Doping accademico e fabbriche di revisioni pilotate
Il “publish or perish” è ormai uno standard globale che spinge i ricercatori a
pubblicare molto e a ottenere numerose citazioni. In Italia questa pressione è
rafforzata da indicatori bibliometrici legati all’abilitazione scientifica
nazionale. Ciò incentiva pratiche discutibili come la frammentazione delle
ricerche e l’abuso di autocitazioni. Emergono inoltre fenomeni come le fabbriche
di revisioni pilotate (“review mills”), reti di revisori che si favoriscono
reciprocamente e usano le revisioni per gonfiare le proprie citazioni.
Nonostante le denunce, le sanzioni sono rare e il contrasto resta affidato a
piccoli gruppi di studiosi indipendenti.
“Tutti dichiarano di volerlo combattere, ma si sa che chi ottiene risultati
eccezionali spesso utilizza strategie al limite delle regole”. Per Alberto
Baccini, docente di Economia presso l’Università di Siena, il sistema delle
citazioni fai da te è ormai una consuetudine accettata nel mondo accademico. In
Italia, “esistono casi clamorosi denunciati da gruppi di studiosi che si
occupano di investigare le frodi scientifiche. Ormai queste pratiche ricordano,
per analogia, il doping nello sport”.
Quanto è diffuso in Italia il fenomeno del publish or perish?
“Oggi il fenomeno non è soltanto italiano, ma rappresenta uno standard globale
della scienza. Ai ricercatori viene richiesto di pubblicare molto e di essere
molto citati. Esiste quindi una pressione diffusa sia sulla quantità delle
pubblicazioni sia sul numero di citazioni ricevute. In Italia questa pressione è
stata formalizzata con l’introduzione dell’abilitazione scientifica nazionale.
Questo sistema è relativamente recente. Per molti anni la carriera accademica
non è stata guidata da indicatori bibliometrici così rigidi”.
I ricercatori come raggiungono queste soglie?
“In un mondo ideale queste soglie verrebbero raggiunte semplicemente attraverso
un buon lavoro scientifico: si produce ricerca di qualità, gli altri studiosi la
utilizzano e la citano. Nella pratica, però, il sistema tende a incentivare
comportamenti diversi. La ricerca viene spesso suddivisa nella cosiddetta
“minima unità pubblicabile”. Invece di condensare risultati diversi in un unico
articolo, si preferisce frammentarli in più pubblicazioni. Se un risultato può
generare due articoli anziché uno, questo diventa più conveniente perché aumenta
il numero complessivo delle pubblicazioni”.
E per le citazioni?
“Per quanto riguarda le citazioni, le strategie possono essere ancora più varie.
La più semplice è l’autocitazione: ogni volta che si scrive un articolo si
citano i propri lavori, anche quando non sarebbero strettamente necessari. Non
tutte le autocitazioni sono scorrette, ma è possibile ampliare artificialmente
il numero di riferimenti ai propri studi. Se invece di citare tre articoli
realmente rilevanti se ne citano otto, quelle citazioni in più contribuiscono
comunque ad aumentare gli indicatori bibliometrici dell’autore”.
Quali sono le conseguenze per la ricerca?
“Queste pratiche possono ricordare, per analogia, il doping nello sport. Tutti
dichiarano di volerlo combattere, ma si sa che chi ottiene risultati eccezionali
spesso utilizza strategie al limite delle regole. Nella scienza accade qualcosa
di simile: alcune pratiche sono formalmente scorrette e, se vengono scoperte,
possono essere denunciate pubblicamente”.
Parliamo del fenomeno delle review mills
“Si tratta di reti di revisori che si scambiano valutazioni favorevoli o
utilizzano il processo di revisione per rafforzare le proprie citazioni. È
emerso solo di recente. Per molto tempo è stato difficile studiare queste
dinamiche perché i processi di peer review erano completamente riservati.
Analizzando lo stile di queste revisioni è diventato possibile individuare
pattern sospetti e ricostruire eventuali reti di revisione coordinate”.
Quanto è diffuso in Italia?
“In Italia questo problema appare particolarmente accentuato. Esistono casi
clamorosi denunciati da gruppi di studiosi che si occupano di investigare le
frodi scientifiche. Spesso questi casi circolano nella letteratura
internazionale e in piattaforme specializzate, ma quando arrivano nel dibattito
finiscono per ricevere poca attenzione”.
Come individuate le revisioni sospette?
“Per chi cerca di individuare articoli sospetti non esistono criteri semplici o
universali. Non ci sono pattern facilmente riconoscibili. Alcuni ricercatori
hanno sviluppato strumenti per individuare possibili anomalie, ad esempio
cercando nei testi scientifici frasi insolite generate da traduzioni automatiche
o da strumenti di riformulazione. In altri casi si analizzano pattern
linguistici o bibliometrici per segnalare articoli potenzialmente problematici,
che poi devono essere esaminati uno per uno”.
In che modo si interviene quando emergono delle revisioni sospette?
“È raro aspettarsi delle sanzioni reali. Nella maggior parte dei casi l’unica
conseguenza è l’esposizione pubblica del comportamento. La diffusione di questi
comportamenti sta diventando così ampia che è difficile contrastarla. Molte
delle indagini sulle frodi scientifiche sono portate avanti da piccoli gruppi di
ricercatori e analisti che lavorano spesso in modo indipendente. Queste persone
dedicano molto tempo a individuare comportamenti sospetti e a documentarli
pubblicamente, ma incontrano spesso grandi difficoltà nel portare questi casi
all’attenzione del pubblico più ampio”.
L’intervista è apparsa originariamente su Lumsanews il 27 marzo 2026.