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La ‘ira funesta’ di Trump per lo stop di Capitol Hill alla sua “furia epica”
Mercoledì 3 giugno la Camera dei deputati USA ha deliberato che le truppe attualmente impegnate in Medio Oriente nella guerra all’Iran devono essere immediatamente ritirate dal fronte e sollecitato il presidente della nazione ad attenersi alla Costituzione e alla War Powers Resolution del 1976, ovvero ad astenersi da ogni attività bellica che non sia stata prima autorizzata dal Congresso federale. Nel post pubblicato il 4 giugno su Truth.com Trump ha reagito definendo tale delibera “insignificante”, perché la considera un patetico tentativo di mettergli i bastoni tra le ruote (“limitare i miei poteri di guerra”) mentre il conflitto in Iran si sta concludendo proprio per merito suo (“le mie negoziazioni”) e, specificando che è stata approvata da “4 repubblicani corrotti e tutti i democratici”, commentando: > Chi mai farebbe una cosa così antipatriottica? > > I democratici sono affetti dalla sindrome anti-Trump. Piuttosto che ammettere > un’altra, dopo le tante altre, mie vittorie, preferirebbero che il nostro > Paese fallisse. > > Tutt’altra storia invece è quella dei quattro repubblicani. Sono dei buffoni! > E dovrebbero vergognarsi di se stessi. > > MAGA!!! In effetti la mozione era stata proposta molto tempo fa, ma la votazione è stata rimandata più volte e, come evidenzia Associated Press (AP), “È la quarta volta che la Camera tenta di frenare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran … man mano che cresceva il malcontento politico, ogni volta che i democratici hanno presentato la mozione sui poteri di guerra il numero di voti a favore è aumentato”, incrementando di poco però abbastanza. L’approvazione infatti è stata raggiunta con l’assenso di 215 deputati, pochi più dei 208 contrari, però sufficienti a sbilanciare gli equilibri. Politico specifica che i quattro deputati repubblicani che Trump accusa di averlo tradito sono Tom Barrett del Michigan, Warren Davidson dell’Ohio, Brian Fitzpatrick della Pennsylvania e Thomas Massie del Kentucky (in foto), che aveva già accusato il leader del proprio partito di aver omesso di pubblicare la documentazione sul caso Epstein e contrario all’operazione “furia epica” contro l’Iran fin dall’inizio dell’offensiva. E, siccome al voto della Camera dei deputati seguirà quello del Senato, in questa fase rileva anche il fatto, nel frangente evidenziato da AP, che “Il Senato ha approvato una propria risoluzione sui poteri di guerra il mese scorso, quando alcuni senatori repubblicani si sono dissociati dal presidente repubblicano”. L’iter però potrebbe venire bloccato da Trump, che – come riferisce ADN Kronos – “ha ripetutamente manifestato l’intenzione di contrastare qualsiasi tentativo del Congresso di limitare i suoi poteri di guerra” e, come presidente degli Stati Uniti, “potrebbe porre il veto” all’attuazione del provvedimento e così non procedere al ritiro delle truppe dal Medio Oriente. «Sul piano giuridico il voto della Camera è in larga parte simbolico – osserva un collaboratore di Limes, Lorenzo Noto, nell’intervista pubblicata da Affaritaliani – Sul piano politico, però, è tutt’altro che insignificante. Segnala una crepa visibile nel fronte repubblicano, la prima concretamente tangibile dopo quattro mesi di guerra». “Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di non voler riprendere una guerra su vasta scala contro l’Iran a meno che Teheran non provochi nuove vittime tra i militari statunitensi schierati nella regione – riferisce Vatican News – Formalmente la Casa Bianca continua a considerare valida la tregua entrata in vigore ad aprile, nonostante gli scontri e gli attacchi registrati nelle ultime settimane. Sul fronte dei rapporti con Israele, il presidente americano ha inoltre cercato di ridimensionare le recenti tensioni con il premier, Benjamin Netanyahu, definendolo «un grande partner». Trump ha rivendicato il ruolo decisivo svolto dagli Stati Uniti nelle operazioni militari contro l’Iran, sostenendo che Israele «non avrebbe potuto farcela senza di noi»”. «Sul piano militare – spiega Lorenzo Noto – il quadro è l’opposto di un negoziato in chiusura: negli ultimi giorni si sono verificati alcuni degli episodi più gravi dall’inizio della tregua. È plausibile un memorandum interlocutorio che congeli i combattimenti e riapra parzialmente Hormuz; molto meno probabile un accordo capace di risolvere il nodo strategico. Il rischio principale non è una guerra totale decisa a tavolino, ma un’escalation prodotta dall’accumulo di provocazioni reciproche e da una condizione pre-bellica permanente, intervallata da tregue più o meno lunghe. È lo scenario più preoccupante. Israele potrebbe continuare a colpire, l’asse iraniano a rispondere, Teheran a denunciare violazioni della tregua e Washington a trovarsi davanti a scelte non pianificate. Sullo sfondo pesa inoltre il crescente confronto tra Israele e Turchia, che rischia di aggravare ulteriormente le dinamiche regionali». «La guerra era nata scavalcando non solo gli alleati ma lo stesso Congresso – precisa Lorenzo Noto – Il voto rappresenta quindi il primo tentativo istituzionale di riportarla dentro una cornice di responsabilità politica condivisa. Non lega le mani a Trump, ma erode il capitale politico con cui potrebbe permettersi un’escalation. E il vincolo sembra già farsi sentire: secondo funzionari statunitensi, il presidente non intende riprendere una guerra su vasta scala a meno che Teheran non provochi vittime americane. Il voto è il termometro di questa prudenza, non la sua causa, ma rende più difficile invertirla. Quattro deputati repubblicani hanno rotto la disciplina di partito, confermando che il conflitto sta acquisendo un costo politico interno sempre meno sostenibile in vista delle elezioni di medio termine». Oltre che la guerra in Iran, sulle consultazioni autunnali incombono molte altre questioni, in particolare quella sulla legittimità dell’operato dell’ICE. E proprio oggi il quotidiano della capitale, la cui redazione ha sede in Capitol street di Washington DC, The Hill, informa che, confermando la sentenza del giudice John McConnell del tribunale distrettuale degli Stati Uniti nel Rhode Island, che aveva sancito che “lo stato di diritto deve applicarsi a tutti in modo equo e, come dimostra questo caso, l’USCIS non ha né ‘rispettato la legge’ né ‘agito correttamente’. Anzi, l’agenzia ha violato le stesse leggi sull’immigrazione che il Congresso le ha affidato il compito di amministrare” e ammonito l’amministrazione Trump per “aver intrapreso azioni volte a sconvolgere la vita di coloro che sono immigrati legalmente negli Stati Uniti”, un giudice federale “ha annullato una serie di provvedimenti emanati da Trump” e così imposto di “riesaminare le domande di cittadini provenienti da quasi 40 paesi”. Perciò per convincere gli americani che la sua furia epica si sta concludendo a buon fine grazie alle trattative da lui stesso condotte, un trionfo che lui vorrebbe celebrare in una data emblematica – il prossimo 4 luglio, 250° anniversario della nascita degli Stati Uniti d’America – il leader scaglia la sua ‘ira funesta’ contro i nemici della sua MAGA-patria: democratici e contestatori che lo avversano, repubblicani che lo smentiscono… e star che disertano il palcoscenico della festa per la sua gloriosa vittoria . > Mercoledì 24 giugno, alle 19:00, nella magnifica Washington, DC, ora > completamente rinnovata e una delle città più sicure al mondo, e per celebrare > i 250 anni di storia del nostro Paese, vi offriremo, DAL VIVO, il più grande > raduno di SEMPRE! Sarà speciale sotto ogni punto di vista: un raduno che porrà > fine a tutti i raduni! Non vogliamo cantanti senza talento, ma ben pagati per > farvi addormentare, abbiamo detto a tutti di restare a casa. Tutto ciò che > vogliamo siamo voi, io, alcuni oratori e la musica più bella mai suonata, la > stessa musica che avete ascoltato per anni! Avremo il favoloso Lee Greenwood > che mi introdurrà con quello che si è rivelato uno dei più grandi successi di > tutti i tempi, GOD BLESS THE USA, e lo straordinario Christopher Macchio, che > canterà Nessun Dorma, Hallelujah, Ave Maria, God Bless America e altri brani: > dai tempi del leggendario Luciano Pavarotti non si sentiva una voce simile! Il > raduno vedrà anche la partecipazione della meravigliosa banda dell’esercito > americano “Pershing’s Own” e del coro delle forze armate, nonché della banda > dei Marine degli Stati Uniti “The President’s Own”, con il coro congiunto > delle forze armate, tutti i vostri successi preferiti, PIÙ un distinto e > stimatissimo gentiluomo noto come il Presidente DONALD J. TRUMP! – Donald J. > Trump (@realDonaldTrump – Truth.com) / 4 giugno 2026 Maddalena Brunasti
June 5, 2026
Pressenza
Anatoly Kolodkin, il giurista sovietico che ruppe il blocco e ripristinò l’elettricità all’Avana
L’Avana si illuminò completamente dopo la raffinazione del petrolio greggio russo giunto a Cuba a bordo della petroliera “Anatoly Kolodkin”. L’immagine fece il giro del mondo. Il Malecón si illuminò. Il Campidoglio risplendette nell’oscurità. Per qualche ora, i cubani tirarono un sospiro di sollievo, senza il rumore di un generatore né l’ansia di un blackout. Dietro quello splendore non c’era alcuna beneficenza imperiale né autorizzazione della Casa Bianca. C’era una nave. E dietro la nave, un nome che è una dichiarazione di principi: Anatoly Kolodkin. Perché Kolodkin non è solo una leggenda dipinta su un elmetto. È un giudice. È un giurista. È l’uomo che ha dedicato la sua vita a difendere l’idea che i mari non appartengono a nessuno, men che meno al Pentagono. Chi era il giudice che sconfisse gli Stati Uniti senza sparare un colpo? Esaminando gli archivi del diritto internazionale, ci si imbatte in un gigante sovietico. Anatoly Lazarevich Kolodkin nacque il 27 febbraio 1928 a Leningrado (oggi San Pietroburgo) e morì a Mosca il 24 febbraio 2011, appena tre giorni prima del suo 83° compleanno. Formazione di alto livello: si è laureato in Giurisprudenza all’Università Statale di Leningrado nel 1950. Ha poi conseguito il dottorato e l’abilitazione, diventando professore presso la stessa università e successivamente all’Università Statale Lomonosov di Mosca. Una carriera impeccabile: ricercatrice presso centri di ricerca sulla flotta navale e sui trasporti marittimi. Un’autorità mondiale nella codificazione del diritto marittimo. Il culmine della sua carriera: è stato giudice presso il Tribunale internazionale per il diritto del mare con sede ad Amburgo, dove ha prestato servizio dal 1996 al 2008. Una posizione riservata alle menti più brillanti del pianeta. Ha ricevuto l’Ordine dell’Amicizia e l’Ordine della Medaglia d’Onore, ed è stato nominato Scienziato Onorario della Federazione Russa. Ciò che l’impero non comprende è che il fatto che una petroliera sanzionata dagli Stati Uniti porti il nome di un giudice specializzato in diritto marittimo è una lezione di dignità. È il diritto internazionale che si oppone all’arroganza yankee. Il viaggio di chi ha rotto il blocco: nessuno ha chiesto il permesso La nave, gestita dalla compagnia di navigazione statale russa Sovcomflot (sì, la stessa che Washington ha sanzionato senza alcuna base legale), è salpata dal porto russo di Primorsk il 9 marzo. Le sue stive contenevano 100.000 tonnellate di petrolio greggio (circa 730.000-740.000 barili). Non ha avvisato la Guardia Costiera statunitense. Non ha richiesto “l’autorizzazione umanitaria”. Perché il diritto internazionale è chiaro: nelle acque internazionali, nessun Paese ha l’autorità di fermare una nave mercantile di un’altra nazione sovrana. La Anatoly Kolodkin attraversò l’Atlantico, scortata dalla corvetta russa Soobrazitelny, e attraccò nella baia di Matanzas. Il petrolio greggio fu lavorato nella raffineria di Cienfuegos. Entro il 17 aprile, benzina, gasolio e combustibile per la produzione di energia elettrica venivano distribuiti in tutta l’isola. Il 19 aprile, L’Avana si è svegliata – e si è addormentata – con tutte le luci accese. La tragica commedia di Washington: quando l’impero finge di lasciare vincere gli altri. Mentre le luci si accendevano all’Avana, a Washington risuonavano gli allarmi della propaganda. La Casa Bianca si è affrettata a dichiarare che non sarebbe intervenuta. Lo stesso Donald Trump ha affermato di non avere “alcun problema” con l’arrivo della nave perché “la gente ha bisogno di riscaldamento”. Analizziamo senza timore cosa è successo lì: Il falso potere dello zio Sam – Per decenni, gli Stati Uniti hanno tracciato una mappa in cui le loro sanzioni e i loro blocchi sono legge universale. Hanno minacciato Cuba, la Russia, l’Iran, la Cina… Ma quando questi paesi decidono di reagire, coordinarsi e confrontarsi tra loro – come è accaduto con il passaggio della Anatoly Kolodkin – l’impero scopre che il suo potere ha dei limiti. La realtà sul campo – Due motovedette statunitensi si trovavano nella zona. Non intercettarono la nave. Non potevano. Non avevano alcuna base legale e qualsiasi tentativo di abbordaggio sarebbe stato un atto di pirateria internazionale in alto mare. La Russia, inoltre, aveva inviato una corvetta di scorta. Il diritto prevalse sulla forza. L’alibi dell’“autorizzazione” – Per evitare di apparire sconfitti, gli strateghi di Washington inventarono una narrazione: “Abbiamo permesso l’ingresso per ragioni umanitarie”. Ma tale autorizzazione non esisteva. Nessuno a Mosca o all’Avana l’aveva richiesta. Ciò che accadde fu che l’impero, messo alle strette dalla propria menzogna di controllare i mari, preferì fingere di concedere qualcosa piuttosto che ammettere che Russia e Cuba avevano infranto il blocco proprio sotto i suoi occhi. La sconfitta più umiliante – Non si tratta di aver perso una battaglia navale. La cosa peggiore per un impero è dover inscenare una farsa in cui si dichiara vincitore di una battaglia che non ha mai combattuto perché sapeva di perdere. Questa è la crisi dell’egemonia americana: non può più imporre la sua volontà, può solo fingere di sospenderla per “generosità”. Una tregua agrodolce (ma una vittoria strategica) Il governo cubano, con la sua proverbiale onestà, è stato chiaro: questa fornitura durerà solo fino alla fine di aprile. Il ministro dell’energia ha avvertito che Cuba avrebbe bisogno di almeno otto navi come la Anatoly Kolodkin ogni mese per soddisfare il suo fabbisogno minimo. Ma il messaggio politico è innegabile: finché ci saranno paesi disposti ad affermare la propria sovranità, il blocco troverà delle crepe. Gli aiuti russi non rappresentano la soluzione definitiva alla crisi energetica causata da oltre sessant’anni di blocco criminale. Ma sono una dimostrazione di fattibilità: l’embargo statunitense non è insormontabile. Con la volontà politica, il coordinamento internazionale e il rispetto del diritto, può essere infranto. E quella lezione spaventa Washington per oltre 100.000 barili di petrolio. Cosa ha lasciato dietro di sé la notte del 19 aprile L’Avana illuminata era l’immagine del trionfo del popolo. Anatoly Kolodkin, giurista sovietico, divenne un simbolo della resistenza antimperialista. La Russia ha dimostrato che la sua amicizia strategica con Cuba è reale e si traduce in azioni concrete. Gli Stati Uniti sono stati smascherati: non possono impedire il passaggio di una nave, ma fingono di permetterlo per salvare la propria narrativa. Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
April 30, 2026
Pressenza
Cuba risponde alle continue minacce degli Stati Uniti
Donald Trump continua a minacciare Cuba: ha affermato che dopo l’Iran potremmo iniziare con l’isola caraibica, come si trattasse di una routine attaccare altri paesi. Alla domanda sul motivo per cui aveva smesso di minacciare i paesi che decidevano di inviare carburante sull’isola, ha risposto: “Cuba è un’altra storia”. Alle recenti minacce ha risposto il ministro degli esteri cubano, Bruno Rodriguez Parrilla, che su X ha scritto: “Le ultime dichiarazioni contraddittorie del governo degli Stati Uniti al riguardo mirano a creare confusione per continuare a impedire l’ingresso di carburanti in territorio cubano”. Nel  mezzo dell’offensiva militare contro l’Iran, il presidente statunitense ha ipotizzato la possibilità di aprire un altro fronte di conflitto contro l’isola. “Potremmo passare per Cuba dopo aver finito questo”, ha detto lunedì dalla Casa Bianca dimostrando come per lui l’uso della forza sia una cosa naturale, come pare lo sia anche per i paesi occidentali che non si scandalizzano affatto delle sue dichiarazioni bellicose. Pare proprio che permettere agli Stati Uniti di usare la forza per i loro capricci o per i loro interessi sia per gli occidentali un fatto assodato che non provoca alcuna reazione. Cuba potrebbe essere attaccata e nessuno alza un dito per difendere la sua sovranità, nonostante tutti si riempiono la bocca con questa parola quando si avvicinano le elezioni. Di fronte alle costanti minacce statunitensi il ministro degli Esteri cubano ha ribadito che il suo paese “ha il pieno diritto di commerciare carburante” con qualsiasi altra nazione, “senza ostacoli, condizioni o domande contrari alla libertà di commercio internazionale”. “Ogni paese ha il diritto di esportare carburante a Cuba e di sviluppare relazioni commerciali, senza l’interferenza di una potenza straniera”, ha aggiunto il capo della diplomazia cubana, dopo aver ripudiato l’assedio energetico imposto dagli Stati Uniti, che internazionalizza il blocco ed evidenzia il suo carattere extraterritoriale. Rodríguez ha sottolineato che questo “assedio energetico”, al di là di una questione bilaterale, “intimidisce, fa pressione ed è una forma di estorsione nei confronti di  coloro che commerciano sovranamente con Cuba”. A suo parere, le recenti dichiarazioni di Trump sono “contraddittorie” e mirano a “creare confusione per continuare a impedire l’ingresso di carburanti in territorio cubano”. (RT) Andrea Puccio
April 15, 2026
Pressenza
Sospeso il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele
Giorgia Meloni lo ha annunciato mentre si trovava a Verona, in visita alla 58a edizione di Vinitaly, il salone internazionale del vino e dei distillati. L’ANSA riferisce che la sospensione degli accordi in vigore dal 13 aprile 2016 e ‘automaticamente’ rinnovati ogni cinque anni sarebbe stata decisa dalla premier insieme ai vice premier Antonio Tajani e Matteo Salvini e al ministro della difesa, Guido Crosetto e che la lettera che informa il governo israeliano sarebbe stata inviata al ministro della difesa israeliana, Israel Katz. ”Non abbiamo un accordo di sicurezza con l’Italia. Abbiamo un memorandum d’intesa di molti anni fa che non ha mai avuto un contenuto concreto”, ha comunicato il portavoce del ministero degli Esteri israeliano all’ANSA precisando che la sua sospensione ”non danneggerà la sicurezza di Israele”. All’incontro al ‘punto stampa’ nella fiera veronese Giorgia Meloni è stata interpellata su molte questioni. In particolare ha risposto alle domande sulle difficoltà affrontate dal settore vitivinicolo italiano per effetto del blocco dello Stretto di Hormuz e dell’aumento dei costi di fertilizzanti e combustibili. Inoltre, replicando alle sollecitazioni, ha dichiarato di ritenere inaccettabili le dichiarazioni su Leone XIV di Trump, che a sua volta a Il Corriere della Sera ha proclamato: “Io inaccettabile sul Papa? Meloni lo è, non le importa se l’Iran ha una arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità. Piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio? Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo” – ANSA / Donald Trump in una telefonata con il Corriere della Sera sulle parole di Giorgia Meloni dopo l’attacco del presidente americano al Papa. «Voi non me lo avete chiesto – afferma Giorgia Meloni al minuto 7,15 della conferenza stampa estemporanea registrata a Vinitaly 2026 – Ma in considerazione della situazione attuale il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele». Maddalena Brunasti
April 14, 2026
Pressenza
“Trump si rassegni”: papa Leone XIV non fa polemiche
A differenza della quasi totalità dei quotidiani italiani, L’Osservatore Romano relega a pagina 5 – e non in apertura – le intemperanze farneticanti e le posture da bullo di Donald Trump contro il Papa. Una scelta editoriale che è già, in sé, un giudizio: ridimensionare il rumore per restituire dignità alla parola. Così si conferma, con stile evangelico, quanto il Pontefice aveva chiarito: non intende “entrare in un dibattito” con chi riduce tutto a scontro, ma continuare piuttosto ad annunciare il Vangelo della pace. La verità non ha bisogno di urlare. Il presidente degli Stati Uniti si rassegni: non troverà nel Papa un avversario politico da provocare né un pretesto per trasformare anche il Vaticano in terreno di conquista retorica o geopolitica. La logica dell’intimidazione, che minaccia popoli e terre, qui si infrange contro una libertà più grande: quella del Vangelo. D’altra parte è vero che, cercare una strategia coerente dietro parole così scomposte sarebbe illusorio, quasi pretendere da un sasso una lezione su Martin Heidegger. Non tutto ciò che fa rumore è pensiero; non tutto ciò che colpisce è verità. In un tempo che premia la forza ostentata, egli ricorda la forza più difficile: quella di chi si alza per dire che esiste una via migliore. Grazie a Papa Leone che sente il dovere di alzarsi e di dire che c’è una via migliore. Quella che va esattamente nella direzione opposta delle politiche trumpiane. La pace non è debolezza, ma la più alta forma di responsabilità verso l’umanità. Tonio Dell’Olio, 14 aprile 2026 Mosaico di pace
April 14, 2026
Pressenza
Donald Trump e Marco Rubio stanno ingannando il mondo riguardo a Cuba
di Arthur Gonzalez. Il Presidente degli Stati Uniti e il suo Segretario di Stato stanno ingannando il mondo sulla verità riguardo a Cuba, diffondendo false idee secondo cui il sistema rivoluzionario cubano sarebbe un fallimento, mentre nascondono la realtà dei fatti. Ora vogliono far credere a tutti che il socialismo sia responsabile della crisi economica che affligge il popolo cubano, quando la verità è ben diversa da quanto affermano le loro campagne mediatiche. Perché non menzionano che il 23 dicembre 1958, quando la Rivoluzione non aveva ancora trionfato, durante la riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, il direttore della CIA dichiarò: “Dobbiamo impedire la vittoria di Castro” e il Segretario di Stato, Christian A. Herter, sottolineò: “Sembra che l’opinione contraria al sostegno del regime di Castro sia unanime”? In risposta a questi criteri, il presidente Dwight Eisenhower dichiarò: “Nutro speranza per una terza forza che possa crescere in forza e influenza, se organizzata attorno a un uomo capace, dotato di finanziamenti e armamenti”.  Fidel Castro non era ancora salito al potere, né aveva nazionalizzato le proprietà degli americani, tanto meno aveva proclamato un sistema socialista a Cuba, e già il governo degli Stati Uniti cercava di ostacolare il trionfo rivoluzionario e di mettere a capo di Cuba un uomo che avrebbe risposto senza esitazione agli ordini di Washington. Ora Marco Rubio, con assoluta sfrontatezza, cerca di far credere al mondo che la politica criminale degli Stati Uniti nei confronti di Cuba non abbia alcuna responsabilità per le sofferenze del popolo, come se potesse magicamente far sparire le leggi in vigore dal 1960 che costituiscono la guerra economica, commerciale e finanziaria, il cui obiettivo è strangolare l’economia cubana, come spiegato nel Progetto Cuba, approvato dal Gruppo Allargato del Consiglio di Sicurezza nel novembre 1961: “L’azione politica sarà supportata da una guerra economica che indurrà il regime comunista a fallire nel suo tentativo di soddisfare i bisogni del paese, le operazioni psicologiche aumenteranno il risentimento della popolazione contro il regime e le operazioni militari forniranno al movimento popolare un’arma per il sabotaggio e la resistenza armata a sostegno degli obiettivi politici.” Quindi, chi è responsabile della crisi economica cubana? Rivediamo quanto affermato dal direttore della CIA Allen Dulles quando presentò la valutazione dell’intelligence contro l’URSS alla Commissione Intelligence del Senato, criteri che ora sembrano essere stati ripresi da Donald Trump e Marco Rubio nella loro politica anti-cubana: “Grazie al suo sistema di propaganda diversificato, gli Stati Uniti devono imporre la propria visione, il proprio stile di vita e i propri interessi specifici al resto del mondo.” «L’obiettivo ultimo della strategia su scala planetaria è sconfiggere, nel regno delle idee, le alternative al nostro dominio, attraverso l’abbagliamento e la persuasione, la manipolazione dell’inconscio, l’usurpazione dell’immaginario collettivo e la ricolonizzazione di utopie redentrici e libertarie, al fine di ottenere un risultato paradossale e inquietante: che le vittime giungano a comprendere e condividere la logica dei loro carnefici.» Donald Trump ha inasprito la politica nei confronti di Cuba sin dal suo primo mandato, imponendo 244 sanzioni all’isola, principalmente volte a frenare il turismo e l’afflusso di valuta cubana. Ha abrogato la direttiva presidenziale approvata da Barack Obama e ne ha imposta una propria per paralizzare ulteriormente l’economia cubana. Ha inoltre reinserito Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo e imposto altre sanzioni, tra cui pressioni sui governi che impiegano medici cubani per ostacolare il flusso di valuta estera. Cuba sta attraversando uno dei periodi più difficili degli ultimi decenni a causa dell’intensificarsi della guerra economica, alla quale Trump ha aggiunto il blocco energetico previsto per il 2026, sanzionando i paesi fornitori di petrolio a Cuba. Questa misura viola il diritto degli altri paesi a commerciare liberamente con Cuba e accresce le sofferenze del popolo cubano, portandolo ad attribuire la colpa dei propri problemi al sistema socialista. Come aveva previsto Allen Dulles, ciò non fa che intensificare la potente macchina propagandistica utilizzata per plagiare le menti di coloro che sono soggetti all’influenza nefasta degli Stati Uniti. Questa escalation della guerra economica mira a provocare una ribellione popolare, obiettivo che non stanno riuscendo a raggiungere; da qui il pericolo che, di fronte a questo fallimento, tentino un colpo di stato militare. Trump ha perso popolarità negli Stati Uniti a causa del suo coinvolgimento nella guerra contro l’Iran e potrebbe sognare di recuperare terreno attaccando militarmente Cuba per imporre un governo fantoccio. Trump fu indotto in errore dai suoi consiglieri, che lo portarono a credere che gli studenti e il popolo iraniano avrebbero appoggiato l’aggressione per rovesciare il governo, visti i giorni di protesta provenienti da quel settore prima dell’inizio del conflitto armato. Ma questo si rivelò un errore colossale, tra l’altro perché uccisero l’Ayatollah, la guida spirituale degli iraniani, e coloro che erano scesi in piazza a protestare, che non rappresentavano la maggioranza della popolazione unita contro gli invasori. Vogliono estrapolare la stessa realtà a Cuba, dove alcuni, sfiniti dalla mancanza di elettricità dovuta alle misure di guerra energetica imposte da Trump e non dal governo cubano, hanno organizzato proteste a base di pentole sbattute, dirette da Miami attraverso i social network, dove vengono istruiti a vestirsi di nero senza scritte e a coprirsi il volto per non essere identificati. Marco Rubio e la mafia terroristica di Miami che finanzia la sua campagna politica affermano: “Forse ora a Cuba si presenta un’opportunità di cambiamento.” I milioni di cubani che soffrono la fame ogni giorno, senza elettricità né trasporti, saranno in grado di perdonare il governo? “A Cuba, le carenze non sono dovute alle sanzioni; sono dovute al sistema.” “Le proteste a Cuba non sono organizzate dall’esterno; sono il risultato della fame e della disperazione.” “Quello che esiste a Cuba non è un embargo contro il popolo; è il controllo assoluto del governo sull’economia.” “Il problema di Cuba non è la mancanza di risorse; è la mancanza di libertà.” “Il loro sistema non funziona; è completamente disfunzionale. Semplicemente non è un vero sistema e non si può cambiarlo senza cambiare il governo.” Se queste affermazioni fossero vere, perché gli Stati Uniti continuano a imporre senza sosta sanzioni a Cuba e alle nazioni che cercano di investire e commerciare con l’isola? Perché ora viene imposto l’embargo energetico? Quali sono le ragioni per cui non è consentito agli americani investire nell’economia cubana, viaggiare per turismo o partecipare a scambi accademici e culturali? Con assoluta sfrontatezza, Marco Rubio afferma che Washington non ha adottato ulteriori misure punitive contro il governo dell’Avana; tuttavia, Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, ha dichiarato il 30 marzo 2026 che non vi è stato alcun cambiamento formale nella politica di sanzioni nei confronti di Cuba e che a una petroliera russa soggetta a restrizioni statunitensi è stato consentito di consegnare sull’isola solo 100.000 tonnellate di petrolio greggio per motivi umanitari. Il mondo sa cosa significhi la guerra economica contro Cuba, e la prova di ciò è il voto favorevole al documento che viene presentato annualmente all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Le leggi del blocco esistono e sono disponibili online a tutti, ma sembra che Marco Rubio non le abbia lette o stia facendo finta di niente, perché dal Trading with the Enemy Act, entrato in vigore il 19 ottobre 1960 per volere di Eisenhower e prorogato annualmente dal presidente in carica, all’inserimento di Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo, esse spiegano i motivi per cui il governo cubano non può progredire economicamente come vorrebbe.  José Martí aveva ragione quando affermava: “La verità è una e semplice”. Fonte: https://heraldocubano.wordpress.com/2026/04/01/donald-trump-y-marco-rubio-enganan-al-mundo-sobre-cuba/ Traduzione: italiacuba.it Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
April 9, 2026
Pressenza
Amnesty International: azione globale per fermare le minacce di Trump all’Iran
A seguito delle parole del presidente degli Usa, che ha minacciato “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”, la segretaria generale di Amnesty International Agnès Callamard ha dichiarato: “Il mero atto di fare queste apocalittiche minacce, come l’avviso della fine di ‘una intera civiltà’, mostra lo sconcertante livello di crudeltà e di disprezzo per la vita umana da parte di Donald Trump. A rendere il tutto ancora più terrificante è la sua esplicita minaccia di attacchi diretti contro le infrastrutture civili per ottenere ‘la completa demolizione’ delle centrali elettriche e dei ponti dell’Iran”. “Il diritto internazionale umanitario vieta rigorosamente gli attacchi diretti contro i civili e gli obiettivi civili. Le minacce del presidente statunitense di sterminio e di irreparabili distruzioni cozzano palesemente contro le regole fondamentali del diritto internazionale umanitario, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per oltre 90 milioni di persone. Possono costituire una minaccia di commettere un genocidio, un crimine definito dall’omonima Convenzione e dallo Statuto della Corte penale internazionale come commissione di uno o più atti specifici “con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. “La posta in gioco non potrebbe essere più elevata. La comunità internazionale, ossia il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, gli organismi regionali e tutti gli stati, devono intervenire urgentemente per evitare un’imminente catastrofe e affermare inequivocabilmente che incitare, ordinare o commettere crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio comporta responsabilità penali individuali ai sensi del diritto internazionale”. “Le minacce del presidente Trump e l’aumento degli attacchi statunitensi e israeliani che hanno distrutto infrastrutture civili stanno terrorizzando milioni di persone in Iran e i loro disperati familiari all’estero. La vita di decine di milioni di persone è in bilico. Chiediamo un’azione immediata per porre fine ad attacchi illegali che farebbero piombare un intero paese nell’oscurità e priverebbero milioni di persone dei loro diritti umani fondamentali alla vita, all’acqua, al cibo, alle cure mediche e a un adeguato standard di vita”. “Negli ultimi giorni le forze statunitensi e israeliane hanno attaccato infrastrutture civili come centrali elettriche, ponti, università, fabbriche per la produzione di acciaio e impianti petroliferi; hanno ucciso e ferito civili, condannato la popolazione iraniana ad anni, se non decenni, di acute difficoltà economiche, inflitto gravi danni alla salute e all’ambiente e causato danni di lungo periodo alle vite e ai mezzi di sussistenza”. “Ai sensi del diritto internazionale, attaccare intenzionalmente infrastrutture civili costituisce un crimine di guerra. Anche nei limitati casi in cui un’infrastruttura civile sia qualificabile come obiettivo militare, non può essere attaccata se ciò possa causare danni sproporzionati alle vite civili, pregiudicando l’accesso ad acqua potabile, cure mediche, forniture di energia elettrica agli ospedali, distribuzione di cibo e mezzi di sostentamento basilari. Attacchi del genere sono sproporzionati, dunque illegali secondo il diritto internazionale e possono costituire crimini di guerra”. Amnesty International
April 7, 2026
Pressenza