Gabriella Ambrosio / Dalla mia riva
La complessità del mondo comprende abitanti che seguono la geografia ferendosi
lungo i confini – nonostante questo, da migliaia di anni gli umani circolano per
contrade selvagge e sentieri tracciati tra villaggi e province coltivando e
distruggendo, con la scusa di miti leggeri o mostruosi, di leggende e
invenzioni. Storie d’insondabile grandezza che sempre rasentano questioni
private o pubbliche d’amore e di sesso, di bellezze suggerite e magari
esplosive.
La geografia muta come mutano le persone, rispecchia le residenze in cui si
addentrano donne e uomini che, le une negli altri, disdegnano convenzioni e
psicologie mediche. Sessualità duplici si ritrovano su rive straniere, ma anche
in una Genova dove le infanzie sono seppellite come quella di Nina, anima a cui
Gabriella Ambrosio, napoletana di nascita, dedica il suo libro. Con la propria
scrittura l’autrice accarezza il protagonista del racconto, cineasta nomade che
si lascia sciogliere nella geografia attraversata e nelle anime amate per un
tratto del Novecento italiano, notturno e diurno, tragico e sacro negli atti
quotidiani. I confini si sfilacciano perché nessuno li vuole, nessuno dei
personaggi incontrati dal protagonista “orfano di sé stesso” secondo il suo
sentire, nemmeno il gatto Nostromo, compagno di barca, assunto come marinaio a
quattro zampe, sempre in formidabile attesa durante i lunghi allontanamenti
dell’umano bipede nei territori dei propri viaggi terrestri, amorosi, e
sessuali.
Tutto ruota all’interno di un Mediterraneo che conosce fin dalla classicità
vicissitudini e gesti mirabili di uomini e donne uniti nel ruolo di semidei,
immersi in atti appassionati non di rado deleteri. Ogni sorriso contiene materia
violenta, Ambrosio ne conosce mitologie e scatenamenti rabbiosi, e privilegi di
vedute: il suo romanzo ha momenti di luminosa meditazione sul senso
dell’esistenza che nell’aprile strano e “crudele” (come ci ha informato Eliot
nel Novecento di The Waste Land) trova l’apice dell’essere femminile e maschile
in raro – nel senso di prezioso – connubio. L’acqua del mare sa come placare la
terra che sarà pure “Waste” ma è pur sempre capace d’instillare ironie nella
mente umana, poetica o meno. Che sia sale genovese o napoletano, o francese,
sarà immancabilmente “straniera” la riva (D’ä mê riva, cantava De Andrè) su cui
si assaggia il suo sapore. Ora su una riva, ora sull’altra, nessuna concessione
all’atto di scegliere. Il protagonista alla fine sa come allontanarsi dalle
memorie con bracciate precise una dietro l’altra per liberarsi di voci troppo
invadenti. Ambrosio lo riconosce, abitante nato di fronte al mare, mai sua la
scelta a quale genere di umanità appartenere, maschile o femminile. E gli fa
dire: “Correre il rischio di soffrire. Nella mia millesima vita ne rivendico
finalmente il diritto”.
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