Grazie all’International Booker Prize che ci fa scoprire i nostri talenti nascosti
L’
International Booker Prize è un premio estremamente interessante. Figlio
degnissimo del Man Booker, sicuramente il più prestigioso tra tutti i premi
europei, direi l’unico che riesce a scegliere non solo libri belli e importanti
ma anche autori capaci di continuare a produrre libri belli e importanti. Da
dieci anni l’International Booker Prize premia il miglior libro tradotto in
inglese da qualsiasi lingua. Il premio è generoso e diviso equamente tra autore
e traduttore, e quindi tiene insieme uno sguardo ampio sulla letteratura di
tutti i paesi – anche quelli emergenti – purchè resa accessibile attraverso la
traduzione, e il riconoscimento dell’importanza dei traduttori, in un momento
storico in cui la professione rischia di essere soppiantata dall’intelligenza
artificiale.
All’inizio di marzo era stata pubblicata la Long List e il 31 marzo è stata resa
nota la Short List. Nella Long List, composta di tredici libri tradotti da
undici lingue, c’era un solo libro italiano, The duke, Il duca, di Matteo
Melchiorre. Un libro che qui in Italia è passato sostanzialmente inosservato,
pur essendo pubblicato da Einaudi nel 2022 e tradotto in quasi tutte le lingue
europee: Un autore con molti riconoscimenti ma uno scarso seguito di pubblico.
Purtroppo The duke non è entrato nella short list. Intanto però si è creato un
interesse intorno al romanzo e al suo autore, che non può che fare del bene al
libro e a noi lettori. E certo il libro è del tutto particolare nel panorama
italiano. Innanzitutto per la scrittura, quasi d’altri tempi, eppure così bella
e convincente che è un peccato staccarsene a libro finito e non trovarla in
nessun altro libro, se non negli altri dello stesso autore, in una versione però
a mio parere meno raffinata e compiuta. Questa lingua dal sapore colto e passato
ci porta in un racconto senza tempo, seppure perfettamente circostanziato e
concreto. Il duca è in realtà un giovane conte, unico erede di una ricca e
blasonata famiglia di possidenti, che si ritrova solo e va a vivere nella villa
di famiglia, una volta solo casa di vacanze, in un borgo montano dal nome
inventato e dalla geografia non riconoscibile. Il duca si dedica ai lavori
pratici di manutenzione della casa e del giardino, alla gestione delle terre
ereditate, soprattutto boschi, e allo studio delle carte che i suoi antenati gli
hanno lasciato in abbondanza. Pur di indole pacifica e tranquilla, si lascia
trascinare in una paradossale diatriba con un personaggio del paese, un
allevatore in espansione, da cui tutti i compaesani sembrano dipendere in un
modo o in un altro; la diatriba, partita dai confini di un bosco, evolve in un
crescendo di dispetti e contese. Senza volerlo, il duca sente dentro di sè il
richiamo del sangue e dell’appartenenza famigliare, il potere degli avi che
avevano spadroneggiato nelle terre che lui ora abita. Fa delle cose di cui sa
che si pentirà e scava sempre più indietro e più a fondo nell’oscurità delle
origini. L’antichità della sua famiglia gli garantisce infatti la ricchezza, ma
non di certo un passato limpido e sereno. Che anzi più si approfondisce la
conoscenza degli antenati, più emergono figure oscure, scandali, bruttezze.
Sullo sfondo, o meglio come coprotagonista, c’è la montagna. Minacciosa e
potente. I pascoli abbandonati e invasi dal bosco, che sembra scendere a grandi
passi in paese per appropriarsi anche di quello spazio. Una montagna sempre meno
frequentata. Mentre il paese è ancora abitato da poche persone che sono lì da
sempre, che si sentono isolate, che non sanno immaginare una vita diversa da
quella che gli è toccata. Qualcuno è più saggio e qualcuno più scriteriato,
qualcuno si beve via la vita, qualcuno se ne va o se ne è andato. Restano
leggende e storie la cui verità non è mai stata verificata. Restano misteri e
segreti da nascondere. Finché un giorno una tempesta di vento di proporzioni mai
viste attraversa la montagna e il paese, abbattendo gli alberi come fossero
fiammiferi, scoperchiando le case, distruggendo in modo irreparabile tutto
quello che trova sul suo percorso. La tempesta è però una sorta di liberazione,
crea quella scansione del tempo in “prima” e “dopo” che facilita la riflessione,
i bilanci e poi le scelte. Per il duca è una liberazione anche in senso
letterale: dalla devastazione della villa alla sparizione dei boschi di sua
proprietà e oggetto di contesa, arriva anche un disvelamento del passato e la
chiarezza che dovrà scegliere dove vivere e dove stare.
Il romanzo ha un passo lento e solenne, e ogni scena, raccontata in prima
persona, ha una consistenza e una densità quasi solida. Ed è un romanzo sulla
montagna che non la idealizza, non la mitizza. Anzi ne rende la realtà di luogo
particolare che impone uno sguardo cauto sulle cose del mondo, e un sentire
pacato per quanto intenso. Impone anche un contenersi, un darsi dei limiti
interiori. La lingua così strutturata, ricercata e precisa sostiene questa
necessità di contenimento e sobrietà. Nel mondo sbracato e chiassoso nel quale
quotidianamente abitiamo, sembra quasi un miracolo. Fa pensare ma allora quando
vogliamo siamo ancora capaci di darci un freno, di contenerci, di cercare delle
parole che non siano le prime che ci vengono in mente, di parlare non
direttamente dalla pancia ma passando prima dalla mente che ha assorbito
conoscenze, principi, storia, cultura. Fa pensare anche al detto latino “nemo
profeta in patria”, per capire come mai un libro di tale valore e di tale
originalità abbia avuto bisogno della segnalazione di un premio internazionale
perché la stampa, gli influencer e i lettori se ne accorgessero. Ma non
lamentiamoci e ringraziamo l’esistenza e l’attenzione dell’International Booker
Prize per averci fatto questo regalo.
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talenti nascosti proviene da Pulp Magazine.