Tutte le ragioni del NO al ReferendumPer quanto strano possa sembrare c’è chi è intenzionato a votare SI al prossimo
referendum ritenendo che la separazione delle carriere dei magistrati possa
rappresentare una svolta di tipo garantista. Cercherò di spiegare perché si
tratta di una posizione senza alcun fondamento.
Va intanto ribadito, in prima istanza, che formazione e deontologia
professionale del Pubblico Ministero devono essere le stesse del magistrato
giudicante, che valuta le cose in modo imparziale alla ricerca della verità, e
non certo quelle di colui che semplicemente deve sentire il dovere di essere un
“accusatore”. In questo la distanza con l’avvocato difensore è enorme.
Quest’ultimo se viene a conoscenza di un fatto che danneggia il proprio
assistito non è tenuto a rivelarlo, al contrario il PM se sa di circostanze che
scagionano l’imputato ha il dovere di renderle pubbliche.
Oltre questa questione di ordine generale, che già da sola mi pare decisiva, va
comunque sottolineato che nei fatti il significato della separazione delle
carriere dipende dai contenuti concreti della riforma, e poi soprattutto, in
caso di vittoria del SI, dalla legislazione ordinaria che darà senso all’esito
referendario.
Su quanto prevede la riforma è già stato detto abbondantemente. La scelta dei
membri togati per sorteggio, nella composizione dei due CSM, appare puramente
punitiva. Un modo di togliere qualunque potere alla magistratura, specialmente
in considerazione del fatto che i membri laici saranno invece di fatto scelti
dal Parlamento (e segnatamente dalla sua maggioranza, come sottolineato dal
ministro Nordio che rivolto alle forze di opposizione ha praticamente detto:
“Quando sarete voi al governo ci ringrazierete”).
Ma la cosa più preoccupante è l’insieme delle norme ordinarie che potrebbero
fare seguito alla riforma. Su questo punto possiamo solo avanzare ipotesi dando
voce alle forti preoccupazioni che nascono da una serie di indizi e da prese di
posizioni da parte dei promotori del referendum.
Innanzitutto due questioni preliminari che dicono molto sui veri scopi della
riforma e su quanto ne potrà seguire a livello politico e normativo.
PRIMO: è evidente che la riforma è una vendetta e una resa dei conti col fine di
depotenziare e umiliare la magistratura. Sono anni, anzi decenni, che la destra
considera il potere giudiziario come la longa manus della sinistra, del cui
operato essa si sente vittima ( si veda il richiamo che si fa spesso alle
vicende giudiziarie di Berlusconi.
SECONDO: il governo di destra della Meloni da un po’ di tempo non fa che
produrre a getto continuo leggi securitarie e liberticide anche attraverso
ripetuti decreti sicurezza. È ovvio che una vittoria del SI non potrebbe che
accentuare questo andazzo, anche in considerazione del grande valore
simbolico-politico che la consultazione referendaria ha ormai assunto (il suo
esito sarà forse già da subito una mezza ipoteca sugli esiti delle prossime
elezioni politiche).
Se poi vogliamo cercare di entrare in maggiori dettagli sui possibili esiti
futuri, possiamo provare a dare senso ad alcuni indizi che ci vengono dalle
dichiarazioni di politici di destra e da alcune iniziative legislative che
vengono dai promotori della riforma. Mi soffermo su tre questioni a livello
esemplificativo:
1 – Il ministro Tajani ha affermato che dopo la separazione delle carriere
bisognerà pensare a togliere dalla disposizione dei PM il controllo delle
attività di polizia giudiziaria, in evidente negazione dell’art. 109 della
Costituzione che recita in modo chiaro e preciso: “L’autorità giudiziaria
dispone direttamente della polizia giudiziaria”. Evidentemente il ministro
ipotizza che le indagini di polizia debbano essere controllate direttamente
dall’esecutivo, con grave danno del principio della separazione dei poteri (come
ho già scritto in un articolo a cui rimando, Stato di Polizia? No, grazie)
2 – Il ministro Salvini ha affermato che, se fosse già operante la separazione
delle carriere, gli indagati per i recenti scontri tra manifestanti e polizia
avvenuti a Torino sarebbero in galera e non agli arresti domiciliari.
Un’affermazione apparentemente assurda, che non ha nessun senso se riferita alla
riforma in quanto tale. Il ministro ha evidentemente in mente una serie di norme
specifiche di carattere fortemente repressivo e giustizialista da mettere in
atto “a mani libere”, una volta vinto il referendum.
3 – Infine la questione più grave, perché non riferita a semplici dichiarazioni
su future intenzioni, ma che riguarda invece un provvedimento legislativo già in
essere. Si tratta della legge1 del 7 gennaio 2026 (di cui mancano al momento
solo i decreti attuativi). La nuova normativa prevede che il Procuratore
Generale della Corte dei conti sia nominato dal Presidente della Repubblica su
proposta del Presidente del Consiglio dei ministri. Le sue prerogative vengono
inoltre fortemente rafforzate: egli avrà “poteri di indirizzo e di
coordinamento”, potendo interferire con le iniziative dei Procuratori regionali,
fino al diritto di “avocazione delle istruttorie”. Forse solo una prima
avvisaglia della futura subordinazione della magistratura requirente ai voleri
della politica.
Come si può vedere in caso di vittoria del SI basterà qualche leggina ordinaria
per cambiare tutto e minare l’autonomia del potere giudiziario.
Credo che dall’esito del prossimo referendum dipenderà molto degli assetti
politici che caratterizzeranno il nostro paese nei prossimi anni.
Antonio Minaldi