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Chi governa l’Honduras?
> L’attacco di Donald Trump al Venezuela e il rapimento del suo capo di Stato > hanno messo in secondo piano la sua operazione di cambio di regime in > Honduras, meno sfacciata ma forse più efficace. Nessuno può essere sicuro che > Nasry “Tito” Asfura, del Partito Nazionale, abbia davvero vinto le elezioni > presidenziali del 30 novembre, ma era il candidato sostenuto da Trump e quasi > certamente entrerà in carica il 27 gennaio. Dal 2021 l’Honduras ha avuto un governo di sinistra, guidato da Xiomara Castro del partito Libre. Lei ha rivitalizzato un servizio sanitario pubblico trascurato, ridotto la povertà e frenato la violenza delle bande. Ma il potere presidenziale in Honduras è fortemente limitato. Un aneddoto locale racconta di un bambino a cui è stato chiesto chi governa il Paese e che ha risposto: “Il presidente, il capo dell’esercito e l’ambasciatore degli Stati Uniti”. Il marito di Castro, Manuel Zelaya, eletto presidente nel 2005, è stato destituito con un colpo di Stato nel 2009, guidato da un generale dell’esercito e con il tacito sostegno dell’ambasciata degli Stati Uniti. Alla sinistra è stato negato fraudolentemente il potere nelle elezioni del 2013 e del 2017, consentendo a Juan Orlando Hernández, sostenuto dagli Stati Uniti, di governare l’Honduras come uno Stato narco. Nel 2021, tuttavia, la maggioranza di Castro è stata schiacciante. A differenza di Hernández, lei ha rispettato il limite costituzionale di un solo mandato. La candidata del Libre, l’ex ministro Rixi Moncada, era in testa a diversi sondaggi di opinione all’inizio dell’anno. Quando però alla fine di agosto la ‘armata’ di Trump è entrata nei Caraibi, i due avversari a destra di Moncada, Asfura e Salvador Nasralla del Partito Liberale, hanno affermato che ‘l’Honduras sarebbe stato il prossimo’ se Moncada, che hanno falsamente dipinto come ‘comunista’, fosse diventata presidente. La scarsa fiducia degli honduregni nel loro sistema elettorale è stata ulteriormente compromessa alla fine di ottobre, con la rivelazione di un possibile complotto per ripetere quanto accaduto nel 2017, quando l’annuncio prematuro della vittoria del candidato sostenuto dagli Stati Uniti era stato immediatamente avallato dall’ambasciata americana. Il 9 novembre, una prova del nuovo sistema di voto elettronico ha dato esito parzialmente negativo. Per gran parte di novembre, i sondaggi indicavano che il principale sfidante di Moncada era Nasralla, con Asfura al terzo posto. Quattro giorni prima del voto, tuttavia, Trump ha denunciato non solo Moncada ma anche Nasralla (che ha definito un “comunista borderline”), avvertendo che i ‘narcoterroristi’ avrebbero governato l’Honduras se uno dei due fosse stato eletto. Ha poi suggerito che gli Stati Uniti avrebbero continuato a fornire aiuti all’Honduras solo se Asfura avesse vinto. Sui social media sono apparse notizie non verificate minacciando 1,3 milioni di famiglie che dipendono dalle rimesse dei parenti negli Stati Uniti che i loro pagamenti di dicembre sarebbero stati bloccati se Asfura avesse perso. Due giorni prima delle elezioni, Trump ha graziato Hernández, che era stato estradato alla fine del suo mandato e stava scontando una pena detentiva di 45 anni per traffico di cocaina negli Stati Uniti, pur presentandosi pubblicamente come un alleato nella ‘guerra alla droga’. La grazia avrebbe potuto ritorcersi contro di lui, ma invece si è rivelata un’astuta spinta alla campagna di Asfura, poiché molti dei suoi sostenitori continuano a idolatrare Hernández. La notte delle elezioni, Moncada era indietro nei sondaggi rispetto ai due candidati di destra. Nei primi risultati delle votazioni anticipate, Nasralla era in vantaggio su Asfura. C’è stata un’interruzione nell’annuncio dei risultati. Quando il conteggio è ripreso, Asfura era in testa. Trump è intervenuto nuovamente, accusando i funzionari di cercare di modificare il risultato e avvertendo che ci sarebbe stato da pagare un ‘prezzo salato’ se i numeri fossero cambiati a favore di Nasralla. Le interruzioni e i ritardi nel conteggio si sono protratti per giorni e poi settimane. Quando Libre ha affermato che era in atto un ‘colpo di Stato elettorale’, il suo rappresentante nel consiglio elettorale è stato messo da parte dagli altri due partiti e poi sanzionato personalmente da Washington. Il risultato delle elezioni è stato infine dichiarato più di tre settimane dopo, il 24 dicembre, mentre gli honduregni festeggiavano il Natale. Asfura è stato dichiarato vincitore per una differenza di meno di 27.000 voti. L’esercito ha appoggiato la decisione del consiglio elettorale. Tuttavia, restavano ancora da contare 130.000 voti, sufficienti a cambiare l’esito delle elezioni. Il Congresso honduregno si è riunito pochi giorni fa e ha incaricato il consiglio elettorale di procedere a un riconteggio completo, minacciando di farlo esso stesso se necessario. Prima della riunione, una bomba artigianale è stata lanciata contro una deputata del Partito Nazionale, ferendola mentre entrava nell’edificio del Congresso. L’ambasciata degli Stati Uniti ha minacciato ‘gravi conseguenze’ se la vittoria di Asfura fosse stata annullata. Gli osservatori elettorali dell’Organizzazione degli Stati Americani e dell’Unione Europea hanno disapprovato i ritardi, ma non hanno trovato prove di frode. Sull’interferenza di Trump hanno taciuto. Xiomara Castro ha scritto al presidente degli Stati Uniti chiedendo un incontro per discutere di quanto accaduto. Sembra improbabile che lo otterrà. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: John Perry vive a Masaya, in Nicaragua, dove, stranamente, scrive e cura libri sull’edilizia abitativa e la politica sociale britannica. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI STELLA MARIS DANTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza New York
Bukele applaude l’attacco Usa al Venezuela
Tra i governi latinoamericani che hanno platealmente applaudito l’attacco militare Usa al Venezuela lo scorso 3 gennaio compare quello salvadoregno, la cui figura di maggior spicco è rappresentata dall’istrionico presidente Nayib Bukele. Il capo di Stato che nel suo account di X si denomina “philosopher king” o “il dittatore più geniale del mondo”, in pochi anni ha stravolto una nazione che con difficoltà cercava di ricostruire una propria identità, dopo decenni di dittature militari e una guerra civile che ha fatto più di 75 mila morti, con centinaia di massacri, migliaia di desaparecidos e milioni di sfollati. Chi conosce un po’ la storia della martoriata America Centrale (e Latina) e la metafora geopolitica del “cortile di casa”, introdotta dalla nefasta dottrina Monroe, sa che decenni di oppressione e di guerra contro-insurrezionale in El Salvador, con il sostegno politico, economico e soprattutto militare Usa, hanno portato milioni di persone a emigrare all’estero. Oltre 2,5 milioni di salvadoregni che vivono negli Stati Uniti non solo rappresentano oggi una colonna portante dell’economia del più piccolo dei Paesi latinoamericani, con circa 8,5 miliardi di dollari (24% del PIL) inviati nel 2024, ma anche una moneta di ricatto spesso usata dalle amministrazioni statunitensi per blandire quei governi che non si allineano coi loro interessi. Nonostante il presidente salvadoregno si vanti pubblicamente di avere un grande consenso, soprattutto tra i giovani, di avere promosso il bitcoin come valuta ufficiale, sistemato i conti pubblici e ridotto drasticamente gli indici di criminalità, Bukele resta una figura molto controversa, che però, paradossalmente, piace a certi settori del progressismo latinoamericano. Oltre a controllare in modo ferreo le istituzioni, mantenere un’alleanza strategica con esercito e polizia e attaccare sistematicamente tutto ciò che si frappone tra lui e i suoi progetti, il presidente salvadoregno da un lato alza la voce ed esige agli Stati Uniti libertà d’azione e il diritto di fare ciò che è necessario per raggiungere i suoi obiettivi, dall’altro non disdegna una relazione privilegiata con il conservatorismo statunitense più profondo. Fin dall’inizio del suo primo mandato presidenziale (2019), infatti, Bukele fu segnalato come il “niño mimado” (bambino viziato) di Trump, verso il quale ebbe parole affettuose definendolo “un presidente molto gentile e simpatico”. Nonostante molte decisioni del presidente salvadoregno abbiano fatto storcere il naso a Washington, come quella di defenestrare magistrati della Sala Costituzionale e farsi rieleggere nonostante la Carta Magna lo vietasse, Bukele rappresenta per le amministrazioni statunitensi un elemento importante di continuità. “L’obiettivo di Washington è stato chiaro fin dall’inizio: investire su chi avesse le potenzialità per annientare definitivamente qualsiasi opzione e progetto progressista e di sinistra nel Paese”, spiega a Pagine Esteri l’economista e analista politico César Villalona. Ha iniziato con l’ex guerriglia del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale (Fmln), convertita dopo gli Accordi di Pace del 1992 in opzione politica e proseguito poi colpendo qualsiasi entità organizzata che puzzasse di “comunismo”. “Gli Stati Uniti non improvvisano e sanno perfettamente chi garantirà i loro interessi. Bukele è ideologicamente di destra, ultrareazionario e controrivoluzionario, alleato delle principali famiglie oligarchiche salvadoregne. Ha accentrato potere politico ed economico ed è il socio perfetto per gli Usa”, continua Villalona. Appena assunta la presidenza ruppe relazioni diplomatiche con il Venezuela di Maduro e chiuse i progetti sociali avviati dalle amministrazioni del Fmln con Cuba. Poi andò oltre usando autoritarismo e forza bruta per “voltare pagina”, cancellare la memoria storica nelle nuove generazioni e disputare il potere economico alle élite tradizionali e il capitale simbolico di coscienza e conoscenza a università, sindacati, movimenti sociali e popolari. “Ha arrestato dirigenti popolari, eliminate organizzazioni, resi acefali più di 400 sindacati. Ha chiuso programmi sociali e centri culturali, licenziato migliaia di dipendenti pubblici, deriso gli accordi di pace che posero fine alla guerra civile, privatizzato servizi e portato il Paese sull’orlo della bancarotta”, segnala l’economista. Per la lotta contro la criminalità, i salvadoregni vivono da quasi quattro anni sotto stato di eccezione e sospensione dei diritti costituzionali e sono state imprigionate più di 85 mila persone in carceri di massima sicurezza. Secondo l’organizzazione Socorro Jurídico Humanitario sono quasi 430 i detenuti deceduti in queste carceri dal 2022. In questo scenario non devono quindi stupire i ripetuti attacchi portati al governo Maduro, le posizioni intransigenti adottate sul Venezuela nei vari fori multilaterali e nemmeno l’accordo stretto con l’amministrazione Trump, per rinchiudere centinaia di venezuelani deportati nel tenebroso Centro di Confinamento del Terrorismo (Cecot). Nel luglio dello scorso anno, poi, El Salvador, Stati Uniti e Venezuela accordarono la liberazione di 252 prigionieri rinchiusi nel carcere speciale, a cambio di quella di 10 cittadini statunitensi e vari presunti detenuti politici venezuelani. In perfetta continuità con tutto ciò, durante la sessione straordinaria dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), la rappresentante di El Salvador ha giustificato l’attacco armato contro il Venezuela e il sequestro del suo presidente costituzionale e della deputata, nonché coniuge di Maduro, Cilia Flores. “In Venezuela vige una dittatura consolidata che ha distrutto l’istituzionalità, ha espulso 7 milioni di persone e ha convertito le istituzioni in una piattaforma per il crimine organizzato multinazionale. La cattura di Maduro è la conseguenza più logica per un regime autoritario che ha distrutto la democrazia”, ha detto Wendy Acevedo. Parallelamente, dal suo account di X, Bukele ha sbeffeggiato il senatore democratico Chris Van Hollen per avere denunciato che l’attacco al Venezuela rappresentava “un atto di guerra illegale per rimpiazzare Maduro e appropriarsi del petrolio per i suoi (di Trump) amici multimilionari”. “Per gli Usa Bukele rappresenta una pedina fondamentale sullo scacchiere latinoamericano. È incomprensibile che certi settori della sinistra latinoamericana e non solo, lo vedano come un antimperialista”, conclude Villalona. Contro il sostegno alla politica espansionista e interventista degli Stati Uniti in America Latina, in particolare in Venezuela, si è espresso anche il Blocco di resistenza e ribellione popolare (Brp) che ha condannato l’atteggiamento “servile e arrendevole” della rappresentanza salvadoregna all’Osa. “Questa posizione non rappresenta gli interessi del popolo salvadoregno, bensì riafferma l’allineamento del regime con la politica guerrafondaia di Washington (…). Così si trasforma in complice dell’aggressione imperialista, tradendo la storica vocazione antimperialista e solidale del nostro popolo”. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
Celebrazione di Toussaint Louverture, emblema di emancipazione – Aprile 2026
«Abbattendomi, a Saint-Domingue è stato spezzato soltanto il tronco dell’albero della libertà dei neri; esso ricrescerà dalle radici, perché sono molte e profonde», dichiarava Toussaint Louverture il 12 giugno 1802 a Saint-Domingue, l’odierna Haiti. Il leader rivoluzionario Toussaint Louverture guidò la sollevazione haitiana per l’abolizione della schiavitù e l’emancipazione dal dominio coloniale, durante la quale gruppi di schiavi liberati si opposero al governo coloniale sull’isola. La rivoluzione ebbe inizio nell’agosto del 1791 e si concluse nel 1804 con l’indipendenza dell’ex colonia. Lunedì 6 e martedì 7 aprile 2026, amici di Haiti, rappresentanti di iniziative antirazziste e attivisti per l’emancipazione si riuniranno per la 24ª volta in pellegrinaggio al “Fort de Joux”, nei pressi di Pontarlier, al confine tra Francia e Svizzera. L’incontro è dedicato alla commemorazione della morte di Toussaint Louverture, avvenuta in quel luogo durante la sua prigionia nel 1803, e al ricordo del doloroso “riscatto per l’indipendenza di Haiti” imposto dall’ex potenza imperialista nel 1825. Lunedì 6 aprile 2026 il programma prevede l’arrivo a Pontarlier dei pellegrini provenienti da numerosi paesi, il ritrovo in hotel e una cena conviviale in una brasserie locale. Martedì 7 aprile 2026 è previsto l’incontro presso il monumento commemorativo del Fort de Joux con la deposizione di corone di fiori. Seguiranno il raduno all’ingresso del Forte, la visita alla cella di Toussaint Louverture e la commemorazione ufficiale organizzata dal Comune di Pontarlier. Per informazioni il contatto è disponibile su: https://louverture.ch/pelerinage-toussaint-louverture/ Eventi di questo tipo non devono essere interpretati come una forma di rivincita dei popoli un tempo ridotti in schiavitù nei confronti dei loro ex oppressori. Il loro significato risiede piuttosto nel portare alla luce capitoli della storia poco conosciuti o scarsamente divulgati, la cui ricostruzione permette di ricomporre elementi della memoria e della biografia sociale, indispensabili per evitare il ripetersi delle stesse contraddizioni e degli stessi errori. Parallelamente, i movimenti che rivendicano riparazioni coloniali ed emancipazione stanno crescendo oggi in tutto il mondo, sia in termini numerici sia di influenza. Tra questi vi è il movimento noto come Colonialism Reparation, che rivolge ai Paesi colonialisti e imperialisti la richiesta di riconoscere i crimini perpetrati, avviare processi di riconciliazione, formulare scuse ufficiali alle vittime e garantire le dovute riparazioni, affermando la supremazia della “forza del diritto” rispetto al “diritto della forza”. https://www.colonialismreparation.org/it/ Un’altra iniziativa a sostegno dell’emancipazione dei popoli emergenti è l’“Istituto Africa delle Libertà”, presente in diversi Paesi con numerose attività orientate al raggiungimento della sovranità militare, finanziaria, politica e culturale. https://www.youtube.com/@FranklinNyamsi/videos Il fondatore dell’Istituto, Franklin Nyamsi, evidenzia la necessità di una reale unione dei popoli africani per contrastare i tentativi della NATO di ricolonizzare il continente, culla dell’umanità. https://www.pressenza.com/it/2024/06/africa-nel-mirino-della-nato/ Un’ulteriore espressione di questa spinta emancipativa è rappresentata dalla Confederazione del Sahel AES, che comprende Mali, Burkina Faso e Niger, con un’estensione di 2,7 milioni di km² e una popolazione di 71 milioni di abitanti. Questi Paesi stanno recuperando il controllo delle proprie risorse per rispondere ai bisogni dei rispettivi popoli e riprendere in mano il proprio futuro. https://www.youtube.com/watch?v=eRUAjS-iCr8 La riconciliazione e le riparazioni delle ingiustizie non mirano soltanto a sanare le ferite del passato, ma sono estremamente attuali, poiché la violenza neocoloniale continua a manifestarsi oggi sotto nuove forme. https://www.pressenza.com/it/2019/02/venezuela-come-se-la-storia-non-insegnasse-nulla/ Ispirandosi all’esempio di Toussaint Louverture e alle lotte per la libertà e l‘emancipazione, la memoria diventa guida per il presente, alimentando la giustizia, la solidarietà e la costruzione di un futuro di cooperazione in cui i popoli possano crescere liberi, sovrani e protagonisti del proprio destino. Toni Antonucci
Venezuela: l’importanza delle risorse naturali in un contesto di ‘disputa’ globale e di una economia del terrore
L’aggressione commessa dagli Stati Uniti è l’ennesima dimostrazione della morte prolungata del diritto internazionale, ma sopratutto l’evidenza di come la Carta delle Nazioni Unite sia solo carta straccia per la potenza egemonica in declino, gli USA. Al centro dell’attacco al Venezuela e della cattura di Nicolas Maduro ci sono il controllo strategico delle più grandi riserve di idrocarburi al mondo e di immense risorse naturali presenti nell’Orinoco. L’analisi geopolitica va fatto su diversi fronti: l’interno, il regionale ed il globale. Passando al fronte interno non è per niente affatto una questione di difesa dei valori di libertà e democrazia l’aggressione. Non è neanche un tema di equilibri politici tra la maggioranza e l’opposizione. Le dichiarazioni di Trump su Machado, subito dopo la cattura di Maduro, dimostrano come lo stesso governo statunitense non abbia fiducia nella figura di Machado (altro che premio Nobel per la Pace, dovrebbe essere stata condannata per incitazione costante all’uso della violenza. Del resto sia lei che la pseudo opposizione sono espressione della destra più violenta e antiquata del Venezuela). Dal punto di vista regionale, le condanne del Messico, Colombia, Brasile e Cile confermano che per lo meno le socialdemocrazie progressiste latinoamericane hanno avuto il coraggio di prendere posizione di fronte a tale aggressione, ben sapendo d’essere – sia il Messico che la Colombia ed il Brasile – nel mirino di Trump: il Cile con la vittoria di Kast è già passato all’estrema destra. La sfida sulle risorse del Venezuela mette dunque in evidenzia la competizione tra i BRICS+ e gli USA. Del resto il Venezuela ha fatto richiesta di aderire ai Brics già alla fine del 2024, ma il veto del Brasile lo impedì. Nonostante tutto il Venezuela è d’interesse strategico sia per la Cina che per la Russia. Tale aggressione è un altro tassello della sfida globale. Un’altra guerra che riflette la la lotta per l’egemonica globale. Ed é effettivamente sul fronte globale dove va concentrata l’analisi per capire ancora meglio il perché di tale aggressione. Come detto in precedenza, siamo di fronte ad una serie di guerre in diversi continenti che evidenziano la scontro tra Cina ( e i BRICS+) e gli Stati Uniti. D’altronde l’aver aumentato le spese militari, fino a portarle al 5% del Pil – come nel caso dell’UE nel 2030 -, vuol dire che siamo di fronte a una vera e propria Economia del Terrore che cerca la sua crescita attraverso la guerra per l’accaparramento delle risorse naturali, in un momento storico in cui la rivoluzione tecnologica ha sempre più bisogno dei cosiddetti minerali rari e – della gestione di quelle ultime – risorse di idrocarburi che possono dare ancora vita e forza – almeno per i prossimi 100 anni – a chi li possiede. Ma a quest’analisi bisogna aggiungere almeno altri due elementi. In primis il parallelismo tra le azioni politiche di questo secondo governo Trump e le azioni pre seconda guerra mondiale della Germania nazista. Entrambi i governi hanno evidenziato la necessità dello spazio vitale per l’accaparramento delle risorse naturali ed il ripudio verso qualsiasi forma di diritto internazionale. Alla fine, per entrambi, invadere per interessi propri giustifica qualsiasi azione politica e militare. In secondo luogo – ritornando al motivo dell’aggressione al Venezuela e alla cattura di Maduro – resta il sospetto di un’azione con il consenso dell’establishment venezuelano. Delcy Rodriguez, Padrino y Diosdado Cabello sono apparsi tranquilli e con la situazione sotto controllo nonostante abbiano catturato Maduro senza un solo sparo o opposizione dell’esercito. La real politik alla fine si manifesta sino agli estremi e forse, data l’impossibilità di un rovesciamento politico da parte degli Stati Uniti, in accordo con l’establishment venezuelano per togliere di mezzo Maduro e continuare con il progetto politico chavista (magari un pó più light) ha permesso questo scenario. Ma in definitiva, la violazione della sovranità di un paese sovrano e la violazione a ciò che resta del diritto internazionale (che è morto senza dubbio con il genocidio di Gaza) sono gli elementi che in questo momento storico particolare mettono il mondo di fronte a un futuro incerto, in cui la guerra sarà purtroppo il leitmotiv dell’economia. Il XXI secolo, come già da noi affermato nel 2016 nel libro Siglo XXI la economía del terror: América Latina, Oriente Medio y Mediterráneo en un mundo en crisi, è senz’ombra di dubbio, il secolo dell’Economia del Terrore. * DIRECTOR PRESSO INSTITUTO DE CIENCIAS SOCIALES Y HUMANIDADES “ALFONSO VÉLEZ PLIEGO”, ICSYH Redazione Italia
Honduras: CNE diviso annulla lo spoglio e dichiara il vincitore
 In Honduras il palcoscenico è pronto per l’atto finale di elezioni che si preannunciavano molto complicate e che si sono rivelate come se la legge di Murphy si fosse manifestata nella sua forma più estrema. Delusione per un programma politico bruscamente interrotto, ripetute denunce di brogli, ipocrita e autoritaria ingerenza straniera, riassetto del potere economico e politico di fatto, radicato nel monopolio mediatico, nel bipartitismo tradizionale e, naturalmente, nello Stato. Un potere di fatto alleato del peggior conservatorismo statunitense, che non ha smesso un solo istante di cospirare e preparare le condizioni per il fallimento del governo di Xiomara Castro. A qualsiasi costo. Come era prevedibile, il bipartitismo si sta ora unendo con un obiettivo chiave: affossare definitivamente una terza via di carattere progressista che, sebbene con molti limiti, imperfezioni e contraddizioni, ha osato proporre e promuovere un cambiamento di modello e una democratizzazione dell’economia nazionale. L’accelerazione del processo di revisione speciale di migliaia di verbali elettorali con incongruenze, imposta pochi giorni fa da due dei tre consiglieri dell’autorità elettorale (Cne) in violazione della legge che amministra la materia, ha consegnato la presidenza al candidato del Partito nazionale, Nasry Asfura, sostenuto sfacciatamente da Trump e Milei. Ana Paula Hall, del Partito liberale e Cossette López, del Partito nazionale, erano sparite per alcuni giorni, suscitando molte speculazioni, tra cui quella che stessero preparando l’atto finale di questa commedia tragica da una sede diplomatica, individuata come quella argentina. Un presidente di fatto La dichiarazione ufficiale si è quindi basata sui “dati disponibili fino a quel momento” (23/12). Una misura intempestiva e sui generis presa dopo essersi assicurate la firma e il voto di Carlos Cardona, consigliere supplente di Marlon Ochoa, che nelle settimane precedenti aveva ripetutamente denunciato tutte le irregolarità commesse prima, durante e dopo il voto del 30 novembre e che aveva abbandonato la seduta plenaria prima della votazione. Ochoa aveva abbandonato la sessione rifiutandosi di legittimare ciò che riteneva uno sfrontato golpe elettorale. Aveva inoltre ricordato che solo nel 30% delle urne (5.690) era stata accertata una coincidenza totale tra i dati biometrici e i verbali scritti, mentre nelle restanti 13.135 erano state rilevate forti discrepanze. Nonostante ciò, le due consigliere del bipartitismo avevano deciso di inviare a revisione solo poco più di 2.000 verbali. Inoltre, interrompendo i lavori per dichiarare frettolosamente un vincitore, non avevano permesso di controllare gli ultimi 500 verbali. “Quello che stiamo vivendo oggi è un nuovo golpe elettorale. Le due consigliere del bipartitismo, strumentalizzate da pressioni interne e dall’estero, hanno deciso di nominare un presidente senza esaminare circa 288 ricorsi e più di 10.000 verbali con incongruenze, che erano in attesa di scrutinio speciale e conteggio voto per voto”, ha denunciato Ochoa. Il consigliere in carico al partito di governo Libertà e Rifondazione (Libre) ha chiarito che qualsiasi dichiarazione emessa non avrà valore legale, già che la legge obbliga prima a controllare tutti i verbali che sono stati sottoposti a scrutinio speciale. La decisione di dichiarare i vincitori a livello presidenziale, legislativo e municipale ha infatti interrotto lo scrutinio speciale di migliaia di verbali, ignorando tutti i ricorsi presentati dai vari partiti. Fino a quel momento era stato ricontrollato solo il 97,7% dei verbali presidenziali, il 74,8% di quelli municipali e appena il 58,8% di quelli legislativi. Nonostante ciò, il Cne ha dichiarato Nasry Asfura, il candidato di Trump, come nuovo presidente dell’Honduras con lo 0,72% di voti in più di Salvador Nasralla del Partito liberale. Ochoa ha infine informato di avere già presentato una denuncia per possibili reati elettorali. Due pesi, due misure Contrariamente alla posizione assunta nelle passate elezioni in Venezuela, dove il conteggio voto per voto e la revisione di tutte le contestazioni erano diventati il mantra di Stati Uniti e dei suoi alleati non riconoscendo la vittoria di Maduro, questa volta sembra non avere la stessa importanza. L’ipocrisia dei “due pesi e due misure” non è certo nuova e mostra l’importanza geostrategica e geopolitica che l’Honduras ha per Washington. “Le voci di 3,4 milioni di honduregni devono essere rispettate e ascoltate. Oggi il Dipartimento di stato ha revocato il visto a Mario Morazán (magistrato della Corte di giustizia elettorale) per aver ostacolato il riconteggio dei voti nel processo elettorale democratico dell’Honduras. Gli Stati Uniti non tollereranno azioni che minino la nostra sicurezza nazionale e la stabilità della nostra regione”, ha scritto il segretario di Stato, Marco Rubio, sul suo account X. Anche l’Organizzazione degli stati americani (OSA) ha lanciato un appello urgente alle autorità elettorali dell’Honduras affinché concludessero lo spoglio “il più velocemente possibile, nel rigoroso rispetto della legge e con piene garanzie per tutti gli attori politici e sociali”. Parole al vento. Lo stesso giorno della dichiarazione rilasciata da Rubio, gli Stati Uniti hanno respinto la richiesta di visto di Marlon Ochoa e revocato il visto al presidente del Congresso, Luis Redondo, “per aver minato la democrazia”. In Honduras si apre ora un difficile processo di transizione verso la restaurazione di un modello che ha ridotto più del 70 per cento della popolazione in miseria. Resistere, ricostruire credibilità e non abbassare la testa sembra essere l’unico modo per far fronte a ciò che verrà. Fonte: LINyM (spagnolo) Giorgio Trucchi
Honduras: movimenti popolari respingono l’ingerenza statunitense nelle elezioni
Basta violazioni della sovranità nazionale! Ulteriori prove della frode Il 4 dicembre scorso organizzazioni indigene e contadine si sono mobilitate dai loro territori verso la capitale per denunciare e respingere l’ingerenza degli Stati Uniti nel processo elettorale appena svoltosi in Honduras, mettendo in guardia dal ritorno al potere di settori politici ed economici violenti e criminali. “Il processo elettorale nel nostro Paese dimostra la reale capacità degli Stati Uniti di influenzare la nostra fragile democrazia (…) Che la propaganda del presidente Trump abbia favorito il Partito nazionale, nonostante i suoi comprovati legami con il narcotraffico, è stato un atto palesemente d’ingerenza e violatorio della libera volontà dei popoli”, si legge nel comunicato delle organizzazioni che si sono radunate davanti al centro operativo del Consiglio nazionale elettorale (Cne). Seminare paura Pochi giorni prima del voto, il presidente statunitense ha rotto il silenzio elettorale con un messaggio pubblicato sul suo account Truth Social, in cui annunciava il suo sostegno incondizionato al candidato del Partito nazionale, Nasry Asfura, definendo “quasi comunista” e “poco affidabile” il candidato del Partito liberale, Salvador Nasralla, e “comunista” e “ammiratrice di Fidel Castro” la sua avversaria del partito di governo Libertà e Rifondazione (Libre), Rixi Moncada. Poco dopo, il presidente argentino di estrema destra Javier Milei si è unito all’appello di Trump. Il giorno seguente, lo stesso Trump ha gettato benzina sul fuoco annunciando che avrebbe graziato l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per reati legati al traffico di droga. In caso di sconfitta di Asfura, gli Stati Uniti non avrebbero più investito nel Paese, tanto meno – ha scritto – se avesse vinto Moncada. Il giorno dopo le elezioni, il leader statunitense ha pubblicato nuovamente minacce contro coloro che starebbero organizzando una frode per impedire la vittoria del candidato nazionalista. Mai, nella storia elettorale dell’Honduras, si era vista un’ingerenza straniera così grossolana e sfacciata come quella attuale, con il silenzio complice delle missioni di osservazione internazionale. Con l’88% dei voti trasmessi, Asfura è in testa alle elezioni presidenziali honduregne, con un margine di 20 mila voti su Nasralla. “Non ci piegheranno” Mentre i candidati del bipartitismo e della destra tradizionale si scambiano accuse e si proclamano vincitori, Rixi Moncada e Libre denunciano brogli attraverso la manipolazione del sistema di trasmissione dei risultati preliminari (Trep), l’ingerenza straniera e l’alterazione dei verbali. “La manovra è grossolana: un intervento straniero sfacciato, minaccioso, ingiusto e infame per distorcere la volontà popolare e frenare Rixi”, attacca dal suo account X  l’ex presidente Manuel Zelaya. “Signor Donald Trump, lei non ci intimidisce, abbiamo resistito a colpi di Stato, frodi monumentali, omicidi politici e persecuzioni. Se siamo sopravvissuti alla narcodittatura, crede che un suo tweet ci piegherà?”, ha aggiunto. Per l’analista politico Óscar Chacón, intervistato dal Diario Uchile, l’atteggiamento del presidente statunitense rivela una forte contraddizione. “C’è tutta una narrativa che cerca di creare l’immagine di (Nicolás) Maduro come un capo di Stato a capo di un’organizzazione narcoterroristica, senza che fino ad oggi siano state presentate prove convincenti al riguardo. Allo stesso tempo, negli Stati Uniti viene liberata una persona su cui esiste una quantità monumentale di prove che dimostrano che ha introdotto enormi quantità di cocaina negli Stati Uniti”. Venti di frode Le organizzazioni indigene e contadine hanno puntato il dito contro “l’ipocrita lotta internazionale contro il narcotraffico” e hanno denunciato la “liberazione del narco-dittatore Juan Orlando Hernández” che, insieme al suo partito, “ha trasformato l’Honduras in uno Stato narco, strumentalizzando le istituzioni per affari criminali e la proliferazione di gravi violazioni dei diritti umani”. Il comunicato del movimento popolare honduregno indica anche i due partiti tradizionali che si contendono il potere come “responsabili storici della povertà e dell’ingiustizia che affliggono l’Honduras”. In questo senso, hanno chiesto il rispetto della volontà sovrana del popolo honduregno, la garanzia di uno scrutinio rigoroso e l’attribuzione delle responsabilità alla consigliera del Cne, Cossette López, e a tutte le persone responsabili delle cospirazioni contro il processo elettorale. Nelle settimane precedenti alle elezioni, il consigliere del Cne, Marlon Ochoa, aveva denunciato l’esistenza di un piano orchestrato dall’opposizione per destabilizzare il processo elettorale. Diverse registrazioni audio coinvolgevano López, il capogruppo del Partito nazionale, Tomás Zambrano, e un membro delle Forze armate. Ieri (4/12), lo stesso Ochoa ha tenuto una conferenza stampa per denunciare quello che considera un colpo di Stato elettorale (qui il comunicato ufficiale). Su 15.297 verbali trasmessi, 13.246 (86,6%) presentano errori e incongruenze tra la registrazione biometrica e il contenuto del verbale trasmesso tramite il Trep. La differenza ammonta a oltre 982 mila voti. Inoltre, Ochoa ha spiegato che è stato rilevato che il Trep non leggeva né interpretava correttamente i numeri dei voti scritti a mano nei verbali e che trasferiva i voti da un candidato all’altro o da un partito all’altro. Ha anche denunciato che 16.615 verbali sono stati trattenuti all’interno del sistema per 40 ore, la pagina di divulgazione dei risultati è rimasta inattiva per diverse ore e ha subito continue interruzioni. “Una matematica fatta su misura per il bipartitismo con il sostegno pubblico di Washington”, ha affermato il consigliere. Per Ochoa si tratterebbe di una “operazione coordinata tra forze interne alla leadership del bipartitismo e un’ingerenza straniera alleata, che sta imponendo una decisione elettorale che spetta solo al popolo sovrano”. Appello all’unità Le organizzazioni sociali si sono mobilitate verso l’ambasciata degli Stati Uniti a Tegucigalpa, dove hanno lanciato un appello alle organizzazioni contadine, operaie, indigene, femministe e ambientaliste del Paese affinché consolidino la più ampia unità popolare, “per costruire un programma di lotta e difendere l’autodeterminazione dei nostri popoli e territori”. “Si tratta di una flagrante violazione della sovranità nazionale e di un tentativo di plasmare la percezione pubblica e la stabilità sociale in un momento critico per l’Honduras. È inaccettabile che i messaggi di altri Stati vengano utilizzati per esercitare pressioni, influenzare o condizionare l’esito politico dell’Honduras”, ha avvertito Wendy Cruz della Vía Campesina Honduras. “Denunciamo una frode e una manipolazione mediatica che si sta preparando da giorni da parte dei gruppi di potere nazionali e degli Stati Uniti, che stanno giocando un ruolo determinante nelle elezioni”, ha detto Bertha Zúniga, coordinatrice del Copinh. “Non possiamo rimanere in silenzio”, ha continuato, “invitiamo tutte le persone consapevoli a unirsi a questa protesta, perché stanno tornando al potere le strutture criminali che stanno dietro a questi candidati. Dobbiamo alzare la voce!”.   Fonte: LINyM (spagnolo) Giorgio Trucchi
Movimenti popolari respingono l’ingerenza statunitense nelle elezioni
Il 4 dicembre scorso, organizzazioni indigene e contadine si sono mobilitate dai loro territori verso la capitale per denunciare e respingere l’ingerenza degli Stati Uniti nel processo elettorale appena svoltosi in Honduras, mettendo in guardia dal ritorno al potere di settori politici ed economici violenti e criminali. “Il processo elettorale nel nostro Paese dimostra la reale capacità degli Stati Uniti di influenzare la nostra fragile democrazia (…) Che la propaganda del presidente Trump abbia favorito il Partito nazionale, nonostante i suoi comprovati legami con il narcotraffico, è stato un atto palesemente d’ingerenza e violatorio della libera volontà dei popoli”, si legge nel comunicato delle organizzazioni che si sono radunate davanti al centro operativo del Consiglio nazionale elettorale (Cne). Seminare paura Pochi giorni prima del voto, il presidente statunitense ha rotto il silenzio elettorale con un messaggio pubblicato sul suo account Truth Social, in cui annunciava il suo sostegno incondizionato al candidato del Partito nazionale, Nasry Asfura, definendo “quasi comunista” e “poco affidabile” il candidato del Partito liberale, Salvador Nasralla, e “comunista” e “ammiratrice di Fidel Castro” la sua avversaria del partito di governo Libertà e Rifondazione (Libre), Rixi Moncada. Poco dopo, il presidente argentino di estrema destra Javier Milei si è unito all’appello di Trump. Il giorno seguente, lo stesso Trump ha gettato benzina sul fuoco annunciando che avrebbe graziato l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per reati legati al traffico di droga. In caso di sconfitta di Asfura, gli Stati Uniti non avrebbero più investito nel Paese, tanto meno – ha scritto – se avesse vinto Moncada. Il giorno dopo le elezioni, il leader statunitense ha pubblicato nuovamente minacce contro coloro che starebbero organizzando una frode per impedire la vittoria del candidato nazionalista. Mai, nella storia elettorale dell’Honduras, si era vista un’ingerenza straniera così grossolana e sfacciata come quella attuale, con il silenzio complice delle missioni di osservazione internazionale. Con l’88% dei voti trasmessi, Asfura è in testa alle elezioni presidenziali honduregne, con un margine di 20 mila voti su Nasralla. “Non ci piegheranno” Mentre i candidati del bipartitismo e della destra tradizionale si scambiano accuse e si proclamano vincitori, Rixi Moncada e Libre denunciano brogli attraverso la manipolazione del sistema di trasmissione dei risultati preliminari (Trep), l’ingerenza straniera e l’alterazione dei verbali. “La manovra è grossolana: un intervento straniero sfacciato, minaccioso, ingiusto e infame per distorcere la volontà popolare e frenare Rixi”, attacca dal suo account X  l’ex presidente Manuel Zelaya. “Signor Donald Trump, lei non ci intimidisce, abbiamo resistito a colpi di Stato, frodi monumentali, omicidi politici e persecuzioni. Se siamo sopravvissuti alla narcodittatura, crede che un suo tweet ci piegherà?”, ha aggiunto. Per l’analista politico Óscar Chacón, intervistato dal Diario Uchile, l’atteggiamento del presidente statunitense rivela una forte contraddizione. “C’è tutta una narrativa che cerca di creare l’immagine di (Nicolás) Maduro come un capo di Stato a capo di un’organizzazione narcoterroristica, senza che fino ad oggi siano state presentate prove convincenti al riguardo. Allo stesso tempo, negli Stati Uniti viene liberata una persona su cui esiste una quantità monumentale di prove che dimostrano che ha introdotto enormi quantità di cocaina negli Stati Uniti”. Venti di frode Le organizzazioni indigene e contadine hanno puntato il dito contro “l’ipocrita lotta internazionale contro il narcotraffico” e hanno denunciato la “liberazione del narco-dittatore Juan Orlando Hernández” che, insieme al suo partito, “ha trasformato l’Honduras in uno Stato narco, strumentalizzando le istituzioni per affari criminali e la proliferazione di gravi violazioni dei diritti umani”. Il comunicato del movimento popolare honduregno indica anche i due partiti tradizionali che si contendono il potere come “responsabili storici della povertà e dell’ingiustizia che affliggono l’Honduras”. In questo senso, hanno chiesto il rispetto della volontà sovrana del popolo honduregno, la garanzia di uno scrutinio rigoroso e l’attribuzione delle responsabilità alla consigliera del Cne, Cossette López, e a tutte le persone responsabili delle cospirazioni contro il processo elettorale.   Nelle settimane precedenti alle elezioni, il consigliere del Cne, Marlon Ochoa, aveva denunciato l’esistenza di un piano orchestrato dall’opposizione per destabilizzare il processo elettorale. Diverse registrazioni audio coinvolgevano López, il capogruppo del Partito nazionale, Tomás Zambrano, e un membro delle Forze armate. Ieri (4/12), lo stesso Ochoa ha tenuto una conferenza stampa per denunciare quello che considera un colpo di Stato elettorale (qui il comunicato ufficiale). Su 15.297 verbali trasmessi, 13.246 (86,6%) presentano errori e incongruenze tra la registrazione biometrica e il contenuto del verbale trasmesso tramite il Trep. La differenza ammonta a oltre 982 mila voti. Inoltre, Ochoa ha spiegato che è stato rilevato che il Trep non leggeva né interpretava correttamente i numeri dei voti scritti a mano nei verbali e che trasferiva i voti da un candidato all’altro o da un partito all’altro. Ha anche denunciato che 16.615 verbali sono stati trattenuti all’interno del sistema per 40 ore, la pagina di divulgazione dei risultati è rimasta inattiva per diverse ore e ha subito continue interruzioni. “Una matematica fatta su misura per il bipartitismo con il sostegno pubblico di Washington”, ha affermato il consigliere. Per Ochoa si tratterebbe di una “operazione coordinata tra forze interne alla leadership del bipartitismo e un’ingerenza straniera alleata, che sta imponendo una decisione elettorale che spetta solo al popolo sovrano”. Appello all’unità Le organizzazioni sociali si sono mobilitate verso l’ambasciata degli Stati Uniti a Tegucigalpa, dove hanno lanciato un appello alle organizzazioni contadine, operaie, indigene, femministe e ambientaliste del Paese affinché consolidino la più ampia unità popolare, “per costruire un programma di lotta e difendere l’autodeterminazione dei nostri popoli e territori”. “Si tratta di una flagrante violazione della sovranità nazionale e di un tentativo di plasmare la percezione pubblica e la stabilità sociale in un momento critico per l’Honduras. È inaccettabile che i messaggi di altri Stati vengano utilizzati per esercitare pressioni, influenzare o condizionare l’esito politico dell’Honduras”, ha avvertito Wendy Cruz della Vía Campesina Honduras. “Denunciamo una frode e una manipolazione mediatica che si sta preparando da giorni da parte dei gruppi di potere nazionali e degli Stati Uniti, che stanno giocando un ruolo determinante nelle elezioni”, ha detto Bertha Zúniga, coordinatrice del Copinh. “Non possiamo rimanere in silenzio”, ha continuato, “invitiamo tutte le persone consapevoli a unirsi a questa protesta, perché stanno tornando al potere le strutture criminali che stanno dietro a questi candidati. Dobbiamo alzare la voce!”. (foto Luis Méndez) Fonte: LINyM (spagnolo) Giorgio Trucchi
Honduras: testa a testa tra i candidati dell’oligarchia
Dopo una giornata trascorsa in modo del tutto pacifico, i primi risultati diffusi dall’organo elettorale (Cne) attraverso il sistema di trasmissione di risultati preliminari (Trep) hanno completamente stravolto il panorama, con un impatto devastante sulle aspettative di chi puntava sulla continuità del progetto di “rifondazione” del Paese, promosso dal partito Libertà e Rifondazione (Libre) e dalla sua candidata Rixi Moncada. Sebbene Libre abbia da tempo annunciato che avrebbe riconosciuto solamente il risultato dello scrutinio finale della totalità dei verbali elettorali – cosa riaffermata nella nottata di ieri dalla stessa Moncada – la distanza di oltre 20 punti dai due candidati del bipartitismo affossa qualsiasi speranza. La diffidenza verso il conteggio preliminare deriva da una serie di audio in cui membri del Partito Nazionale, tra cui una consigliera del Cne, discutevano su un piano per hackerare la trasmissione stessa dei dati, creando una narrativa per proiettare uno dei candidati della destra come sicuro vincitore. La manovra sarebbe servita a destabilizzare l’intero processo elettorale e obbligare a indire nuove elezioni. L’appuntamento elettorale in Honduras si risolve quindi con un testa a testa tra i candidati della destra tradizionale Nasry Asfura e Salvador Nasralla, che incarnano il progetto neoliberista estrattivista e che rappresentano gli interessi dell’oligarchia nazionale, del capitale multinazionali e, ovviamente, degli Stati Uniti. Anche a livello di Parlamento, le proiezioni danno un emiciclo a netto appannaggio del bipartitismo, con Libre che si dovrebbe accontentare di una trentina di deputati su un totale di 128. Il margine risicato con una differenza inaspettata a favore di Asfura di soli 500 voti, l’enorme divario tra la candidata di Libre e i suoi avversari e la caduta del sistema di conteggio per quasi una giornata, gettano ulteriori ombre sull’intero processo. Mentre Asfura e Nasralla si scambiano reciproche accuse e garantiscono, in base alle copie dei verbali in possesso dei loro partiti, di essere i vincitori, la candidata di Libre mostra pubblicamente il conteggio di un paio di migliaia di seggi in cui non si sarebbero usate le misure di sicurezza biometriche. “Nella maggior parte di questi seggi vincono i due partiti d’opposizione, i risultati sono gonfiati ed appaiono nel conteggio del Trep. Faremo ricorso nelle apposite sedi. Come avevano detto stanno cercando di ingannarci, ma la nostra lotta non è finita e io non mi arrendo”, ha detto Moncada. Si prospetta un lungo ed estenuante tira e molla per decretare il vincitore di queste elezioni. Il Cne ha tempo fino al 30 dicembre per farlo. Uno dei simboli del disincanto di una popolazione che solo quattro anni fa aveva portato in trionfo Xiomara Castro, castigando il partito dell’ex presidente e reo per crimini legati al narcotraffico, Juan Orlando Hernández, è la bassa affluenza alle urne che sarebbe intorno al 50 per cento. Molto lontana da quel 69 per cento del 2021. Difficile azzardare un’analisi a caldo di una situazione in continua evoluzione. Proviamo comunque a introdurre una serie di elementi, tanto esogeni come endogeni. “Governo e partito sono stati assediati fin dall’inizio da una campagna mediatica massiccia e distruttiva, che ha inciso pesantemente sull’immaginario collettivo di una popolazione che voleva liberarsi da una narcodittatura e che aveva aspettative molto alte, ma anche su una nuova generazione di votanti che non ha o non vuole avere memoria storica”, spiega l’analista politica Reina Rivera. Un altro elemento è costituito dal sostegno sfacciatamente interventista del presidente Donald Trump ad Asfura, che ha avuto un forte impatto soprattutto sugli honduregni che vivono negli Stati Uniti, sulle famiglie che sopravvivono con i trasferimenti in dollari (remesas) o su chi crede innocentemente agli aiuti economici all’Honduras in caso di vittoria del candidato nazionalista. “È pericoloso che con un semplice messaggio sui social si possa stravolgere l’esito di un’elezione. Siamo di fronte a un riposizionamento strategico e militare degli Stati Uniti nella regione, una nuova avanzata globale, non solo contro il Venezuela, Colombia o Cuba, ma contro tutti quei governi che non seguono pedissequamente le direttive di Washington”, aggiunge l’avvocata e attivista dei diritti umani. Rivera analizza anche fenomeni interni a Libre e al governo che hanno contribuito all’esito negativo di queste elezioni. “Libre ha fatto molto in termini di politica sociale, ma ha sbagliato nella costruzione di una narrativa che non ha saputo includere anche quei settori popolari interessati a costruire criticamente insieme. Si è allontanato da un movimento sociale e popolare che ha contribuito alla sua nascita come soggetto politico, inglobando nel progetto governativo molte delle sue figure di maggior spicco e indebolendo così il tessuto sociale di sostegno”, spiega. L’analista politica sottolinea anche le difficoltà nel fare conoscere ciò che con successo si stava facendo, contrastando così la campagna mediatica denigratoria e di occultamento dei processi di trasformazione in atto. “Sono state fatte molte cose che hanno anche portato a una significativa riduzione della povertà, ma non si è quasi mai riusciti a rompere il muro di silenzio e il boicottaggio mediatico. Inoltre – continua – ci si è molto concentrati sull’area rurale, dove però l’investimento in politiche sociali non si trasforma automaticamente in voti, bensì si scontra con tradizioni politiche familiari e il controllo “caudillesco” del sindaco di turno. Rompere queste dinamiche non è facile”. Per Rivera, lo scenario dei prossimi anni si annuncia estremamente complicato. “Torna l’estrema destra e lo farà senza fare sconti a nessuno e con un forte sentimento di rivalsa. La svendita della sovranità, la distruzione dei territori, il saccheggio dei beni comuni, lo Stato di nuovo in balia delle banche e le forze repressive contro chi difende la terra. Faranno di tutto – continua – per affossare ciò che di buono è stato fatto in materia di giustizia sociale. Verranno tempi duri per i diritti delle donne, della comunità LGBTIQ, per le popolazioni indigene e nere, per le comunità contadine e la difesa della sovranità alimentare”. Di fronte a questo scenario, conclude Rivera, non è però il momento di abbassare le braccia, né di chinare la testa. “È il momento di tornare alle radici della resistenza, di pensare e sviluppare un progetto politico-sociale che torni ad unire la politica con la lotta sociale, con la dignità e il popolo. Nella sconfitta, per favore, non rinunciamo alla speranza e nemmeno alla memoria”. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
Parliamo di piramidi
Abbiamo bisogno di mettere in discussione le piramidi non solo del sistema capitalista ma anche le “nostre” piramidi, quelle create all’interno di organizzazioni che resistono al sistema. “Non è una questione da poco – scrive Raúl Zibechi -, perché ci impone di guardarci allo specchio e scoprire i sistemi oppressivi che creiamo quando cerchiamo di cambiare il mondo…”. Verso lo straordinario Semillero zapatista di fine anno: “Di piramidi, storie, amori e, naturalmente, di cuori infranti” (tra gli invitati Raúl Zibechi) Foto di Massimo Tennenini Pochi giorni fa, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha annunciato il Semillero “Di piramidi, storie, amori e, naturalmente, di cuori infranti”, che si terrà dal 26 al 30 dicembre presso il Centro Indigeno di Formazione Integrale (Cideci) di San Cristóbal de las Casas, Chiapas. L’annuncio chiarisce che il workshop affronterà il tema delle piramidi non solo all’interno del sistema capitalista, ma anche nei “movimenti di resistenza, nella sinistra e nel progressismo, nei diritti umani, nella lotta femminista e nelle arti” (Convocazione al Semillero 26-30 dicembre 2025). Trovo questo nuovo appello estremamente importante, come quelli precedenti, perché un dibattito rigoroso e approfondito è quasi inesistente all’interno dei movimenti sociali, una situazione che contrasta nettamente con l’impegno dell’EZLN a riflettere mentre si resiste e a creare nuovi mondi che non siano più capitalisti. Rigore non è sinonimo di accademico o di incomprensibile per le persone comuni e organizzate che resistono. Questo è un punto centrale: la riflessione e l’analisi non servono per ottenere attestati o promozioni, ma per rafforzare la resistenza, per renderla più perspicace e responsabile. Un aspetto degno di nota dell’appello all’azione non è solo quello di mettere in discussione le piramidi al vertice (anche se non usano questo termine), ma anche le “nostre” piramidi, quelle create all’interno di organizzazioni che resistono al sistema. Si parla molto delle prime; nulla delle seconde. Solo lo zapatismo ha la volontà e il coraggio di metterle in discussione. Nel pensiero critico e nei movimenti rivoluzionari, errori e orrori vengono solitamente attribuiti a singoli individui (come Stalin in Unione Sovietica), ma strutture come le piramidi, che ispirano partiti e sindacati, ma spesso anche coloro che combattono contro il sistema, non vengono messe in discussione. Se parliamo solo delle piramidi del capitalismo (lo Stato, la polizia, la giustizia, ecc.), tralasciamo le nostre deviazioni ed errori, il che sarebbe fin troppo comodo e poco utile. La verità è che tutte le rivoluzioni hanno costruito piramidi che, come diceva Immanuel Wallerstein, erano adatte a rovesciare le classi dominanti, ma che presto si sono trasformate in ostacoli alla creazione di nuovi mondi. “L’errore fondamentale delle forze anti-sistema nell’era precedente era credere che quanto più unificata era la struttura, tanto più efficace era” (Dopo il liberalismo). Da tempo sappiamo che nuove classi dirigenti post-rivoluzionarie sono state ricostruite dall’alto delle piramidi, impedendo la costruzione di mondi non capitalistici e instaurando regimi autoritari che hanno rafforzato gli stati nazionali. Un merito importante dell’EZLN risiede nell’aver fondato questi dibattiti sulla propria esperienza, su quanto accaduto nell’arco di due decenni in spazi autonomi come le Giunte di Buon Governo, un punto che avevano già sollevato chiaramente e apertamente ad agosto durante l’incontro “Alcune parti del tutto”, nel vivaio di Morelia. All’epoca, scrissi che l’autocritica pubblica dal basso era “un fenomeno assolutamente nuovo tra i movimenti che lottano per cambiare il mondo” e che in questo modo gli zapatisti ci mostrano “cammini che nessun movimento ha mai percorso prima, in nessuna parte del mondo, in tutta la storia” (L’autocritica zapatista). Oggi non basta riaffermare questa percezione; dobbiamo anche riconoscere che gli zapatisti pongono una nuova sfida: affrontare le piramidi che creiamo alla base. Non è una questione da poco, perché ci impone di guardarci allo specchio e scoprire i sistemi oppressivi che creiamo quando cerchiamo di cambiare il mondo. La sfida è tanto importante quanto complessa. Non credo si tratti di puntare il dito contro chi costruisce le piramidi, ma piuttosto di ragionare e spiegare i problemi che esse comportano, sulla base di oltre un secolo di esperienza storica dalla Rivoluzione russa e un secolo e mezzo dalla Comune di Parigi. Fu dopo la loro sconfitta che il movimento rivoluzionario iniziò a costruire apparati politici centralizzati e gerarchici: i partiti politici. Fino ad allora, la lotta era sostenuta da una galassia di organizzazioni meno gerarchiche, un po’ caotiche, certo, ma non per questo meno combattive. Siamo arrivati a un punto in cui solo gli apparati burocratici e gerarchici sono considerati vere organizzazioni, ovvero istituzioni che si modellano sulle piramidi statali e le riproducono simmetricamente. Ora ci rendiamo conto che questi apparati sono completamente inutili in questi tempi di caos sistemico e servono solo come scale per coloro la cui unica ambizione è quella di raggiungere l’apice del potere statale. Il dibattito a cui ci chiama lo zapatismo promette di essere illuminante in mezzo all’oscurità. Propongono di nuotare controcorrente rispetto al pensiero compiacente della sinistra e del mondo accademico, intrappolato nella logica del capitalismo. Questo è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno per scrollarci di dosso il nostro letargo, impegnarci nell’autocritica e liberarci da vecchie idee/prigioni per poter continuare a camminare attraverso la tempesta. -------------------------------------------------------------------------------- di Raúl Zibechi  articolo originale https://comune-info.net/parliamo-di-piramidi Pubblicato anche su La Jornada Ettore Macchieraldo
Elezioni in Honduras: cosa c’è in gioco
A meno di tre settimane dalle elezioni, due progetti dalle visioni diametralmente opposte si scontrano in Honduras: il primo ancorato a un passato recente che ha gettato milioni di honduregni nella miseria, messo in vendita il Paese e saccheggiato le casse pubbliche; l’altro che intende dare continuità alla trasformazione iniziata dal governo di Xiomara Castro e dal partito Libertà e rifondazione (Libre). Sono elezioni complicate, che si svolgono in un clima molto teso, dove è ancora vivo il ricordo del golpe civico-militare del 2009, così come quello degli anni di repressione, persecuzione, lawfare, incarcerazioni e omicidi che hanno caratterizzato i governi neoliberisti post colpo di Stato. Dopo la denuncia presentata da Marlon Ochoa, uno dei titolari del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), circa un piano orchestrato dall’opposizione per boicottare e destabilizzare il processo elettorale del 30 novembre, sul quale ancora indaga la Procura, lo stesso Ochoa ha messo in guardia da quanto potrebbe accadere con il Sistema di trasmissione dei risultati preliminari (Trep). Durante la simulazione realizzata nei giorni scorsi, delle 4.362 schede trasmesse, solo 1.556 sono giunte a destinazione, pari al 35,7%. Analogamente, dei 1.340 dispositivi biometrici utilizzati, solo 317 si sono connessi (23,7%). “La connettività satellitare è venuta meno e uno dei canali di trasmissione dei risultati dai seggi non funzionava. A 20 giorni dalle elezioni, non ci sono garanzie di trasparenza nel Trep. Questa è un’ulteriore prova dell’esistenza di una cospirazione contro lo svolgimento regolare delle elezioni, orchestrata dall’interno dello stesso organo elettorale”, ha detto Ochoa. Lo stesso giorno, migliaia di membri del Partito nazionale (Pnh) si sono mobilitati nella capitale chiedendo elezioni libere e trasparenti e accusando il partito al governo (Libre) e la sua candidata Rixi Moncada di futuri brogli. Per cercare di districarsi all’interno di una congiuntura complessa e polarizzata, abbiamo parlato con Luis Méndez, attivista sociale, poeta e regista honduregno. “Veniamo da elezioni, come quelle del 2013 e del 2017, in cui la destra di questo Paese, la stessa che nel 2009 organizzò un colpo di stato e si appropriò di istituzioni e strumenti politico-amministrativi, ha commesso brogli per rimanere al potere”, ricorda Méndez. Con la schiacciante vittoria di Xiomara Castro e del partito Libertà e rifondazione nel 2021, spiega l’analista, si è registrato un significativo passo in avanti nella gestione dell’amministrazione pubblica. Si è inoltre posto fine al tradizionale sistema bipartitico all’interno delle istituzioni. “La vittoria del partito Libre – prosegue – ha rappresentato uno shock per le élites economiche, politiche e religiose, ed è per questo che faranno di tutto per impedirgli di rimanere al governo”. “Ciò a cui stiamo assistendo” aggiunge Méndez, “è una brutale offensiva volta a delegittimare qualsiasi progresso compiuto in questi quattro anni. “Siamo di fronte alla vecchia politica tradizionale, alleata dell’ingerenza statunitense, delle grandi aziende e dei settori imprenditoriali legati al copione neoliberista, al progetto di espropriazione e smembramento del settore pubblico” Un lupo mimetizzato  Le elezioni honduregne sono anche condizionate da interessi strategici e geopolitici. Sia il movimento di resistenza che il partito Libre rappresentano un ostacolo a questi interessi. “Le posizioni assunte pubblicamente dal governo honduregno su questioni molto delicate per Washington, come la responsabilità di Israele nel genocidio del popolo palestinese o la denuncia di aggressioni, sanzioni ed embarghi contro Cuba, Nicaragua e Venezuela, hanno creato maggiori tensioni”, afferma l’attivista. Secondo Méndez, le elezioni honduregne non possono essere scisse dal contesto regionale, dove le difficili relazioni tra Stati Uniti, Colombia e Venezuela, unite alla massiccia presenza militare statunitense nei Caraibi, stanno esacerbando gli animi. “Un secondo periodo di Libre al governo rappresenta un’ulteriore battuta d’arresto per gli obiettivi geostrategici di dominio statunitense in America Latina. Lo vedremo in qualche modo riflesso nelle elezioni. Non dimentichiamo l’uso artificioso degli ‘osservatori elettorali’ in altre elezioni”. Campagna d’odio Un altro strumento utilizzato dall’opposizione è l’impiego di campagne di odio e fango lanciate attraverso i grandi gruppi multimediali, che in Honduras sono nella quasi totalità controllati dagli stessi che hanno avuto un ruolo decisivo nel colpo di stato contro l’ex presidente Manuel Zelaya. “Si sta cercando di costruire una narrazione per delegittimare sia l’operato del governo, sia quello del partito Libre, dicendo che sono uguali a chi li ha preceduti. Tuttavia, Xiomara Castro e chi l’ha accompagnata in questa esperienza non ha nulla a che fare con quella che è stata la narcodittatura e la struttura criminale che ha preso il controllo dell’Honduras per 12 anni”. Secondo l’analista, anche nascondere i risultati dell’amministrazione Castro e ignorare che la partecipazione dei cittadini che è tornata ad avere un significato all’interno della politica statale, fanno parte della stessa campagna di disinformazione. “Ci sono state contraddizioni, si sarebbero potuto fare molto di più e, soprattutto in termini di accesso e difesa di terra, territori, beni comuni, così come di risposta alle esigenze delle popolazioni indigene e contadine, il bilancio è insufficiente. Nonostante ciò – spiega Méndez – siamo ancora in una fase di transizione. Non possiamo dimenticare in che condizioni il governo ha ricevuto il Paese e le casse pubbliche, gli ostacoli che ha dovuto affrontare, né la struttura politica ed economica criminale che continua a detenere il potere. Una situazione drammatica che non può essere cambiata in soli quattro anni”. In chiusura, l’attivista sociale ha ricordato che in Honduras è in atto uno scontro tra due progetti: quello neoliberista, basato sull’espropriazione e la privatizzazione della cosa pubblica e quello della lotta emancipatoria del popolo e della difesa della cosa pubblica. “La destra, pur presentandosi come vittima, è quella che cerca di generare il caos e impedire lo svolgimento delle elezioni. Intende imporre nella coscienza collettiva una narrazione mediatica che vede Libre come colpevole. Tuttavia, ho fiducia che esistano le condizioni per proseguire con il progetto di cambiamento iniziato da Xiomara Castro”.   Giorgio Trucchi