Accusati di scafismo, condannati all’oblioCOMITATO OLTRE I CONFINI. SCAFIST3 TUTT3 1
Maysoon Majidi, Marjan Jamali, Amir Babai, Khalid Arslan 2: questi nomi sono
balzati agli onori delle cronache nazionali per le vicende giudiziarie che li
hanno visti accusati di scafismo 3 e detenuti nelle carceri calabresi in attesa
del processo 4.
La loro notorietà è stata però effimera. Per un breve periodo, le loro storie
hanno trovato spazio nell’informazione italiana, anche grazie alle numerose
iniziative, manifestazioni ed eventi promossi da gruppi solidali per chiederne
la liberazione, soprattutto nei territori calabresi, ma non solo.
Eppure, non erano le uniche. E non lo sono tuttora. Prima e dopo di loro,
centinaia di persone sono finite nelle carceri calabresi con l’accusa di
scafismo. In pochi casi, hanno scontato soltanto la misura cautelare in attesa
della conclusione del processo. Più spesso, le accuse si sono tradotte in
condanne, diventate più pesanti negli ultimi anni con il Decreto Cutro.
Le pene si attestano mediamente tra i sei e gli otto anni, ma non mancano casi
definiti “straordinari” in cui si arriva a 15, 18 o persino 20 anni di
reclusione. Sono storie esemplari, nelle quali l’individuo diventa spesso un
capro espiatorio su cui scaricare la responsabilità delle morti in mare, come
nel caso di Gun Ufuk, condannato a 20 anni per la strage di Cutro 5. Una
condanna che diventa anche un monito rivolto a chi si trova dall’altra parte del
mare: «Non venite».
Nella maggior parte dei casi, il passaggio dal barcone alla prigione è
immediato. L’identificazione dei presunti scafisti avviene spesso già al momento
dell’approdo, attraverso domande e interrogatori sommari rivolti alle persone
presenti sull’imbarcazione.
Tra gli elementi raccolti figurano, per esempio, aver fatto da interprete tra
persone che parlano lingue diverse, essere rimasti sul ponte durante il viaggio
o aver distribuito cibo e acqua agli altri passeggeri. Per gli organi
giudiziari, questi comportamenti possono costituire indizi di favoreggiamento
dell’immigrazione clandestina.
È così che molte di queste persone finiscono rapidamente nel dimenticatoio:
diventano un trafiletto sui giornali locali – «Arrestati due scafisti a Reggio
Calabria», «Condannato a 18 anni lo scafista della strage» – e scompaiono dalle
cronache 6.
Nel frattempo, trascorreranno almeno i successivi sei anni della loro vita
dietro le sbarre, lontane dagli affetti e dalle relazioni, circondate da una
lingua che non conoscono.
Come Comitato Oltre i confini. Scafist3 tutt3, cerchiamo di monitorare quanto
accade in Calabria e di offrire supporto a chi rimane intrappolato nelle maglie
del sistema giudiziario, sia per una semplice accusa, che comporta comunque
l’attesa del giudizio in carcere, sia in seguito a una condanna definitiva.
Parliamo di capitani e capitane che arrivano sulle nostre coste.
La Calabria è una terra di approdi e, a volte, anche di naufragi. Alcuni
diventano tristemente noti, come nel caso della strage di Cutro; altri scivolano
via silenziosamente, come il naufragio avvenuto il 17 giugno 2024 a 120 miglia
dalla costa di Roccella Jonica, costato la vita a 56 persone.
Allo stesso modo, le vicende di chi conduce le imbarcazioni scompaiono dai radar
mediatici e spesso anche da quelli della politica dal basso, complice la
difficoltà di rintracciare le persone che finiscono in carcere con queste
accuse.
Come rete, cerchiamo innanzitutto di capire cosa accade sul nostro territorio,
attraverso i contatti con chi svolge attività legale, chi si occupa di
mediazione e chi lavora nelle carceri. Quando possibile, entriamo in contatto
diretto con le persone accusate o condannate per scafismo, per esprimere
solidarietà e offrire un supporto concreto.
È così che veniamo a conoscenza delle loro storie e recuperiamo una memoria
capace di sovvertire la narrazione dominante sugli scafisti, restituendo valore,
prima di tutto, alle persone.
Sono storie che ci insegnano che non esistono scafisti buoni e scafisti cattivi,
ma persone nate nella parte non privilegiata del mondo, costrette dalla chiusura
dei confini a trovare un modo, anche pericoloso, per costruirsi una vita
migliore o, più semplicemente, per vivere la vita che desiderano.
Qualcosa che anche noi calabresi abbiamo fatto a lungo nel secondo dopoguerra,
seppure con modalità differenti e non necessariamente meno rischiose.
Potremmo raccontarvi la storia di O., un giovane libico che si trova in carcere
da un decennio, ha subito torture psicologiche durante la detenzione e oggi è
rinchiuso da solo in una cella molto piccola, «a causa dei suoi problemi
psichici».
Oppure quella di A., originario dell’Egitto, che ha bisogno di ausili ortopedici
per potersi muovere e che, al nostro ultimo contatto, non aveva ancora ricevuto
alcun sostegno di questo tipo in carcere.
C’è K., iraniano, ormai prossimo alla fine della pena, che ha un solo desiderio:
ricongiungersi con la moglie e i figli. E c’è G., proveniente dalla Turchia, che
dopo aver scontato la pena è stato trasferito direttamente nel CPR di Bari.
Grazie al ricorso presentato dal suo avvocato, è riuscito a uscirne. Oggi è di
nuovo libero, lavora e sta imparando l’italiano, in attesa che venga esaminata
la sua richiesta di asilo.
Queste sono le storie che conosciamo. Decine di persone che attraversano le
nostre frontiere scompaiono senza lasciare traccia e non vengono identificate,
se non quando la loro identità è ritenuta rilevante nel processo contro il
presunto o la presunta scafista.
Per ogni persona di cui abbiamo raccontato la storia, ce ne sono decine di cui
abbiamo perso le tracce, inghiottite – o, meglio, fatte sparire – nel vuoto
burocratico che circonda chi cerca di migrare senza disporre delle risorse
economiche necessarie o della possibilità di ottenere un visto.
Ci sono, però, anche storie che finiscono diversamente. Recentemente, in
Calabria, due giovani di nazionalità diverse sono stati assolti con formula
piena dall’accusa di scafismo in primo grado.
Come tante persone prima di loro, potranno iniziare un percorso per ricostruirsi
una vita e immaginare un futuro. Non sono stati risparmiati dalla detenzione
preventiva, trascorsa tra l’approdo e il processo, ma almeno potranno evitare
anni di ingiusta detenzione prima di una possibile assoluzione in appello, come
accade frequentemente.
Siamo consapevoli che il nostro lavoro rappresenta soltanto un tassello di un
puzzle molto più grande. La maggior parte delle storie e delle vite ci sfugge,
perché a molte persone è negata la possibilità di comunicare, chiedere aiuto e
ricevere un supporto adeguato.
Oggi sappiamo che circa un quinto di tutte le persone accusate di scafismo si
trova in Calabria: un numero molto più alto di quello che le storie qui
raccontate riescono a restituire.
Eppure, crediamo che ogni piccola goccia possa contribuire a produrre un
cambiamento. Che da quella goccia si possa diventare prima marea, poi mareggiata
e infine uragano, capace di abbattere i muri del silenzio e dell’indifferenza e
di restituire voce e libertà a chi ne è statə privatə.
1. Il Comitato “Oltre i confini: scafiste tutte” è una rete di attivisti e
solidarietà nata in Calabria nel marzo 2024 per denunciare la
criminalizzazione indiscriminata delle persone migranti accusate
ingiustamente di essere “scafisti” o trafficanti ↩︎
2. Il 14 ottobre, davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro, si concluderà il
processo a Khalid Arslan, Hasab Hussain e Sami Fuat, tre degli imputati per
il naufragio della Summer Love, la strage di Cutro nella quale il 26
febbraio 2023 morirono 94 persone. Leggi l’articolo: Naufragio della Summer
Love, presidio a Catanzaro per i tre imputati, Melting Pot (13 ottobre 2026)
↩︎
3. Si legga: Capitani, criminalizzazioni e contronarrazioni – Progetto dal Mare
al Carcere nel numero 1 della rivista Controfuoco ↩︎
4. La costruzione politico-giuridica dello “scafista”, Melting Pot (marzo 2026)
↩︎
5. “È uno scafista”: l’alibi securitario per la condanna, L’Espresso (31 marzo
2026) ↩︎
6. Crocevia Mediterraneo: Scafisti o capitani? Melting Pot (luglio 2024) ↩︎