Tre libri sull’università (e l’orizzonte che non si vede)
Il dibattito sull’università italiana si arricchisce di tre volumi recenti.
Stefano Jossa in Dell’università. Una storia di idee prova ad interrogarsi sul
senso profondo dell’istituzione. Carlo Cappa e Andrea Gavosto in Università
sotto esame non solo accettano l’orizzonte neoliberale come l’unico possibile,
ma ne propongono il rafforzamento ripescando tre ricette ben note: il ricorso a
meccanismi privatistici per differenziare le carriere e i salari dei docenti,
l’abolizione del valore legale del titolo di studio e la differenziazione
gerarchica delle università. Il risultato è un dibattito miope, incapace di
immaginare alternative e destinato a rafforzare le stesse distorsioni che
denuncia, mentre lo sguardo sugli studenti della generazione Z offerto da Asher
Colombo, Gianpiero Dalla Zuanna e Manuela Scioni resta sullo sfondo come
promemoria delle trasformazioni sociali in atto.
L’articolo è stato pubblicato originariamente su L’indice dei libri del mese di
marzo 2026.
Il recente discorso che il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha
pronunciato in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università
di Messina ha avuto il merito di portare alla ribalta dei media il sistema
universitario come una questione strategica per il Paese. In particolare,
Panetta ha denunciato il deficit di investimenti pubblici nel settore rispetto
agli altri Paesi dell’Unione Europea.
Di seguito, analizzeremo tre volumi, pubblicati recentemente, che trattano vari
aspetti della questione universitaria.
“L’università è un progetto di società” – sostiene l’italianista Stefano Jossa
al termine di un libro agile e prezioso (Dell’università. Una storia di idee,
Quodlibet 2025), in cui presenta le diverse concezioni che dell’accademia hanno
elaborato autori classici, come Wilhelm von Humboldt, Henry Newman, Benedetto
Croce o José Ortega y Gasset, e contemporanei, fra cui Bill Readings e Stefan
Collini. Attraverso questo itinerario di letture, il libro ci invita a
riflettere sul senso e sul ruolo che può ancora avere oggi un’istituzione
vecchia di quasi mille anni. Gli autori trattati ci restituiscono un’idea di
università molto lontana da quella attuale, un’idea che nel tempo è stata
esclusa, ma che non possiamo per questo permetterci di considerare eliminata,
soprattutto adesso che il dibattito sull’istruzione superiore è tornato a essere
una questione centrale per il Paese. In quell’idea tradizionale di università,
ad esempio, troviamo l’indissolubilità di ricerca e didattica, che implica che
il sapere sia un processo in fieri che si costruisce, e non un patrimonio
consolidato che si trasferisce. O ancora, vi è la consapevolezza che la
conoscenza che si produce all’università deve rimanere un bene inappropriabile e
immune da ingerenze esterne, siano esse politiche o economiche.
Al tempo dell’intelligenza artificiale, e nel clima di anti-intellettualismo
populista alimentato da figure come Trump e Vance, interrogarsi su come sia
stata pensata l’università in passato ci aiuta a immaginare, innanzitutto, in
che tipo di società vogliamo vivere. Questione che riguarda da vicino anche il
nostro Paese, dove troppe volte l’università è stata oggetto di pasticciate
riforme normative e alchimie organizzativo-manageriali, finalizzate ad aumentare
la produttività dei ricercatori e l’attrattività dei corsi di laurea. Meno
spesso, invece, si tiene conto di quanto sia fondamentale soprattutto per la
tenuta civile e democratica del nostro Paese. Il fatto è che “un’organizzazione
senza idee è come un motore senza macchina: può continuare a girare ma non va da
nessuna parte” (p. 109).
Proprio questa assenza di visione sembra caratterizzare, dal nostro punto di
vista, il volume Università sotto esame (il Mulino 2025), scritto a quattro mani
dal pedagogista Carlo Cappa e dal direttore della Fondazione Agnelli Andrea
Gavosto. Un binomio che, già nella sua composizione, riflette l’intreccio ormai
consolidato tra saperi accademici ed expertise di potentati economici. Del tutto
condivisibile appare il proposito degli autori di stimolare un ampio dibattito
sull’istruzione superiore, andando oltre la ristretta cerchia degli stakeholder
e degli addetti ai lavori, e sicuramente molto utile risulta la mole di dati che
essi forniscono per rappresentare la condizione dell’università italiana in
rapporto ai sistemi di istruzione superiore internazionali. È proprio su questo
terreno, però, che emergono quelli che sono a nostro avviso i limiti del volume.
La portata delle “tre sfide globali” diagnosticate nel libro appare a conti
fatti sorprendentemente limitata, suscitando la tipica impressione della
proverbiale montagna che partorisce un topolino. La prima sfida sarebbe quella
di aumentare il numero dei laureati triennali, nonché l’adeguatezza delle loro
competenze alle necessità del sistema produttivo. La seconda riguarda il
progressivo calo demografico della popolazione dei soggetti tra 19 e 24 anni,
destinato a determinare la chiusura o l’accorpamento di diversi atenei,
soprattutto nel Mezzogiorno. La terza, infine, è relativa a come far fronte alla
concorrenza delle università telematiche, che oggi accolgono il 7% degli
immatricolati totali, ma che rappresentano il 60% della crescita di iscritti che
si è verificata complessivamente negli ultimi cinque anni e che, quindi, sono
verosimilmente destinate a erodere crescenti quote di studenti a danno delle
università tradizionali. Senza dubbio si tratta di emergenze non irrilevanti per
il funzionamento concreto del sistema universitario. Tuttavia, riprendendo la
suggestione di Jossa, queste sfide riguardano più il motore che gira che non la
questione di dove condurre la macchina. Ad esempio, il lamentato mismatch delle
competenze con il mondo del lavoro dà per scontato che scopo dell’istruzione sia
essenzialmente l’occupabilità degli studenti, cioè la conversione frictionless
degli studenti in lavoratori, e non magari la trasformazione del mondo
produttivo secondo gli ideali di un sapere come bene comune e non rivale.
In altre parole, quelle affrontate nel libro sono sfide che emergono nel sistema
universitario per come esso è oggi, e non sfide di sistema capaci di mettere
veramente in discussione i principi su cui esso si fonda, e di aprire la strada
a una visione alternativa del suo futuro. Cappa e Gavosto restano ancorati a una
visione pragmatica che non osa sfidare i presupposti che governano il sistema
universitario. Dichiarano esplicitamente di voler restare ben aderenti alla
verità effettuale della realtà universitaria come si è definita a partire dal
processo di Bologna, seguendo una prospettiva da tecnici che si concentrano
esclusivamente su ciò che è concretamente possibile: secondo loro, “qualunque
ideale, anche il più alto e nobile, se avulso dalle condizioni di agibilità
imposte dal reale, rischia di rarefarsi, fino a diventare velleitario o,
addirittura, controproducente” (p. 190). In questo modo, però, si finisce per
restare intrappolati nel regime di verità dell’università contemporanea, senza
neanche porsi il problema di immaginare un’alternativa possibile al suo quadro
di valori e di priorità. Infatti, Cappa e Gavosto finiscono per accettare senza
discussione la torsione utilitaristica del sapere prodotta da anni di riforme
neoliberali, arrivando, ad esempio, a considerare ovvio e naturale che
l’università debba servire essenzialmente a produrre capitale umano, dotato di
competenze spendibili nel mondo produttivo. In modo altrettanto aproblematico,
poi, recepiscono la definizione di ricerca tutta incentrata sul concetto di
innovazione, desumendola dal Manuale di Frascati. Un documento redatto a fini
essenzialmente scientometrici per iniziativa di Christopher Freeman, il quale
non a caso è stato un economista che si è a lungo occupato di cambiamento
tecnologico e innovazione nella società della conoscenza.
È sintomatico, peraltro, che in tutto il volume la parola “neoliberale” non
ricorra mai, nonostante sia il termine che meglio descrive le dinamiche di
quasi-mercato che modellano l’attuale sistema universitario, dove la valutazione
della ricerca è stata progressivamente ridotta a conteggi bibliometrici,
trasformando un processo intellettuale in un esercizio amministrativo. Il
problema è che non solo gli autori, ma in generale l’intero dibattito politico
sull’istruzione è talmente intriso di queste idee e immerso in tale “acqua”
ideologica da non riuscire neanche a vederla e a nominarla in quanto tale,
esattamente come i pesci nel famoso apologo di David Foster Wallace, che sono
incapaci di riconoscere l’ambiente in cui nuotano. In questo senso, Cappa e
Gavosto si rendono responsabili di quella che Pierre Bourdieu definiva
“accettazione dossica della realtà”: una rimozione cognitiva, tossica non meno
che dossica, che diventa ancora più significativa quando si pensa che le
soluzioni che essi propongono alle sfide esaminate non fanno altro che
accentuare la neoliberalizzazione del sistema universitario. Un esempio lampante
di questa logica è la proposta, in omaggio alla teoria della free choice, sempre
pronta a essere sfoderata, di ricorrere a meccanismi privatistici per
differenziare le carriere dei docenti e i relativi trattamenti salariali, nonché
di prendere in considerazione non solo il voto di laurea, ma anche l’istituzione
presso cui si è conseguito il titolo: una prospettiva che conduce direttamente
all’abolizione legale del titolo di studio e alla stratificazione gerarchica
delle università secondo logiche di mercato. È qui che l’“esame” che i due
autori fanno dell’università abbandona la sua intelaiatura sedicente tecnica e
rivela la sua natura di operazione eminentemente politica sotto mentite spoglie,
in quanto rende manifesta la visione della società che si sostiene attraverso
l’educazione superiore. L’università, da luogo di libera ricerca, diventa invece
uno strumento per la produzione di competenze utilitaristiche, sacrificando la
sua funzione civile e democratica.
Il terzo volume, infine, non tratta direttamente dell’università come
istituzione ma analizza in modo interessante gli studenti universitari. Si
tratta della minuziosa ricerca condotta da Asher Colombo, Gianpiero Dalla Zuanna
e Manuela Scioni, dal titolo La generazione-Z all’università. Chi sono e cosa
pensano i nuovi studenti (il Mulino 2026). A partire da un’analisi del profilo
socio-demografico degli studenti universitari di tre grandi atenei del Nord
Italia (Bologna, Padova e Milano Bicocca), il libro ne esamina i diversi
atteggiamenti verso le minoranze etniche (immigrati, musulmani, neri, Sinti e
Rom), di genere (donne e omosessuali) e appartenenti ad altri gruppi specifici
(ebrei e asiatici). Attraverso questo lavoro, gli autori offrono una riflessione
utile su come la generazione che oggi si sta formando nelle università italiane
stia sviluppando nuove sensibilità politiche e sociali, fornendo un’ulteriore
chiave di lettura delle sfide e delle potenzialità dell’università nel contesto
contemporaneo.