – dove le comunità si riuniranno localmente per commemorare insieme la giornata. Il gruppo Italian Friends of Combatants for Peace sposa i valori di CfP di umanità condivisa, liberazione collettiva, nonviolenza, pace radicata nella giustizia, e trasformazione personale e collettiva. Ne sostiene il lavoro e in particolare sostiene l’organizzazione di eventi locali per la proiezione della Cerimonia Commemorativa Congiunta, occupandosi di fornire le traduzioni in italiano dei testi della Cerimonia. Per organizzare una proiezione pubblica, e ricevere il materiale, bisogna registrarsi qui https://form.jotform.com/260682937554064 Per ricevere il link e vedere online la Cerimonia bisogna registrarsi qui https://form.jotform.com/260744081794463 Per ricevere la traduzione in italiano, si può contattare il gruppo Italian Friends of CfP: ilarialmp@gmail.com Pressenza è media partner delle Cerimonie di Combatants for Peace. Saranno pubblicati qui i dettagli delle iniziative italiane di proiezione della Cerimonia Commemorativa Congiunta. Ilaria Olimpico
April 8, 2026
Pressenza