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Inchiesta Al Jazeera: l'Italia ha continuato a inviare armi a Israele dopo l'annuncio del blocco
La Redazione de l'AntiDiplomatico  26 Maggio 2026 L'Italia si colloca al centro di un delicato cortocircuito politico e diplomatico nel quadro della complessa rete globale di forniture militari dirette a Israele. Nonostante i severi ammonimenti della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e le rassicurazioni ufficiali di Roma circa una sospensione "temporanea" delle spedizioni belliche — scattata sulla scia delle decisioni della Francia di Macron — i dati doganali emersi dall'inchiesta di Al Jazeera aprono uno scenario differente. Secondo i registri dell'Autorità fiscale israeliana (ITA), dopo l'annuncio dello stop formale l'Italia ha registrato ben 33 ulteriori spedizioni militari verso Tel Aviv, proseguite fino alla vigilia del cessate il fuoco dell'ottobre 2025 per un valore di 1,4 milioni di dollari. Un dato che porta il bilancio complessivo del supporto bellico italiano durante il conflitto a 6,6 milioni di dollari suddivisi in 98 carichi. Se da un lato il governo difende il proprio operato adducendo un approccio "particolarmente restrittivo" basato su un rigido sistema di controllo preventivo a doppio livello, dall'altro la presenza di forniture attive inserisce Roma nella lista delle 51 nazioni finite sotto la lente degli osservatori internazionali. La difesa ufficiale si muove sul filo del rasoio giuridico: la revoca cautelare ha riguardato solo i materiali per munizioni navali da test, mentre le restanti licenze pre-esistenti sono rimaste intatte poiché ritenute inidonee all'uso contro i civili. Eppure, in un momento in cui le Nazioni Unite configurano il trasferimento di equipaggiamenti come una potenziale complicità in violazioni del diritto internazionale, la posizione italiana evidenzia lo scarto tra la retorica della distensione e la rigidità dei contratti industriali già in essere. Dunque, nonostante la sentenza provvisoria della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) sulla prevenzione del genocidio a Gaza, il flusso globale di armamenti verso Tel Aviv non si è mai fermato. Un'estesa e dettagliata inchiesta di Al-Jazeera, pubblicata il 23 maggio, ha rivelato che prodotti di livello militare provenienti da almeno 51 Paesi e territori autonomi hanno continuato a entrare in Israele, bypassando di fatto i moniti del tribunale dell'Aia. Nel gennaio 2024, la Corte delle Nazioni Unite aveva ordinato a Israele di adottare con urgenza tutte le misure necessarie per prevenire atti genocidari all'interno della Striscia. A quel punto, l'offensiva militare aveva già provocato la morte di oltre 26.000 palestinesi, in massima parte donne e bambini. Tuttavia, secondo quanto emerso dal rapporto di Al-Jazeera, i Paesi di tutto il mondo hanno continuato a fornire armi e assistenza militare all'esercito israeliano. I dati doganali: l'impennata delle importazioni dopo la sentenza Incrociando i dati ufficiali sulle importazioni dell'Autorità fiscale israeliana (ITA), i registri doganali e le richieste formali di accesso agli atti, l'[^1] l'inchiesta di Al-Jazeera ha tracciato spedizioni di materiali bellici da ogni continente: Europa, Asia, Nord America e Sud America. Il dato più controverso riguarda il coinvolgimento diretto di numerose nazioni firmatarie della stessa Convenzione sul genocidio. In diversi casi, i trasferimenti sono partiti da Stati che avevano annunciato pubblicamente un embargo totale o una sospensione parziale delle licenze di esportazione verso Israele. I dati dell'ITA evidenziano come la domanda israeliana di armi – in particolare di munizionamento pesante – sia cresciuta esponenzialmente proprio all'indomani del pronunciamento della CIG. I numeri complessivi delineano uno scenario industriale imponente: tra ottobre 2023 e ottobre 2025, Israele ha ricevuto 2.603 carichi di materiale militare per un valore complessivo di 885 milioni di dollari. Di questo ammontare, ben 805 milioni di dollari sono transitati dopo il vincolo giuridico imposto nel gennaio 2024. Il materiale catalogato include munizioni d'artiglieria, cariche explosive, sistemi d'arma e componenti strutturali per veicoli blindati. Il nodo del diritto internazionale e l'ipotesi di complicità La continuità di questa catena di approvvigionamento solleva pesanti interrogativi di natura giuridica e penale sul piano internazionale. "Vi sono ampie e documentate prove del fatto che gli Stati che continuano ad armare Israele potrebbero essere ritenuti complici di crimini internazionali, inclusi crimini di guerra e crimini contro l'umanità", avverte Stephen Humphreys, professore di diritto internazionale presso la London School of Economics. Secondo gli esperti, nemmeno l'accordo di cessate il fuoco siglato nell'ottobre del 2025 ha modificato la responsabilità legale dei Paesi fornitori. Gerhard Kemp, docente di diritto penale all'Università dell'Inghilterra occidentale, sottolinea che anche dopo la tregua formale le forze israeliane hanno proseguito le operazioni letali contro i civili a Gaza, perpetuando condizioni di vita atte a distruggere il gruppo sociale. Un bilancio umanitario drammatico che ha ormai superato la soglia dei 72.000 morti ufficiali, a cui si aggiungono decine di migliaia di dispersi ancora sepolti sotto le macerie. Italia e le armi a Israele A pochi giorni dall’annuncio di Macron, anche Roma ha dichiarato di aver sospeso le spedizioni di equipaggiamento militare legato alla guerra genocida contro Gaza, definendo la misura temporanea piuttosto che permanente. Tuttavia, secondo i dati dell’ITA, dopo l’annuncio della sospensione delle forniture di armi sono state registrate altre 33 spedizioni, che sono proseguite fino al mese precedente il “cessate il fuoco”. Queste importazioni da parte di Israele successive all’annuncio ammontavano a 5,1 milioni di shekel (1,4 milioni di dollari). Durante la guerra, il totale delle forniture di beni militari dall’Italia a Israele ammontava a 24 milioni di shekel (6,6 milioni di dollari) in 98 spedizioni. Il governo italiano ha dichiarato ad Al Jazeera di aver adottato un approccio “particolarmente restrittivo” alle esportazioni verso Israele, “soprattutto se confrontato con la posizione adottata da altri paesi partner, anche all’interno dell’Unione Europea”. I funzionari italiani hanno inoltre affermato che l’Italia è “tra i pochi paesi al mondo” ad “applicare un sistema di controllo preventivo a doppio livello: non solo sulle licenze di esportazione, ma – ancora prima di ciò – sulla conclusione dei contratti”. Il governo ha dichiarato che, a seguito di una revisione delle licenze approvate prima della guerra, “una licenza relativa all’esportazione di materiali per munizioni navali destinati esclusivamente a scopi dimostrativi e di collaudo è stata prima sospesa e successivamente revocata come misura precauzionale”. Tuttavia, ha aggiunto che “le restanti licenze precedentemente autorizzate non sono state sospese, poiché i materiali in questione non presentano caratteristiche che ne consentano l’uso contro la popolazione civile a Gaza, in Cisgiordania o in Libano”. Il dovere di prevenzione e i rapporti delle Nazioni Unite Il dibattito si concentra sull'interpretazione degli obblighi internationalen da parte delle cancellerie occidentali e asiatiche. "Alcuni governi adottano una lettura estremamente restrittiva del dovere di prevenire il genocidio, preferendo attendere una sentenza definitiva della CIG prima di bloccare l'export", spiega il professor Kemp. "Ma il tribunale dell'Aia impiegherà diversi anni per completare l'iter giudiziario. Gli Stati dovrebbero agire immediatamente sulla base delle prove già disponibili e dei propri ordinamenti nazionali". Se la CIG non ha ancora formulato il verdetto finale, la Commissione Internazionale Indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati si è già espressa formalmente. In un dettagliato rapporto pubblicato a settembre 2025, la Commissione ONU ha concluso che Israele "ha commesso atti di genocidio contro i palestinesi a Gaza". Il documento delle Nazioni Unite ricorda esplicitamente come lo statuto internazionale vincoli le terze parti ad adottare misure preventive immediate, specificando che il blocco dei trasferimenti di armi destinate o potenzialmente utilizzabili nelle operazioni a Gaza non è un'opzione politica, ma un preciso obbligo giuridico. Inchiesta Al Jazeera: l'Italia ha continuato a inviare armi a Israele dopo l'annuncio del blocco - IN PRIMO PIANO - L'Antidiplomatico
Levi Della Torre sulle proposte di legge “contro l’antisemitismo”
La Commissione 1 del Senato dove sono state in discussione le proposte di legge “contro l’antisemitismo” fece richiesta di pareri anche a personaggi non allineati con le posizioni dell’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane). Vi è stato un intervento verbale in commissione da parte dello storico Simon Levis Sullami che po è stato rilanciato nella trasmissione Buongiorno Palestina su Radio Wombat. Un altro intervento è scritto, da parte di Stefano Levi Della Torre, architetto e saggista del gruppo ebraico Maiindifferenti -Voci Ebraiche per la Pace, che riproduciamo nel seguito per intero. Stefano Levi Della Torre , 31/01/2026 La Commissione 1 del Senato mi ha fatto gentilmente richiesta di un mio parere sulle proposte di legge “contro l’antisemitismo” ora in discussione. Qui ringrazio e rispondo in due parti, un Abstract e un Testo. Abstract -Le proposte di legge non fanno distinzione tra pregiudizio antisemita e critica dei fatti in corso nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.. -Le proposte in discussione rischiano di qualificare come antisemita qualunque critica rivolta a ciò che sia ufficialmente ebraico. L’antisemitismo discrimina gli ebrei a loro sfavore; queste proposte di legge discriminano gli ebrei a loro favore. Ma ogni discriminazione degli ebrei (anche a favore) è un pericolo per gli ebrei. - Stabilire il privilegio, in quanto ebrei, di non poter essere esposti alla critica e al libero dibattito è un segno di potere, e il presunto potere degli ebrei è al centro del discorso antisemita. - Queste proposte di legge che vorrebbero osteggiare l’antisemitismo, ne confermano invece il nucleo fondamentale: l’immagine di un rapporto privilegiato ed esclusivo dell’ “ebreo” col potere di governo, legislativo e di Stato. Ma ogni privilegio suscita ostilità, e l’ostilità alimenta l’antisemitismo. -Molto meglio che si applichi con intelligenza e spirito democratico la legge Mancino, già in vigore dal 1993, che non privilegia gli ebrei ma persegue i discorsi e gli atti d’odio e discriminazione razzista, etnica, antisemita o religiosa. Testo  L’antisemitismo è una tradizione secolare e mai morta, di nuovo in crescita nel mondo. All’attivazione del pregiudizio si mescola ora il giudizio su ciò che “in nome degli ebrei” sta facendo Israele al popolo palestinese nella Striscia di Gaza e nei territori occupati in Cisgiordania, in risposta alla strage terroristica compiuta da Hamas e Jihad il 7 ottobre 2023. Perciò nell’ostilità contro Israele e contro gli ebrei si incrociano pregiudizi e stereotipi storicamente sedimentati e giudizi politici ed etici di fronte ai fatti in corso. Certamente il pregiudizio si alimenta del giudizio sui fatti in corso, e il giudizio sui fatti in corso può cercare conferme nella tradizione antisemita. Ma l’ostilità verso il mondo ebraico ha due fonti diverse, da un lato il pregiudizio, dall’altro il giudizio sui fatti in corso, che occorre saper districare; diversamente si rischia di delegittimare la critica come pregiudizio antisemita o legittimare il pregiudizio antisemita come critica. Cosa che effettivamente sta avvenendo a seconda degli schieramenti. Le proposte di legge non fanno distinzione tra pregiudizio e critica. Assecondano la tesi del governo di Israele secondo il quale chi nomina o descrive o denuncia ciò che sta facendo Israele alla gente palestinese sarebbe antisemita. Le proposte in discussione rischiano di qualificare come antisemita qualunque critica rivolta a ciò che sia ufficialmente ebraico. L’antisemitismo discrimina gli ebrei a loro sfavore; queste proposte di legge discriminano gli ebrei a loro favore. Ma ogni discriminazione degli ebrei (anche a favore) è un pericolo per gli ebrei. Come ebreo, non apprezzo che si proponga “a nostro favore” di isolarci in una “riserva”, o più precisamente in un ghetto legislativo. Molto meglio che si applichi con intelligenza e spirito democratico la legge Mancino, già in vigore dal 1993. In che senso queste proposte discriminano gli ebrei? Nel senso che conferiscono loro il privilegio di esenzione dalla critica, perché ogni critica a ciò che è “ebraico” rischia di essere denunciata e perseguita come “antisemita”. Ma ogni privilegio suscita ostilità. L’immaginario antisemita si è sempre alimentato del presunto privilegio sociale , occulto o esplicito, degli ebrei. Questa è una costante in tutta la storia secolare dell’antisemitismo. Per cui per favore non esponeteci al privilegio, non fate di noi un tabù e degli “intoccabili”, non coltivate, vi prego, l’antisemitismo. Il privilegio di non poter essere esposti alla critica e al libero dibattito è un segno di potere, e il presunto potere degli ebrei è al centro dell’ossessione antisemita. Uno dei caratteri che distingue l’antisemitismo dal razzismo generico, dalla xenofobia, dall’ostilità al “diverso”sta nell’immaginazione di un occulto potere degli ebrei: sarebbe per un loro potere se hanno avuto la capacità di durare nei secoli mentre imperi potenti crollavano, la loro dispersione tra le nazioni sarebbe in realtà un loro impero occulto, capace di controllare in ogni nazione il sistema economico e finanziario, il sistema dell’informazione e della cultura… L’antisemitismo è un’ideologia della paura, e, più che dal disprezzo , la paura discende dall’immaginazione di un potere estraneo, dal rapporto dell’ “ebreo” con il potere. L’antisemita si sente minacciato, perseguitato dal potere dell’”ebreo” e perciò lo perseguita, per “legittima difesa”. Queste proposte di legge che vorrebbero osteggiare l’antisemitismo, ne confermano invece il nucleo fondamentale: l’immagine di un rapporto privilegiato ed esclusivo dell’ “ebreo” col potere di governo, legislativo e di Stato. E’ comprensibile che la destra voglia annebbiare il suo ascendente fascista e antisemita manifestando un filosemitismo volonteroso, facilitato dalle sue affinità ideologiche col governo Netanyahu. Si può capire che un riformismo cattolico voglia esibire un filosemitismo zelante a favore del dialogo ebraico-cristiano, e perciò attento agli umori delle istituzioni ebraiche ufficiali. Si può capire che le istituzioni ebraiche, che vedono nello “Stato-guida” Israele, qualunque cosa faccia o diventi, l’espressione massima dell’ebraismo, plaudano a queste proposte di legge, che convergono con la posizione del governo Netanyahu, evitando di affrontare la spaccatura epocale, etica e politica, che attraversa il mondo ebraico. Ma tutte queste forze guardano al loro interesse politico immediato, hanno visioni a breve, non vedono le conseguenze delle scelte di ora nella catastrofe che il mondo sta attraversando e che ne presenterà il conto in particolare agli ebrei. Si chiederà conto all’ “ebreo” per essere stato la figura emblematica a favore della quale si è limitato il dibattito, la ricerca universitaria, la libertà di pensiero e di confronto democratico. Uno scambio è incorso: il potere protegge l’ “ebreo” dalla critica affinché l’”ebreo” protegga il potere politico, giustificando il suo intento di controllare il dissenso in nome della “lotta all’antisemitismo”. Allarmanti a questo proposito sono gli art. 3 rispettivamente della proposta Scalfarotto e della proposta Romeo,che a proposito del diniego preventivo di autorizzazione a manifestazioni pubbliche, si rifanno a una legge fascista (regio decreto 18 giugno 1931), aggiungendovi tra le motivazioni ammissibili “anche” la “valutazione di grave rischio potenziale di simboli, slogan e messaggi antisemiti”: “diniego preventivo”, legge fascista con aggiunta “anche” di “rischio potenziale”, sono termini fortemente disponibili all’arbitrio autoritario.. I disegni di legge propongono l’adozione formale della definizione dell’Ihra sull’antisemitismo. Può esserne accettata la prima parte, molto vaga ed anodina. Non la seconda, che congela col sospetto di antisemitismo argomenti tuttora di dibattito. Faccio ad esempio riferimento a uno dei diversi casi che la Dichiarazione indica come sintomo di antisemitismo: Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele, richiedendo un comportamento non atteso e non richiesto a nessun altro Stato democratico. Ora, se uno Stato ancora democratico facesse cose simili a quelle che sta facendo Israele a Gaze e in Cisgiordania, mi sentirei in diritto di criticarlo e di chiedere sanzioni contro di esso. Eppure da parte dei governi europei, della politica ufficiale e della diplomazia che fanno riferimento alla dichiarazione dell’Ihra si applicano proprio ad Israele “due pesi e due misure” ma all’inverso, preservandolo il più possibile da critiche e sanzioni e mettendo sotto accusa di sospetto antisemitismo le manifestazioni che ne contestano la politica e l’azione militare. Ma mi occorre precisare che per il rapporto particolare che ho, in quanto ebreo, con Israele, non mi sento solo in diritto di criticarlo, ma piuttosto in dovere di farlo. E per questo, alla luce delle proposte di legge “contro l’antisemitismo”, non vorrei finire per essere accusato come antisemita da parte dello Stato, come sionista-fascista da parte di qualche pro-pal, e come ebreo da parte degli antisemiti.. Stefano Levi Della Torre , 31/01/2026 Nota:  Le evidenziazioni in grassetto sono opera  della Redazione