Tag - combatants for peace

Grazie Noa
Ma come… “grazie Noa”? Grazie a Noa che non accetta di parlare di genocidio? Che non condivide la Campagna BDS? Che non condivide la necessità di sanzioni economiche verso Israele? Che si dichiara sionista? Sì, perché la tre giorni fiorentina di “Re-Imagine Peace” si è realizzata soprattutto grazie a Noa e, sempre grazie a lei, è andata molto oltre Noa. Grazie a Noa le tante realtà e le tante persone (israeliane e palestinesi) impegnate quotidianamente, da anni, nella co-resistenza alla disumanizzazione, hanno potuto farlo ottenendo una visibilità e un ascolto (per chi ha voluto ascoltare) che mai avrebbero potuto avere con le loro piccole forze. E così, senza omissioni, senza tacere nulla sull’occupazione, su quanto sta avvenendo in Israele e in Palestina e delle responsabilità politiche, si è mostrato che al genocidio si può/si deve rispondere restando umani, che all’apartheid si può rispondere vivendo la coesistenza, che alle ferite delle morti più inaccettabili (quelle che riguardano i propri bambini, i tuoi familiari più cari…) e delle torture in carcere (non solo raccontate ma subite sulla propria carne) si può rispondere attivandosi per costruire percorsi di pace insieme al “nemico”, riconoscendo il suo stesso dolore, la sua stessa sofferenza. E poi… molto di più: si è potuto capire che il perdono e la riconciliazione personale hanno tempi, modi e richiedono condizioni diverse dal percorso comunitario, collettivo, politico; che la co-resistenza scelta da alcuni sarà utile anche quando i tempi della Pace (quella vera, che implica il rispetto della giustizia e che verrà… alla fine) saranno maturi; che i gruppi di co-resistenza sono tanti, pur essendo minoritari (come noi, del resto) ma che sono la voce dell’obiezione di coscienza al vortice della guerra (anche quando, come lì, la guerra non è guerra ma esecuzione di un popolo; genocidio, appunto). E poi… ancora molto altro… Tre giornate a cui sarebbe stato bello partecipare insieme a tanti altri, a cominciare dagli scettici, dai perplessi, anche tra noi. Tre giornate che non finiscono lì: a noi scegliere se/come proseguire. Lorenzo Scaramellini, gruppo di appoggio ai Combatants for Peace Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza
Gariwo a Firenze per Re-Imagine Peace
Dal 10 al 12 luglio 2026 Fondazione Gariwo, che da anni si occupa della memoria dei Giusti, partecipa a Re-Imagine Peace, il festival ideato da Noa e Gil Dor e promosso da Noa’s Ark Foundation, che porterà a Firenze artisti, testimoni, attivisti, pensatori e costruttori di pace israeliani, palestinesi e internazionali. Ad aprire il festival, venerdì 10 luglio alle ore 10, presso San Salvatore al Monte, sarà inaugurato uno spazio nel giardino della chiesa che entrerà a far parte della rete nazionale dei 300 Giardini dei Giusti presenti in tutta Italia. Saranno piantati due alberi in onore di Robi Damelin e Bushra Awad, già insignite del Fiorino d’Oro nel 2025 e ora inserite nella Enciclopedia dei Giusti da Fondazione Gariwo. Le due donne sono attiviste, una israeliana e una palestinese, che hanno avuto la forza di trasformare il dolore per la perdita dei propri figli in energia per chiedere la pace. La cerimonia sarà accompagnata da una performance di Noa e Gil Dor. Interverrà Gabriele Nissim, Presidente di Fondazione Gariwo, con la partecipazione di Elizabeth Naftali, autrice del libro Saving Abigail. Sabato 11 luglio alle ore 11, al Cinema Astra, è in programma la proiezione del documentario There Is Another Way, dedicato alla storia dei Combatants for Peace, movimento formato da palestinesi e israeliani che hanno scelto di deporre le armi e rifiutare la violenza e l’ingiustizia, mostrando che un’altra strada è possibile: per loro, per noi e per tutta l’umanità. Nell’ultimo anno la Fondazione Gariwo ha promosso il film e ne ha curato la distribuzione in tutta Italia. A seguito della proiezione si terrà una discussione con sessione di Q&A alla presenza di due protagoniste del film, Mai Shahin e Iris Gur, rappresentanti palestinese e israeliana di Combatants for Peace, insieme al regista Stephen Apkon. L’incontro sarà moderato da Bianca Senatore, della redazione di GariwoMag. L’evento è gratuito, con ingresso libero fino a esaurimento posti. FONDAZIONE GARIWO – Nata nel 1999 da Gabriele Nissim, Pietro Kuciukian, Ulianova Radice e Anna Maria Samuelli, Gariwo si occupa della divulgazione delle storie dei Giusti e della memoria del bene attraverso percorsi didattici, iniziative editoriali e incontri pubblici. Nel 2003 ha inaugurato il primo Giardino dei Giusti di tutto il mondo sul Monte Stella di Milano, gestito da Gariwo assieme al Comune di Milano. Oggi i Giardini dei Giusti sono oltre 300 in tutto il mondo. Grazie all’impegno di Gariwo, il Parlamento europeo ha istituito nel 2012 la Giornata europea dei Giusti del 6 marzo, poi riconosciuta ufficialmente come solennità civile in Italia dalla Legge n. 212 del 7 dicembre 2017. Fonte: Comunicato Stampa Fondazione Gariwo Redazione Italia
July 9, 2026
Pressenza
Intervista alle Combatants for Peace Iris Gur e Mai Shahin (parte II)
> All’evento Re-Imagine Peace di Firenze che inizia domani ci saranno anche le > Combatants for Peace Iris Gur (israeliana) e Mai Shahin (palestinese), > entrambe invitate per la proiezione del film There is Another Way (sabato 11 > luglio, h 16 al Cinema Astra, Firenze). Daniela Bezzi di Pressenza ha raccolto > la loro testimonianza, di cui riportiamo qui la seconda parte: DB – Potete dirci qualcosa sulle varie Conferenze per la Pace che sono state organizzate negli ultimi due anni? Iris – La Conferenza annuale per la pace è organizzata dal Peace Partnership, e le organizzazioni coinvolte collaborano sulla base di una visione condivisa e di obiettivi comuni. In questo tipo di partnership, il nome della coalizione in sé non è ciò che conta. Ciò che conta è la volontà di lavorare insieme, di unire le forze e di riconoscere che i nostri obiettivi condivisi sono più grandi delle differenze tra di noi. La forza di questa partnership deriva dalla scelta di lavorare in cooperazione: dalla capacità di diverse organizzazioni, con la propria identità, storia e approccio, di unirsi e agire collettivamente per la pace, la giustizia, la libertà e la sicurezza per tutti. Mai – Ciò che sta emergendo ora è la consapevolezza che la frammentazione ci indebolisce tutti. E che nessun movimento da solo può far fronte alla portata di ciò che stiamo affrontando. «The Platform» (la coalizione lanciata più di recente) riflette un passaggio verso movimenti interconnessi, in cui le organizzazioni rimangono distinte ma si coordinano attorno a principi condivisi: uguaglianza, nonviolenza, giustizia, responsabilità e dignità umana. Non si tratta di fondere le identità. Si tratta di costruire un ecosistema di resistenza più forte dell’isolamento. DB – Entrambe siete spesso coinvolte in azioni di “presenza protettiva”. Potete raccontarci qualche momento della vostra esperienza? Iris – Grazie per questa domanda, così importante per me a livello personale che mi vengono le lacrime agli occhi! Faccio parte di un gruppo chiamato “Jordan Valley Activists”. È stato fondato circa 17 anni fa da attivisti di Combatants for Peace ed è cresciuto fino a diventare un gruppo a sé stante, grazie all’iniziativa di israeliani che offrono accompagnamento e presenza protettiva ai pastori e agli agricoltori palestinesi nella Valle del Giordano. Forniamo presenza fisica e assistenza con cibo, acqua, sostegno legale e qualsiasi altro aiuto possiamo offrire alle ultime comunità rimaste che continuano a resistere, di fronte alla violenza dei coloni e dell’esercito israeliano: ordini di demolizione, minacce di sfollamento, restrizioni al pascolo, negazione dell’acqua e dei mezzi di sussistenza e così via. Ho iniziato a partecipare a queste attività di «presenza protettiva» nel novembre 2023, quando la violenza dei coloni e dell’esercito si è intensificata drasticamente. La violenza non era più diretta solo contro i pastori nei campi, ma anche contro le famiglie nelle loro stesse case. Di conseguenza, la presenza degli attivisti è stata estesa a turni 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ho instaurato un legame stretto con una comunità specifica chiamata «Farsiya al-Razala», composta da cinque famiglie, tra cui bambini, donne e anziani. È una delle ultime dieci comunità di pastori rimaste nella Valle del Giordano e, purtroppo, anche per loro il momento dello sfollamento forzato potrebbe arrivare molto presto. La settimana scorsa ho accompagnato due giovani pastori che stavano pascolando le loro greggi in una zona chiamata Hammam al-Malih. Fino a pochi mesi fa, lì c’era una grande comunità: famiglie, campi, greggi, bambini e persino una scuola elementare regionale. Tutto è stato distrutto dallo Stato di Israele. La popolazione è stata sfollata con la forza, nonostante il terreno sia di proprietà privata di una chiesa. Dall’altra parte della strada, accanto alla comunità, c’è una base militare che esiste da molti anni. Negli ultimi mesi, i soldati si sono assunti il compito di garantire che, anche dopo l’espulsione delle famiglie e lo sgombero del luogo, i pastori delle comunità vicine non tornassero a pascolare le loro greggi. In passato, lì c’era anche una sorgente che forniva acqua potabile sia alle persone che agli animali. Il giorno in cui mi trovavo lì, i due giovani pastori ci hanno chiesto di non lasciarli soli, perché se lo avessimo fatto, i soldati sarebbero venuti ad arrestarli. Uno di loro ci ha raccontato del suo precedente arresto: «Delle soldatesse, di 18 o 19 anni, ci urlavano contro e ci stringevano forte le mani con delle fascette di plastica. Ho chiesto loro: “Perché? Qui c’è spazio per tutti. Chiedo solo di vivere in pace”. I soldati ci hanno urlato: «Andatevene da qui». Lui ha risposto: «Dove dovremmo andare? Non abbiamo altro posto dove andare. Questa è la nostra casa. Abbiamo vissuto qui tutta la vita». Quel giorno, i pastori sono riusciti a finire di pascolare in pace. Ieri, nello stesso posto, sono arrivati due soldati e hanno arrestato uno di quei giovani. L’altro è riuscito a scappare. Uno dei soldati ha sparato in aria con il suo fucile M16 e ha affermato di non avere paura di nessuno. Il pastore palestinese è stato portato, ammanettato, alla base militare a diversi chilometri di distanza. Poche ore dopo è stato rilasciato, pieno di lividi e percosse. Questa è solo una storia tra le centinaia di episodi quotidiani di abuso. Yousef, un ragazzo di 13 anni con bisogni speciali, mi ha chiamato per dirmi che la sua famiglia aveva ricevuto un ordine di demolizione per la loro casa a Farsiya. Non ho saputo cosa rispondergli. Questo giovane e la sua famiglia non hanno altra casa. Mai – «Presenza protettiva» è il luogo in cui tutto diventa reale. Significa stare al fianco delle comunità sottoposte a pressioni immediate. Contadini, pastori, famiglie, bambini che cercano di rimanere sulla propria terra e continuare a vivere una vita normale in condizioni straordinarie. In Cisgiordania, soprattutto dal 7 ottobre, il livello di violenza, incertezza e instabilità è aumentato. Ogni giorno le comunità devono affrontare attacchi da parte dei coloni, incursioni militari e continue pressioni che le costringono allo sfollamento. In quel contesto, la presenza non è simbolica. È una forma di protezione, ma anche una forma di testimonianza. Comunica qualcosa di semplice ed essenziale: non siete soli. A volte previene la violenza, a volte no. Ma interrompe sempre l’isolamento, e l’isolamento è uno degli strumenti fondamentali dell’oppressione. Ed è qui che il legame con i Combatants for Peace diventa tangibile, perché non è solo dialogo ma resistenza congiunta in azione. E la «presenza protettiva» ne è una delle espressioni più chiare sul campo. È anche qui che le pratiche incarnate e consapevoli del trauma di Satyam Homeland diventano essenziali, perché rimanere presenti in tali momenti richiede un radicamento interiore, non solo una convinzione politica. Entrambe le dimensioni sono sempre presenti nel nostro lavoro. DB – Infine: cosa possiamo fare per contribuire alla vostra causa? Iris – Si possono fare molte cose. Oltre a fornire sostegno finanziario, le persone possono recarsi nella regione e partecipare alle attività di presenza protettiva come volontari internazionali. Ciò comporta dei rischi: c’è il rischio fisico di subire violenze da parte dei coloni, così come la possibilità di essere espulsi dalle autorità israeliane. Allo stesso tempo, visitare sia la Cisgiordania che Israele è sicuro e può consentire alle persone di sviluppare una comprensione più profonda e accurata della realtà. Non c’è niente come vedere le cose con i propri occhi, e non c’è niente come vivere direttamente la realtà. La storia ci ha dimostrato che la pressione delle comunità internazionali può influenzare i leader, cambiare le politiche e persino trasformare il corso della storia. Le persone possono agire rivolgendosi ai media, ai politici, agli artisti e alle personalità pubbliche; modificando il dibattito pubblico; e chiedendo la fine immediata della violenza, degli abusi, dell’occupazione, dell’apartheid e degli sfollamenti. Ciò include la richiesta di accesso all’acqua e ai mezzi di sussistenza, alla libertà di movimento e al rilascio dei prigionieri e dei detenuti palestinesi. Significa esigere che tutti gli esseri umani siano liberati da vite plasmate dalla paura e dalla violenza. La richiesta deve riguardare la sicurezza, la libertà e la parità di diritti per ogni persona che vive tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Il dibattito deve cambiare: bisogna passare dal sostenere una delle parti in conflitto contro l’altra alla consapevolezza che l’obiettivo deve essere una vita sicura e libera per tutti gli esseri umani. Ci sono 14 milioni di persone che vivono tra il mare e il fiume Giordano: circa 7 milioni di ebrei e 7 milioni di palestinesi. Nessuno dei due se ne andrà da nessuna parte. Il nostro futuro è condiviso, che ci piaccia o no. La domanda non è se vivremo insieme, ma come. I nostri figli meritano di crescere in libertà, sicurezza e dignità. Mai – La prima responsabilità è la chiarezza. Rifiutare completamente l’antisemitismo. Rifiutare completamente l’islamofobia. Rifiutare completamente il razzismo anti-palestinese. Rifiutare qualsiasi quadro di riferimento che attribuisca un valore diseguale alla vita umana. La seconda responsabilità è la verità. Non possiamo costruire la giustizia sulla negazione. Dobbiamo essere in grado di chiamare con il loro nome l’occupazione, lo sfollamento, la disuguaglianza strutturale e la violenza senza eufemismi. La terza responsabilità è il sostegno ai movimenti che uniscono resistenza e guarigione. Perché è questo che rende possibile una trasformazione a lungo termine. Combatants for Peace rappresenta la spina dorsale politica della resistenza nonviolenta e della lotta comune. Satyam Homeland incarna la capacità emotiva e comunitaria che permette a quella resistenza di continuare senza crollare. Insieme, rappresentano qualcosa di raro: un modo di rimanere umani all’interno della lotta. Per me, come donna palestinese che lavora in Cisgiordania, questa non è teoria. È la vita quotidiana, plasmata dal rischio, dalla responsabilità, dal dolore, ma anche da un profondo impegno e dalla fiducia nei rapporti che abbiamo costruito al di là delle divisioni. È ciò che mantiene vivo questo lavoro. Perché, in fin dei conti, quello che stiamo costruendo non è solo un cambiamento politico. È la possibilità di rimanere pienamente umani rifiutando al contempo i sistemi che negano l’umanità agli altri. -------------------------------------------------------------------------------- A cura di Daniela Bezzi. La prima parte dell’intervista si può leggere qui. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Daniela Bezzi
July 9, 2026
Pressenza
Intervista alle Combatants for Peace Iris Gur e Mai Shahin (parte I)
> All’evento Imagine Peace di Firenze del prossimo fine settimana ci saranno > anche le Combatants for Peace Iris Gur (israeliana) e Mai Shahin > (palestinese), entrambe invitate per la proiezione del film There is Another > Way (sabato 11 luglio, h 16 al Cinema Astra, Firenze). Daniela Bezzi di > Pressenza ha raccolto la loro testimonianza: DB – Cominciamo con le vostre storie personali: come avete deciso di unirvi a Combatants for Peace? Iris Gur – Per tutta la mia vita da adulta ho lavorato nel campo dell’istruzione, come insegnante e come preside. Ho sempre considerato l’istruzione non solo come una professione, ma come lo stile di vita che avevo scelto per me stessa. Sono cresciuta in una famiglia ebrea israeliana sionista. I miei genitori sono arrivati in Israele come rifugiati dall’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, e sono cresciuta ascoltando storie sull’Olocausto e sulla sopravvivenza. L’unica narrativa che conoscevo era che noi, il popolo ebraico, fossimo sempre stati perseguitati e che non avessimo altra scelta se non quella di difendere noi stessi e il nostro piccolo Paese. L’unica cosa che sapevo degli arabi era che volevano distruggerci. Mio padre era un ufficiale dell’esercito. Sono cresciuta nelle basi militari ed ero molto orgogliosa dell’esercito israeliano. Per gran parte della mia vita non ho avuto l’opportunità di familiarizzare né con la narrativa palestinese né con amici arabi. Uso deliberatamente la parola «arabi» perché, nell’ambiente in cui sono cresciuta, il termine «palestinesi» semplicemente non esisteva. E nemmeno il concetto di occupazione. Oggi mi rendo conto che nel corso degli anni si sono aperte delle crepe nella mia visione del mondo, ma non ho mai permesso che si allargassero. La persona che alla fine ha trasformato la mia prospettiva è stata mia figlia Noa. Undici anni fa, quando aveva diciassette anni, ha deciso di rifiutare la coscrizione militare. Grazie a lei, mi si è aperto un mondo completamente nuovo di valori, idee e comunità. La sua decisione le è costata quattro mesi di prigione militare, mentre per me è stato l’inizio di un percorso di scoperta – un percorso che mi ha messo di fronte alla realtà dell’occupazione, dell’apartheid e, soprattutto, del popolo palestinese. La mia decisione di unirmi a Combatants for Peace è scaturita dalla consapevolezza che, se volevo davvero contribuire a cambiare la realtà in cui viviamo, ciò poteva avvenire solo in piena collaborazione con i palestinesi e attraverso azioni nonviolente. Mai Shahin: Non sono arrivata a Combatants for Peace con una decisione isolata. Mi sono unita a loro attraverso un lungo processo di vita sotto l’occupazione in Cisgiordania, dove il controllo non è solo politico, ma fisico, emotivo, psicologico. Modella i movimenti, il respiro, le relazioni e la capacità di immaginare un futuro che vada oltre la sopravvivenza. In quell’ambiente, la resistenza non è astratta. È la vita quotidiana. Ma col tempo ho iniziato a pormi una domanda più profonda: come resistere senza perdere la nostra stessa umanità nel processo? Una domanda che mi ha condotta al lavoro sul trauma, alla guarigione comunitaria e alla comunicazione nonviolenta. Ho iniziato a capire che l’occupazione non controlla solo la terra: penetra nel sistema nervoso, frammenta la fiducia, isola le comunità e produce cicli di lutto che, se non elaborati, si ripetono di generazione in generazione. È qui che ha inizio il mio legame con Combatants for Peace. È stato il primo spazio in cui mi sono imbattuta in cui a palestinesi e israeliani non veniva chiesto di ignorare la realtà per poter parlare. Ci veniva piuttosto chiesto di rimanere insieme all’interno della realtà, rifiutando al contempo la violenza come risposta. Ciò che rende Combatants for Peace così potente è che non è solo uno spazio di dialogo. È un movimento congiunto di resistenza. Sostiene che porre fine all’occupazione, smantellare i sistemi di dominio e proteggere la dignità umana non sono aspetti separati dalla costruzione di relazioni: fanno parte della stessa lotta. Parallelamente a questo lavoro, e in stretta connessione con esso, ho co-fondato Satyam Homeland insieme a palestinesi, israeliani e operatori internazionali. È nato dalla stessa consapevolezza: che la resistenza richiede spazi in cui le persone possano imparare a rimanere umane anche nel cuore della lotta. Satyam Homeland è uno spazio comunitario in cui palestinesi, israeliani e internazionali si riuniscono per dedicarsi al lavoro sul trauma e sul lutto, alla guarigione corporea, all’educazione alla resistenza nonviolenta, al dialogo e alla narrazione – e da quella base, passare all’azione nel mondo. Non è separato da Combatants for Peace. Fa parte di un ecosistema più ampio: uno incarna il coraggio politico della resistenza congiunta, l’altro le pratiche comunitarie che rendono possibile un impegno nonviolento duraturo. Sono in costante dialogo tra loro. Dopo il 7 ottobre, questo legame è diventato ancora più evidente. Mentre i palestinesi assistevano a stragi e distruzione di massa a Gaza, e all’escalation di violenza, agli attacchi dei coloni e agli sfollamenti in Cisgiordania, l’istinto di separazione era fortissimo. La paura e il dolore non erano astratti: erano vissuti, immediati e opprimenti. Eppure, all’interno di Combatants for Peace, qualcosa ha tenuto. Non siamo sprofondati nel silenzio né nella separazione. Ci siamo rivolti gli uni agli altri – non per edulcorare la realtà, ma per rimanere in grado di affrontarla. Abbiamo pianto insieme. Abbiamo dato un nome a ciò che stava accadendo. Abbiamo avuto divergenze, ma siamo rimasti. E poi abbiamo posto l’unica domanda che conta quando tutto sta andando in pezzi: cosa facciamo adesso? Una domanda che possiamo permetterci di porre grazie ai diversi anni trascorsi a costruire relazioni in grado di sopravvivere alla rottura. Ecco perché far parte del Combatants for Peace non è solo parte del mio lavoro: è la parte centrale di ciò che faccio. Ecco anche perché continuo questo lavoro dalla Cisgiordania, dove ogni atto di resistenza nonviolenta, ogni incontro, ogni passo di presenza comporta un rischio – eppure anche un significato reale, fede, responsabilità. DB – Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario di Combatants for Peace. Secondo te, cosa rende questo movimento così popolare tra i giovani? Iris – Combatants for Peace è stato fondato vent’anni fa da un gruppo di giovani che hanno preso la coraggiosa decisione di sfidare la norma che definiva le loro rispettive società: invece di reagire con la violenza, hanno scelto di incontrare le persone dell’altra parte e di guardare oltre l’etichetta di “nemico”. Hanno scelto di vedere “l’altro” come un essere umano, di lavorare in collaborazione, di assumersi la responsabilità delle proprie azioni – sia a livello personale che collettivo – e di parlare in modo onesto e aperto, senza edulcorare né negare la dolorosa realtà in cui viviamo. Credo che questi siano i valori al centro di Combatants for Peace. Sono la ragione per cui il movimento è durato vent’anni ed è stato in grado di affrontare sfide enormi. La prova più evidente di ciò è il modo in cui i nostri membri hanno affrontato la profonda crisi che molti israeliani e palestinesi hanno vissuto dopo il 7 ottobre 2023. Molte persone che avevano creduto nella convivenza e nella pace hanno sentito crollare il proprio mondo. Ciò che ci ha permesso di andare avanti è stata la nostra determinazione a continuare a dialogare, ad amarci e rispettarci a vicenda, a condividere il dolore l’uno dell’altro, a continuare a considerarci esseri umani, a comprendere i bisogni dell’«altro» anche quando non eravamo d’accordo. E, soprattutto, a rimanere fedeli alla nostra visione condivisa: libertà, giustizia, sicurezza personale e collettiva per tutti. Siamo uniti dalla convinzione che questa sia la strada giusta e che sia anche una strada percorribile. Credo che molte persone, soprattutto i giovani, siano alla ricerca di questo tipo di comunità, in termini di senso di appartenenza, compassione, guida e speranza. Vogliono un luogo che non si limiti a parlare di convivenza, ma che dimostri che è davvero possibile vivere insieme con dignità, rispetto e amore. Ed è proprio questo che trovano in Combatants for Peace. In un’epoca segnata dalla crudeltà, dall’odio e dall’incertezza, abbiamo la responsabilità di offrire alla prossima generazione non solo una via da seguire, ma anche speranza. Mai – Ciò che ha sostenuto Combatants for Peace per vent’anni non è l’ideologia, bensì la qualità delle relazioni anche sotto pressione. Sono i palestinesi e gli israeliani che scelgono, ancora e ancora, di rimanere uniti in un impegno condiviso anche quando la storia li allontana. Non si tratta solo di un’unità simbolica. È una resistenza nonviolenta e disciplinata, radicata nella chiarezza. Non normalizziamo l’occupazione. Non cancelliamo l’asimmetria. Non evitiamo di dare un nome all’ingiustizia. Rimaniamo fedeli alla verità e manteniamo il rapporto. Non è facile. Ha un costo. Per i palestinesi, può significare sospetto, pressioni politiche e rischi fisici in un contesto di occupazione e instabilità. Per gli israeliani, può significare isolamento e confronto con le narrazioni dominanti nella loro stessa società. Eppure le persone rimangono. E ciò che ci tiene uniti nel corso degli anni non è solo l’impegno politico, ma anche l’infrastruttura più silenziosa della sopravvivenza: il lavoro di elaborazione del lutto, la consapevolezza dei traumi, attraverso il sostegno emotivo e collettivo. È qui che il legame più profondo con la nostra organizzazione gemella, Satyam Homeland, diventa essenziale. Perché i movimenti non possono sopravvivere solo di principi politici. Hanno bisogno anche della capacità di elaborare il lutto senza trasformarlo in odio e sfinimento. I giovani riconoscono questa onestà. Sono stanchi di un linguaggio che non coglie la realtà. Non temono la complessità: hanno il coraggio di chiamare con il loro nome l’occupazione, le strutture dell’apartheid, lo sfollamento, la violenza di massa, senza perdere di vista l’umanità che ci accomuna. C’è la determinazione a rifiutare contemporaneamente e in modo totale l’antisemitismo, l’islamofobia e il razzismo anti-palestinese. Combatants for Peace trova riscontro tra i giovani perché rifiuta le semplificazioni. DB – È davvero straordinario vedere così tante organizzazioni israeliane e palestinesi mobilitarsi in coalizione. Qual è, secondo te, l’ingrediente fondamentale per questo tipo di attivismo, basato sulla cooperazione nonostante le differenze? Iris – L’esistenza stessa di così tante organizzazioni israeliane e palestinesi per la pace riflette il desiderio fondamentale di vivere insieme senza violenza, nel riconoscimento e nel rispetto reciproci. Ci sono, ovviamente, opinioni diverse sulle migliori strategie per raggiungere la pace, visioni diverse riguardo al futuro quadro politico in cui israeliani e palestinesi potrebbero convivere in questa terra condivisa. Ma nonostante queste differenze, l’aspirazione comune è più forte di ciò che potrebbe dividerci. Ci sono voluti molti anni perché queste organizzazioni si unissero in un unico, ampio “campo della pace”. A volte ci vuole uno shock profondo per rendersi conto che la nostra forza collettiva è di gran lunga superiore a ciò che ogni singola organizzazione può ottenere da sola. Gli sconvolgimenti politici in Israele, il massacro del 7 ottobre, il genocidio a Gaza, l’escalation di violenza e la pulizia etnica in Cisgiordania, la guerra nel Libano meridionale, per non parlare della crescente influenza del fascismo nella società e nella politica israeliana, hanno portato molti di noi nel “campo della pace” israeliano a comprendere che la cooperazione non è solo auspicabile, ma è essenziale se vogliamo un vero cambiamento. Dopotutto, nonostante i nostri approcci diversi, stiamo tutti lottando per lo stesso obiettivo: libertà, giustizia, sicurezza e pari diritti per tutti. Mai – Ciò che rende possibili queste coalizioni non sono solo gli accordi, ma il nostro impegno verso la verità in condizioni di disuguaglianza. Il primo passo è sempre una chiara definizione di ciò che è reale. I palestinesi vivono sotto occupazione militare, frammentazione, restrizioni sul territorio, sulla libertà di movimento e sulla sovranità. Solo da quel riconoscimento onesto può emergere qualcosa di più profondo. Ed è proprio a quel livello più profondo che Combatants for Peace e Satyam si intrecciano con maggiore forza. Combatants crea lo spazio per la resistenza politica congiunta e l’azione nonviolenta. Satyam Homeland, co-fondata da palestinesi, israeliani e attivisti internazionali, crea spazi in cui le persone possono dedicarsi al lavoro sul trauma e sul lutto, alla guarigione corporea, alla narrazione, al dialogo e all’educazione alla resistenza nonviolenta – per poi tradurre quell’apprendimento in azione nel mondo. L’uno senza l’altro sarebbe incompleto. Perché se agiamo solo politicamente senza guarire, ci induriamo o ci esauriamo. E se ci limitiamo a guarire senza affrontare l’oppressione, ci adattiamo all’ingiustizia. Quello che stiamo costruendo è qualcosa di più difficile: un movimento in grado di accogliere il lutto senza trasformarlo in disumanizzazione; un movimento in grado di dare un nome alla violenza senza riprodurla; un movimento in grado di mantenere le relazioni senza negare la verità. Questa non è debolezza. È disciplina. Ed è la forma di resistenza più forte che io conosca. -------------------------------------------------------------------------------- A cura di Daniela Bezzi. Seguirà la seconda parte dell’intervista -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Daniela Bezzi
July 8, 2026
Pressenza
Palestina Israele: incarnare un altro modo e fare speranza insieme
Soprattutto in questi giorni, l’immagine dei topi che mordono i bambini e le bambine a Gaza mi si para davanti agli occhi. Insopportabile. Cedere alla tentazione di una ferocissima rabbia morale per l’ingiustizia e lasciarsi invadere dall’odio per chi ha la responsabilità di tutto ciò? Cedere alla tentazione di una migrazione interiore, che non tollera il dolore e l’impotenza e scade nella disperazione o nell’indifferenza? Come spesso dice Sulaiman Khatib, co-fondatore di Combatants for Peace, bisogna avere un piede nella realtà e un piede nel sogno. Il 2 luglio, in tutta Israele, si sono svolte manifestazioni antigovernative per marcare 1000 giorni dal 7 ottobre 2023. Il fulcro delle proteste è la forte richiesta dell’istituzione immediata di una commissione d’inchiesta statale e indipendente. Questa protesta resta fortemente focalizzata sulle proprie vittime e sulla crisi politica interna, ma apre probabilmente uno squarcio. Soprattutto non è il solo segnale di protesta. Proprio palestinesi e israeliani che vivono dal fiume Giordano al mare Mediterraneo scelgono di ‘incarnare un altro modo’ (espressione usata spesso da Combatants for Peace) e ‘fare speranza insieme’ (espressione usata dagli attivisti Maoz Inon e Aziz Abu Sarah). Il prossimo 6 novembre, il movimento congiunto di israeliani e palestinesi Combatants for Peace compirà 20 anni. Appena qualche giorno fa, la coalizione It’s Time, di cui Combatants for Peace è membro, ricordava in un messaggio che due anni fa iniziava il percorso di un nuovo movimento per la pace, la sicurezza e la giustizia in Israele. It’s Time, è parte del network che promuove il Festival Re-Imagine Peace, che si svolgerà a Firenze il prossimo fine settimana, dove si potranno incontrare Palestinesi e Israeliani/e che co-resistono e re-immaginano la pace, parola tradita e abusata. Qui il programma del festival: https://www.reimaginepeacefestival.it/programma/ Combatants for Peace riflettono sul loro 20° anniversario: “Guardando indietro oggi, ciò che appare più straordinario non è tanto la fondazione di Combatants for Peace, quanto la sua capacità di resistere per vent’anni di conflitto, occupazione, guerra, sconvolgimenti politici e profonde perdite. Intere generazioni sono cresciute conoscendo poco altro che violenza, sfollamento, espropriazione e paura… Eppure il nostro movimento è persistito perché non si è mai basato su un accordo assoluto. Si è fondato su un impegno condiviso per la nonviolenza, i diritti umani e la consapevolezza che nessuno dei due popoli può raggiungere la libertà, la dignità o la sicurezza a spese dell’altro.” Una delle capacità più necessarie in questo momento storico è proprio quella di ‘saper stare nel disaccordo’, ricordando l’interconnessione che ci soggiace: poter continuare a dialogare partendo da punti di vista diversi, senza disumanizzare l’altro, senza gareggiare per superiorità morale, strumentalizzando la propria vittimizzazione; mantenendo al contempo una consapevolezza delle asimmetrie di potere e un senso di giustizia che va verso la responsabilità e la riconciliazione. “In tutto questo tempo, molti si sono chiesti se palestinesi e israeliani/e potessero davvero collaborare, soprattutto di fronte alla realtà dell’occupazione, della disuguaglianza e della negazione dei diritti fondamentali.” Le accuse di ‘normalizzazione’ agli incontri e alle attività che coinvolgono sia palestinesi che israeliani sono sempre dietro l’angolo, talvolta necessarie per richiamare la consapevolezza di cui sopra, altre volte forse, ideologiche e cieche delle possibilità. Probabilmente, parte dello scetticismo arriva dall’abuso del binomio ‘pace e dialogo’, drogato da una ‘industria della pace liberale’ che confonde pace con quiete e status quo. “Eppure, nonostante tutte le supposizioni, il nostro movimento continua a crescere, sostenuto da persone che comprendono che i nostri futuri sono interconnessi e che una pace duratura richiederà uguaglianza, libertà e diritti umani per tutti/e. In occasione di questo anniversario, rendiamo omaggio non solo alla nostra organizzazione, ma anche a una comunità che ha continuato a insistere – spesso quando ciò si è rivelato difficile, impopolare e profondamente personale – sul fatto che un’altra via sia ancora possibile.” Combatants for Peace si sta preparando per lanciare la più grande iniziativa di solidarietà globale digitale e un raduno di locali e internazionali in solidarietà per la raccolta delle olive in autunno in Cisgiordania, che culminerà proprio con il loro anniversario il 6 novembre 2026. Per ricevere aggiornamenti, aggiungersi al canale whatsapp del gruppo italian Friends of Combatants for Peace: https://linktr.ee/CfPItalia Immagino e prego che nei prossimi anni – o meglio ancora, a partire da ora – Combatants for Peace possa contribuire alla riconciliazione in un contesto in cui la violenza e la disumanizzazione siano finite e le responsabilità siano riconosciute, in cui le persone si liberino dalla paura e dalla rabbia e siano pronte a guarire insieme e a riparare la rete di relazioni, in cui i leader siano compassionevoli e guidati dalla Vita, e in cui la Terra possa essere ciò che è: generosa, abbondante e nutriente per tutte le persone che la abitano. Il 1° luglio 2024 si è svolto il primo evento della coalizione It’s Time alla Menora Arena, il più grande evento per la pace nella storia recente di Israele. Da allora, la coalizione ha continuato a crescere e ad espandersi. Oggi comprende circa 85 organizzazioni per la pace e per una società inclusiva. Hanno organizzato il Peace Summit di Gerusalemme (maggio 2025) e il People’s Peace Summit (fine aprile 2026), eventi sull’educazione alla pace, sessioni di presentazione delle iniziative di ‘presenza protettiva’, una conferenza sulla salute mentale e molto altro ancora. Migliaia di persone – donne e uomini, ebrei e palestinesi, giovani e anziani, membri della Knesset, giornalisti, personalità pubbliche, artisti, educatori e professionisti della salute mentale, attivisti e volontari della “presenza protettiva” – hanno preso parte, stanno prendendo parte e continueranno a prendere parte al lavoro. ‘Arab ‘Aramin e Ygal Elhanan, durante The People’s Peace Summit, 2026, hanno ricordato ciascuno la propria sorella: Arab ha ricordato sua sorella Abir uccisa davanti scuola da un soldato israeliano; Yigal ha ricordato sua sorella Smadar, uccisa in un attentato suicida di due palestinesi. Yigal ha però aggiunto che Smadar è stata uccisa anche “dalla politica di occupazione, furto, espropriazione, uccisioni, separazione e annientamento”. ‘Arab ha detto con tono assertivo: “Non siamo naïfs, lo sappiamo la pace non è facile. La politica di totale distruzione del popolo Palestinese, nella Gaza devastata, nella Cisgiordania che soffre del terrorismo dei settlers spalleggiati dall’esercito israleiano… non porterà sicurezza agli israeliani. La soluzione è che tutti/e dal fiume al mare godano della libertà e dell’uguaglianza… Nella società civile la speranza è viva ed è al lavoro”. La coalizione continua il suo lavoro, con la convinzione che “I due popoli che condividono questa terra meritano di vivere in sicurezza e dignità. I nostri figli meritano un futuro all’insegna dell’uguaglianza, della giustizia e della pace. Deve essere così. Può essere così. Sarà così.”. Per aggiungersi al canale whatsapp della coalizione It’s Time: https://bit.ly/42zfQrB Note: Citazioni da Combatants for Peace https://app.getresponse.com/view.html?x=a62b&co=BoIzI8&m=BUMxmJ&mc=JB&s=BQPcD9u&u=z5YMw&z=EhoTycc& Citazioni da It’s Time: Messaggio 1 luglio canale whatsapp https://bit.ly/42zfQrB Citazioni da The People’s Peace Summit 2026: https://www.youtube.com/watch?v=Z6nOTkXzQHI&t=5447s Ilaria Olimpico
July 5, 2026
Pressenza
Pensare la pace non è un’utopia: Re-Imagine Peace dal 10 al 12 luglio a Firenze
Pensare la pace non è un’utopia: da questa premessa nasce il festival “Re-Imagine Peace” dal 10 al 12 luglio a Firenze, nell’ambito della rassegna Estate Fiorentina, sotto la direzione artistica delle artiste e attiviste Noa e Mira Awad, nuovamente insieme in Italia dopo il successo dell’esibizione a Sanremo 2025, insieme al chitarrista, arrangiatore e produttore Gil Dor. Co-direttrice artistica Tamar Tal Anati. Per tre giorni Firenze ospiterà concerti, cinema, incontri, performance, momenti di dialogo ed esperienze aperte alla città e al pubblico, con l’obiettivo di creare occasioni di ascolto e confronto attraverso la cultura e le arti. Il festival culminerà in un grande concerto All-Star all’Anfiteatro delle Cascine, dove artisti israeliani, palestinesi e italiani saliranno insieme sul palco in una celebrazione collettiva della musica come linguaggio universale capace di travalicare i confini. Contribuiranno al dialogo di pace con la loro voce anche il Patriarca Latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa e l’attore e regista Neri Marcorè. “Re-Imagine Peace” nasce come piattaforma culturale multidisciplinare che riunisce artisti, musicisti, filmmaker, performer, attivisti, pensatori e organizzazioni internazionali accomunati dalla volontà di costruire spazi di incontro in un tempo segnato da forti divisioni. Il progetto parte da un presupposto semplice: mettere al centro l’esperienza umana, l’ascolto e la possibilità di condividere storie, sensibilità e prospettive differenti attraverso l’arte e la cultura. In questo percorso Firenze rappresenta il contesto ideale per un’iniziativa dedicata al dialogo e alla convivenza, raccogliendo l’eredità civile di figure come Giorgio La Pira e Mario Primicerio. La città è inoltre da anni luogo di collaborazione tra le comunità religiose delle tre fedi monoteiste. Il programma del Festival – che verrà rilasciato completo nelle prossime settimane – include una rassegna cinematografica, con documentari pluripremiati, dedicata a storie di dolore e speranza, con titoli come There is Another Way, Coexistence, My Ass e The Orchestra with the Broken Instruments, seguita da panel di approfondimento e concerti speciali. Tra le partecipanti al progetto figurano Robi Damelin e Bushra Awad, provenienti rispettivamente da Israele e Palestina e da tempo impegnate in percorsi di dialogo e costruzione della pace. Per il loro impegno hanno ricevuto il Fiorino d’Oro, la più alta onorificenza civica conferita dalla città di Firenze. Spazio anche alla cultura gastronomica con “Peace Recipe”, evento ospitato al Teatro del Sale con chef israeliani e palestinesi, e alla musica classica con un concerto per due pianisti, provenienti da Ramallah e Tel Aviv, impegnati in un’esecuzione a quattro mani. Il festival propone inoltre una marcia e preghiera interreligiosa in collaborazione con il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, con la partecipazione delle comunità ebraica, cristiana e musulmana, e una serie di incontri con attivisti e protagonisti del dialogo internazionale. Il programma si completa con il lancio del libro The Future is Peace e con un evento di musica elettronica e danza che coinvolge DJ del collettivo del festival, in una chiusura dedicata alla contaminazione tra linguaggi e pubblici diversi. Pressenza sarà media partner della manifestazione insieme ad Avvenire e Controradio. Redazione Italia
June 29, 2026
Pressenza
Flotilla. Il  Re è nudo?
Fin dalla sua prima missione, la Flotilla ha suscitato reazioni contrastanti: ammirazione e sostegno da un lato, diffidenza, disprezzo e derisione, dall’altro. In quell’occasione, la nostra Presidente del Consiglio ha rilasciato dichiarazioni volte a delegittimarne lo scopo, dimostrando di non voler riconoscere la finalità che gli attivisti hanno sempre espresso con chiarezza: tenere gli occhi su Gaza, fermare il genocidio. A dispetto, infatti, delle polemiche sul termine, esso emerge dalle molteplici azioni compiute da Israele: dal contingentamento delle derrate alimentari ai veri e propri blocchi degli aiuti umanitari; dagli attacchi militari contro i civili fino alle dichiarazioni di esponenti governativi israeliani, come il ministro di ultradestra Amihai Eliyahu, che ha esplicitamente parlato di “cancellazione” di Gaza.  I detrattori della Flotilla hanno deriso la missione derubricandola a “crociera” o, come dichiarato dal Presidente del Senato, inutile, “propagandistica a scarso rischio e a molto ritorno mediatico”… Parole di un cinismo sconcertante.  Eppure, nonostante non sia riuscita a far arrivare gli aiuti alla popolazione della Striscia, la Flotilla ha centrato il proprio intento: spingere l’opinione pubblica a “tenere gli occhi su Gaza”. Anche chi fino a quel momento aveva scelto di distogliere lo sguardo si è ritrovato davanti alle immagini di Thiago e Saif in catene al tribunale israeliano; alle immagini di centinaia di attivisti umiliati e costretti dai soldati israeliani a mantenere la “stress position” – ripiegati su se stessi, con i polsi legati, strattonati e malmenati. Ha già dovuto ascoltare i primi racconti, tutti accomunati dalla stessa conclusione: ciò che hanno subito è nulla rispetto a quanto subiscono i Palestinesi, a cui il democratico Stato di Israele ha recentemente riservato un ulteriore “trattamento d’onore”: la pena di morte ad populum, corollario di conclamata apartheid.  Tra il pubblico scherno e l’ammirazione, questi uomini e queste donne, con mezzi pacifici e nonviolenti,  hanno messo i loro corpi al servizio di altri corpi: corpi offesi, stremati dalla fame, feriti, mutilati, maltrattati o ormai privi di vita. Hanno donato il proprio tempo per sensibilizzare il mondo su come scorra il tempo di un popolo sotto assedio: un tempo ritmato dal fragore delle esplosioni e degli spari, dalle corse affannose per sfuggire a droni e bombe o sottrarsi allo sguardo dei soldati; un tempo sospeso nell’attesa di qualcosa da mettere sotto i denti. Hanno prestato la propria voce a chi non ha più un luogo da cui far risuonare la propria: né una casa, né una scuola, né un’università, né un luogo di lavoro o di ritrovo. Tutto è stato raso al suolo: ciò che, un tempo, pur stretto tra muri invalicabili e un mare proibito, custodiva ancora la vita. E quella voce non può più neanche essere affidata ai giornalisti che, con coraggio e caparbietà, hanno raccontato al mondo la testimonianza di quell’orrore, prima di esserne travolti e uccisi. Questa “gratuita e irresponsabile iniziativa”, ha invece messo a nudo la “non responsabilità” (in termini etimologici) di chi poteva e non ha fatto nulla, rilevando, al contrario, la “responsabilità”, cioè la capacità di  “risposta”, da parte di civili di ogni parte del mondo: gente comune, giovani e meno giovani, determinati nell’esprimere la propria indignazione di fronte a un genocidio, nel portare la propria solidarietà, nel risvegliare le coscienze e nel fare pressione sui governi.  Di fronte a quelle immagini, qualche espressione di disappunto giunge ora da alcuni esponenti del nostro governo: vera conversione? Difficile a credersi, visto che la situazione a Gaza è vecchia di decenni ed è già esplosa da quasi tre anni. Sicuramente imbarazzo di fronte a un’opinione pubblica molto sensibile alla questione palestinese, in particolare i giovani. Sia ciò per motivi elettorali o altro, a distanza di 75.000 morti e migliaia di arrestati, si comincia, finalmente – e ancora con estrema timidezza – a parlare di interventi nei confronti di Israele.   Alcuni esponenti dell’area progressista invocano soltanto adesso l’interruzione degli accordi e degli scambi militari e commerciali; la destra compattamente non ne fa menzione. Il tutto in un contesto europeo che, salvo rarissime eccezioni, tra cui la Spagna, continua a rimanere silente o a limitarsi a discutere di sanzioni contro singole persone: Ben Gvir o i coloni, come se non fossero essi stessi il braccio operativo dell’ideologia di Stato. Gaza comincia ora ad essere ‘vista’ e, assieme ad essa, quel fazzoletto di terra scientemente separato nella geografia fisica dell’area, la Cisgiordania, dove orde di coloni continuano le loro violente spedizioni sulle terre e le case palestinesi, in barba ad ogni accordo internazionale.  È un vero punto di svolta? Forse no. È però un inizio — tardivo e insufficiente — da cui ripartire per costruire un reale cambio di rotta. Questo sarà possibile se la comunità internazionale troverà il coraggio di agire, ristabilendo il diritto e la pace e affrancandosi dal ricatto con cui Israele tiene in scacco il mondo (con gli USA). Lo si deve prima di tutto ai Palestinesi: quelli ancora in vita e quelli che non ci sono più. Lo si deve ai giovani, da entrambe le parti. Interrompere questo genocidio significa, infatti, spezzare il vortice di violenza e odio di cui anche gli stessi israeliani sono ostaggio. Giovani prestati alle azioni più ignobili, mimetizzati in quelle divise militari appesantite da armi che ne imprigionano i corpi. Senza volto, celati dietro le maschere; senza sguardo, se non quello ridotto a strumento per prendere la mira. Giovani sacrificati alla ragion di Stato, plasmati dall’ideologia e risucchiati in una spirale di crudeltà di cui non sappiamo quanto siano davvero consapevoli, fuorché apprendere di alcuni che, non sopportando il peso di tutto questo orrore, si suicidano.  Lo si deve a coloro che sperano oltre ogni speranza, a quegli israeliani e palestinesi che scommettono su una vita basata sulla conoscenza e il rispetto reciproco: gli uomini e le donne del villaggio di Wahat al Salam/Nevè Shalom; gli ex combattenti da entrambe le parti di Combatants for Peace; le donne israeliane di Women Wage Peace e le donne palestinesi di Women of the Sun che cercano di tessere la rete della solidarietà; i Rabbis for Human rights che aiutano i palestinesi dando loro protezione nelle terre oggetto delle incursioni dei coloni; tutti i disertori  di Mesarvot che, a costo della galera, si rifiutano di continuare ad uccidere; medici, infermieri, membri di ONG che a rischio della vita, sono sul territorio per cercare di dare aiuto e sollievo. Lo si deve a tutti noi.   Qualunque sarà l’esito di questa guerra a senso unico, il progetto scellerato di Netanyahu sta portando a ciò che Anna Foa chiama il “suicidio” morale, politico e strategico di Israele. Forse il punto di rottura è iniziato e una crepa sta iniziando a scalfire la granitica impunità di Israele, ma sicuramente la strada è lunga: anche a occupazione conclusa, intere generazioni, da una parte e dall’altra, dovranno infatti fare i conti con il dolore e l’odio e una grossa ferita dovrà essere rimarginata nel rapporto tra Israele e i popoli del mondo.  Occorre una rinascita della politica, ormai morta perché in mano a tecnocrati e ai diktat della grande finanza. Occorre la partecipazione attiva di cittadini e cittadine. Gli eventi hanno reso chiaro che nessuno può dire di non interessarsi alla politica, o che non è affar suo: il baratro in cui siamo piombati ha creato un movimento di massa che non va disperso: variegato, arcipelago dalle isole a volte non comunicanti, ha comunque indicato la volontà di pace e giustizia tra i popoli. La Flotilla è stata il NO al sopruso del potere e il SI’ alle popolazioni che, dovunque nel mondo, hanno diritto di vivere in pace e giustizia. Le mani alzate sono il NO alle armi. Tutto ciò non va disperso ma trasformato in azione politica.  Mentre si va verso un mondo multipolare, a ciascuno di noi è richiesto di non distogliere lo sguardo e di contribuire con ciò che può e sa fare. Non tutti abbiamo il coraggio dell’impresa, ma tutti possiamo spingere i governi e le istituzioni verso un cambio di paradigma che metta al centro una politica di pace e nonviolenza cui formarsi e formare. Il tempo ci potrà dire cosa siamo stati in grado di fare per noi e le future generazioni. Redazione Palermo
May 23, 2026
Pressenza
15 maggio, Cerimonia Congiunta di Commemorazione della Nakba
Il 15 maggio 2026 Combatants for Peace terrà la sua settima Cerimonia Congiunta di Commemorazione della Nakba. La storia della Nakba non si è conclusa nel 1948. Gli ultimi due anni a Gaza — segnati da genocidio, distruzione di massa e fame forzata — insieme all’accelerazione degli sfollamenti, alla pulizia etnica e alle realtà in corso in Cisgiordania, rappresentano gli ultimi capitoli di questa lunga e dolorosa storia. Il tema di quest’anno è “Sumud nell’Umanità”. Il termine Sumud — che significa resilienza — è spesso inteso come fermezza, incrollabilità e un profondo legame con la terra. Eppure, crediamo che Sumud non sia l’assenza di dolore, ma la scelta consapevole di rimanere umani, specialmente quando le circostanze rendono più facile disumanizzare gli altri. È il coraggio di continuare a credere nella giustizia e nella resistenza condivisa quando la disperazione sembra più razionale. Significa salvaguardare la nostra umanità essenziale — dignità, compassione e chiarezza morale — anche quando sia la storia che le realtà presenti la mettono a dura prova. Questa cerimonia, proprio come la Cerimonia congiunta in memoria delle vittime (Joint Memorial Ceremony), affonda le radici nella convinzione fondamentale di Combatants for Peace: comprendere autenticamente le esperienze vissute e le narrazioni storiche di entrambe le società è essenziale per spezzare il ciclo della violenza e costruire un futuro diverso. Riflette un impegno verso la giustizia, il riconoscimento e la responsabilità e afferma che la vera pace può emergere solo quando tutti i popoli saranno liberi e l’umanità di ogni individuo sarà difesa senza eccezioni. https://www.youtube.com/watch?v=m8KmgaQHQlU REGISTRATI QUI  https://www.cfpeace.org/nakba-ceremony   Combatants for Peace
April 30, 2026
Pressenza
Dalla 21 Cerimonia Congiunta in Memoria dei Caduti trasmessa ieri a Tel Aviv un potente messaggio di speranza
La storia di Liora Eilon, 73 anni, madre di quattro figli, nonna di sette nipoti, sopravvissuta al massacro di Kfar Azza e ancora oggi inconsolabile per la perdita di Tal, figlio amatissimo, ucciso dai miliziani di Hamas il 7 ottobre. “A volte lo immagino seduto lassù in cielo, con qualche altro deceduto palestinese, Tarek o Mahmoud, mentre sorseggiano una tazza di caffè nero, chiedendosi tra sé e sé: se solo sapessero, laggiù, quanto è facile stare insieme… Li immagino che si raccontano la storia delle loro morti, sapendo quanto tutto avrebbe potuto essere diverso…” La storia di Kholoud Houshieh, madre di quattro figli, il suo volto e la sua voce ci arrivano pre-registrati in video perché essendo palestinese di Jenin a Tel Aviv non può mettere piede. Anche lei ha perso il figlio amatissimo, si chiamava Mohammad, “era il mio compagno, la mia anima”. Un proiettile lo ha ucciso il 1 febbraio 2023 mentre con il telefonino stava filmando l’irruzione dell’esercito israeliano nella città di Kafr-Dan. La sua agonia non si è conclusa con quella prima perdita: il 27 febbraio 2025 hanno fatto di nuovo irruzione in casa sua, hanno arrestato senza alcun capo d’accusa l’altro figlio 20 enne Abd-El Karim “qualcuno mi dica quando verrà liberato!”. E di nuovo sono arrivati una terza volta: hanno distrutto ogni cosa, hanno picchiato il marito e anche il figlio 14enne, dopo averlo bendato per terrorizzarlo ancor di più. “Ma stasera sono qui anch’io per dire che il sangue porta solo altro sangue: scegliamo la via della pace, per favore…” La storia di Ayala Metzger, israeliana di 52 anni, che il 7 ottobre ha vissuto l’angoscia di sapere che entrambi i suoceri, Tammy e Yoram, erano finiti tra gli ostaggi: ormai 80enni, bisognosi di cure, sbattuti chissà dove nei cunicoli di Gaza. La suocera venne rilasciata nell’accordo di fine novembre 2023 e da qual momento Ayala e il marito non hanno smesso di mobilitarsi, sfidando ogni genere di ostracismo, per sollecitare uno straccio di negoziato che avrebbe potuto accelerare il rilascio di altri ostaggi – fino alla notizia che Yoran era stato ucciso. “Da quell’abisso di dolore, ho preso la mia decisione: fare in modo che la sua morte non sia stata vana. Lotterò con tutte le mie energie per un futuro di guarigione invece che di distruzione. Sogno il giorno in cui, in questa terra, dal fiume al mare, tutti i bambini di entrambe le nazioni possano crescere sani e felici, liberi, al sicuro, educati al rispetto per ogni altra persona, chiunque essa sia.” La storia infine di Mohamed Da’das, anche lui in video da Nablus per le stesse ragioni di Kholoud: ai palestinesi non è permesso evadere dall’occupazione. Rievoca la morte del nipote Mohammad, durante un attacco a colpi di lacrimogeni e granate mente stava tornando a casa: “era la fine del 2021, lui aveva solo 15 anni, era uno studente, sognava di diventare giornalista. Era figlio unico e i suoi genitori desideravano ardentemente che riuscisse a realizzare quei suoi sogni, che in un istante gli sono stati rubati (…) Siamo qui oggi per dire: Basta! Basta col dolore, basta con le perdite, basta con lo spargimento di sangue! Siamo qui perché, nonostante le ferite, abbiamo scelto di unire le nostre voci: questa realtà non può durare in eterno.” Sono le testimonianze che ci sono state condivise ieri sera dal palco di un Teatro, il Musem Theatre di Tel Aviv, il cui indirizzo è stato tenuto segreto fino all’ultimo a scanso di incidenti, perché la tensione in questi giorni è alta in Israele. E ad andare in scena, è stata la 21 Edizione della Cerimonia Congiunta in onore dei Caduti di entrambi i fronti del conflitto, che anche quest’anno, nonostante la guerra e la routine complicata dalla corsa ai rifugi, i Combattenti per la Pace sono riusciti a organizzare insieme ai Parents Circle Families Forum, per una platea attentissima e partecipe.  Ma anche fuori Israele eccoci collegati in tantissimi, oltre 3000 solo su You Tube, chissà quanti in totale considerando le varie pagine social: una costellazione di piccole e grandi platee virtuali, pubbliche o anche private, tra pochi amici o da soli di fronte allo schermino, simultaneamente in rete nella stessa commozione.  Quasi una decina tra Israele e Palestina: Gerico, Gerusalemme, Beer Sheva, Haifa, Nazareth, Kibbutz Pelekh, e astre, grazie alla collaborazione organizzativa di Standing Together, Beit Radical, Hagada Hasmolit.  Il maggior numero come sempre tra Stati Uniti e Canada: Los Angeles, New York, Filadelfia, Santa Fè, San Francisco, Chicago, Washington, Toronto, Baltimora e molte altre città, la rete di American Friends per entrambe le organizzazioni promotrici è ormai da anni una consolidata realtà.  La novità è stata la risposta europea: da Londra ecco le foto dall’interno di una chiesa in Bishopgate; da Zurigo quella di un’aula universitaria; da Berlino addirittura un cinema. Da Bordeaux la notizia del coinvolgimento della stessa amministrazione cittadina, a cominciare dal sindaco. E poi Olso, Monaco di Baviera, Marsiglia, Salisburgo, Brighton, Bath, Amsterdam insieme ad Iris Gur e Chen Alon… e decine di altre.  Ma la vera sorpresa di quest’anno è stata la risposta in Italia, espressione di una sparsa (e però in crescita) rete di persone che nel corso del tempo si sono ritrovate intorno a questa storia di ri-umanizzazione del nemico, nonostante il conflitto da sempre in corso. Ad Anagni hanno avuto persino il Patrocinio del Comune; a Cambiano, poco fuori Torino, si sono date convegno in una Biblioteca; in Val Chiavenna si è resa disponibile la Saletta della Società Operaia, oltre a vari collegamenti da casa; a Milano le postazioni erano due, oltre a Spazio Pontano anche il Centro Filippo Buonarroti; e poi Livorno, Padova, Talamona, Mantova, ovunque aiutandosi con i testi che erano stati tradotti in precedenza, per compensare la difficoltà (in effetti non piccola) di una diretta in lingua araba ed ebraica con sottotitoli in inglese. Grazie a tutti, davvero, di cuore, per l’impegno, e non perdiamoci di vista! Anche perché come già annunciato ieri sera i molto prossimi appuntamenti saranno importanti: * il 30 aprile ci sarà il terzo e più che mai significativo Summit di Pace a Tel Aviv, organizzato dalla Coalizione It’s Time che quest’anno raggruppa ben 80 diverse sigle; * l’8 maggio si terrà in tutta la Cisgiordania una giornata di solidarietà con le vittime del terrorismo dei coloni; * il 15 maggio, altra cerimonia congiunta per l’Anniversario della Nakba: “per i Combatants For Peace sarà il settimo anno consecutivo” ha sottolineato Sivan Tahel, media attivista israeliana che insieme al palestinese Ibrahim Abu Ahmed conduceva la serata “e questo è il nostro modo di guardare al passato con coraggio, per costruire un futuro condiviso.”    In diretta da Gerico ecco anche la voce e il volto di Omar Filali, produttore per la parte palestinese della cerimonia: “Dall’abisso della sofferenza e della dolorosa realtà dell’occupazione, della pulizia etnica che subiamo ogni giorno, delle espropriazioni di terra, della violenza, del terrorismo dei coloni, e senza ignorare l’ingiustizia dei posti di blocco, dei cancelli di ferro che ci tengono separati… si è aperta stasera una finestra di speranza per un futuro diverso: un futuro non costruito sul sangue, ma sulla giustizia, la libertà, la dignità e l’uguaglianza per tutti.”  “Ritrovarci qui, specialmente in tempi come questi, non è affatto scontato” gli ha fatto eco Ibrahim Abu Ahmed. “Riconoscersi reciprocamente nel dolore che ci unisce, è già un modo di affermare la speranza: dalle rovine, scegliamo di immaginare come potrebbe essere il giorno che verrà dopo la guerra. Noi qui stasera siamo già il giorno dopo.”    Daniela Bezzi
April 21, 2026
Pressenza
Proiezioni locali in Italia della XXI Cerimonia Commemorativa Congiunta
Il gruppo Italian Friends of Combatants for Peace   promuove l’organizzazione di eventi di comunità locali per la proiezione della Cerimonia Commemorativa Congiunta organizzata da Combatants for Peace e Parents Circle – Families Forum. Queste le iniziative già definite: Torino, Italia Organizzato da Cambiano per Gaza, Le Storie di Carola e Luciana, Emergency-Santena, Sarte e Cuoche Ribelli, Munlab, Sereno Regis, Give Peace a Screen Rami Elhanan e Bassam Aramin del Parents Circle – Families Forum parteciperanno a una conversazione online dopo la cerimonia. Biblioteca civica di Cambiano, vicino Torino, via Lagrange n 1, 10010 CAMBIANO 20 Aprile 2026丨19:00 Padova, Italia Ospitato da Arnon Naim Via San Massimo, 121, PADOVA 22 Aprile 2026丨19:00Anagni, Italia Organizzato da Italian Friends of Combatants for Peace Biblioteca Comunale A. Labriola, Via Garibaldi 21, 03012 ANAGNI 20 Aprile 2026丨19:00Milano, Italia Organizzato da CLN Resistenza Milano Spazio Pontano 35 – MILANO – via G. Pontano, 3 20 Aprile 2026丨19:15 Organizzato da Centro Filippo Buonarroti Centro Filippo Buonarroti, Via Rovigno 26 20 Aprile 丨19:00 Chiavenna (SO), ItaliaCombatants for Peace Organizzato da Luci per il Dialogo C/o Saletta Società Operaia, Via Chiarelli 20 Aprile 丨19:00 Livorno, Italia Organizzato da Italian Friends of Combatants for Peace Centro  olistico “Abitare le soglie” via Micali 22 Livorno (Italy) Prima della proiezione: la coreografia “La pace, la vera cura” di un gruppo di danza integrato 20 Aprile 2026 丨19:00 Firenze, Italia Organizzato da circolo Arci Bruno Baldini di Barberino (FI) 20 Aprile 2026 丨19:30 Gruppo di Supporto italiano dei Combattenti per la Pace  Combatants for Peace
April 17, 2026
Pressenza