Leila Guerriero / Sopravvivere, raccontare, disturbare
La biografia di Silvia Labayru, ex militante montonera, desaparecida e
prigioniera politica durante la dittatura militare argentina, viene ricostruita
con rigore e misura dalla giornalista Leila Guerriero in La chiamata. Storia di
una donna argentina. Non solo testimonianza, ma indagine sul significato della
sopravvivenza, sul corpo come campo di battaglia, sulla voce che resiste — anche
a sé stessa. È un libro duro, stratificato, che non offre consolazioni né
risarcimenti simbolici. Guerriero ascolta, archivia, osserva. E lascia spazio
alla voce della protagonista: frammentaria, a tratti disturbante,
contraddittoria, ma anche attraversata da una leggerezza inattesa — che è
apertura, dunque amore.
La figura di Silvia emerge non solo dal suo racconto e dalla relazione intensa
che costruisce con l’autrice, ma anche attraverso le testimonianze di chi l’ha
conosciuta, frequentata e molto amata. Questo intreccio di sguardi ne
restituisce un ritratto complesso, sfaccettato, irriducibile a una sola
versione. Silvia, descritta da tutti come straordinariamente bella e
intelligente, ha vent’anni ed è incinta di cinque mesi quando viene sequestrata
a Buenos Aires nel dicembre 1976. Torturata, violentata, costretta a partorire
in condizioni disumane, è obbligata a impersonare la sorella di Alfredo Astiz,
ufficiale dei servizi segreti infiltrato tra le Madri di Plaza de Mayo. Grazie a
quella copertura, Astiz organizza il sequestro e la sparizione di dodici
persone, tra cui le suore francesi Alice Domon e Léonie Duquet. Costretta a
partecipare alla messinscena, Silvia diventa — senza volerlo — un ingranaggio
della macchina di sterminio, fino alla liberazione nel giugno 1978.
L’intervista tra Guerriero e Labayru avviene a distanza, durante la pandemia da
Covid, tra la Spagna e l’Argentina — i due luoghi tra cui Silvia si divide dopo
aver ritrovato l’amore della sua prima giovinezza. Anche la memoria, nel
racconto, oscilla tra poli: presente e passato che ritorna, senza tregua.
A un lettore italiano, il parallelo con Primo Levi è immediato, benché mai
citato nel libro. Come Levi, Silvia attraversa la condizione ambigua del
sopravvissuto. In I sommersi e i salvati, Levi parla della “vergogna del
sopravvissuto”: il senso di colpa di chi è tornato, spesso per caso o per
compromesso. “I migliori sono morti tutti”, scrive. Silvia conosce bene questo
giudizio: non tanto interiore quanto inflitto dai suoi stessi ex compagni,
incapaci di tollerare che lei sia viva mentre altri non lo sono, che la figlia
sia stata affidata ai nonni paterni e non a famiglie vicine al regime, che dopo
la liberazione abbia avuto un altro figlio, relazioni durature, una vita piena.
Esiste però una differenza radicale. Levi scrive da uomo: nei suoi libri la
violenza è fatta di fame, umiliazione, freddo, lavoro forzato. Il corpo non è
sessualizzato. Silvia, invece, è una donna: il suo corpo è stato usato, violato,
politicizzato. La chiamata nasce proprio da quel punto cieco della memoria
collettiva, dove la violenza sessuale è ancora taciuta, assimilata genericamente
alla tortura, mai riconosciuta nella sua specificità. È grazie a testimoni come
Labayru che la giustizia argentina ha potuto riconoscere lo stupro come crimine
autonomo, sistemico, imprescrittibile.
Silvia non si adagia nel ruolo della vittima, ma neppure lo rifiuta con
retorica. Resta in uno spazio opaco, complesso, non pacificato. Con
straordinario coraggio, afferma che anche in un regime di cattività — nella
disuguaglianza assoluta tra detenuta e carceriere — possono emergere dinamiche
affettive, talvolta persino sessualmente ambigue. Non per amore, né per scelta,
ma come estrema forma di sopravvivenza. Una rielaborazione che incrina ogni
narrazione lineare: rompe il tabù interno alla militanza, che non voleva
riconoscere lo stupro per proteggere l’onore dei propri uomini, e quello
esterno, che chiede alla vittima un racconto coerente, senza ambiguità.
Silvia racconta non per essere assolta, ma per capire. Interroga sé stessa e la
propria generazione: “Che cosa volevamo? Qual era l’idea? Che cosa pensavamo di
fare, se fossimo arrivati al potere?”. Il suo giudizio è severo: “Le intenzioni
erano fantastiche, ma sono stati più gli errori delle cose giuste”. È
un’autocritica difficile, esposta al rischio di essere usata contro i morti. Ma
La chiamata non difende alcuna narrazione. Guerriero cammina sul filo: non
giudica, non protegge, non assolve. Ascolta. E lascia spazio a una voce che non
chiede pietà né applausi. Come Levi, Silvia abita una “zona grigia”: non tra
vittima e carnefice, ma tra violenza e sopravvivenza, corpo e identità. Se la
tortura può assumere un’aura tragica, persino eroica, la violenza sessuale resta
impura, difficile da nominare senza morbosità. Silvia affronta anche questo, con
uno sguardo sobrio, tagliente, che non cerca scandalo, ma verità. È grazie a
testimoni come lei — e come Víctor Basterra, Lila Pastoriza, e molti altri — che
l’ESMA, centro clandestino di detenzione e sterminio, è oggi un museo della
memoria e dei diritti umani. Un luogo dove la parola è stata restituita.
Da parte sua Leila Guerriero, con questo testo, compie un gesto narrativo raro:
mantiene la complessità senza addomesticarla. Non scolpisce monumenti, ma non
cede al cinismo. Costruisce un libro che interroga più che rassicurare,
lasciando che la voce di Silvia — lucida, dubbiosa, mai pacificata — attraversi
la pagina come un filo teso, dove ogni parola pesa. In un tempo in cui la
memoria rischia di farsi cerimonia, La chiamata ci ricorda che testimoniare non
è pacificare, ma esporsi alla frattura. Al dubbio. Alla verità che non consola.
L'articolo Leila Guerriero / Sopravvivere, raccontare, disturbare proviene da
Pulp Magazine.