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Flotilla. Il  Re è nudo?
Fin dalla sua prima missione, la Flotilla ha suscitato reazioni contrastanti: ammirazione e sostegno da un lato, diffidenza, disprezzo e derisione, dall’altro. In quell’occasione, la nostra Presidente del Consiglio ha rilasciato dichiarazioni volte a delegittimarne lo scopo, dimostrando di non voler riconoscere la finalità che gli attivisti hanno sempre espresso con chiarezza: tenere gli occhi su Gaza, fermare il genocidio. A dispetto, infatti, delle polemiche sul termine, esso emerge dalle molteplici azioni compiute da Israele: dal contingentamento delle derrate alimentari ai veri e propri blocchi degli aiuti umanitari; dagli attacchi militari contro i civili fino alle dichiarazioni di esponenti governativi israeliani, come il ministro di ultradestra Amihai Eliyahu, che ha esplicitamente parlato di “cancellazione” di Gaza.  I detrattori della Flotilla hanno deriso la missione derubricandola a “crociera” o, come dichiarato dal Presidente del Senato, inutile, “propagandistica a scarso rischio e a molto ritorno mediatico”… Parole di un cinismo sconcertante.  Eppure, nonostante non sia riuscita a far arrivare gli aiuti alla popolazione della Striscia, la Flotilla ha centrato il proprio intento: spingere l’opinione pubblica a “tenere gli occhi su Gaza”. Anche chi fino a quel momento aveva scelto di distogliere lo sguardo si è ritrovato davanti alle immagini di Thiago e Saif in catene al tribunale israeliano; alle immagini di centinaia di attivisti umiliati e costretti dai soldati israeliani a mantenere la “stress position” – ripiegati su se stessi, con i polsi legati, strattonati e malmenati. Ha già dovuto ascoltare i primi racconti, tutti accomunati dalla stessa conclusione: ciò che hanno subito è nulla rispetto a quanto subiscono i Palestinesi, a cui il democratico Stato di Israele ha recentemente riservato un ulteriore “trattamento d’onore”: la pena di morte ad populum, corollario di conclamata apartheid.  Tra il pubblico scherno e l’ammirazione, questi uomini e queste donne, con mezzi pacifici e nonviolenti,  hanno messo i loro corpi al servizio di altri corpi: corpi offesi, stremati dalla fame, feriti, mutilati, maltrattati o ormai privi di vita. Hanno donato il proprio tempo per sensibilizzare il mondo su come scorra il tempo di un popolo sotto assedio: un tempo ritmato dal fragore delle esplosioni e degli spari, dalle corse affannose per sfuggire a droni e bombe o sottrarsi allo sguardo dei soldati; un tempo sospeso nell’attesa di qualcosa da mettere sotto i denti. Hanno prestato la propria voce a chi non ha più un luogo da cui far risuonare la propria: né una casa, né una scuola, né un’università, né un luogo di lavoro o di ritrovo. Tutto è stato raso al suolo: ciò che, un tempo, pur stretto tra muri invalicabili e un mare proibito, custodiva ancora la vita. E quella voce non può più neanche essere affidata ai giornalisti che, con coraggio e caparbietà, hanno raccontato al mondo la testimonianza di quell’orrore, prima di esserne travolti e uccisi. Questa “gratuita e irresponsabile iniziativa”, ha invece messo a nudo la “non responsabilità” (in termini etimologici) di chi poteva e non ha fatto nulla, rilevando, al contrario, la “responsabilità”, cioè la capacità di  “risposta”, da parte di civili di ogni parte del mondo: gente comune, giovani e meno giovani, determinati nell’esprimere la propria indignazione di fronte a un genocidio, nel portare la propria solidarietà, nel risvegliare le coscienze e nel fare pressione sui governi.  Di fronte a quelle immagini, qualche espressione di disappunto giunge ora da alcuni esponenti del nostro governo: vera conversione? Difficile a credersi, visto che la situazione a Gaza è vecchia di decenni ed è già esplosa da quasi tre anni. Sicuramente imbarazzo di fronte a un’opinione pubblica molto sensibile alla questione palestinese, in particolare i giovani. Sia ciò per motivi elettorali o altro, a distanza di 75.000 morti e migliaia di arrestati, si comincia, finalmente – e ancora con estrema timidezza – a parlare di interventi nei confronti di Israele.   Alcuni esponenti dell’area progressista invocano soltanto adesso l’interruzione degli accordi e degli scambi militari e commerciali; la destra compattamente non ne fa menzione. Il tutto in un contesto europeo che, salvo rarissime eccezioni, tra cui la Spagna, continua a rimanere silente o a limitarsi a discutere di sanzioni contro singole persone: Ben Gvir o i coloni, come se non fossero essi stessi il braccio operativo dell’ideologia di Stato. Gaza comincia ora ad essere ‘vista’ e, assieme ad essa, quel fazzoletto di terra scientemente separato nella geografia fisica dell’area, la Cisgiordania, dove orde di coloni continuano le loro violente spedizioni sulle terre e le case palestinesi, in barba ad ogni accordo internazionale.  È un vero punto di svolta? Forse no. È però un inizio — tardivo e insufficiente — da cui ripartire per costruire un reale cambio di rotta. Questo sarà possibile se la comunità internazionale troverà il coraggio di agire, ristabilendo il diritto e la pace e affrancandosi dal ricatto con cui Israele tiene in scacco il mondo (con gli USA). Lo si deve prima di tutto ai Palestinesi: quelli ancora in vita e quelli che non ci sono più. Lo si deve ai giovani, da entrambe le parti. Interrompere questo genocidio significa, infatti, spezzare il vortice di violenza e odio di cui anche gli stessi israeliani sono ostaggio. Giovani prestati alle azioni più ignobili, mimetizzati in quelle divise militari appesantite da armi che ne imprigionano i corpi. Senza volto, celati dietro le maschere; senza sguardo, se non quello ridotto a strumento per prendere la mira. Giovani sacrificati alla ragion di Stato, plasmati dall’ideologia e risucchiati in una spirale di crudeltà di cui non sappiamo quanto siano davvero consapevoli, fuorché apprendere di alcuni che, non sopportando il peso di tutto questo orrore, si suicidano.  Lo si deve a coloro che sperano oltre ogni speranza, a quegli israeliani e palestinesi che scommettono su una vita basata sulla conoscenza e il rispetto reciproco: gli uomini e le donne del villaggio di Wahat al Salam/Nevè Shalom; gli ex combattenti da entrambe le parti di Combatants for Peace; le donne israeliane di Women Wage Peace e le donne palestinesi di Women of the Sun che cercano di tessere la rete della solidarietà; i Rabbis for Human rights che aiutano i palestinesi dando loro protezione nelle terre oggetto delle incursioni dei coloni; tutti i disertori  di Mesarvot che, a costo della galera, si rifiutano di continuare ad uccidere; medici, infermieri, membri di ONG che a rischio della vita, sono sul territorio per cercare di dare aiuto e sollievo. Lo si deve a tutti noi.   Qualunque sarà l’esito di questa guerra a senso unico, il progetto scellerato di Netanyahu sta portando a ciò che Anna Foa chiama il “suicidio” morale, politico e strategico di Israele. Forse il punto di rottura è iniziato e una crepa sta iniziando a scalfire la granitica impunità di Israele, ma sicuramente la strada è lunga: anche a occupazione conclusa, intere generazioni, da una parte e dall’altra, dovranno infatti fare i conti con il dolore e l’odio e una grossa ferita dovrà essere rimarginata nel rapporto tra Israele e i popoli del mondo.  Occorre una rinascita della politica, ormai morta perché in mano a tecnocrati e ai diktat della grande finanza. Occorre la partecipazione attiva di cittadini e cittadine. Gli eventi hanno reso chiaro che nessuno può dire di non interessarsi alla politica, o che non è affar suo: il baratro in cui siamo piombati ha creato un movimento di massa che non va disperso: variegato, arcipelago dalle isole a volte non comunicanti, ha comunque indicato la volontà di pace e giustizia tra i popoli. La Flotilla è stata il NO al sopruso del potere e il SI’ alle popolazioni che, dovunque nel mondo, hanno diritto di vivere in pace e giustizia. Le mani alzate sono il NO alle armi. Tutto ciò non va disperso ma trasformato in azione politica.  Mentre si va verso un mondo multipolare, a ciascuno di noi è richiesto di non distogliere lo sguardo e di contribuire con ciò che può e sa fare. Non tutti abbiamo il coraggio dell’impresa, ma tutti possiamo spingere i governi e le istituzioni verso un cambio di paradigma che metta al centro una politica di pace e nonviolenza cui formarsi e formare. Il tempo ci potrà dire cosa siamo stati in grado di fare per noi e le future generazioni. Redazione Palermo
May 23, 2026
Pressenza
15 maggio, Cerimonia Congiunta di Commemorazione della Nakba
Il 15 maggio 2026 Combatants for Peace terrà la sua settima Cerimonia Congiunta di Commemorazione della Nakba. La storia della Nakba non si è conclusa nel 1948. Gli ultimi due anni a Gaza — segnati da genocidio, distruzione di massa e fame forzata — insieme all’accelerazione degli sfollamenti, alla pulizia etnica e alle realtà in corso in Cisgiordania, rappresentano gli ultimi capitoli di questa lunga e dolorosa storia. Il tema di quest’anno è “Sumud nell’Umanità”. Il termine Sumud — che significa resilienza — è spesso inteso come fermezza, incrollabilità e un profondo legame con la terra. Eppure, crediamo che Sumud non sia l’assenza di dolore, ma la scelta consapevole di rimanere umani, specialmente quando le circostanze rendono più facile disumanizzare gli altri. È il coraggio di continuare a credere nella giustizia e nella resistenza condivisa quando la disperazione sembra più razionale. Significa salvaguardare la nostra umanità essenziale — dignità, compassione e chiarezza morale — anche quando sia la storia che le realtà presenti la mettono a dura prova. Questa cerimonia, proprio come la Cerimonia congiunta in memoria delle vittime (Joint Memorial Ceremony), affonda le radici nella convinzione fondamentale di Combatants for Peace: comprendere autenticamente le esperienze vissute e le narrazioni storiche di entrambe le società è essenziale per spezzare il ciclo della violenza e costruire un futuro diverso. Riflette un impegno verso la giustizia, il riconoscimento e la responsabilità e afferma che la vera pace può emergere solo quando tutti i popoli saranno liberi e l’umanità di ogni individuo sarà difesa senza eccezioni. https://www.youtube.com/watch?v=m8KmgaQHQlU REGISTRATI QUI  https://www.cfpeace.org/nakba-ceremony   Combatants for Peace
April 30, 2026
Pressenza
Dalla 21 Cerimonia Congiunta in Memoria dei Caduti trasmessa ieri a Tel Aviv un potente messaggio di speranza
La storia di Liora Eilon, 73 anni, madre di quattro figli, nonna di sette nipoti, sopravvissuta al massacro di Kfar Azza e ancora oggi inconsolabile per la perdita di Tal, figlio amatissimo, ucciso dai miliziani di Hamas il 7 ottobre. “A volte lo immagino seduto lassù in cielo, con qualche altro deceduto palestinese, Tarek o Mahmoud, mentre sorseggiano una tazza di caffè nero, chiedendosi tra sé e sé: se solo sapessero, laggiù, quanto è facile stare insieme… Li immagino che si raccontano la storia delle loro morti, sapendo quanto tutto avrebbe potuto essere diverso…” La storia di Kholoud Houshieh, madre di quattro figli, il suo volto e la sua voce ci arrivano pre-registrati in video perché essendo palestinese di Jenin a Tel Aviv non può mettere piede. Anche lei ha perso il figlio amatissimo, si chiamava Mohammad, “era il mio compagno, la mia anima”. Un proiettile lo ha ucciso il 1 febbraio 2023 mentre con il telefonino stava filmando l’irruzione dell’esercito israeliano nella città di Kafr-Dan. La sua agonia non si è conclusa con quella prima perdita: il 27 febbraio 2025 hanno fatto di nuovo irruzione in casa sua, hanno arrestato senza alcun capo d’accusa l’altro figlio 20 enne Abd-El Karim “qualcuno mi dica quando verrà liberato!”. E di nuovo sono arrivati una terza volta: hanno distrutto ogni cosa, hanno picchiato il marito e anche il figlio 14enne, dopo averlo bendato per terrorizzarlo ancor di più. “Ma stasera sono qui anch’io per dire che il sangue porta solo altro sangue: scegliamo la via della pace, per favore…” La storia di Ayala Metzger, israeliana di 52 anni, che il 7 ottobre ha vissuto l’angoscia di sapere che entrambi i suoceri, Tammy e Yoram, erano finiti tra gli ostaggi: ormai 80enni, bisognosi di cure, sbattuti chissà dove nei cunicoli di Gaza. La suocera venne rilasciata nell’accordo di fine novembre 2023 e da qual momento Ayala e il marito non hanno smesso di mobilitarsi, sfidando ogni genere di ostracismo, per sollecitare uno straccio di negoziato che avrebbe potuto accelerare il rilascio di altri ostaggi – fino alla notizia che Yoran era stato ucciso. “Da quell’abisso di dolore, ho preso la mia decisione: fare in modo che la sua morte non sia stata vana. Lotterò con tutte le mie energie per un futuro di guarigione invece che di distruzione. Sogno il giorno in cui, in questa terra, dal fiume al mare, tutti i bambini di entrambe le nazioni possano crescere sani e felici, liberi, al sicuro, educati al rispetto per ogni altra persona, chiunque essa sia.” La storia infine di Mohamed Da’das, anche lui in video da Nablus per le stesse ragioni di Kholoud: ai palestinesi non è permesso evadere dall’occupazione. Rievoca la morte del nipote Mohammad, durante un attacco a colpi di lacrimogeni e granate mente stava tornando a casa: “era la fine del 2021, lui aveva solo 15 anni, era uno studente, sognava di diventare giornalista. Era figlio unico e i suoi genitori desideravano ardentemente che riuscisse a realizzare quei suoi sogni, che in un istante gli sono stati rubati (…) Siamo qui oggi per dire: Basta! Basta col dolore, basta con le perdite, basta con lo spargimento di sangue! Siamo qui perché, nonostante le ferite, abbiamo scelto di unire le nostre voci: questa realtà non può durare in eterno.” Sono le testimonianze che ci sono state condivise ieri sera dal palco di un Teatro, il Musem Theatre di Tel Aviv, il cui indirizzo è stato tenuto segreto fino all’ultimo a scanso di incidenti, perché la tensione in questi giorni è alta in Israele. E ad andare in scena, è stata la 21 Edizione della Cerimonia Congiunta in onore dei Caduti di entrambi i fronti del conflitto, che anche quest’anno, nonostante la guerra e la routine complicata dalla corsa ai rifugi, i Combattenti per la Pace sono riusciti a organizzare insieme ai Parents Circle Families Forum, per una platea attentissima e partecipe.  Ma anche fuori Israele eccoci collegati in tantissimi, oltre 3000 solo su You Tube, chissà quanti in totale considerando le varie pagine social: una costellazione di piccole e grandi platee virtuali, pubbliche o anche private, tra pochi amici o da soli di fronte allo schermino, simultaneamente in rete nella stessa commozione.  Quasi una decina tra Israele e Palestina: Gerico, Gerusalemme, Beer Sheva, Haifa, Nazareth, Kibbutz Pelekh, e astre, grazie alla collaborazione organizzativa di Standing Together, Beit Radical, Hagada Hasmolit.  Il maggior numero come sempre tra Stati Uniti e Canada: Los Angeles, New York, Filadelfia, Santa Fè, San Francisco, Chicago, Washington, Toronto, Baltimora e molte altre città, la rete di American Friends per entrambe le organizzazioni promotrici è ormai da anni una consolidata realtà.  La novità è stata la risposta europea: da Londra ecco le foto dall’interno di una chiesa in Bishopgate; da Zurigo quella di un’aula universitaria; da Berlino addirittura un cinema. Da Bordeaux la notizia del coinvolgimento della stessa amministrazione cittadina, a cominciare dal sindaco. E poi Olso, Monaco di Baviera, Marsiglia, Salisburgo, Brighton, Bath, Amsterdam insieme ad Iris Gur e Chen Alon… e decine di altre.  Ma la vera sorpresa di quest’anno è stata la risposta in Italia, espressione di una sparsa (e però in crescita) rete di persone che nel corso del tempo si sono ritrovate intorno a questa storia di ri-umanizzazione del nemico, nonostante il conflitto da sempre in corso. Ad Anagni hanno avuto persino il Patrocinio del Comune; a Cambiano, poco fuori Torino, si sono date convegno in una Biblioteca; in Val Chiavenna si è resa disponibile la Saletta della Società Operaia, oltre a vari collegamenti da casa; a Milano le postazioni erano due, oltre a Spazio Pontano anche il Centro Filippo Buonarroti; e poi Livorno, Padova, Talamona, Mantova, ovunque aiutandosi con i testi che erano stati tradotti in precedenza, per compensare la difficoltà (in effetti non piccola) di una diretta in lingua araba ed ebraica con sottotitoli in inglese. Grazie a tutti, davvero, di cuore, per l’impegno, e non perdiamoci di vista! Anche perché come già annunciato ieri sera i molto prossimi appuntamenti saranno importanti: * il 30 aprile ci sarà il terzo e più che mai significativo Summit di Pace a Tel Aviv, organizzato dalla Coalizione It’s Time che quest’anno raggruppa ben 80 diverse sigle; * l’8 maggio si terrà in tutta la Cisgiordania una giornata di solidarietà con le vittime del terrorismo dei coloni; * il 15 maggio, altra cerimonia congiunta per l’Anniversario della Nakba: “per i Combatants For Peace sarà il settimo anno consecutivo” ha sottolineato Sivan Tahel, media attivista israeliana che insieme al palestinese Ibrahim Abu Ahmed conduceva la serata “e questo è il nostro modo di guardare al passato con coraggio, per costruire un futuro condiviso.”    In diretta da Gerico ecco anche la voce e il volto di Omar Filali, produttore per la parte palestinese della cerimonia: “Dall’abisso della sofferenza e della dolorosa realtà dell’occupazione, della pulizia etnica che subiamo ogni giorno, delle espropriazioni di terra, della violenza, del terrorismo dei coloni, e senza ignorare l’ingiustizia dei posti di blocco, dei cancelli di ferro che ci tengono separati… si è aperta stasera una finestra di speranza per un futuro diverso: un futuro non costruito sul sangue, ma sulla giustizia, la libertà, la dignità e l’uguaglianza per tutti.”  “Ritrovarci qui, specialmente in tempi come questi, non è affatto scontato” gli ha fatto eco Ibrahim Abu Ahmed. “Riconoscersi reciprocamente nel dolore che ci unisce, è già un modo di affermare la speranza: dalle rovine, scegliamo di immaginare come potrebbe essere il giorno che verrà dopo la guerra. Noi qui stasera siamo già il giorno dopo.”    Daniela Bezzi
April 21, 2026
Pressenza
Proiezioni locali in Italia della XXI Cerimonia Commemorativa Congiunta
Il gruppo Italian Friends of Combatants for Peace   promuove l’organizzazione di eventi di comunità locali per la proiezione della Cerimonia Commemorativa Congiunta organizzata da Combatants for Peace e Parents Circle – Families Forum. Queste le iniziative già definite: Torino, Italia Organizzato da Cambiano per Gaza, Le Storie di Carola e Luciana, Emergency-Santena, Sarte e Cuoche Ribelli, Munlab, Sereno Regis, Give Peace a Screen Rami Elhanan e Bassam Aramin del Parents Circle – Families Forum parteciperanno a una conversazione online dopo la cerimonia. Biblioteca civica di Cambiano, vicino Torino, via Lagrange n 1, 10010 CAMBIANO 20 Aprile 2026丨19:00 Padova, Italia Ospitato da Arnon Naim Via San Massimo, 121, PADOVA 22 Aprile 2026丨19:00Anagni, Italia Organizzato da Italian Friends of Combatants for Peace Biblioteca Comunale A. Labriola, Via Garibaldi 21, 03012 ANAGNI 20 Aprile 2026丨19:00Milano, Italia Organizzato da CLN Resistenza Milano Spazio Pontano 35 – MILANO – via G. Pontano, 3 20 Aprile 2026丨19:15 Organizzato da Centro Filippo Buonarroti Centro Filippo Buonarroti, Via Rovigno 26 20 Aprile 丨19:00 Chiavenna (SO), ItaliaCombatants for Peace Organizzato da Luci per il Dialogo C/o Saletta Società Operaia, Via Chiarelli 20 Aprile 丨19:00 Livorno, Italia Organizzato da Italian Friends of Combatants for Peace Centro  olistico “Abitare le soglie” via Micali 22 Livorno (Italy) Prima della proiezione: la coreografia “La pace, la vera cura” di un gruppo di danza integrato 20 Aprile 2026 丨19:00 Firenze, Italia Organizzato da circolo Arci Bruno Baldini di Barberino (FI) 20 Aprile 2026 丨19:30 Gruppo di Supporto italiano dei Combattenti per la Pace  Combatants for Peace
April 17, 2026
Pressenza
Massiccia protesta ieri sera a Tel Aviv contro la violenza dei coloni in Cisgiordania
Centinaia di manifestanti si sono radunati ieri sera (16 aprile) in Piazza Habima a Tel Aviv per protestare contro l’escalation di violenza dei coloni in Cisgiordania e per ricevere le testimonianze di alcune vittime sia palestinesi che israeliane relativamente ad alcuni recenti episodi durante situazioni di cosiddetta “presenza protettiva”. Un presidio che gli organizzatori hanno descritto come la prima massiccia pubblica manifestazione in Israele incentrata specificamente su questo tema. La protesta è stata organizzata da una coalizione di gruppi della società civile e anti-occupazione, in un contesto di forte aumento degli attacchi dei coloni in Cisgiordania negli ultimi mesi. I partecipanti hanno chiesto al governo israeliano e alle forze di sicurezza di intraprendere azioni concrete contro i responsabili, sottolineando l’inutilità delle condanne ufficiali rispetto all’effettiva applicazione delle leggi. I manifestanti hanno denunciato quello che hanno descritto come un drammatico aumento degli attacchi da quando l’attuale governo è entrato in carica: attacchi che hanno preso di mira palestinesi, attivisti israeliani e, in alcuni casi, lo stesso personale di sicurezza israeliano. Gli organizzatori hanno affermato che tali incidenti hanno incluso gravi aggressioni, distruzione di proprietà, incendi dolosi e violenze di massa. Le vittime palestinesi e israeliane dei recenti attacchi dei coloni si sono rivolte alla folla, condividendo testimonianze personali e sollecitando un maggiore coinvolgimento pubblico nelle iniziative di “presenza protettiva” a sostegno delle comunità palestinesi sempre più vulnerabili in Cisgiordania. In rappresentanza dei più recenti episodi hanno parlato: Adi Cohen, un volontario dell’iniziativa “Presenza protettiva” che il mese scorso è rimasto ferito in un attacco contro attivisti israeliani nel villaggio palestinese di Qusra e ha così dichiarato: “Da quel piccolo avamposto illegale, i cui abitanti sono scesi per cercare di ucciderci, negli ultimi mesi sono scaturiti decine di attacchi, incendi dolosi, pestaggi e almeno tre omicidi di palestinesi. La violenza che abbiamo subito – e spesso ben peggiore – è quella che i palestinesi subiscono quotidianamente in tutta la Cisgiordania. Non ci può essere alcuna giustificazione per tale violenza. Il terrore dei coloni deve essere fermato». Yael Levkovitch, insegnante e volontaria del gruppo “Protective Presence” rimasta ferita anche lei nell’attacco di Qusra, ha dichiarato: «Questi fenomeni devono essere affrontati a tutti i livelli: dai giovani violenti, ai coloni e al pubblico che chiude un occhio, fino alle autorità che li sostengono. Se lo Stato e l’esercito non fermeranno questa violenza, allora dovrà essere la società ad agire». Oded Pavorish, attivista di lunga data, anche lui rimasto ferito nell’attacco a Qusra, ha poi dichiarato: «La violenza dei coloni continua perché coloro che la perpetrano sono certi del sostegno delle forze dell’ordine israeliane. Attaccano civili disarmati sapendo che difficilmente subiranno conseguenze.» E intervenuto infine Oded Yedaya, preside della Minshar School of Art e anche lui attivista di “Protective Presence”, ferito in un attacco vicino al villaggio di Beita: «Questi avamposti non sono opera di estremisti marginali. Questa violenza è parte integrante del progetto di insediamento. Gli autori ricevono sostegno, finanziamenti e armi dalle autorità statali». La manifestazione è stata organizzata dalla Peace Partnership Coalition, in collaborazione con le organizzazioni: Looking the Occupation in the Eye, Jordan Valley Activists, Combatants for Peace, Standing Together, Hadash,  Rabbis for Human Rights. Foto di Irit Hakim-Keller Pressenza IPA
April 17, 2026
Pressenza
Palestina: lotta, solidarietà e conoscenza
Articoli di Futura D’Aprile, Rossana De Simone, Peacelink, Giulia Della Michelina, Nicola Lamri, Lavinia Marchetti (con Eva de Adamo). Aggiornamenti e appuntamenti.   IL SOMMARIO: aggiornamenti da Anbamed Roma per Gaza: è in corso la raccolta di alimenti per la Global Sumud Flottilla in corso di preparazione continuano gli appuntamenti di lotta e citiamo un evento forse ancora in corso che
Cerimonia Commemorativa Congiunta 2026: dalla perdita alla speranza. In Israele, Palestina e… Italia
Il gruppo Italian Friends of Combatants for Peace – https://linktr.ee/CfPItalia promuove l’organizzazione di eventi di comunità locali per la proiezione della Cerimonia Commemorativa Congiunta organizzata da Combatants for Peace e Parents Circle – Families Forum. Combatants for Peace (Combattenti per la Pace, CfP) è un movimento di israeliani e palestinesi nato nel 2006 dalla scelta di ex-ufficiali israeliani ed ex-combattenti palestinesi di rompere il ciclo della violenza e lavorare insieme per porre fine all’occupazione militare e portare pace, uguaglianza e libertà, per tutte le persone tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo. Tra i loro principi cardine c’è la nonviolenza come “una forma di resistenza creativa che ha il potere di trasformare sia noi stessi, sia la nostra realtà.” Combatants for Peace organizza ogni anno due Cerimonie: la Joint Memorial Ceremony – ossia la Cerimonia Commemorativa Congiunta – e la Joint Nakba Remembrance Ceremony, la Cerimonia Congiunta di Ricordo della Nakba. La Cerimonia Commemorativa Congiunta è organizzata da CfP e dal Parents Circle–Families Forum. Si svolge ogni anno alla vigilia dello Yom Hazikaron, ossia del Giorno della Memoria israeliano, che non corrisponde al Giorno della Memoria in Italia, perché non è relativo alla Shoah, ma ricorda le vittime del conflitto. Nella cultura dominante israeliana, questa commemorazione ufficiale tende a rafforzare narrazioni culturali di dolore, vittimismo e disperazione, che sono strumentalizzate per perpetuare e legittimare la violenza. La Cerimonia alternativa, la Cerimonia Commemorativa Congiunta, trasforma questa narrazione portando palestinesi e israeliani a “piangere insieme e modellare un’altra via possibile”. La Cerimonia è la messa in atto del valore di CfP di umanità condivisa: “Riconosciamo il dolore e la sofferenza umana di palestinesi e israeliane/i… insistiamo nel mantenere i nostri cuori aperti alla sofferenza di entrambi i popoli”. Sul sito di American Friends of Combatants for Peace si trova anche una sfumatura particolarmente significativa: “Nel piangere insieme, non cerchiamo di equiparare le narrazioni, ma piuttosto di trasformare la disperazione e la sofferenza in speranza e costruire ponti di compassione.” Come riconosce Sulaiman Khatib, co-fondatore di CfP, la Cerimonia può essere vista come controversa perché si è in una situazione non di post-conflitto, ma di ingiustizia strutturale e violenza in corso, ma rimane per lui ‘sacra’, perché in una sola ora possono avvenire delle trasformazioni personali e collettive incredibili. (Magazine Zenith (2025). Combatants for Peace: Nonviolent resistance & collective liberation – With Sulaiman Khatib [Video]. YouTube). La Cerimonia Congiunta di Ricordo della Nakba commemora il dolore e la tragedia della Nakba (in arabo ‘catastrofe’), quando nel 1948 oltre 700.000 palestinesi furono espulse/i con la forza dalle loro case, e i loro villaggi e città furono distrutti (Pappé, 2006). In Israele, perfino menzionare la Nakba è tabù; anche questa Cerimonia sfida le narrazioni dominanti e invita a “un confronto sincero e onesto con questa storia, che non si è conclusa nel 1948 ma continua fino a oggi.” La prossima Cerimonia Commemorativa Congiunta Israelo–Palestinese si svolgerà il 20 aprile 2026 in Israele, con un evento simultaneo in Palestina, e sarà trasmessa in diretta a una comunità globale di persone che scelgono di ricordare insieme e di rifiutare la logica della guerra infinita. Nelle comunicazioni sulla Cerimonia Commemorativa Congiunta del 2025, con l’invito “Scegliere l’Umanità, scegliere la Speranza”, CfP scrivevano: “Invece di permettere che il dolore venga manipolato in odio, e invece di accettare la vendetta come giustizia, scegliamo un percorso diverso”. Per la Cerimonia di quest’anno, che ha come titolo “Noi siamo il giorno dopo. Dalla perdita alla speranza”, CfP scrivono: “Ci riuniremo per la 21ª Cerimonia Commemorativa Congiunta Israelo–Palestinese – un atto condiviso di memoria che rifiuta la convinzione che guerra, spargimento di sangue, disumanizzazione e conflitto debbano definire il nostro futuro. Insieme dimostreremo che esiste un’altra via – e che, nonostante tutto, la speranza è ancora viva.” Proiezioni più piccole avranno luogo anche in varie località di Israele, insieme a eventi satelliti in tutto il mondo – da Londra a Berlino, da New York a Stoccolma – dove le comunità si riuniranno localmente per commemorare insieme la giornata. Il gruppo Italian Friends of Combatants for Peace sposa i valori di CfP di umanità condivisa, liberazione collettiva, nonviolenza, pace radicata nella giustizia, e trasformazione personale e collettiva. Ne sostiene il lavoro e in particolare sostiene l’organizzazione di eventi locali per la proiezione della Cerimonia Commemorativa Congiunta, occupandosi di fornire le traduzioni in italiano dei testi della Cerimonia. Per organizzare una proiezione pubblica, e ricevere il materiale, bisogna registrarsi qui https://form.jotform.com/260682937554064 Per ricevere il link e vedere online la Cerimonia bisogna registrarsi qui https://form.jotform.com/260744081794463 Per ricevere la traduzione in italiano, si può contattare il gruppo Italian Friends of CfP: ilarialmp@gmail.com Pressenza è media partner delle Cerimonie di Combatants for Peace. Saranno pubblicati qui i dettagli delle iniziative italiane di proiezione della Cerimonia Commemorativa Congiunta. Ilaria Olimpico
April 8, 2026
Pressenza