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L’offensiva di Washington contro le brigate mediche cubane
Negli ultimi giorni, circa 170 medici cubani hanno lasciato l’Honduras, dopo che l’attuale governo del conservatore Nasry Asfura ha deciso di non rinnovare l’accordo interistituzionale, firmato durante l’amministrazione dell’ex presidente Xiomara Castro e scaduto lo scorso 25 febbraio. Una scelta che non sorprende e che lo stesso Asfura ha catalogato come “una decisione di politica estera”, visti i legami di estrema sudditanza della nuova amministrazione honduregna nei confronti degli Stati Uniti e l’offensiva lanciata da Donald Trump contro Cuba. È proprio di questi giorni la disposizione del presidente ecuadoriano Daniel Noboa di rompere i rapporti diplomatici con la maggiore delle Grandi Antille ed espellerne il personale accreditato. Per promuovere “libertà, sicurezza e prosperità nella regione”, Noboa, Asfura e altri 10 presidenti latinoamericani allineati fedelmente agli interessi di Washington si riuniranno con Trump il prossimo 7 marzo. Limitare la presenza e l’influenza politica ed economica di Cina e Russia in America Latina, raccattare sostegno diplomatico (e logistico) all’ultima avventura trumpiana in Medioriente e rafforzare la “Dottrina Donroe” nel continente in vista delle elezioni in Colombia e Brasile, sembrano essere i veri obiettivi dell’incontro. In questo contesto, l’attacco sistematico dei governi vassalli a Cuba assume una rilevanza particolare. Sgretolare la credibilità del lavoro svolto dalle brigate mediche in giro per il mondo diventa un tassello strategico per l’amministrazione Trump. Proprio per questo, lo scorso anno gli Stati Uniti hanno annunciato un ampliamento delle restrizioni sui visti a quelle persone che si beneficiano del presunto “sfruttamento del lavoro” dei medici cubani all’estero. Cuba è stata inoltre inserita in una lista nera di nazioni che non compiono gli standard minimi di lotta contro la tratta delle persone. Nel mirino ci sono lavoratori e funzionari del governo cubano e di quelle nazioni coinvolte in programmi legati alle missioni mediche. Misure in perfetta continuità con le politiche adottate da Trump durante il suo primo mandato. Sono quasi 150 le disposizioni che hanno inasprito la famigerata Legge Helms-Burton. L’attacco alle brigate mediche non è altro che l’ennesimo tentativo di delegittimare il prestigio internazionale di cui gode uno dei bastioni della politica solidale della rivoluzione cubana. Si dà inoltre un’ulteriore spallata agli ingressi di divisa nell’isola. Quattro sono i pilastri del servizio medico cubano verso l’estero: brigate mediche di risposta immediata (durante l’epidemia di Covid, la brigata Henry Reeve ha soccorso circa 1,26 milioni di persone in 40 nazioni), creazione di strutture sanitarie pubbliche all’estero, formazione medica per stranieri e cura di pazienti stranieri a Cuba. Dal 1963, data d’inizio del lavoro delle brigate mediche, la patria di Martí ha mandato più di 400 mila tra medici e infermieri in 180 Paesi. Cuba investe ogni anno il 6,6% del Pil in concetto di assistenza ufficiale per lo sviluppo, la proporzione più alta al mondo. Se la compariamo con lo 0,39% della media europea e lo 0,17% degli Stati Uniti, abbiamo un’idea dell’enorme apporto realizzato nonostante l’asfissia del bloqueo statunitense. Prima della decisione di vari stati latinoamericani di fare a meno del sostegno medico cubano, le brigate operavano in circa 60 Paesi, più del 40% dei quali non pagava nulla per il sostegno ricevuto. “La decisione del nuovo governo honduregno è in sintonia con la politica anti cubana di Washington e con l’ondata neoconservatrice nella regione. Questo mette in evidenza la mancanza d’indipendenza in politica estera del nuovo governo e pregiudica principalmente la popolazione più povera”, dice a Pagine Esteri, Dyron Roque Lazo, membro della Segreteria operativa di ALBA Movimientos. Per il cattedratico ed educatore popolare, il provvedimento non tiene nemmeno in conto l’integralità dell’intervento realizzato, che non consiste solo nell’assistenza medica diretta alla popolazione, ma anche nell’offerta di borse di studio a studenti honduregni. “Purtroppo non è la prima, né sarà l’ultima volta che un governo asservito darà le spalle alla propria gente per garantire gli interessi statunitensi. Per questo noi condanniamo con forza tale decisione”. Dall’aeroporto “Ramón Villeda Morales”, nel nord dell’Honduras, l’ambasciatore cubano Juan Loforte ha ricordato l’importante lavoro svolto dai membri della brigata medica, che durante i due anni di permanenza si sono distribuiti tra ospedali, cliniche e centri di salute in 17 dei 19 dipartimenti del Paese, realizzando circa mezzo milione di visite e almeno diecimila interventi chirurgici. In particolar modo, il diplomatico ha voluto sottolineare quanto fatto con il programma Operación Milagro. “Sono state create cinque cliniche oftalmologiche, realizzando più di 40 mila visite specialistiche e almeno 7 mila operazioni”. Migliaia di persone con scarse capacità economiche, che devono fare i conti con una sanità estremamente deficitaria e che non hanno accesso a cliniche private in cui i costi di queste operazioni variano tra i 4500 e i 5700 dollari. Per Amable Hernández, ex direttore dell’Istituto nazionale di previdenza sociale per i dipendenti pubblici, ente statale che insieme al ministero della Sanità, a quello di Progettazione strategica e all’Istituto di previdenza sociale del settore scolastico hanno firmato la convenzione biennale con Cuba, la decisione di non rinnovare l’accordo è totalmente assurda. “Ogni centro oftalmologico ha la capacità di visitare dagli 80 ai 120 pazienti e di realizzare dalle 10 alle 15 operazioni al giorno, tutto completamente gratis. Quello che il governo dovrebbe fare è rinnovare l’accordo e mandare giovani medici honduregni a Cuba per specializzarsi in oftalmologia e creare risorse per il futuro. Qui non importa il colore politico o l’ideologia, ma il bene della gente. Chiudere queste cliniche è inumano, miope e attenta contro la salute visuale della popolazione”, assicura Hernández a Pagine Esteri. Particolarmente aggressiva la campagna di disinformazione lanciata da settori legati al partito di governo, con il sostegno dei principali mezzi di comunicazione in mano alle grandi famiglie e ai gruppi di potere oligarchico, che sono arrivati addirittura a ipotizzare che i medici fossero “spie del regime cubano” o comunque persone strapagate che nulla avevano a che fare con la professione medica. “Sono state inventate molte cose e ci dispiace. Quello che però è veramente importante è l’apprezzamento della gente per il lavoro svolto. Abbiamo sentito l’affetto, il sostegno e la solidarietà della gente e siamo orgogliosi di avere portato a termine la missione”, ha sottolineato l’ambasciatore Loforte. Oltre all’Honduras, anche Guatemala, Paraguay, Bahamas, Guyana, Antigua y Barbuda, San Vicente y las Granadinas hanno iniziato il ritiro delle missioni mediche. In particolare, il governo “progressista” di Bernardo Arévalo in Guatemala ha annunciato la fine dell’accordo di cooperazione che data quasi 30 anni. Il progressivo ritiro dei 412 operatori sanitari cubani, di cui 333 medici, che lavoravano in 16 dei 22 dipartimenti, specialmente nelle zone rurali con un alto grado di inaccessibilità, dà l’idea del grado di subordinazione al governo statunitense. “La relazione tra Cuba e Honduras è di vecchissima data. Qui si sono esiliati molti indipendentisti cubani e la presenza delle brigate mediche solidali risale agli uragani Fifi (1974) e Mitch (1998). Hanno salvato vite, hanno raggiunto le zone più isolate. Hanno svolto un lavoro impressionante. Non possiamo accettare che l’ingerenza straniera stronchi un’esperienza così importante per la nostra gente”, manifesta a Pagine Esteri, Erasto Reyes, presidente dell’Associazione di amicizia Honduras Cuba. Negli ultimi 25 anni, i medici cubani hanno realizzato 30 milioni di visite, decine di migliaia di operazioni chirurgiche, di cui 80 mila interventi oftalmologici, e quasi 1700 giovani si sono laureati in medicina a Cuba. “Condanniamo la decisione del signor Asfura che colpisce gli strati più poveri della popolazione. Condanniamo l’atteggiamento di totale sottomissione agli interessi di Washington. Rifiutiamo gli attacchi indiscriminati a Cuba, al diritto all’autodeterminazione dei popoli, all’uso di meccanismi di pressione per sottomettere chi non si adegua”, conclude Reyes. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
March 6, 2026
Pressenza
Cuba si libera della dipendenza dal petrolio
Vi spiego: bisogna parlare in megawatt (MW) perché è così che funzionano le cose. Cuba non dipende totalmente dal petrolio poiché, in collaborazione con la Cina, sta portando avanti un piano accelerato di installazione di energia fotovoltaica, superando i 1.000 MW di capacità installata all’inizio del 2026 attraverso la sincronizzazione di più parchi fotovoltaici. Sono stati completati decine di parchi da 21,8 MW ciascuno, il che ha permesso di migliorare la produzione diurna e ridurre il consumo di combustibile. Cosa si consuma Orario diurno: 3000 MW Ore di punta dalle 18 alle 21: 3500 MW La generazione disponibile rimane al di sotto dei 2.500 MW, causando deficit compresi tra 500 MW e 1.000 MW e generando i fastidiosi “blackout”. Affinché il sistema sia efficiente, Cuba deve disporre di una capacità installata e disponibile compresa tra circa 4.000 MW e 4.500 MW. Perché più di quanto se ne consuma? Per le riserve operative, la manutenzione e altre esigenze impreviste. Affinché tutto il Paese sia coperto e non ci siano più blackout, è necessario un investimento massiccio in sistemi di stoccaggio (batterie) su larga scala che sono molto costosi. Tuttavia, si stanno incorporando sistemi di accumulo di energia in parchi selezionati (ad esempio L’Avana, Holguín, Granma) per migliorare la stabilità del Sistema Energetico Nazionale (SEN) e consentire l’uso dell’energia solare al di fuori delle ore di sole. Situazione attuale e proiezioni (febbraio 2026): Capacità e sincronizzazione: all’inizio del 2026, Cuba ha dichiarato di aver sincronizzato al Sistema Elettrico Nazionale (SEN) più di 45 parchi, superando i 1.000 MW di capacità installata totale. Obiettivo 2026: il Paese punta ad aggiungere altri 100 MW di generazione fotovoltaica nel 2026, mantenendo il ritmo di crescita dell’anno precedente. Nonostante questi progressi, continuano a verificarsi blackout, soprattutto di notte, a causa dell’elevata dipendenza dai combustibili fossili e della lenta implementazione delle batterie su larga scala. Ma i cubani sono ottimisti e hanno fiducia nella loro rivoluzione, che ha superato situazioni ben peggiori. Ora tutti li stanno aiutando. E per dimostrarvelo, vi racconterò un aneddoto: avevo un amico cubano molto simpatico, loquace e perennemente ottimista, purtroppo ormai scomparso, che mi diceva: “Stiamo molto bene perché ora, a volte, abbiamo i LAMPI.” (N.d.T) In caso di interruzioni elettriche, periodo di tempo (simile a un lampo) in cui viene ripristinata la corrente. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Margarita Labarca Goddard
March 1, 2026
Pressenza
Lettera aperta al mondo: da Cuba una donna denuncia il crimine che nessuno vuole vedere
All’umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia: Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l’anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington. E il mondo guarda dall’altra parte. Denuncia per i miei nonni: Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l’arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì. Denuncia per i miei bambini: Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali Paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste. Dov’è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l’infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere? Denuncia per la fame intenzionale: Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali, pollo, latte vengono sanzionate. La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio. Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo terrorismo della fame. Denuncia per i miei medici: Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento, ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia. I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l’aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l’impero ci punisce per averlo realizzato. Al mondo dico: Cuba non chiede l’elemosina. Cuba non chiede soldati. Cuba non chiede che ci amiate. Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno. Vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo. Vi chiedo di chiamare il blocco con il suo nome: crimine contro l’umanità. Vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalla favola del “dialogo” e della “democrazia” mentre ci strangolano. Non vogliamo carità. Vogliamo che ci lascino vivere. Ai governi complici che tacciono: La storia vi presenterà il conto. Ai media che mentono: La verità trova sempre una via d’uscita. Ai carnefici che firmano sanzioni: Il popolo cubano non dimentica e non perdona. A coloro che hanno ancora umanità nel cuore: Guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare? Da questa piccola isola, con un popolo gigante, una cubana comune che si rifiuta di arrendersi. Ikay Romay Tradotto e divulgato da Associazione Svizzera-Cuba, Sezione Ticino ticino@cuba-si.ch https://www.facebook.com/ASCTicino/?locale=it_IT https://www.cuba-si.ch/it/   Redazione Italia
February 16, 2026
Pressenza
Raccolta fondi “Let Cuba Live”
Il blocco del carburante imposto da Trump sta privando Cuba di energia, paralizzando ospedali e scuole e tentando di provocare una carestia. Da qualche giorno è partita la raccolta fondi “Let Cuba Live”, che ha l’obiettivo di sostenere il Paese caraibico nell’acquisto di generatori e pannelli a energia solare. L’iniziativa è a cura di diverse realtà statunitensi che negli ultimi anni si sono distinte nel contrasto alle politiche imperialistiche dei vari governi succedutisi nel Paese e nella difesa della democrazia dai feroci attacchi dell’ultimo. Tra i primi firmatari compaiono organizzazioni come Codepink, Jewish Voice for Peace, Veterans for Peace, People’s Forum e Democratic Socialists of America, gli attori Jane Fonda, Mark Ruffalo, Ed Harris, Kal Penn e Susan Sarandon, il musicista Roger Waters, l’attivista nativo americano Leonard Peltier e molti altri. Il People’s Forum, tra i promotori della campagna, scrive in un breve comunicato che è responsabilità del popolo americano aiutare i vicini a mantenere le luci accese negli ospedali. Cuba dista dalla Florida solo 145 kilometri. Tra le mille difficoltà di un embargo attivo da quasi settant’anni il Paese è sempre riuscito a sopravvivere e conservare la sua sovranità, ma l’attuale crisi è stata creata ad arte per farlo crollare; sono scelte politiche criminali che abbiamo imparato a conoscere come “guerra ibrida”; proprio come ogni conflitto provocano danni economici e psicologici all’intera popolazione e uccidono in modo più subdolo delle bombe. Tutti ci chiediamo quale minaccia rappresenti il piccolo Stato caraibico per una potenza nucleare come gli Stati Uniti… In tempo di crisi pandemica, quando l’Italia da sola non riusciva a soddisfare le richieste d’intervento per infezione da Covid 19 e gli ospedali erano in difficoltà, Cuba inviò in nostro aiuto personale medico specializzato e in varie città si aprirono presidi sanitari diretti da dottori cubani. A quei tempi eravamo noi in una crisi umanitaria e lo Stato socialista, fedele al principio di solidarietà fra le genti, venne in nostro soccorso. Inutile sperare in qualche forma di riconoscenza da parte delle nostre istituzioni, ma dal momento che anche il popolo italiano è debitore a Cuba e ai suoi bravi medici, forse a qualcuno farà piacere contribuire a questa particolare raccolta fondi, anche se non siamo vicini di casa. “Particolare” perché l’idea di investire in energia solare potrebbe, lo speriamo tutti, essere vincente e assicurare al Paese caraibico l’autonomia per la quale lotta e soffre da anni. Cuba, che diversamente da Venezuela e Messico non possiede giacimenti di petrolio, lo ha capito da tempo e con l’aiuto cinese sta sostenendo le proprie strutture civili (ospedali per primi) con sistemi energetici alternativi ai carburanti fossili.  E allora vuoi vedere che diventerà il primo vero Stato a impatto 0? L’Avana finirà col far da modello alle presuntuose smart city europee? Oggi, mentre il mondo più fortunato litiga su transizione energetica si, transizione energetica no o ni – perché ogni decisione per il bene comune deve sempre portare un tornaconto economico –, i cubani affrontano ogni giorno sfide vitali e trovano soluzioni creative. Aiutiamoli. https://www.letcubalive.info https://www.letcubalive.info/donate     Marina Serina
February 15, 2026
Pressenza
Una flotilla partirà per Cuba per rompere l’embargo USA
Si chiama “Nuestra América Flotilla” la coalizione di navi che tra un mese salperà verso Cuba per rompere l’assedio statunitense. «L’amministrazione Trump — si legge nel primo comunicato ufficiale dell’iniziativa umanitaria — sta strangolando l’isola, interrompendo il rifornimento di carburante, i voli e le forniture di beni di prima necessità». Seguendo l’esempio della Global Sumud Flotilla, che proprio in questi giorni sta preparando una nuova spedizione a Gaza, una rete internazionale di associazioni e movimenti ha deciso di «navigare verso Cuba per portare aiuti umanitari vitali al suo popolo». Si tratta della risposta dal basso della società civile all’embargo statunitense e alle strette disposte dall’amministrazione Trump, che minaccia pesanti ritorsioni verso gli Stati intenzionati a violare commercialmente l’assedio. Da settimane il carburante non entra a Cuba, su decisione di Donald Trump. Il presidente USA, dopo aver fatto catturare l’omologo venezuelano Nicolás Maduro, principale alleato commerciale dell’Avana, ha rafforzato le sanzioni verso l’isola con l’obiettivo di causare un’implosione senza intervento militare. Il governo cubano ha risposto con un piano emergenziale — di razionamento energetico, sviluppo delle rinnovabili e decentralizzazione — facendo appello anche alla solidarietà internazionale. Quella messa in moto dagli Stati appare ancora timida, influenzata dalle minacce americane. Il Messico ha inviato delle scorte umanitarie e si è proposto come mediatore ai tavoli diplomatici tra le parti, ma a quanto pare ha fermato le spedizioni di carburante; Russia e Cina non si sbilanciano e oltre a condannare Washington dicono di star facendo “tutto il possibile” per aiutare Cuba. Nel frattempo la risposta popolare alza il tiro, schierandosi in prima linea. Così è nata la Nuestra América Flotilla, pronta a salpare da più punti del Mar dei Caraibi per portare aiuti umanitari a Cuba e forzare l’embargo USA, implementando quella revoca che le Nazioni Unite invocano da anni (l’ultima richiesta dell’Assemblea Generale risale all’ottobre 2025). Diversi esperti dell’ONU hanno denunciato le nuove sanzioni statunitensi, definendole una «violazione del diritto internazionale nonché una grave minaccia per un ordine internazionale basato sull’uguaglianza e sulla democrazia». A lanciare la Nuestra América Flotilla sono associazioni, movimenti sociali, organizzazioni sindacali e Ong provenienti da tutto il mondo, che ora chiedono sostegno e partecipazione: «Insieme possiamo rompere l’assedio, salvare vite e difendere il diritto all’autodeterminazione del popolo cubano». L’inasprimento delle sanzioni americane ha peggiorato notevolmente la crisi economica che attraversa Cuba. Oltre la metà dell’approvvigionamento energetico proviene dalle importazioni e con le riserve di carburante quasi esaurite anche i diritti basilari risultano in pericolo. «Ci prepariamo a navigare verso Cuba per lo stesso motivo con cui abbiamo viaggiato nella Sumud Global Flotilla a Gaza: rompere l’assedio, portare cibo e medicine e dimostrare che la solidarietà può attraversare qualsiasi confine o mare», ha detto lo statunitense David Adler, dell’Internazionale Progressista, tra i promotori dell’iniziativa umanitaria per Gaza e ora della Nuestra América Flotilla.   L'Indipendente
February 14, 2026
Pressenza
Aiuti umanitari dal Messico a Cuba
> Il Ministero degli Affari Esteri messicano ha comunicato che, su ordine della > presidente Claudia Sheinbaum, domenica scorsa sono salpate dal porto di > Veracruz due navi di supporto logistico della Marina messicana, con aiuti > umanitari destinati a Cuba. L’imbarco è avvenuto al molo dell’Amministrazione del Sistema Portuale Nazionale di Veracruz, con provviste provenienti dalla Regione Naval Central. La Papaloapan trasporta circa 536 tonnellate di generi alimentari di prima necessità e articoli per l’igiene, mentre la Isla Holbox trasporta poco più di 277 tonnellate di latte in polvere; entrambe le navi arriveranno a destinazione in circa quattro giorni, e restano ancora da spedire oltre 1.500 tonnellate aggiuntive di latte in polvere e fagioli. Il Ministero degli Esteri ha sottolineato che questa azione ribadisce i principi umanisti, la vocazione solidale e l’impegno del Messico nella cooperazione internazionale, in particolare con i popoli che affrontano situazioni di emergenza, ricordando lo storico rapporto di solidarietà tra Messico e Cuba. Ha inoltre evidenziato i recenti invii di aiuti ad altri paesi colpiti da calamità, come gli incendi in California e Cile e le inondazioni in Texas. La presidente Sheinbaum ha ribadito che l’assistenza umanitaria all’isola sarà concretizzata immediatamente, mentre proseguono le trattative diplomatiche per la fornitura di petrolio, in un contesto in cui attori politici e sociali messicani hanno espresso il loro sostegno a Cuba di fronte all’assedio energetico degli Stati Uniti. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI STELLA MARIS DANTE Pressenza IPA
February 13, 2026
Pressenza
Guatemala: incontro internazionale delle donne
In Guatemala si è tenuto l’incontro internazionale “Donne e donne indigene nella regione latinoamericana, verso la parità e la democrazia”. Durante i due giorni dell’incontro, circa un centinaio di leader provenienti dal Paese centroamericano e da Bolivia, Messico, Cile e Costa Rica hanno analizzato come la parità, l’alternanza e l’inclusione delle donne e delle popolazioni indigene siano state una rivendicazione storica. In questo Paese centroamericano le donne costituiscono il 51% della popolazione totale e il 54% degli elettori e, nonostante siano la maggioranza, attualmente su 160 deputati dell’attuale legislatura, solo 32 sono donne e di queste solo una è indigena. Al termine dell’evento internazionale, di cui potete vedere qui sotto un breve video, le leader guatemalteche hanno chiesto l’immediata ed effettiva incorporazione dei principi di parità, alternanza e inclusione delle popolazioni indigene nella legge elettorale e dei partiti politici. Hanno inoltre chiesto la fine della violenza politica contro le donne in tutte le sue forme, compresa la violenza razzista, simbolica e digitale, e hanno sottolineato lo slogan “Poiché siamo la metà, vogliamo la parità! Senza donne e donne indigene, non c’è democrazia!”. Rocizela Pérez
January 28, 2026
Pressenza
Trump punta al colpo di stato a Cuba
Procedura come quella adottata in Venezuela. Si cerca la cooperazione con gli insider del governo cubano Quest’anno l’amministrazione Trump mira a un rovesciamento e a un cambio di sistema a Cuba. Lo riferisce il Wall Street Journal (WSJ). Si dice che il bombardamento del Venezuela e il rapimento di Nicolás Maduro abbiano incoraggiato in questo senso il presidente Donald Trump. Secondo quanto riferito da persone di fiducia, il governo degli Stati Uniti e i suoi servizi segreti sono alla ricerca di “insider del governo cubano che possano aiutare a negoziare un accordo per rovesciare il regime comunista entro la fine dell’anno”. Secondo il WSJ, l’amministrazione Trump ha stimato che l’economia cubana è sull’orlo del collasso e ritiene che il blocco totale da parte degli Stati Uniti delle forniture di petrolio vitali e dei pagamenti importanti per i servizi degli operatori sanitari cubani in Venezuela provocherà il crollo dell’economia. Secondo il WSJ, i rapporti dei servizi segreti statunitensi dipingono un quadro allarmante dell’economia della vicina nazione insulare: la carenza cronica di beni di prima necessità, medicinali ed elettricità non è mai stata così grande. Esperti come Alena Douhan vedono che molti dei problemi di Cuba sono causati dalle numerose sanzioni. I media cubani lamentano che Cuba è inoltre vittima di campagne mediatiche ostili e persino di manipolazioni della valuta. Secondo il WSJ, l’amministrazione Trump non ha un piano concreto per il rovesciamento del governo comunista. Tuttavia, vede l’azione contro il Venezuela e i successivi colloqui con il presidente ad interim come un modello di riferimento e un avvertimento per Cuba. Le riserve petrolifere dell’isola caraibica potrebbero esaurirsi nel giro di poche settimane, il che, secondo gli economisti, porterebbe a una completa paralisi dell’economia. I collaboratori di Trump affermano che il capo del governo rifiuterebbe le strategie di rovesciamento del passato e cercherebbe invece di raggiungere accordi e di sfruttare le opportunità che si presentano, ove possibile. -------------------------------------------------------------------------------- Il testo intregrale dell´articolo (in lingua tedesca) si puó trovare qui: https://amerika21.de/2026/01/282041/trumps-us-regime-will-umsturz-kuba -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette Pressenza Hannover
January 25, 2026
Pressenza
Chi governa l’Honduras?
> L’attacco di Donald Trump al Venezuela e il rapimento del suo capo di Stato > hanno messo in secondo piano la sua operazione di cambio di regime in > Honduras, meno sfacciata ma forse più efficace. Nessuno può essere sicuro che > Nasry “Tito” Asfura, del Partito Nazionale, abbia davvero vinto le elezioni > presidenziali del 30 novembre, ma era il candidato sostenuto da Trump e quasi > certamente entrerà in carica il 27 gennaio. Dal 2021 l’Honduras ha avuto un governo di sinistra, guidato da Xiomara Castro del partito Libre. Lei ha rivitalizzato un servizio sanitario pubblico trascurato, ridotto la povertà e frenato la violenza delle bande. Ma il potere presidenziale in Honduras è fortemente limitato. Un aneddoto locale racconta di un bambino a cui è stato chiesto chi governa il Paese e che ha risposto: “Il presidente, il capo dell’esercito e l’ambasciatore degli Stati Uniti”. Il marito di Castro, Manuel Zelaya, eletto presidente nel 2005, è stato destituito con un colpo di Stato nel 2009, guidato da un generale dell’esercito e con il tacito sostegno dell’ambasciata degli Stati Uniti. Alla sinistra è stato negato fraudolentemente il potere nelle elezioni del 2013 e del 2017, consentendo a Juan Orlando Hernández, sostenuto dagli Stati Uniti, di governare l’Honduras come uno Stato narco. Nel 2021, tuttavia, la maggioranza di Castro è stata schiacciante. A differenza di Hernández, lei ha rispettato il limite costituzionale di un solo mandato. La candidata del Libre, l’ex ministro Rixi Moncada, era in testa a diversi sondaggi di opinione all’inizio dell’anno. Quando però alla fine di agosto la ‘armata’ di Trump è entrata nei Caraibi, i due avversari a destra di Moncada, Asfura e Salvador Nasralla del Partito Liberale, hanno affermato che ‘l’Honduras sarebbe stato il prossimo’ se Moncada, che hanno falsamente dipinto come ‘comunista’, fosse diventata presidente. La scarsa fiducia degli honduregni nel loro sistema elettorale è stata ulteriormente compromessa alla fine di ottobre, con la rivelazione di un possibile complotto per ripetere quanto accaduto nel 2017, quando l’annuncio prematuro della vittoria del candidato sostenuto dagli Stati Uniti era stato immediatamente avallato dall’ambasciata americana. Il 9 novembre, una prova del nuovo sistema di voto elettronico ha dato esito parzialmente negativo. Per gran parte di novembre, i sondaggi indicavano che il principale sfidante di Moncada era Nasralla, con Asfura al terzo posto. Quattro giorni prima del voto, tuttavia, Trump ha denunciato non solo Moncada ma anche Nasralla (che ha definito un “comunista borderline”), avvertendo che i ‘narcoterroristi’ avrebbero governato l’Honduras se uno dei due fosse stato eletto. Ha poi suggerito che gli Stati Uniti avrebbero continuato a fornire aiuti all’Honduras solo se Asfura avesse vinto. Sui social media sono apparse notizie non verificate minacciando 1,3 milioni di famiglie che dipendono dalle rimesse dei parenti negli Stati Uniti che i loro pagamenti di dicembre sarebbero stati bloccati se Asfura avesse perso. Due giorni prima delle elezioni, Trump ha graziato Hernández, che era stato estradato alla fine del suo mandato e stava scontando una pena detentiva di 45 anni per traffico di cocaina negli Stati Uniti, pur presentandosi pubblicamente come un alleato nella ‘guerra alla droga’. La grazia avrebbe potuto ritorcersi contro di lui, ma invece si è rivelata un’astuta spinta alla campagna di Asfura, poiché molti dei suoi sostenitori continuano a idolatrare Hernández. La notte delle elezioni, Moncada era indietro nei sondaggi rispetto ai due candidati di destra. Nei primi risultati delle votazioni anticipate, Nasralla era in vantaggio su Asfura. C’è stata un’interruzione nell’annuncio dei risultati. Quando il conteggio è ripreso, Asfura era in testa. Trump è intervenuto nuovamente, accusando i funzionari di cercare di modificare il risultato e avvertendo che ci sarebbe stato da pagare un ‘prezzo salato’ se i numeri fossero cambiati a favore di Nasralla. Le interruzioni e i ritardi nel conteggio si sono protratti per giorni e poi settimane. Quando Libre ha affermato che era in atto un ‘colpo di Stato elettorale’, il suo rappresentante nel consiglio elettorale è stato messo da parte dagli altri due partiti e poi sanzionato personalmente da Washington. Il risultato delle elezioni è stato infine dichiarato più di tre settimane dopo, il 24 dicembre, mentre gli honduregni festeggiavano il Natale. Asfura è stato dichiarato vincitore per una differenza di meno di 27.000 voti. L’esercito ha appoggiato la decisione del consiglio elettorale. Tuttavia, restavano ancora da contare 130.000 voti, sufficienti a cambiare l’esito delle elezioni. Il Congresso honduregno si è riunito pochi giorni fa e ha incaricato il consiglio elettorale di procedere a un riconteggio completo, minacciando di farlo esso stesso se necessario. Prima della riunione, una bomba artigianale è stata lanciata contro una deputata del Partito Nazionale, ferendola mentre entrava nell’edificio del Congresso. L’ambasciata degli Stati Uniti ha minacciato ‘gravi conseguenze’ se la vittoria di Asfura fosse stata annullata. Gli osservatori elettorali dell’Organizzazione degli Stati Americani e dell’Unione Europea hanno disapprovato i ritardi, ma non hanno trovato prove di frode. Sull’interferenza di Trump hanno taciuto. Xiomara Castro ha scritto al presidente degli Stati Uniti chiedendo un incontro per discutere di quanto accaduto. Sembra improbabile che lo otterrà. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: John Perry vive a Masaya, in Nicaragua, dove, stranamente, scrive e cura libri sull’edilizia abitativa e la politica sociale britannica. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI STELLA MARIS DANTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza New York
January 20, 2026
Pressenza
Bukele applaude l’attacco Usa al Venezuela
Tra i governi latinoamericani che hanno platealmente applaudito l’attacco militare Usa al Venezuela lo scorso 3 gennaio compare quello salvadoregno, la cui figura di maggior spicco è rappresentata dall’istrionico presidente Nayib Bukele. Il capo di Stato che nel suo account di X si denomina “philosopher king” o “il dittatore più geniale del mondo”, in pochi anni ha stravolto una nazione che con difficoltà cercava di ricostruire una propria identità, dopo decenni di dittature militari e una guerra civile che ha fatto più di 75 mila morti, con centinaia di massacri, migliaia di desaparecidos e milioni di sfollati. Chi conosce un po’ la storia della martoriata America Centrale (e Latina) e la metafora geopolitica del “cortile di casa”, introdotta dalla nefasta dottrina Monroe, sa che decenni di oppressione e di guerra contro-insurrezionale in El Salvador, con il sostegno politico, economico e soprattutto militare Usa, hanno portato milioni di persone a emigrare all’estero. Oltre 2,5 milioni di salvadoregni che vivono negli Stati Uniti non solo rappresentano oggi una colonna portante dell’economia del più piccolo dei Paesi latinoamericani, con circa 8,5 miliardi di dollari (24% del PIL) inviati nel 2024, ma anche una moneta di ricatto spesso usata dalle amministrazioni statunitensi per blandire quei governi che non si allineano coi loro interessi. Nonostante il presidente salvadoregno si vanti pubblicamente di avere un grande consenso, soprattutto tra i giovani, di avere promosso il bitcoin come valuta ufficiale, sistemato i conti pubblici e ridotto drasticamente gli indici di criminalità, Bukele resta una figura molto controversa, che però, paradossalmente, piace a certi settori del progressismo latinoamericano. Oltre a controllare in modo ferreo le istituzioni, mantenere un’alleanza strategica con esercito e polizia e attaccare sistematicamente tutto ciò che si frappone tra lui e i suoi progetti, il presidente salvadoregno da un lato alza la voce ed esige agli Stati Uniti libertà d’azione e il diritto di fare ciò che è necessario per raggiungere i suoi obiettivi, dall’altro non disdegna una relazione privilegiata con il conservatorismo statunitense più profondo. Fin dall’inizio del suo primo mandato presidenziale (2019), infatti, Bukele fu segnalato come il “niño mimado” (bambino viziato) di Trump, verso il quale ebbe parole affettuose definendolo “un presidente molto gentile e simpatico”. Nonostante molte decisioni del presidente salvadoregno abbiano fatto storcere il naso a Washington, come quella di defenestrare magistrati della Sala Costituzionale e farsi rieleggere nonostante la Carta Magna lo vietasse, Bukele rappresenta per le amministrazioni statunitensi un elemento importante di continuità. “L’obiettivo di Washington è stato chiaro fin dall’inizio: investire su chi avesse le potenzialità per annientare definitivamente qualsiasi opzione e progetto progressista e di sinistra nel Paese”, spiega a Pagine Esteri l’economista e analista politico César Villalona. Ha iniziato con l’ex guerriglia del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale (Fmln), convertita dopo gli Accordi di Pace del 1992 in opzione politica e proseguito poi colpendo qualsiasi entità organizzata che puzzasse di “comunismo”. “Gli Stati Uniti non improvvisano e sanno perfettamente chi garantirà i loro interessi. Bukele è ideologicamente di destra, ultrareazionario e controrivoluzionario, alleato delle principali famiglie oligarchiche salvadoregne. Ha accentrato potere politico ed economico ed è il socio perfetto per gli Usa”, continua Villalona. Appena assunta la presidenza ruppe relazioni diplomatiche con il Venezuela di Maduro e chiuse i progetti sociali avviati dalle amministrazioni del Fmln con Cuba. Poi andò oltre usando autoritarismo e forza bruta per “voltare pagina”, cancellare la memoria storica nelle nuove generazioni e disputare il potere economico alle élite tradizionali e il capitale simbolico di coscienza e conoscenza a università, sindacati, movimenti sociali e popolari. “Ha arrestato dirigenti popolari, eliminate organizzazioni, resi acefali più di 400 sindacati. Ha chiuso programmi sociali e centri culturali, licenziato migliaia di dipendenti pubblici, deriso gli accordi di pace che posero fine alla guerra civile, privatizzato servizi e portato il Paese sull’orlo della bancarotta”, segnala l’economista. Per la lotta contro la criminalità, i salvadoregni vivono da quasi quattro anni sotto stato di eccezione e sospensione dei diritti costituzionali e sono state imprigionate più di 85 mila persone in carceri di massima sicurezza. Secondo l’organizzazione Socorro Jurídico Humanitario sono quasi 430 i detenuti deceduti in queste carceri dal 2022. In questo scenario non devono quindi stupire i ripetuti attacchi portati al governo Maduro, le posizioni intransigenti adottate sul Venezuela nei vari fori multilaterali e nemmeno l’accordo stretto con l’amministrazione Trump, per rinchiudere centinaia di venezuelani deportati nel tenebroso Centro di Confinamento del Terrorismo (Cecot). Nel luglio dello scorso anno, poi, El Salvador, Stati Uniti e Venezuela accordarono la liberazione di 252 prigionieri rinchiusi nel carcere speciale, a cambio di quella di 10 cittadini statunitensi e vari presunti detenuti politici venezuelani. In perfetta continuità con tutto ciò, durante la sessione straordinaria dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), la rappresentante di El Salvador ha giustificato l’attacco armato contro il Venezuela e il sequestro del suo presidente costituzionale e della deputata, nonché coniuge di Maduro, Cilia Flores. “In Venezuela vige una dittatura consolidata che ha distrutto l’istituzionalità, ha espulso 7 milioni di persone e ha convertito le istituzioni in una piattaforma per il crimine organizzato multinazionale. La cattura di Maduro è la conseguenza più logica per un regime autoritario che ha distrutto la democrazia”, ha detto Wendy Acevedo. Parallelamente, dal suo account di X, Bukele ha sbeffeggiato il senatore democratico Chris Van Hollen per avere denunciato che l’attacco al Venezuela rappresentava “un atto di guerra illegale per rimpiazzare Maduro e appropriarsi del petrolio per i suoi (di Trump) amici multimilionari”. “Per gli Usa Bukele rappresenta una pedina fondamentale sullo scacchiere latinoamericano. È incomprensibile che certi settori della sinistra latinoamericana e non solo, lo vedano come un antimperialista”, conclude Villalona. Contro il sostegno alla politica espansionista e interventista degli Stati Uniti in America Latina, in particolare in Venezuela, si è espresso anche il Blocco di resistenza e ribellione popolare (Brp) che ha condannato l’atteggiamento “servile e arrendevole” della rappresentanza salvadoregna all’Osa. “Questa posizione non rappresenta gli interessi del popolo salvadoregno, bensì riafferma l’allineamento del regime con la politica guerrafondaia di Washington (…). Così si trasforma in complice dell’aggressione imperialista, tradendo la storica vocazione antimperialista e solidale del nostro popolo”. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
January 14, 2026
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